IRAP e professionista con segretaria

Il professionista che si serve esclusivamente dell’ausilio di una segretaria e di un complesso di beni strumentali che non sono eccedenti il minimo indispensabile per lo sviluppo della propria attività non è soggetto passivo IRAP in quanto non sussiste il presupposto impositivo di autonoma organizzazione, lo conferma la suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 9451/2016.

Commento
La vicenda da cui trae origine la pronuncia della Suprema Corte in parola vede il ricorso in Cassazione dell’Agenzia delle Entrate nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania che, rigettandone l’appello, aveva riconosciuto a favore di un professionista (un avvocato) il diritto ad essere rimborsaro di quanto versato a titolo IRAP in riferimento agli anni dal 2000 al 2004. Il giudice d’appello aveva infatti ritenuto d poter rilevare che nello svolgimento dell’attività professionale il contribuente si avvaleva “solo di un lavoratore dipendente con mansioni di segretario e di beni strumentali minimi” ritenendo, quidi, che “la presenza (in misura) minimale di strumenti e di collaborazione non costituiva autonoma organizzazione” così come viene previsto dall’articolo 2 del Decreto Legislativo 18 dicembre 1997, n. 446. Secondo l’Agenzia, invece, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini dell’IRAP ricorrerebbe ogni qual volta inn cui il contribuente sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e si avvalga della collaborazione anche di un solo dipendente.
Nella sentenza che stiamo commentando le Sezioni Unite della Suprema Corte osservano che l’evoluzione storica della giurisprudenza di Cassazione in materia di assoggettabilità dell’attività professionale ad IRAP, può essere distinta in due distinte fasi successive e che della prima può essere ritenuta esemplare la sentenza n. 3676 del 2007, incentrata sul presupposto dell’imposta, che viene regolato dagli articoli 1 e 2 del Decreto Legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, istitutivo del tributo, mentre la seconda fase è stata piuttosto caratterizzata dalla definizione dei contorni della platea dei soggetti passivi. Le Sezioni unite, in riferimento al presupposto impositivo costituito dalla sussistenza di una autonoma organizzazione, condividono i principi e, più generalmente, l’impianto ricostruttivo fornito a suo tempo con ill primo indirizzo interpretativo e tuttavia ritengono che essi meritino delle precisazioni relativamente al fattore costituito dalle caratteristiche delle prestazioni lavorative fornite dai collaboratori del professionista-contribuente.
Secondo l’opinione della suprema Corte, fra “gli elementi suscettibili di combinarsi con il lavoro dell’interessato, potenziandone le possibilità necessarie”, accanto ai beni strumentali devono essere considerati anche i mezzi “personali” di cui il professionista ha la possibilità di avvalersi per lo svolgimento della propria attività lavorativa. Affinché questi effettivamente le rechino un contributo significativo, è necessario che le mansioni svolte dal collaboratore (non occasionale) concorrano o si combinino con quello che è il contenuto proprio della specifica professionalità espressa dal professionista nella “attività diretta alla scambio di beni a di servizi”, di cui fa menzione l’articolo 2 del D.Lgs. n. 116 del 1997, e ciò vale tanto per il professionista che per l’esercente l’arte, come, più in generale, per il lavoratore autonomo ovvero per le figure “border-line” individuate nel corso degli anni ad opera della giurisprudenza. Infatti, è solo in tali casi che si può parlare, così come si esprimono le Sezioni Unite della Suprema Corte nella sentenza in commento, di “valore aggiunto” . Sostanzialmenete diverso è il caso in cui il professionista, nello svolgimento della propria attività, si avvalga, anche se in modo non occasionale, di prestazioni lavorarative altrui quando queste si concretizzino nel semplice espletamento di mansioni …

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