Ritornano le dichiarazioni IVA periodiche (e abolita l’annuale)? – Diario quotidiano del 24 agosto 2016

Pubblicato il 24 agosto 2016



1) Enti non commerciali: con lo statuto ad hoc sono salve le agevolazioni L. 398/1991 anche se manca tutto il resto
2) Paesi white list in G.U.: aggiornata la lista dei paesi fiscalmente collaborativi
3) In G.U. le linee guida Anac per le imprese che forniscono beni e servizi a ospedali e Asl
4) Ritornano le dichiarazioni Iva periodiche (e non più annuali)
5) Medici di base: Irap si o no?
6) Immobile confiscabile all’effettivo titolare
7) Credito d’imposta ricerca e sviluppo: nuovi chiarimenti dal fisco
8) Come poter accedere al patrocinio gratuito
9) Per il recupero del credito d’imposta vale l’effettivo utilizzo della somma
10) E’ l’Agenzia delle entrate che deve fornire la prova che sia stato materialmente emanato l’atto
diario-quotidiano-articoli-8 1) Enti non commerciali: con lo statuto ad hoc sono salve le agevolazioni L. 398/1991 anche se manca tutto il resto 2) Paesi white list in Gazzetta Ufficiale: aggiornata la lista dei paesi fiscalmente collaborativi 3) In G.U. le linee guida Anac per le imprese che forniscono beni e servizi a ospedali e Asl 4) Ritornano le dichiarazioni Iva periodiche (e non più annuali) 5) Medici di base: Irap si o no? 6) Immobile confiscabile all’effettivo titolare 7) Credito d’imposta ricerca e sviluppo: nuovi chiarimenti dal fisco 8) Come potere accedere al patrocinio gratuito 9) Per il recupero del credito d’imposta vale l’effettivo utilizzo della somma 10) E’ l’Agenzia delle entrate che deve fornire la prova che sia stato materialmente emanato l’atto   ***   1) Enti non commerciali: con lo statuto ad hoc sono salve le agevolazioni L. 398/1991 anche se manca tutto il resto Enti non commerciali: Lo statuto prevale sulle scritture contabili, sono salve le agevolazioni L. 398/1991. Lo statuto dell’ente non profit prevale su tutto. Non conta che l’associazione sportiva non sia in grado di produrre, a seguito di richiesta dell’Agenzia delle entrate i libri sociali e le scritture contabili perché andate distrutte a seguito di incendio avvenuto presso la sede sociale dell’ente non commerciale, e, quindi, per cause non imputabili all’ente. Non possono, quindi, essere negate all’associazione sportiva le agevolazioni fiscali di cui al regime speciale regolate dalla Legge n. 398/1991, se è almeno è riuscita a produrre la documentazione per l’anno in corso. E’ quanto ha sancito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15479 del 26 luglio 2015, con la quale introduce il principio dell’inversione dell’onere della prova a carico del fisco in relazione alla possibilità di contestare i bonus fiscali previsti per gli enti non profit a seguito dell’avvenuta opzione nel regime forfetario contenuto nella Legge n. 398/1991 In particolare, l’Amministrazione finanziaria non può contestare la contabilità dell’associazione che si avvale del regime di favore (L. 398/1991) a seguito del mancato rinvenimento dei libri sociali e contabili presso la sede sociale. Respinte, quindi, dalla Corte di legittimità le presunzioni avanzate dall’Agenzia delle entrate. Peraltro la C.T.R. aveva già messo in risalto che lo statuto dell’Associazione, redatto in base alle norme del DPR 917/1986 (senza clausole difformi rispetto a quelle previste), consente la “decommercializzazione” dei proventi commerciali. E nel contesto l’Agenzia delle entrate non è riuscita a provare che l’associazione avesse svolto attività anche nei confronti di terzi estranei. Per cui è bastato questo a far si che all’ente non commerciale non possa essere contestata l’attività istituzionalmente svolta nei confronti dei propri soci in ottemperanza di quanto previsto dall’atto costitutivo e dallo statuto sociale. La circostanza che l’ASD non abbia potuto mostrare a richiesta i libri sociali e le scritture contabili, poiché andate distrutte (come da denuncia agli organi di competenza, nel caso di specie non contestabile neppure nei tempi di avvenuta esecuzione), non ha scalfito la decisione della Suprema Corte favorevole all’associazione sportiva dilettantistica. La L. 398/91 consente di determinare forfetariamente sia il reddito imponibile ai fini delle imposte dirette, sia l’IVA da versare all’Erario. Tale regime può essere scelto dagli enti associativi nonché dalle società sportive dilettantistiche che, operando senza scopo di lucro, abbiano conseguito, nel periodo d’imposta precedente, proventi commerciali per un importo non superiore a 250.000 euro. L’esercizio dell’opzione, mediante l’indicazione nel quadro VO e la comunicazione all’ufficio SIAE territorialmente competente, dovrà essere comprovata dall’adozione di un “comportamento concludente” coerente con quanto previsto dalla L. 398/91. Altra agevolazione rilevante è data dalla de-commercializzazione dei c.d. “corrispettivi specifici” versati dai propri associati, dagli associati di altre associazioni che “svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento, atto costitutivo o statuto fanno parte di un’unica organizzazione locale o nazionale”, nonché dai tesserati per la partecipazione alle attività svolte dal sodalizio in “diretta attuazione degli scopi istituzionali”. Ai fini della de-commercializzazione, l’ente dovrà conformare lo statuto alle clausole previste dall’art. 148, comma 8 del TUIR (e art. 4, comma 7 del DPR 633/72) e presentare il modello EAS.   ******   2) Paesi white list in Gazzetta Ufficiale Aggiornata la lista dei paesi fiscalmente collaborativi, e con effetti immediati in relazione alla tassazione dei titoli di debito emessi da questi. La “white list” degli stati e territori con i quali è attuabile lo scambio di informazioni ai sensi delle convenzioni contro le doppie imposizioni comprende adesso 123 nazioni. L’aggiornamento si è reso possibile, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 195 del 22 agosto 2015, del decreto 4 agosto 2016, che ha integrato il precedente. Il decreto internazionalizzazione (Dlgs n. 147/2015) ha previsto che l’elenco degli stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni debba essere ora aggiornato con cadenza semestrale. La modifica ha effetti rilevanti per quanto riguarda il regime fiscale dei soggetti non residenti. Ai sensi dell’articolo 6 del Dlgs n. 239/1996, infatti, non sono soggetti a imposizione gli interessi, premi e altri frutti delle obbligazioni e titoli similari percepiti da soggetti residenti negli stati o territori indicati dalla white list. Inoltre, per quanto riguarda i contribuenti italiani, l’emissione di un bond statale da parte di un paese collaborativo consente l’applicazione dell'aliquota impositiva del 12,5%, al pari dei titoli di stato nazionali. Ai fini dell’applicazione delle disposizioni indicate nell’art. 6, comma 1, del decreto legislativo 1° aprile 1996, n. 239, gli Stati e territori con i quali é attuabile lo scambio di informazioni sono i seguenti: Albania Alderney Algeria Anguilla Arabia Saudita Argentina Armenia Aruba Australia Austria Azerbaijan Bangladesh Belgio Belize Bermuda Bielorussia Bosnia Erzegovina Brasile Bulgaria Camerun Canada Cina Cipro Colombia Congo (Repubblica del Congo) Corea del Sud Costa d'Avorio Costa Rica Croazia Curacao Danimarca Ecuador Egitto Emirati Arabi Uniti Estonia Etiopia Federazione Russa Filippine Finlandia Francia Georgia Germania Ghana Giappone Gibilterra Giordania Grecia Groenlandia Guernsey Herm Hong Kong India Indonesia Irlanda Islanda Isola di Man Isole Cayman Isole Cook Isole Faroe Isole Turks e Caicos Isole Vergini Britanniche Israele Jersey Kazakistan Kirghizistan Kuwait Lettonia Libano Liechtenstein Lituania Lussemburgo Macedonia Malaysia Malta Marocco Mauritius Messico Moldova Montenegro Montserrat Mozambico Nigeria Norvegia Nuova Zelanda Oman Paesi Bassi Pakistan Polonia Portogallo Qatar Regno Unito Repubblica Ceca Repubblica Slovacca Romania San Marino Senegal Serbia Seychelles Singapore Sint Maarten Siria Slovenia Spagna Sri Lanka Stati Uniti d'America Sud Africa Svezia Svizzera Tagikistan Taiwan Tanzania Thailandia Trinitad e Tobago Tunisia Turchia Turkmenistan Ucraina Uganda Ungheria Uzbekistan Venezuela Vietnam Zambia.   ******   3) In G.U. le linee guida Anac per le imprese che forniscono beni e servizi a ospedali e Asl Sono state pubblicate, nella Gazzetta Ufficiale n. 194 del 20 agosto 2016, le linee guida Anac per le imprese che forniscono beni e servizi a ospedali e Asl Stretta anticorruzione nella sanità: Il prefetto azzera gli organi sociali o li commissaria. La svolta dell’Autorità nazionale anticorruzione nei confronti delle imprese accreditate con il Servizio sanitario nazionale, che vengono assoggettate alle misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio già previste nei confronti degli appaltatori e dei concessionari di opere e lavori pubblici. Nei casi più gravi, i prefetti potranno ordinare il rinnovamento degli organi sociali, nominando dei commissari. La novità è stata introdotta dall'ultima legge di Stabilità (legge 208/2015), il cui comma 704 ha modificato l’art. 32 del dl 90/2014. Adesso gli aspetti operativi della nuova disciplina sono stati illustrati nelle linee guida ora diffuse dall'Anac come pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 194/2016. Queste ultime estendono l’ambito di applicazione delle misure di prevenzione a tutte le strutture sanitarie private convenzionate con le regioni e con le Asl. Vi rientrano, quindi, non solo le imprese in possesso dei titoli abilitativi previsti dalla normativa nazionale, ma anche quelle che operano sulla base di accordi contrattuali stipulati ai sensi delle normative regionali di riferimento. Ciò, inoltre, anche allorquando l’accordo contrattuale non si sia ancora perfezionato, ma le prestazioni vengano di fatto espletate e il servizio erogato. Il fine è quello di consentire che, in presenza di gravi fatti o di gravi elementi sintomatici, che hanno, rispettivamente, o già determinato ricadute penali o sono comunque suscettibili di palesare significativi e gravi scostamenti rispetto agli standard di legalità e correttezza, l’esecuzione dell’accordo contrattuale per l’erogazione di prestazioni a carico del Ssn non venga oltremodo a soffrire di tale situazione.   ******   4) Ritornano le dichiarazioni Iva periodiche (e non più annuali) Si va verso il ritorno delle dichiarazioni Iva periodiche e non più annuali. Monito all’Italia dal Fondo monetario internazionale (FMI). Riguardo gli adempimenti Iva, emerge che l’Italia è l’unico stato membro a non richiedere ai soggetti passivi una dichiarazione periodica, mensile o trimestrale, obbligatoria secondo la normativa Ue. La legge nazionale, invece, impone soltanto una dichiarazione annuale, che la direttiva prevede come facoltativa ma in aggiunta alle denunce periodiche. Dunque, la situazione italiana, per gli obblighi Iva, è in netto contrasto con la normativa armonizzata, rappresentando un’anomalia unica nel panorama dell’Ue, finora ignorata o tollerata dai competenti organismi unionali. Pertanto, il rapporto del Fmi rileva che l'Italia è l'unico Stato membro dell'Unione europea che non ha obblighi di dichiarazione Iva mensili o trimestrali. Si osserva, poi, che la scadenza della dichiarazione annuale, fissata nel mese di settembre dell'anno successivo (dal 2017 a febbraio), è in ritardo secondo gli standard internazionali, che impongono alle imprese, in quanto esattori dell'imposta per conto dell'erario, «obblighi di comunicazione regolari e tempestivi». La conclusione è quella che si debbano introdurre dichiarazioni Iva mensili e trimestrali, come nella maggior parte dei paesi, da presentare entro uno-tre mesi dalla fine del periodo. Potrebbe invece essere abolita, giacché ammessa ma non imposta dalla direttiva, la dichiarazione annuale che richiede informazioni non rilevanti per il calcolo dell'imposta, che potrebbero quindi essere richieste solo in caso di controllo.   ******   5) Medici di base: Irap si o no? Sui medici di base si continua ad assistere a nuovi interventi della Suprema Corte. Due decisioni fanno di nuovo il punto della situazione, anche se in maniera opposta. In particolare, l’ordinanza della Corte di cassazione n. 17190 del 18 agosto 2016, ha stabilito che il medico di base con quattro studi è soggetto ad Irap, mentre, invece, la sentenza n. 17191 del 18 agosto 2016 stabilisce che non é dovuta l'Irap dal medico con una segretaria. Corte di cassazione n. 17190 del 18 agosto 2016 Nel caso di specie, concernente l’attivita del medico di base convenzionato con il SSN, nel quale la presenza di personale risulta limitata ad una sola persona part time con mansioni di segretaria, la soglia minima non risulta superata. In ordine poi alle spese per beni strumentali, non si evince, dalla sentenza impugnata e dagli atti, che, per tipologia ed entità, sia stato superato il “minimo indispensabile” per l'esercizio della professione. Alla luce di tali considerazioni, in accoglimento del ricorso del contribuente, la Cassazione ha respinto le richieste dell’Agenzia delle entrate. Corte di cassazione n. 17191 del 18 agosto 2016 Nella specifica ipotesi del medico di base, viene precisato che un supporto organizzativo di beni strumentali (nel caso di specie 4 studi) e di collaboratori può servire non solo ad incrementare il numero dei pazienti (e quindi il reddito) del medico di base, ma anche, nel caso del massimalista, a mantenere tale numero (e quindi il reddito) garantendo, attraverso il miglior servizio reso ai pazienti, la fidelizzazione di medesimi. Per cui è stato respinto il ricorso del contribuente.   ******   6) Immobile confiscabile all’effettivo titolare E’ legittima la confisca dell’immobile intestato alla ex. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35202 del 22 agosto 2016, ha avallato la tesi del tribunale cautelare, il quale è riuscito correttamente a motivare che l’ex moglie non avesse le provviste necessarie per entrare nella disponibilità del bene a lei formalmente intestato (e ciò sarebbe evidentemente sufficiente), dato che l’acquisto è risultato avvenuto con disponibilità finanziarie riferite al marito/reo Si è, quindi, pervenuti alla logica conclusione dell’effettiva titolarità in capo al coniuge indagato. Quindi, la Suprema Corte ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, di un immobile intestato alla moglie ma pagato con denaro dell’ex marito, indagato per frode tributaria. Ciò, respingendo il ricorso della donna intestataria dell’immobile, avverso l’ordinanza che ha negato il riesame della disposta misura cautelare. Sul punto, la Corte ribadisce innanzitutto che la presunzione di fittizietà dei trasferimenti nei confronti del coniuge, si riferisce alle sole misure di prevenzione e non può trovare applicazione nel diverso settore delle misure reali in materia tributaria. Pur tuttavia, l’ordinanza qui impugnata contiene elementi concreti e tutt’altro che apparenti, indicativi dell’attribuibilità dell’immobile della ricorrente, al marito separato. Si è trattati di fatti di una separazione solamente formale tra i coniugi, alla luce delle cointeressenze economiche tra i due, non solo proseguite ma anche sorte ex novo, nonché della residenza comune, presso la medesima località. La circostanza che il marito paga il mutuo lo rende titolare. La Suprema Corte pone in evidenza la sproporzione del mutuo concesso alla donna per l’acquisto dell’immobile, rispetto alle capacità economiche della stessa, nonché la fonte della provvista per pagarne le rate, proveniente da bonifici disposti sia dal marito, sia dalle società coinvolte nel meccanismo della frode tributaria.   ******   7) Credito d’imposta ricerca e sviluppo: nuovi chiarimenti dal fisco L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 66/E del 3 agosto 2016, ha fornito indicazioni in merito al credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo previsto dall’art. 3 del D.l. n. 145/2013. In precedenza, la stessa Agenzia si era già pronunciata sulla disciplina agevolativa con la circolare dell’Agenzia delle entrate n. 5/E del 2016. L’agevolazione in esame consiste nell’attribuzione di un credito d’imposta sulle spese sostenute per le attività di ricerca e sviluppo, con due diverse misure, del 25% (in via ordinaria) e del 50% (per le spese del personale altamente qualificato e per la ricerca c.d. extra muros), per un periodo di 5 anni (2015-2019) ed è fruibile dalle imprese – a differenza di precedenti regimi – attraverso un’autoliquidazione dei suoi effetti in sede di dichiarazione dei redditi, senza quindi la necessità di presentare apposita richiesta. Essa si basa su un approccio incrementale, cioè le spese sono agevolate per la parte eccedente la media delle spese di analoga natura sostenute nei periodi d’imposta 2012-2014 (c.d. media di riferimento). Ciò posto, nel caso di specie l’impresa interpellante aveva sostenuto nel 2015 spese per due distinti progetti di ricerca e sviluppo cofinanziati dall’Unione europea mediante apposito bando. In particolare, per il progetto A era prevista l’erogazione di un contributo in conto capitale pari al 50% delle spese totali, mentre per il progetto B il relativo bando ha riconosciuto all’interpellante un contributo in conto capitale pari al 100% del “costo del personale altamente qualificato addetto alla progetto di ricerca”. Al riguardo l’Agenzia delle entrate, ribadendo quanto già affermato nella sua circolare n. 5/E del 2016, precisa che ai fini del calcolo dell’agevolazione i contribuenti devono assumere quale costo rilevante – e, cioè, quale onere riferibile alle singole tipologie di costo agevolate – il costo di competenza “al lordo della parte di contributo ricevuto con riferimento al medesimo costo, anche nel caso in cui il contributo sia pari all’intero costo”; ed identico criterio – costo al lordo del contributo – trova applicazione anche ai fini del calcolo della media di riferimento. Solo dopo aver determinato in questo modo il credito d’imposta spettante occorre verificare che il relativo importo, “cumulato con i contributi ricevuti in relazione ai costi eleggibili presi a base di calcolo del benefici, non risulti superiore ai medesimi costi ammissibili nel periodo di imposta per il quale si intende accedere all’agevolazione”. Nel caso di specie, dunque, si evince che per quanto riguarda il progetto B non spetta il credito d’imposta, visto che il contributo dell’Unione europea copre l’intero costo agevolato o, per meglio dire, il cumulo tra l’importo del credito d’imposta virtualmente spettante – pari al 50% della spesa agevolata – e il contributo ricevuto supera il costo sostenuto per il personale altamente qualificato. Per quanto riguarda, invece, il progetto B, anche ipotizzando che all’impresa spetti il credito d’imposta nella misura maggiorata del 50% della spesa agevolata, il contributo dell’Unione europea non pregiudica la spettanza del credito d’imposta, visto che in questo caso il cumulo tra le due agevolazioni non supera i costi sostenuti per l’attività di ricerca e sviluppo. A fronte, di una spesa di 100, infatti, il contribuente riceverà 50 a titolo di cofinanziamento UE e 50 a titolo di credito d’imposta.   ******   8) Come poter accedere al patrocinio gratuito Su come potere accedere al patrocinio gratuito è intervenuta una decisione della Suprema Corte. Difatti, per accedere al patrocinio gratuito il reddito deve essere calcolato al netto delle deduzioni. In particolare, la Corte di Cassazione, con la sentenza 34935/2016 ha precisato che per accedere al patrocinio gratuito a spese dello Stato il limite di reddito deve intendersi al netto degli oneri deducibili. La Corte conclude escludendo che gli oneri deducibili possano concorrere alla determinazione del reddito per accedere al patrocinio gratuito, poiché “gli oneri deducibili individuano la parte di reddito di cui, per ragioni di politica legislativa, non si deve tener conto per determinare il livello di contribuzione del singolo alle spese della collettività, tanto vale anche nel momento di attivazione dei meccanismi giudiziari, che comportano un costo per la collettività cui devesi far fronte con i prelievi riferibili a redditi realmente espressivi della capacità contributiva del soggetto interessato” La Corte ha, infine, chiarito che concorrono invece alla determinazione del reddito per accedere al patrocinio gratuito i redditi esenti, quelli soggetti alla tassazione alla fonte e quelli soggetti a imposta sostitutiva.   ******   9) Per il recupero del credito d’imposta vale l’effettivo utilizzo della somma Le quote già compensate senza averne diritto possono essere richieste dagli uffici del Fisco al contribuente anche se fruite in periodi d’imposta ormai non più accertabili La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15190/2016, ha stabilito che il termine di decadenza per il recupero dei crediti d’imposta spalmabili in più anni, risultati inesistenti dai controlli effettuati dall’Agenzia delle Entrate, decorre non dall’anno in cui il diritto al bonus è sorto, ma da quando la somma è stata, nelle diverse annualità, effettivamente utilizzata in compensazione. Una società di capitali impugnava un avviso di recupero emesso ai sensi dell’articolo 1, comma 421, della legge 311/2004, notificato il 5 aprile 2007, con il quale veniva ripreso a tassazione un credito d’imposta, ex articolo 8 della legge 388/2000, maturato nell’anno d’imposta 2001, indicato nella dichiarazione dei redditi del 2002 e utilizzato in compensazione nelle annualità dal 2002 al 2005. La Ctp di Palermo respingeva il ricorso. La Ctr della Sicilia accoglieva l’appello in base alla circostanza che l’ufficio era incorso nella decadenza dal potere accertativo, avendo provveduto alla notifica dell’avviso di recupero in data 5 aprile 2007 ossia oltre il termine di quattro anni previsto dall’articolo 43 del Dpr 600/1973, decorrente, nel caso esaminato, dal 31 dicembre 2002, anno nel quale il credito era stato esposto in dichiarazione. Avverso la pronuncia dei giudici di secondo grado, l’Agenzia delle Entrate ha interposto ricorso per cassazione affidato a un solo motivo. I giudici di legittimità, accogliendo il motivo di ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, hanno consentito all’avviso di recupero del credito d’imposta, previsto dall’articolo 8 della legge 388/2000, di estendere i propri effetti oltre il perimetro naturale della sua efficacia accertativa, prevedendone l’utilizzo per la ripresa a tassazione di crediti portati in compensazione, ma ritenuti inesistenti, anche nell’ipotesi in cui il relativo termine di controllo sia scaduto con riferimento a pregressi periodi d’imposta. Pertanto, se da un lato l’uso del credito è rimesso alla discrezionalità del contribuente beneficiario per quanto attiene la scelta del periodo d’imposta, dall’altro, il controllo, cui è tenuta l’Amministrazione, sulla spettanza dello stesso, deve essere esercitato nel rispetto dei predetti termini di decadenza e in relazione a ogni singolo periodo d’imposta. L’interpretazione dell’articolo 43, così come fornita dalla Cassazione, è suffragata dalle disposizioni che, nel tempo, sono state emanate per regolamentare la riscossione dei crediti indebitamente utilizzati: - articolo 1, comma 421, della legge 311/2004 - articolo 27, commi 16 e 17, del Dl 185/2008, convertito nella legge 2/2009.   ******   10) E’ l’Agenzia delle entrate che deve fornire la prova che sia stato materialmente emanato l’atto Qualifiche funzionari, la prova ricade sul fisco: L’avviso di accertamento (quale espressione del potere impositivo) ovviamente incide immensamente nella realtà economica e sociale del contribuente, per cui il destinatario ha il diritto che l’atto venga emanato e sottoscritto da funzionari dotati delle idonee qualità professionali, ponendosi le stesse a garanzia di un corretto operato da parte dell’amministrazione finanziaria. Spetta, quindi, all’Agenzia delle entrate fornire la prova che il soggetto che ha materialmente emanato l’atto, apponendo la propria firma, sia dotato dei requisiti necessari, ovvero l’appartenenza alla carriera direttiva e l’esistenza di una valida delega rilasciata dal direttore dell’ufficio (salvo che la firma sia apposta direttamente da costui). Nessun potere istruttorio è consentito, da ultimo, alla commissione tributaria. Lo ha rimarcato la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13487/2016. La Corte ha rigettato il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate contro una sentenza della Ctr di Palermo favorevole al contribuente. La questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità riguarda l’onere della prova che incombe sull’amministrazione, in merito alle qualità del funzionario che materialmente sottoscrive l’avviso di accertamento. Secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, la regolarità della firma apposta da un funzionario diverso dal direttore dell’ufficio, a norma dell’art. 42 dpr 600/73, è subordinata al rispetto di due requisiti: l’esistenza di una delega rilasciata dal direttore in favore del funzionario (nominativa, motivata e a tempo); l’appartenenza del firmatario alla carriera direttiva (attualmente individuabile nella terza area, secondo l’inquadramento delle posizioni lavorative all’interno dell’Agenzia). Tali requisiti sono posti a garanzia del contribuente, poiché l’avviso di accertamento è atto che incide sulla sfera economica e sociale dello stesso, dacché è necessario che il soggetto materialmente demandato ad emetterlo sia dotato delle necessarie qualità professionali. Qualora il vizio, o meglio il dubbio sulla regolarità della sottoscrizione, sia stato affermato nel ricorso introduttivo, senza alcuna prova in tal senso, spetta all’Agenzia delle entrate, pena la nullità dell’atto, dimostrare il corretto esercizio del potere impositivo, depositando agli atti la delega (che deve rispondere ai predetti canoni di regolarità), oltre che la documentazione che attesti l’appartenenza del firmatario almeno alla terza area professionale.   Vincenzo D’Andò