Diario quotidiano del 12 settembre 2016: la semplificazione nei prossimi studi di settore

Pubblicato il 12 settembre 2016



1) Semplificazione per i modelli degli studi di settore relativi al 2016
2) Evasione fiscale nella UE: dal 2017 potrebbe sparire l’esenzione Iva sulle cessioni intracomunitarie
3) Fondo di integrazione salariale: chiarimenti dall’Inps
4) Reato di omesso versamento: sulla soglia di € 10 mila rilevano le ritenute estinte per prescrizione
5) Colui che somministra illegalmente manodopera a terzi evita la condanna penale
6) Recuperabile il credito Iva anche in assenza di dichiarazione
7) Per l’ebook non è gradita l’aliquota Iva ridotta
8) Le società in house svolgono attività anche a favore di terzi
9) Intesa tra Notai e Agenzia delle entrate della Sicilia
10) IVA omessa: riforma delle sanzioni
pecIndice: 1) Semplificazione per i modelli degli studi di settore relativi al 2016 2) Evasione fiscale nella UE: dal 2017 potrebbe sparire l’esenzione Iva sulle cessioni intracomunitarie 3) Fondo di integrazione salariale: chiarimenti dall’Inps 4) Reato di omesso versamento: sulla soglia di € 10 mila rilevano le ritenute estinte per prescrizione 5) Colui che somministra illegalmente manodopera a terzi evita la condanna penale 6) Recuperabile il credito Iva anche in assenza di dichiarazione 7) Per l’ebook non è gradita l’aliquota Iva ridotta 8) Le società in house svolgono attività anche a favore di terzi 9) Intesa tra Notai e Agenzia delle entrate della Sicilia 10) IVA omessa: riforma delle sanzioni *** 1) Semplificazione per i modelli degli studi di settore relativi al 2016 Se le bozze pubblicate sul sito delle Entrate verranno approvate cosi come proposte (si veda nel diario quotidiano del 9 settembre 2016), si assisterà ad una discreta riduzione dei dati da inserire nei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini degli studi di settore. Dunque, i contribuenti interessati dagli studi di settore si sono ritrovati sul sito dell’Agenzia delle Entrate le prime bozze dei nuovi modelli che, una volta approvati, dovranno essere utilizzati per trasmettere i dati relativi all’annualità 2016 (Unico 2017). La diminuzione dei dati richiesti dovrebbe ridurre i tempi di compilazione e quindi la possibilità di commettere errori durante questa fase. Semplificazione nella compilazione degli studi di settore L’impatto arrecato dalle novità risiede, quindi, nella diminuzione delle informazioni richieste all’interno dei modelli rispetto alle annualità precedenti. Tale attività di semplificazione era già stata anticipata nella videoconferenza con gli Osservatori regionali sugli studi di settore dello scorso 18 maggio. In particolare, la semplificazione in argomento si concretizza: - per quanto riguarda gli studi in evoluzione per il periodo di imposta 2016 (provvedimento 26 febbraio 2016), nel richiedere nel modello le sole informazioni rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore; - per quanto riguarda gli studi le cui evoluzioni sono state approvate per le annualità 2014 e 2015, nel mantenere le sole informazioni rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore. In entrambi i casi, l’intervento comporta la presenza, all’interno dei modelli, di un numero significativamente inferiore di informazioni rispetto agli anni precedenti. Si ricorda, infine, la riduzione, per il periodo di imposta 2015, delle ipotesi in cui, a fronte della dichiarazione di una causa di esclusione dalla applicazione degli studi di settore, il contribuente resta comunque tenuto alla presentazione del relativo modello. In particolare, rispetto a quanto avveniva fino al periodo d'imposta 2014, per il 2015 non sono più obbligati a presentare il modello studi di settore i contribuenti: - che hanno cessato l'attività nel corso del periodo d'imposta - che si trovano in un periodo di non normale svolgimento dell'attività, in quanto l'impresa è in liquidazione. La semplificazione, derivante dalle prime bozze pubblicate, interessa i quadri: - B, unità locali - C, modalità di svolgimento dell’attività - D, elementi specifici dell'attività. I modelli pubblicati non presentano al momento il quadro “Z”, utilizzato per raccogliere gli ulteriori dati, individuati con il supporto della Sose e oggetto di confronto con le organizzazioni di categoria, utili ai fini di una successiva evoluzione degli studi di settore, e quello relativo ai correttivi crisi (in passato denominato quadro “T”). Tale ultima tipologia di quadro potrà essere elaborata solo a valle della fase di analisi delle diverse fonti informative nella disponibilità dell'Amministrazione finanziaria, finalizzata a verificare la necessità o meno di prevedere correttivi crisi anche per l'annualità di imposta 2016. Cassetto fiscale più completo Il cassetto fiscale, inoltre, si arricchisce di nuove informazioni sugli studi di settore relativi all’anno d’imposta 2014: oltre a quelle già presenti, potranno essere consultati le anomalie telematiche, gli inviti a presentare i modelli, le risposte alle comunicazioni di anomalie da studi di settore e le segnalazioni presentate dai contribuenti utilizzando l’apposito software. ****** 2) Evasione fiscale nella UE: dal 2017 potrebbe sparire l’esenzione Iva sulle cessioni intracomunitarie Evasione fiscale: negli Stati membri dell’Unione europea si assiste ad un “divario” per l’IVA, dal 2017 potrebbe sparire l’esenzione sulle cessioni intracomunitarie. La Commissione UE presenterà nel 2017 una proposta di modifica dell’attuale disciplina degli scambi intracomunitari al fine creare uno spazio unico europeo, nel quale gli scambi intracomunitari saranno regolati come delle operazioni interne, e con ciò eliminando l’esenzione delle cessioni intracomunitarie. Pubblicato il Rapporto 2016 sul VAT GAP (divario dell’IVA) negli Stati dell’UE. Lo scorso 6 settembre la Commissione europea ha pubblicato sul proprio sito internet il “Rapporto 2016 sul VAT GAP”, che analizza e quantifica il divario tra il gettito dell’imposta previsto e quello effettivamente riscosso dalle autorità nazionali degli Stati membri dell’Unione europea (ad esclusione di Cipro). Dal rapporto risulta che nel 2014 nell’intera Unione europea (ad esclusione di Cipro), rispetto agli incassi stimati, sono stati evasi 159.5 miliardi di euro di IVA. La situazione dell’evasione dell’imposta è estremamente disomogenea tra gli Stati membri: il divario dell’IVA, ad esempio, in Romania ammonta al 37,9 %, mentre in Svezia è pari all’1,2 %. Per quanto riguarda l’Italia, confrontando il gettito stimato e quello realmente incassato, emerge che l’IVA evasa ammonta a 36.855 miliardi di euro, pari al 27,5% dell’incasso previsto. Sebbene si registri un lieve miglioramento - nel 2014 in Italia il divario dell’IVA è diminuito di 2,5 miliardi di euro rispetto al 2013 - si tratta, in termini assoluti, del VAT GAP più alto tra i Paesi europei: l’evasione dell’IVA in Italia ammonta, da sola, a quasi un quarto di quella degli altri Stati. Come riportato nel comunicato stampa di presentazione del Rapporto, il Commissario per gli affari economici e finanziari dell’UE, Pierre Moscovici, ha dichiarato di auspicare che gli Stati membri raggiungano in tempi rapidi un accordo per l’adozione di misure efficaci per ridurre l’ammontare del VAT GAP. Dal canto suo la Commissione europea, nel recente Piano d’azione sull’IVA - COM (2016) 148 final del 7 aprile 2016, - ha rilevato che il VAT GAP complessivo dell’Unione europea è costituito per circa 50 miliardi dalla perdita di entrate dovute alle frodi realizzate in materia di IVA intracomunitaria. Per arginare questo fenomeno, la Commissione ha annunciato nel citato Piano d’azione che intende presentare nel 2017 una proposta di modifica dell’attuale disciplina degli scambi intracomunitari: l’idea è quella della creazione di uno spazio unico europeo, all’interno del quale gli scambi intracomunitari sarebbero regolati alla stregua delle operazioni interne, eliminandosi l’esenzione delle cessioni intracomunitarie. In particolare, l’imposta sarebbe applicata dal fornitore e riscossa nel Paese di origine; l’imposta verrebbe poi trasferita al Paese in cui i beni sono consumati. E’ stato stimato che questa modifica del sistema ridurrebbe le frodi dell’IVA intracomunitaria di circa 40 miliardi di euro all’anno nell’UE. Per quanto riguarda in maniera specifica l’Italia, l’importo delle frodi si ridurrebbe, secondo la Commissione, di 7 miliardi di euro annui. ****** 3) Fondo di integrazione salariale: chiarimenti dall’Inps L’Inps, con la circolare n. 176 del 9 settembre 2016, illustra la disciplina del Fondo di integrazione salariale di cui al D.I. n 94343/2016 di adeguamento del Fondo di solidarietà residuale alle disposizioni del D.lgs n. 148/2015. Il Fondo, a decorrere dal 1° gennaio 2016, assicura una tutela in costanza di rapporto di lavoro ai lavoratori di datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti, appartenenti a settori, tipologie e classi dimensionali non rientranti nell’ambito di applicazione della cassa integrazioni guadagni ordinaria e straordinaria e che non hanno costituito Fondi di solidarietà bilaterali a norma dell’art. 26 o fondi di solidarietà bilaterali alternativi a norma dell’art. 27 del citato D.lgs n. 148/2015. L’articolo 3, c. 19 della legge n. 92/2012 prevedeva, a decorrere dal 1° gennaio 2014, l’attivazione di un Fondo di solidarietà residuale volto a tutelare, in costanza di rapporto di lavoro, il reddito dei lavoratori dipendenti dalle imprese – con più di quindici dipendenti – appartenenti ai settori, tipologie e classi dimensionali non rientranti nel campo di applicazione della normativa in materia d'integrazione salariale, laddove non fossero stati stipulati accordi collettivi volti all’attivazione di fondi di solidarietà bilaterali o fondi di solidarietà bilaterali alternativi di cui, rispettivamente, ai commi 4 e 14 dell’art. 3 della citata legge. Pertanto, con il decreto interministeriale n. 79141 del 7 febbraio 2014 è stato istituito, presso l’INPS, il suddetto Fondo residuale. Le relative disposizioni amministrative sono state emanate dall’Istituto con apposite circolari e messaggi (circolare n. 100/2014, circolare n. 79/2015, messaggio n. 6897/2014, messaggio n. 8673/2014 e, da ultimo, il messaggio n. 7637/2015 in ordine all’operatività dello stesso). Peraltro, il D.lgs n. 148/2015, recante disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro, entrato in vigore il 24 settembre 2015, ha previsto, all’art. 28, c. 4, che la disciplina del Fondo residuale, istituito con D.I. n. 79141/2014, a decorrere dal 1° gennaio 2016, sia adeguata alle disposizioni del medesimo Decreto legislativo. Conseguentemente, a norma dell’art. 29, il Fondo residuale a decorrere sempre dal 1° gennaio 2016 assume la denominazione di Fondo di integrazione salariale e risultano ad esso applicabili, in aggiunta alle norme disciplinanti il Fondo residuale, altresì le previsioni di cui all’art. 29 del D.lgs n. 148/2015. Si sottolinea, a tal proposito, che ai sensi dell’art. 46, c. 2, sempre a decorrere dal 1° gennaio 2016, sono abrogati i commi 20, 20-bis e 21 dell’art. 3, della legge n. 92/2012 ed è abrogato, altresì, il decreto istitutivo del Fondo di solidarietà residuale n. 79141/2014. Con Decreto n. 94343 del 3 febbraio 2016, pubblicato in G.U. n. 74 del 30/03/2016, ed entrato in vigore il 14/04/2016, il Fondo di solidarietà residuale è stato adeguato, a decorrere dal 1 gennaio 2016, alle disposizioni del D.lgs 148/2015 e ha assunto la denominazione di Fondo di integrazione salariale. Risulta evidente come, nel nuovo impianto normativo, il Fondo di integrazione salariale prosegue, pertanto, la medesima funzione del Fondo residuale, del quale eredita la gestione, continuando a rappresentare l’unico modello di Fondo di solidarietà obbligatorio per legge che prescinde da un accordo costitutivo delle parti sociali rappresentative, ricomprendendo nel proprio campo di applicazione tutti i datori di lavoro che non sono soggetti alla disciplina della cassa integrazioni guadagni ordinaria e straordinaria e che appartengono a settori nell’ambito dei quali non sono stati stipulati accordi volti all’attivazione di un Fondo di solidarietà bilaterale di cui all’art. 26, ovvero a un Fondo di solidarietà bilaterale alternativo di cui all’art. 27 del D.lgs 148/2015. Con circ. n. 22/2016 e con messaggio n. 1986/2016 sono state fornite le prime indicazioni in merito all’operatività del Fondo di integrazione salariale in attesa del completamento dell’iter amministrativo relativo all’adozione del Decreto interministeriale di adeguamento di cui al citato articolo 28, c. 4, nonché le modalità di presentazione delle istanze di accesso alle prestazioni garantite dal Fondo. Sono state fornite, altresì, con messaggi n. 306/ 2016 e n. 548/2016, le prime indicazioni in merito alle aliquote di finanziamento delle prestazioni ordinarie erogate dal Fondo di cui si tratta ed alcune precisazioni in riferimento al computo della media occupazionale. Con la neo circolare l’Inps illustra la disciplina del Fondo di integrazione salariale così come delineata dalle disposizioni su richiamate. Datori di lavoro destinatari L’art. 26, c. 7, del D.lgs 148/2015 sancisce l’obbligatorietà dell’istituzione dei Fondi di solidarietà per tutti i datori di lavoro appartenenti a settori, tipologie e classi dimensionali esclusi dall’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni sia ordinaria che straordinaria e che occupano mediamente più di cinque dipendenti, innovando l’ambito di applicazione della disciplina dei Fondi rispetto al previgente sistema normativo, nel quale l’ambito di applicazione era riferito a imprese con più di quindici dipendenti. Ai fini del raggiungimento della suddetta soglia dimensionale vengono computati anche gli apprendisti, come esplicitato più compiutamente nel paragrafo successivo della presente circolare. Le innovazioni di cui sopra, conseguentemente, comportano un ampliamento della platea dei beneficiari delle tutele offerte dal Fondo di integrazione salariale, che ricomprende nel proprio campo di applicazione tutti i datori di lavoro – anche non organizzati in forma di impresa - che occupano mediamente più di cinque dipendenti, che non rientrano nel campo di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e che appartengono a settori nell’ambito dei quali non sono stati stipulati accordi volti all’attivazione di un Fondo di solidarietà bilaterale di cui all’art. 26, ovvero a un Fondo di solidarietà bilaterale alternativo di cui all’art. 27 (art. 2, c. 1, D.I. n. 94343/2016). ***** 4) Reato di omesso versamento: sulla soglia di € 10 mila rilevano le ritenute estinte per prescrizione Reato di omesso versamento: sulla soglia di € 10 mila rilevano le ritenute estinte per prescrizione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37232 del 8 settembre 2016, interviene nel merito sul reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali, alla luce della depenalizzazione dello stesso introdotta con il Decreto Legislativo n. 8 del 2016, che ha fissato a 10 mila euro annui la soglia oltre la quale scatta il reato penale. Nel caso di specie, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che adesso il reato penale si configura nel mese dell’anno in cui si supera la soglia dei 10 mila euro anzidetti, senza che i successivi ulteriori sforamenti nell’anno configurino un ulteriore reato. Peraltro, va tenuto conto anche della prescrizione: Al fine del superamento della soglia devono essere computate tutte le ritenute omesse, anche se estinte per prescrizione. Dunque, il decreto n. 8 del 2016, in vigore dal 16 gennaio, che ha introdotto l'assenza di rilevanza penale per gli omessi versamenti al di sotto dei 10mila euro all'anno, sostituendo la sanzione penale con una amministrativa da 10mila a 50mila euro, non ha fatto debuttare una nuova figura di reato. La prescrizione va ancora calcolata secondo le vecchie regole e vale comunque per il superamento della soglia; l'aspetto penale torna a farsi valere una volta superata la soglia, senza però che ulteriori sforamenti dopo il primo vengano a configurare ulteriori reati. ***** 5) Colui che somministra illegalmente manodopera a terzi evita la condanna penale La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37228 del 8 settembre 2016, ha stabilito che non è valida la sentenza di merito nei confronti di chi somministra manodopera a terzi in modo illegale, poiché è possibile evitare la condanna penale con il pagamento di una sanzione amministrativa che estingue il reato. Pertanto, il datore non può essere condannato se non è sicuro che lo stesso abbia ricevuto dagli ispettori del lavoro una diffida con l’assegnazione di un tempo per adempiere, ai sensi dell’art. 15 del D.Lgs n. 124/2004. Tutto questo poiché il legislatore ha voluto introdurre una procedura di estinzione delle contravvenzioni in materia di lavoro di portata generale, che permette la cancellazione dell’illecito penale versando la sanzione amministrativa anche quando il reato è istantaneo e non ci sono regolarizzazioni da effettuare. La procedura di estinzione delle contravvenzioni meno gravi in materia di lavoro e di legislazione sociale (quelle punite con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda o con la sola ammenda) mediante pagamento nei termini indicati di una sanzione amministrativa, si applica anche quando non vi siano regolarizzazioni da effettuare perché trattasi di reato istantaneo. La Corte aderisce all’orientamento riguardo le condotte c.d. “esaurite”, secondo cui la finalità della sopra detta procedura di estinzione delle contravvenzioni, volta in via generale ad interrompere l’illegalità ed a ricreare le condizioni di sicurezza previste dalla normativa sul lavoro, consiste soprattutto nel consentire l’estinzione amministrativa del reato anche quando non vi siano da effettuare regolarizzazioni perché il reato è istantaneo o perché la regolarizzazione sia già spontaneamente avvenuta. ****** 6) Recuperabile il credito Iva anche in assenza di dichiarazione Le Sezioni unite della Corte di cassazione, con due sentenze depositate l’8 settembre 2016, hanno evidenziato le regole da seguire nel caso della mancata presentazione della dichiarazione Iva. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17757/2016 ha stabilito che il contribuente ha diritto a recuperare il credito Iva derivante dalla dichiarazione omessa se dimostra che deriva da acquisti effettuati nell'ambito dell’attività di impresa e come tali detraibili. Le medesime Sezioni unite, con la sentenza n. 177758, hanno sancito che nell’ipotesi di omessa presentazione della dichiarazione annuale è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento poiché è legittima la procedura del controllo automatizzato. La Corte di Cassazione, Sezioni Unite, con le due suddette pronunce, ha affrontato questioni lungamente dibattute quale quella della detrazione Iva anche in ipotesi di omessa dichiarazione e quella della possibilità di iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento. Iva, detrazione possibile anche senza dichiarazione annuale Con la sentenza n. 17757 del 8 settembre 2016, la Suprema Corte riconosce al contribuente di riportare a nuovo un credito Iva discendente da una dichiarazione omessa. Richiamando la normativa comunitaria, le Sezioni Unite ribadiscono che nel sistema Iva vale il principio fondamentale di neutralità dell’imposta, che esige che la detrazione dell’imposta a monte sia accordata se gli obblighi sostanziali sono stati soddisfatti, anche se alcuni obblighi formali sono stati omessi dai soggetti passivi. Ai fini del beneficio fiscale, quindi, sono sufficienti i requisiti sostanziali, mentre la circostanza della mancanza della dichiarazione annuale Iva può essere considerata trascurabile dall’Amministrazione finanziaria. Ciò a condizione, però, che l’eccedenza d’imposta risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e venga dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto. Verificate tali condizioni, qualora il Fisco emetta la cartella in seguito al controllo formale automatizzato, nel relativo giudizio di impugnazione la detrazione non può essere negata laddove, pur non avendo il contribuente presentato la dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, “sia dimostrato in concreto – ovvero non controverso – che si tratti di acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili”. Iscrizione a ruolo anche con omessa presentazione dichiarazione annuale Con la sentenza n. 17758 del 8 settembre 2016, le Sezioni Unite della Cassazione hanno invece chiarito che, sempre nell’ipotesi di omessa presentazione della dichiarazione annuale Iva, è consentita all’Amministrazione finanziaria l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e l’emissione della cartella, dal momento che è legittima la procedura del controllo automatizzato. Difatti, la Corte rileva che “in fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione annuale Iva, è consentita l'iscrizione a ruolo dell'imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, ben potendo il fisco operare, con procedure automatizzate, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d'indagine diversi da mero raffronto con dati ed elementi in possesso dell'anagrafe tributaria, ai sensi degli articoli 54-bis e 60 del dpr 26 ottobre 1972, n. 633 (fatta salva, nel successivo giudizio d'impugnazione della cartella, l'eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d'imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d'imposta, assoggettati a Iva e finalizzati a operazioni imponibili)”. ****** 7) Per l’ebook non è gradita l’aliquota Iva ridotta Nell’ambito delle conclusioni presentate l’8 settembre 2016, in relazione alla causa C-390/15 (RPO), l’Avvocato generale della Corte Ue ritiene legittima la direttiva IVA nel prevedere l’aliquota agevolata per i soli libri, giornali e riviste in formato cartaceo. Pur osservando che la fruibilità di un testo elettronico su formato fisico e di un testo fornito per via elettronica è identica per il lettore (cambia solo la modalità di trasmissione utilizzata), l’Avvocato generale osserva che per i servizi elettronici la possibilità di godere di un’aliquota IVA agevolata deve intendersi preclusa “a priori”, ai sensi della direttiva 2006/112/CE. Un diverso regime impositivo è, peraltro, giustificato dal diverso prezzo (generalmente molto più basso) al quale normalmente sono venduti i libri digitali forniti per via elettronica rispetto ai libri digitali forniti tramite un supporto fisico. ****** 8) Le società in house svolgono attività anche a favore di terzi Le società in house, pur avendo l’obbligo di avere un “oggetto sociale esclusivo”, possono svolgere anche attività a favore di terzi (nel rispetto delle norme comunitarie e degli artt. 5 e 192 del D.Lgs n. 50/2016). E’ stato, infatti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 120 del 8 settembre 2016 il Decreto legislativo n. 175 del 19 agosto 2016, recante il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica”. Tale decreto costituisce l’attuazione di alcune delle deleghe che la legge n. 124 del 7 agosto 2015 la c.d. “Riforma Madia”) aveva conferito al Governo in materia di riorganizzazione della pubblica amministrazione. Il testo unico prevede una razionalizzazione e riduzione della spesa pubblica intervenendo sulla gestione delle partecipazioni aumentandone l’efficienza favorendo la tutela e la promozione della concorrenza e del mercato. In particolare si tende a: - una riduzione delle società partecipate, con particolare riferimento alle società inattive e a quelle che non producono servizi indispensabili alla collettività; - una razionalizzazione dei compensi degli amministratori; - l’individuazione di criteri chiari sulla base dei quali sarà possibile costituire e gestire le società partecipate. Costituzione di una società a partecipazione pubblica Le amministrazioni pubbliche possono partecipare esclusivamente a società, anche consortili, costituite in forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata, anche in forma cooperativa. La costituzione di società a partecipazione pubblica avviene attraverso una deliberazione adottata con: - decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con i ministri competenti per materia, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, in caso di partecipazioni statali; - provvedimento del competente organo della regione, in caso di partecipazioni regionali; - deliberazione del consiglio comunale, in caso di partecipazioni comunali; - delibera dell'organo amministrativo dell'ente, in tutti gli altri casi di partecipazioni pubbliche. Finalità perseguibili Attraverso la partecipazione in società, le amministrazioni pubbliche possono, svolgere le seguenti attività: - produzione di un servizio di interesse generale, inclusa la realizzazione e la gestione delle reti e degli impianti funzionali ai servizi medesimi; - progettazione e realizzazione di un'opera pubblica sulla base di un accordo di programma fra amministrazioni pubbliche; - realizzazione e gestione di un'opera pubblica ovvero organizzazione e gestione di un servizio d'interesse generale attraverso un contratto di partenariato con un imprenditore selezionato; - autoproduzione di beni o servizi strumentali all'ente o agli enti pubblici partecipanti, nel rispetto delle condizioni stabilite dalle direttive europee in materia di contratti pubblici e della relativa disciplina nazionale di recepimento; - servizi di committenza, incluse le attività di committenza ausiliarie, apprestati a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici. Il decreto prevede espressamente che le amministrazioni pubbliche non possono, direttamente o indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali. Il decreto inoltre si occupa: - della gestione amministrativa, anche in caso di crisi aziendale; - della gestione del personale; - della trasparenza; - del coordinamento con le norme già vigenti in materia. ****** 9) Intesa tra Notai e Agenzia delle entrate della Sicilia Protocollo d’intesa tra Comitato regionale e Agenzia delle entrate della Sicilia. Migliore rapporto con i contribuenti e uniformità dei comportamenti degli uffici. Notai, protocollo d’intesa tra Comitato regionale e Agenzia delle entrate della Sicilia Firmato l’accordo tra il Notaio Renato Caruso e il Direttore Pasquale Stellacci. Lo rende noto il comunicato stampa del 9 settembre 2016, pubblicato sul sito internet del Consiglio nazionale del notariato. Un protocollo d’intesa in ambito regionale tra l’Agenzia delle Entrate e il Comitato Notarile della Sicilia a vantaggio della certezza fiscale dei contratti stipulati dai Notai per i cittadini, dei servizi catastali e di pubblicità immobiliare. L’accordo è stato firmato nella sede della Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate tra il direttore Pasquale Stellacci e il Notaio Renato Caruso, Presidente del Comitato Regionale Notarile della Sicilia. La collaborazione nasce per ottimizzare i rapporti tra gli uffici dell’Agenzia delle entrate e i Notai e ha l’obiettivo di garantire uniformità dei comportamenti degli uffici dell’Agenzia anche per quanto concerne la tassazione degli atti notarili ai fini dell’imposta di registro e ai servizi catastali e di pubblicità immobiliare. Il nuovo protocollo d’intesa segue e rafforza il primo accordo del 2014 nato “dall’esigenza di una corretta e certa interpretazione fiscale di negozi giuridici, soprattutto quelli di maggiore complessità”. Gli uffici dell’Agenzia e i Notai opereranno insieme per promuovere la semplificazione delle procedure e degli adempimenti tecnici e amministrativi finalizzati all’applicazione delle norme tributarie. Sono previsti incontri periodici, con cadenza almeno semestrale, per esaminare insieme le problematiche maggiormente rilevanti ai fini della corretta interpretazione e applicazione delle disposizioni tributarie. Nei casi di particolare rilevanza, l’Agenzia e il Comitato potranno fissare incontri anche al di fuori del calendario programmato. Il tavolo tecnico sarà composto dal Direttore regionale dell’Agenzia, dal capo settore Servizi e consulenza, dal capo Ufficio legale, dal capo ufficio Attività immobiliari, da due funzionari del settore e dai dirigenti e dai direttori provinciali interessati. Per i Notai parteciperanno il Presidente del Comitato regionale e tre notai preventivamente designati. “Un accordo voluto per venire incontro alle esigenze di contribuenti e per limitare criticità sia interpretative che applicative nonché eventuali prassi difformi che possano dare origine a possibili contenziosi” – dice il Notaio Caruso, Presidente del Comitato Regionale. ****** 10) IVA omessa: riforma delle sanzioni La Corte costituzionale, con l’ordinanza n. 209 del 8 settembre 2016, ha rinviato al giudice remittente la valutazione della complesse ricadute sul singolo caso concreto relativo all’omesso versamento IVA, anche a seguito delle modifiche apportate allo stesso dal D.Lgs. n. 74/2000 e in considerazione delle modifiche apportate all’art. 13 del medesimo decreto, relativamente alle cause di non punibilità. La riforma del sistema sanzionatorio penal-tributario attuata ad opera del D.Lgs. n. 158/2015 potrebbe risolvere la questione relativa alla legittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000, il quale configurandosi, alla stregua della giurisprudenza prevalente della Corte di legittimità, come fattispecie a dolo specifico, non si distinguerebbe neanche sotto il profilo dell’elemento soggettivo dal corrispondente illecito tributario. In base alla nuova formulazione della norma, l’omesso versamento dell’IVA dovuta sulla base della dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo è punibile con la reclusione da 6 mesi a due anni se l’ammontare del versamento è superiore a 250.000 euro. Inoltre, il reato non è puniti se - prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado - i debiti tributari, comprese le sanzioni amministrative e gli interessi, sono estinti mediante il pagamento integrale degli importi dovuti. Vincenzo D’Andò