Diario quotidiano del 2 agosto 2016: modello 770 nuova scadenza e ravvedimento operoso

Pubblicato il 2 agosto 2016



1) Modello 770/2016: presentazione telematica entro il 15 settembre 2016, cambia anche il ravvedimento operoso
2) Come opporsi alle spese sanitarie nel modello 730 precompilato
3) Lavoratori stagionali provenienti da paesi terzi: condizioni di ingresso e soggiorno
4) Società: con lo scioglimento i soci rinunciano ad ogni pretesa economica
5) Interposizione fittizia anche se l’affare è reale
6) Credito d’imposta in favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare
7) Per la consulenza si possono applicare le tariffe professionali anche per chi non è iscritto all’Albo dei commercialisti
8) Previdenza: niente deroghe per l’architetto che svolge l’attività di amministratore di società
9) Solo un anno per presentare la dichiarazione integrativa a favore del contribuente: non basta
10) Obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti non profit affidatari di servizi sociali
11) Le società benefit – parte II
12) I contratti di prossimità (memorandum del CNDCEC)
13) CIGO: criteri per la concessione dei trattamenti di integrazione salariale ordinaria
14) Chiarimenti dalle Dogane
15) Semplificazione per l’invio telematico delle denunce d'infortunio nel periodo feriale
16) Privacy: pubblicato il nuovo accordo per il trasferimento dei dati verso gli USA
17) Istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione ambientale
 
diario-quotidiano-articoli-5Indice: 1) Modello 770/2016: presentazione telematica entro il 15 settembre 2016, cambia anche il ravvedimento operoso 2)  Come opporsi alle spese sanitarie nel modello 730 precompilato 3) Lavoratori stagionali provenienti da paesi terzi: condizioni di ingresso e soggiorno 4) Società: con lo scioglimento i soci rinunciano ad ogni pretesa economica 5) Interposizione fittizia anche se l’affare è reale 6) Credito d’imposta  in favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare 7) Per la consulenza si possono applicare le tariffe professionali anche per chi non è iscritto all’Albo dei commercialisti 8) Previdenza: niente deroghe per l’architetto che svolge l’attività di amministratore di società 9) Solo un anno per presentare la dichiarazione integrativa a favore del contribuente: non basta, documento della FNC 10) Obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti non profit affidatari di servizi sociali: documento della FNC 11) Le società benefit – parte II: documento della FNC 12)  I contratti di prossimità (memorandum del CNDCEC) 13) CIGO: criteri per la concessione dei trattamenti di integrazione salariale ordinaria 14) Chiarimenti dalle Dogane 15) Semplificazione per l’invio telematico delle denunce d'infortunio nel periodo feriale 16) Privacy: pubblicato il nuovo accordo per il trasferimento dei dati verso gli USA

17) Istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione ambientale

 
  1) G.U. - Modello 770/2016: presentazione telematica entro il 15 settembre 2016, cambia anche il ravvedimento operoso E' stato ufficializzato lo spostamento della presentazione telematico del modello 770/2016 al 15 settembre 2016. Questo sulla base del DPCM 26 luglio 2016, contenente il “Differimento di termini per la presentazione in via telematica della dichiarazione dei sostituti d’imposta, relativa all’anno 2015”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 176 del 29 luglio 2016. In particolare, il provvedimento dispone che la dichiarazione dei sostituti d’imposta, di cui all’art. 4, comma 1, del D.P.R. 322/1998, relativa all’anno 2015 deve essere presentata in via telematica, direttamente ovvero tramite i soggetti incaricati di cui all’art. 3, commi 2-bis e 3, del medesimo D.P.R. 322/1998, entro il 15 settembre 2016. Non stiamo qui a ricordare tutte le varie vicissitudini subito dagli operatori del settore per arrivare ad ottenere la suddetta proroga (basta andare a scorrere tutti i vari post sul gruppo facebook del Commercialista Telematico), che in realtà andrebbe fissata a regime ogni anno entro fine settembre. Ravvedimento operoso: si cambia Come avverte la stessa Agenzia delle entrate, all’interno del proprio notiziario fiscale del 1 agosto 2016, il rinvio vale anche sul relativo ravvedimento operoso. Il sostituto, infatti, che non presenta il 770/2016 entro il 15 settembre, potrà rimediare, pagando una pena minima, nei successivi 90 giorni e, quindi, entro il 14 dicembre 2016 (articolo 13, comma 1, lettera c) del Dlgs 472/1997). Il differimento porta con sé, inoltre, il passaggio al 15 settembre 2016, del termine utile per ravvedersi, pagando sanzioni ridotte a un ottavo del minimo (articolo 13, comma 1, lettera b) del DLgs. 472/1997) nel caso di: - Infedele presentazione dei modelli 770/2015 (Semplificato e Ordinario, relativi all’anno d’imposta 2014); - mancata effettuazione delle ritenute nel 2015; - omesso, insufficiente o tardivo versamento delle ritenute operate nel 2015.   ******   2)  Come opporsi alle spese sanitarie nel modello 730 precompilato Come è noto (si veda nel Diario fiscale quotidiano di ieri), l’Agenzia delle entrate ha pubblicato il provvedimento n. 123325 del 29 luglio 2016 recante le “ Modalità tecniche di utilizzo dei dati delle spese sanitarie ai fini della elaborazione della dichiarazione dei redditi precompilata, a decorrere dall’anno d’imposta 2016”. Tale provvedimento tra le altre cose prevede anche la possibilità di potersi opporre all’inserimento delle spese sanitarie. Dunque, tutti coloro che fruiscono delle prestazioni sanitarie possono scegliere di non rendere disponibili all’Agenzia delle entrate i dati sulle proprie spese sanitarie e, quindi, di non farle inserire nella precompilata. L’opposizione, precisa l’Agenzia, può essere esercitata, nel caso di scontrino parlante, non comunicando al soggetto che emette il documento fiscale, il codice fiscale riportato sulla tessera sanitaria (così facendo però si perde il diritto alla detrazione), oppure, negli altri casi, chiedendo al medico o alla struttura sanitaria l’annotazione dell’opposizione sul documento fiscale. Opposizione per le spese sanitarie relative al 2016 Dal 1° ottobre 2016 al 31 gennaio 2017 sarà, inoltre, possibile esercitare il diritto di opposizione, in relazione alle spese sanitarie relative al 2016, richiedendo - via telefono, posta elettronica o presentando l’apposito modello presso un qualsiasi ufficio territoriale - che questi dati siano cancellati dal sistema TS e, quindi non più utilizzati ai fini dell’elaborazione della precompilata. L’opposizione “fai da te” Come spiega l’Agenzia delle entrate, nel mese di febbraio dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento, il contribuente potrà accedere all’area autenticata del sito web dedicato del Sistema Tessera Sanitaria tramite tessera sanitaria TS-CNS, oppure tramite le credenziali Fisconline rilasciate dall’Agenzia delle Entrate. L’assistito potrà consultare l’elenco delle spese sanitarie e selezionare le singole voci per le quali intende esprimere la propria opposizione all’invio dei relativi dati da parte del Sistema Tessera Sanitaria all’Agenzia delle Entrate, per l’elaborazione della dichiarazione precompilata. Spese sanitarie 2016: anche dalle strutture non accreditate Peraltro, è stato esteso l’obbligo di trasmissione al Sistema Tessera Sanitaria dei dati relativi alle prestazioni sanitarie erogate, a decorrere dal 1° gennaio 2016, anche da parte delle strutture autorizzate per l’erogazione dei servizi sanitari non accreditate. Platea estesa Il neo provvedimento rimarca che, a partire dall’anno di imposta 2016, il Sistema tessera sanitaria mette a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, ai fini dell’elaborazione della precompilata, i dati comunicati dalle strutture sanitarie accreditate con il Ssn, dai medici iscritti all’ordine dei medici chirurghi e odontoiatri e dalle strutture non accreditate.   ******   3) Lavoratori stagionali provenienti da paesi terzi: condizioni di ingresso e soggiorno Con esame preliminare di un decreto legislativo si vuole attuare la direttiva europea sulle condizioni di ingresso e di soggiorno: Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Matteo Renzi e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, il 28 luglio 2016, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo di attuazione della direttiva 2014/36/UE sulle condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini di Paesi terzi per motivi di impiego in qualità di lavoratori stagionali. Uno degli obiettivi della direttiva è consentire ai datori di lavoro di soddisfare il fabbisogno di manodopera stagionale e garantire nel contempo che i lavoratori stagionali cittadini di Paesi terzi non vengano impropriamente utilizzati per lavori annuali. Prevede modifiche al Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo Unico Immigrazione – TUI) e al relativo regolamento di attuazione (DPR 31 agosto 1999, n. 394. La direttiva si applica ai cittadini extra UE che chiedono di poter accedere al territorio comunitario per svolgere rapporti di lavoro relativi a settori occupazionali tipicamente stagionali, quali ad esempio agricoltura e turismo, che richiedono quantità di lavoratori notevolmente superiori a quelli abitualmente necessari. Vengono distinti i soggiorni di durata inferiore a 90 giorni da quelli più lunghi. La domanda di soggiorno deve essere corredata: - dal contratto di lavoro; - dall’assicurazione sanitaria; - dalla documentazione che dimostri la disponibilità di un alloggio adeguato; Il decreto disciplina altresì le condizioni per la proroga e i casi di rigetto dell’istanza.   ******   4) Società: con lo scioglimento i soci rinunciano ad ogni pretesa economica Niente da fare per i soci se la propria società di cui facevano parte si è sciolta. Difatti, con la cancellazione dal Registro delle imprese vale la presunzione che i soci abbiano rinunciato, in maniera tacita, all’ottenimento del credito vantato nei confronti della società, ancora incerto ed illiquido. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15782 del 29 luglio 2016, secondo cui, poiché in capo ai soci non si è avuto nessun fenomeno successorio, i medesimi soci non sono legittimati ad impugnare la decisione di merito che rigetta la pretesa, per cui l’eventuale ricorso per Cassazione è inammissibile. Anche se è pur vero che i soci subentrano in tutti i diritti ed i beni della società estinta, anche non compresi nel bilancio di liquidazione, tale fenomeno successorio non opera laddove ci si trovi in presenza, non di beni o di diritti certi e liquidi, bensì di mere pretese o comunque di diritti di credito ancora incerti e illiquidi. Pur tuttavia, la società che, nonostante sia in corso un giudizio risarcitorio, volontariamente si cancelli dal registro delle imprese,  quando l’accertamento giudiziale non sia concluso, si presume che abbia tacitamente rinunciato alla pretesa relativa al credito, ancora incerto e illiquido, per la cui determinazione il liquidatore non si sia attivato, preferendo concludere il procedimento estintivo della società.   ******   5) Interposizione fittizia anche se l’affare è reale E’ legittimo l’accertamento che contesta l’interposizione fittizia anche quando il soggetto interposto sia realmente esistente e le operazioni contestate siano effettivamente realizzate. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15830 del 29 luglio 2016. L’art. 37 del Dpr 600/73 prevede al terzo comma che possono essere imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona. La norma considera elusive le operazioni che costituiscono il mezzo per aggirare l’imposizione fiscale più sfavorevole.   ******   6) Credito d’imposta  in favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare Il legislatore, prima, aumenta la tassazione delle rendite finanziarie per le Casse di Previdenza e per i Fondi pensione rispettivamente, dal 20% al 26% e dall’11 al 20%, e, dopo, propone uno sgravio pari al suddetto incremento, a condizione che gli stessi enti si occupino anche degli interessi del paese, e con ciò sostituendosi allo Stato. Lo rileva il documento della Fondazione Nazionale Commercialisti del 29 luglio 2016, incentrato sul credito d’imposta  in favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare. Com’è noto, attraverso la Legge di Stabilità 2015 (l. 23 dicembre 2014 n. 190) le Casse previdenziali e i Fondi pensione sono chiamati a effettuare investimenti di lungo periodo in settori strategici per il paese. Misura del credito Le Casse previdenziali e i Fondi pensione potranno beneficiare, come contropartita per il loro impegno volontario, di un credito d’imposta. Utilizzando tale credito d’imposta è ripristinata la medesima pressione fiscale relativa ai redditi di natura finanziaria che è stata invece incrementata nel corso del 2014. Infatti, anche le Casse di Previdenza (art. 3 e 4 del d.l. 24 aprile 2014, n. 66) e i Fondi pensione (art. 1 comma 621 della legge 23 dicembre 2014, n. 190-Legge di Stabilità 2015) hanno visto aumentare la tassazione delle rendite finanziarie (assoggettate a imposizione sostitutiva) rispettivamente, dal 20% al 26% e dall’11 al 20%. Decorrenza del credito Come chiarito dalla C.M. 14/E/2016, il credito per le casse di previdenza è calcolato sulla base dei redditi di natura finanziaria realizzati o maturati nel 2015 e con riferimento agli investimenti effettuati nel 2015. Per i Fondi pensione, il credito d’imposta è calcolato sulla base del risultato di gestione maturato in un periodo d'imposta e investito in attività a carattere finanziario a medio o lungo termine nel periodo d'imposta successivo. Pertanto, ai fini dell'applicazione della norma a decorrere dal 2015, il credito è determinato a partire dal risultato di gestione maturato nel 2014 e con riferimento agli investimenti effettuati nel 2015. Investimenti L’investimento può avvenire in maniera diretta attraverso la sottoscrizione o l’acquisto di azioni o di obbligazioni di società che operano nel settore delle infrastrutture ovvero indirettamente attraverso la sottoscrizione o l’acquisto di quote di OICR che investono nel predetto settore o in società non quotate.   ******   7) Per la consulenza si possono applicare le tariffe professionali anche per chi non è iscritto all’Albo dei commercialisti Ok alle tariffe anche per le prestazioni professionali non protette. In mancanza di accordo delle parti, il giudice non è vincolato da direttive o parametri. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15805 del 29 luglio 2016. Nel caso di specie, un tizio agiva in giudizio con decreto ingiuntivo per il pagamento di una somma a titolo di compenso per la predisposizione di una relazione di consulenza utilizzata, poi, nell’ambito di una controversia di lavoro. All’atto del conferimento dell’incarico il ricorrente non risultava iscritto all’albo dei dottori commercialisti. E allora secondo la Corte di Cassazione, il giudice può determinare il corrispettivo dovuto per prestazioni professionali “non protette” (per prestazioni cioè rese senza obbligo di iscrizione negli appositi albi o elenchi) facendo riferimento anche alle “tariffe dettate per le analoghe ovvero per le più o meno corrispondenti prestazioni professionali «protette»”. Ciò sulla base non dell’art. 2233 c.c. – come erroneamente richiamato dalla corte di merito – ma dell’art. 2225 c.c., disposizione relativa in generale al contratto d’opera. In particolare, in tema di lavoro autonomo ai sensi dell’art. 2225 c.c., il corrispettivo, qualora non possa essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice con riferimento a due parametri: Il “risultato ottenuto” e il “lavoro normalmente necessario per ottenerlo”.   ******   8) Previdenza: niente deroghe per l’architetto che svolge l’attività di amministratore di società L’architetto che svolge nella società l’attività di amministratore si deve iscrivere nella gestione commercianti dell’INPS Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15327 del 2016, secondo cui l’obbligo scatta se viene svolta nell’impresa un’attività lavorativa con carattere di abitualità e prevalenza. Dunque, per il libero professionista che, oltre a rivestire il ruolo di amministratore in una società, risulta esserne il vero “dominus”, scatta l’obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti dell’INPS, dal momento che viene a svolgere nella stessa società l’attività lavorativa con carattere di generale abitualità e prevalenza. La Suprema Corte ha così confermato la decisione d’appello con la quale era stato accertato l’obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti per un architetto che, pur risultando amministratore di una società, svolgeva in modo prevalente l’attività professionale propria dell’impresa, ossia quella commerciale.   ******   9) Solo un anno per presentare la dichiarazione integrativa a favore del contribuente: non basta, documento della FNC Termine di presentazione della dichiarazione integrativa a favore del contribuente: documento della Fondazione Nazionale Commercialisti, questione ancora non risolta. La Suprema Corte è del parere che la dichiarazione integrativa a favore del contribuente possa essere presentata soltanto entro il termine “breve” di un anno (termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo), non essendovi invece spazio per una sua presentazione entro il più ampio termine previsto soltanto per le ipotesi di dichiarazione integrativa a sfavore del contribuente (c.d. dichiarazione in malam partem). Lo precisa la Fondazione Nazionale Commercialisti nel documento del 29 luglio 2016. Ed infatti, rileva ulteriormente la FNC, una volta spirato il termine “breve” prescritto per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo, eventuali errori od omissioni in danno del contribuente che abbiano determinato l’indicazione di un maggior reddito o, comunque, di un maggior debito d’imposta o di un minor credito possono essere emendati, in ogni caso, tanto in sede di rimborso, nel rispetto dei relativi termini di decadenza e/o di prescrizione, quanto in sede processuale, e cioè opponendosi alla maggiore pretesa tributaria azionata dal fisco con diretta iscrizione a ruolo a seguito di mero controllo automatizzato. Attraverso la presentazione di un’istanza di rimborso di cui all’art. 38 del DPR n. 602/1973 viene infatti introdotto un autonomo procedimento amministrativo (in cui la istanza diparte costituisce l’atto di impulso della fase iniziale) del tutto distinto dalla attività di controllo automatizzato –formale ed in rettifica –originato dalla presentazione della dichiarazione fiscale. Altre questioni (Irap, società non operative) Si legge ancora nel documento della FNC: In tale sede, l’inapplicabilità delle decadenze prescritte per la sola fase amministrativa costituisce infatti diretta conseguenza dell’operare congiunto di diversi elementi: la natura giuridica della dichiarazione fiscale quale mera esternazione di scienza, il principio di capacità contributiva di cui all’art. 53 della Costituzione, ilprincipio di collaborazione e buona fede nei rapporti tra fisco e contribuente di cui all’art. 10 della L. n. 212 del 2000 nonché il diverso piano sul quale operano le norme in materia di accertamento e riscossione, rispetto a quelle che governano il processo tributario. Le Sezioni Unite hanno pertanto confermato l’orientamento giurisprudenziale che ha ammessola contestazione dell’IRAP sulla base del difetto di autonoma organizzazione da parte del contribuente che ha dichiarato, ma poi non versato, l’imposta (la recentissima Cass. 15 luglio 2016, n. 14496). A tal riguardo, la Suprema Corte ha affermato che, in materia tributaria, l’impugnazione dell’iscrizione a ruolo e della conseguente cartella di pagamento ex art. 36-bisdel DPR n. 600/1973 non è preclusa dal fatto che l’atto impositivo sia fondato sui dati evidenziati dal contribuente nella propria dichiarazione, in quanto tale conclusione presupporrebbe la irretrattabilità delle dichiarazioni del contribuente che, invece,avendo natura di mera esternazione di scienza, sono emendabili in ragione dell’acquisizione di nuovi elementi di conoscenza o di valutazione. Rimedio che la Cassazione ha ritenuto esperibile anche per contestare la qualità di società non operativa, da parte dell’entità che, pur essendosi adeguate in dichiarazione al reddito minimo, hanno poi omesso il versamento della relativa imposta. Ed infatti la cartella esattoriale emessa ex art. 36-bis può essere impugnata non solo per vizi propri ma anche per motivi attinenti al merito della pretesa impositiva, poiché non rappresenta la mera richiesta di pagamento di una somma definita con precedenti atti di accertamento, autonomamente impugnabili e non impugnati, ma riveste anche natura di atto impositivo, trattandosi del primo ed unico atto con cui la pretesa fiscale è stata esercitata nei confronti del dichiarante. Questioni non risolte Come osserva la FNC, non sempre, tuttavia, il sistema di tutele apprestato dall’ordinamento, così come ricostruito dalle Sezioni Unite con riferimento ai limiti e all’oggetto dei vari rimedi amministrativi e processuali a disposizione del contribuente per ritrattare quanto dichiarato a proprio sfavore, sembra in grado di garantire celerità e snellezza della procedura ed il pieno rispetto dei  principi costituzionali. Si pensi, ad esempio, al caso in cui il contribuente abbia commesso un errore in proprio danno in una dichiarazione che evidenzi una perdita fiscale. In simili circostanze, una volta spirato il termine “breve” per la dichiarazione integrativa a favore, il contribuente, ai fini della rettifica,dovrebbe attendere quindi l’esercizio in cui, essendosi esaurite le perdite fiscali da compensare, ritorni ad avere imposte a debito da versare. Conclusioni Conclude la disamina della FNC, alla luce di tali considerazioni, emerge dunque la sensazione che, anche dopo l’apprezzabile arresto delle Sezioni Unite della Cassazione, la questione del termine per la presentazione della dichiarazione integrativa in favore del contribuente tornerà a far parlare di sé, non potendo dirsi definitivamente risolta.   ******   10) Obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti non profit affidatari di servizi sociali: documento della FNC Permane l’obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti del terzo settore affidatari di servizi sociali. In tema interviene la Fondazione Nazionale Commercialisti con il documento del 29 luglio 2016, incentrato  sul “modello 231” ed enti no profit alla luce della riforma del terzo settore e degli orientamenti dell’ANAC. L’importanza dei controlli interni anche nell’ambito degli enti appartenenti al c.d. “terzo settore” è pienamente compresa dal legislatore che, con la recente legge 6 giugno 2016, n. 106, nel delegare il Governo per la riforma dell’intero comparto, enuncia tra i principi e i criteri direttivi anche quello inerente alla necessità di disciplinare gli obblighi di controllo interno, di rendicontazione, di trasparenza e d’informazione, tenuto conto di quanto previsto dal d.lgs. 231/2001. Nell’attuazione della delega, non potrà trascurarsi la circostanza che l’Autorità Nazionale Anticorruzione si è già pronunciata sull’argomento, stabilendo un vero e proprio obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti del terzo settore affidatari di servizi sociali. Muovendo dall’analisi del descritto orientamento, nel presente documento si formulano alcune considerazioni sul concetto di obbligatorietà del modello organizzativo e sulla prassi, ormai invalsa, di imporne l’adozione mediante strumenti diversi dalla legge, atteso che quest’ultima pone piuttosto la questione in termini di facoltatività del modello 231. ASD strumento di frodi fiscali La FNC osserva come anche la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che il Decreto debba essere indirizzato ad ogni tipo di soggetto collettivo, ponendo l’attenzione sulla natura effettiva dell’ente. In altre parole, ai fini dell’assoggettamento alla norma appare corretto che la discriminante non debba essere ricercata nella tipologia di soggetto, bensì nell’attività da esso in concreto svolta. E in effetti, con riferimento all’attività degli enti no-profit, è sufficiente pensare ai valori immobiliari e mobiliari detenuti da alcune fondazioni, ovvero alle associazioni sportive dilettantistiche, che ben possono prestarsi a divenire strumento di frodi fiscali, truffe e malversazioni. Anche gli enti no-profit devono, pertanto, essere ritenuti soggetti a “rischio 231”, considerate, in alcuni casi, le rilevanti conseguenze anche sociali potenzialmente derivanti dalla commissione di un illecito dagli stessi posto in essere. Delibera ANAC n. 32 del 20 gennaio 2016 Il ruolo fondamentale degli enti no-profit nel comparto dei servizi sociali è ben noto all’Autorità Nazionale Anticorruzione che, con la delibera n. 32/2016 intitolata “Linee Guida per l’affidamento di servizi a enti del terzo settore e alle cooperative sociali”, fornisce importanti indicazioni operative alle amministrazioni aggiudicatrici e agli operatori del settore, chiamati ad operare nel rispetto della normativa vigente e dei principi che ne scaturiscono (in primis, parità di trattamento, proporzionalità e trasparenza). Sempre più spesso, infatti, le amministrazioni pubbliche fanno ricorso al terzo settore per l’affidamento di servizi alla persona, in quanto ciò consente di coniugare obiettivi di crescita economica e sociali, contribuendo all’incremento occupazionale e all’integrazione sociale. L’intervento dell’authority deve essere letto nel contesto del vigente quadro normativo comunitario e nazionale in materia di affidamenti di servizi sociali, nonché delle disposizioni di settore che prevedono la possibilità di effettuare affidamenti agli enti no-profit in deroga all’applicazione del Codice dei contratti pubblici, introducendo forme di aggiudicazione o negoziali tali da consentire ai suddetti enti di poter esprimere appieno la propria progettualità. È evidente che, derogando alla disciplina comune, le relative disposizioni trovano applicazione solo nei casi tassativamente previsti e al ricorrere di determinati presupposti oggettivi e soggettivi. È altrettanto evidente che, comportando l’impiego di risorse pubbliche, l’erogazione dei servizi sociali deve essere improntata ai canoni della economicità, efficacia e trasparenza, oltre che della parità di trattamento. In più, nascendo la delibera ANAC anteriormente all’emanazione della legge di delega per la riforma del terzo settore, è inevitabile che le linee guida in essa contenute debbano essere oggetto di integrazione alla luce delle imminenti modifiche normative. Ruolo dei controlli nella riforma del terzo settore Il 3 luglio 2016 è entrata in vigore la Legge n. 106/201632, che delega il Governo alla riforma del Terzo settore, intendendo per tale “il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi”. La legge delega esclude dal Terzo settore le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche; restano fuori dall’ambito applicativo anche le fondazioni bancarie, in quanto concorrono al perseguimento degli obiettivi fissati dalla delega. Tra i principi e criteri direttivi indicati dal delegante, particolare rilievo assumono le disposizioni in materia di amministrazione e controllo degli enti no-profit. Sul punto l’art. 4, alla lettera d) del primo comma, individua i contorni della disciplina attuativa, che dovrà definire le forme e le modalità di organizzazione, amministrazione e controllo degli enti, improntando le relative disposizioni ai principi generali di democrazia, eguaglianza, pari opportunità, partecipazione degli associati e dei lavoratori, nonché ai più specifici principi di efficacia, efficienza, trasparenza, correttezza ed economicità della gestione degli enti, mediante la previsione di strumenti idonei a garantire il rispetto dei diritti degli associati e dei lavoratori. La delega prevede espressamente l’adozione di discipline differenziate, che tengano conto delle caratteristiche peculiari e della struttura associativa degli enti destinatari. In sede di attuazione si renderà, pertanto, necessario ridefinire il sistema di governance degli enti no-profit nel suo complesso, coniugando i tradizionali principi di natura economico-aziendalistica con quelli più strettamente inerenti alle logiche del Terzo Settore. In tal senso, una migliore formalizzazione del sistema di amministrazione e controllo risulta di indubbia utilità al fine di gestire e monitorare il corretto ed effettivo utilizzo delle risorse messe a disposizione del Terzo Settore. Alla lettera d) del medesimo articolo, la legge delega prevede poi l’adozione di una disciplina degli obblighi di controllo interno, di rendicontazione, di trasparenza e d’informazione nei confronti degli associati, dei lavoratori e dei terzi, da differenziare anche in ragione della dimensione economica dell’attività svolta e dell’impiego di risorse pubbliche, regolando il relativo regime sanzionatorio, ma soprattutto tenendo conto di quanto previsto dal D.lgs. 8 giugno 2001, n. 231. Sul punto, viene ribadito come la previsione di sistemi di controllo negli enti no-profit non possa che essere vista con favore, rappresentando di fatto un presupposto indispensabile ai fini della realizzazione degli obiettivi di correttezza, trasparenza ed economicità perseguiti dal riformatore. Il fine ideale, proprio degli enti del Terzo settore, rende infatti imprescindibile una corretta e formalizzazione delle attività svolte con le risorse - contributi e/o erogazioni - rese disponibili dal comparto pubblico/privato e utilizzate per il perseguimento di interessi pubblici. Preso atto che la normativa vigente è inadeguata a disciplinare le funzioni di controllo negli enti no-profit, la delega esige l’emanazione di norme che disciplinino in maniera puntuale forme e modalità di controllo, in modo da consentire azioni adeguate per il miglioramento della trasparenza nell’ambito del comparto interessato. Sulla questione viene evidenziato come, al fine di garantire l’efficacia e l’efficienza dei sistemi di controllo, nell’ambito di tali norme assumerà particolare rilievo la previsione di specifici requisiti di professionalità, in modo da garantire autonomia e autorevolezza di giudizio dei soggetti preposti ai controlli. Quanto alla raccomandazione, formulata nella delega, di tenere conto di quanto previsto dal D.lgs. 231/2001, la formulazione testuale non consente di affermare che la norma atttuativa debba prevedere un obbligo generale di adozione del modello organizzativo per tutti gli enti del Terzo settore. Pertanto, viene rilevato che il testo della delega non riflette integralmente i contenuti della delibera ANAC n. 32/2016 che prevede, invece, - afferma la FNC - un vero e proprio obbligo di adozione del modello 231, ancorché limitatamente agli enti no-profit affidatari di un servizio sociale. Adozione del modello organizzativo nel d.lgs. 231/2001 In relazione al concetto di “obbligatorietà” del modello 231, vengono prima fatte alcune considerazioni generali. Il modello non è imposto coattivamente dal legislatore, il quale piuttosto si limita a suggerirne l’adozione con evidenti fini di contenimento del rischio e di esonero dalla responsabilità. In altre parole, l’ente deve dimostrare non solo che il disegno criminale è riconducibile esclusivamente al soggetto che materialmente ha compiuto l’illecito, ma anche di avere efficacemente introdotto un sistema idoneo a realizzare gli effetti preventivi previsti dalla norma. L’adozione e l’efficace attuazione dei modelli, la nomina dell’organismo di vigilanza e l’effettivo esercizio delle funzioni di controllo da parte di quest’ultimo, l’elusione fraudolenta da parte dell’autore materiale del reato: sono questi gli elementi di prova che l’ente deve produrre al fine di sottrarsi all’applicazione delle sanzioni. La relativa verifica è effettuata dal giudice penale, tenuto ad accertare post factum non solo la colpevolezza dell’autore materiale del reato, ma anche la sussistenza delle suddette circostanze esimenti, valutando l’adeguatezza del modello. Nel documento la FNC sostiene che la responsabilità di matrice civilistica dell’amministratore scaturisce non tanto dall’omessa adozione del modello organizzativo, quanto piuttosto dall’omessa valutazione in merito all’opportunità di prevenire i reati contemplati dal d.lgs. 231/2001 attraverso l’elaborazione di detto modello. Costruzione del modello negli enti no-profit Mancando schemi ed approcci specifici per il no-profit, l’adattamento del dettato normativo richiede un importante sforzo di rielaborazione: per l’elaborazione di un modello adeguato è infatti opportuno traslare principi prettamente aziendalistici, fatte salve le dovute distinzioni connesse alle peculiari caratteristiche degli enti in questione. Il tutto senza dimenticare la funzione “esimente” cui la costruzione del modello, qualunque sia la natura dell’ente che lo adotta, deve essere finalizzata. Al riguardo, sulla scorta di quanto stabilito negli artt. 6 e 748 del d.lgs. 231/2001, tanto la dottrina quanto la giurisprudenza e la prassi hanno individuato nei concetti di idoneità, efficacia, adeguatezza, specificità e dinamicità quelle peculiarità che gli riconoscono la funzione “esimente”. In effetti, nonostante la quasi totalità delle informazioni disponibili faccia riferimento ad una prospettiva di tipo aziendalistico, la FNC ritiene che gran parte dei precetti relativi all’efficacia dei sistemi di controllo e ai meccanismi di gestione del rischio possa essere applicata anche ad organizzazioni che non perseguono scopi lucrativi, attesa anche la coincidenza, per entrambe le macrotipologie di soggetti, dei reati presupposto, delle sanzioni e di tutti gli altri aspetti dell’impianto normativo in questione. In altre parole, le criticità presenti nella costruzione del modello organizzativo per un ente del Terzo settore sono quelle normalmente riscontrabili per qualsiasi tipologia di ente, ferme restando le complessità legate alla natura giuridica e alla peculiare attività svolta da tali soggetti. La “adeguatezza” del modello, pertanto, deve basarsi su una mappatura completa del rischio-reato, tenendo nella dovuta considerazione anche la storia dell’ente e in particolare i suoi rapporti con la Pubblica Amministrazione, ma anche le sue dimensioni e le sue dinamiche organizzative. A tal fine, di indubbia utilità possono risultare le informazioni assunte dalla normativa, anche regionale e di settore, che sovente prevede controlli sulla gestione delle risorse economiche degli enti no-profit. Di tali informazioni deve essere data una lettura in “ottica 231”, in modo da poter impostare tutte le attività successive in base ai criteri posti dal Decreto: in linea di massima, muovendo dall’analisi generale dell’ente e del sistema di controllo interno esistente, è possibile pervenire alla definizione del modello organizzativo attraverso la successiva identificazione delle attività e dei processi aziendali a rischio, la mappatura delle aree a rischio reato e dei processi “sensibili”, la valutazione del rischio reato e, infine, la definizione di principi generali e protocolli specifici di controllo. Costruire un modello adeguato significa pervenire alla definizione di un sistema di controllo al quale possa essere attribuita efficacia esimente in sede di valutazione giudiziale. Il modello è infatti introdotto dal D.lgs. 231/2001 proprio con l’intento di “schermare” l’ente in caso di commissione di uno dei reati-presupposto, consentendo in alcune ipotesi l’esenzione dalla responsabilità, evitando la comminazione delle sanzioni previste dalla norma o determinando, in altre circostanze, il cd. “sollievo sanzionatorio”.   ******   11) Le società benefit – parte II: documento della FNC La Fondazione Nazionale Commercialisti il 29 luglio 2016 ha pubblicato il documento Le società benefit – parte II. Il 28 dicembre 2015, con la Legge di Stabilità, un nuova forma d’impresa ha fatto il proprio ingresso nel diritto societario italiano: la Società Benefit da un’idea di società ibrida nata negli Stati Uniti (Benefit Corporation). Questo nuovo istituto cambierà il panorama delle aziende italiane? Il 2° documento (il primo è stato pubblicato il 15 Maggio 2016)  della FNC si propone di fornire una risposta a tale quesito. Attraverso quest’analisi si vuole andare in profondità riguardo i fenomeni microeconomici e macroeconomici che sono alla base di processi legislativi dei singoli governi e delle organizzazioni sovra-nazionali. Se dal basso, infatti, nascono sempre maggiori e importanti realtà produttive aventi forme ibride; dall’”alto”, o meglio da parte di policy maker (locali, nazionali e internazionali), multinazionali e realtà finanziarie, vi è una risposta positiva e propositiva rispetto a “queste novità”. Al fine di tentare di fornire delle risposte, viene analizzato il fenomeno di convergenza delle diverse forze economiche che definiamo naturale e conseguente all’integrazione economica degli ultimi decenni. Inoltre, facendo un passo indietro di dieci anni, il documento propone un’analisi critica sulla legislazione italiana riguardo alle imprese sociali focalizzandosi sui vari aspetti delle responsabilità degli organi di tali imprese oltre che argomentandone le ragioni di una scarsa adozione da parte delle imprese italiane di tale istituto giuridico. Quest’analisi costituisce soltanto la base per uno studio sulle nuove prospettive delle realtà ad alta vocazione sociale che non sono soltanto non profit, per questa ragione analizzeremo il fenomeno delle start-up a vocazione sociale, prima dell’ulteriore analisi sulle Società Benefit che, in continuità con il precedente studio, si propone un’analisi con una prospettiva maggiormente pratica e più legata all’ecosistema economico di riferimento. Conclusioni Oggi l’Italia è il primo Paese UE che assegna dignità giuridica alle imprese for-Benefit, attraverso la disciplina sulle Società Benefit, regolate con i commi dal 376 al 384 della legge n. 208 del 28 Dicembre 2015 (Legge di stabilità 2016). Il presente documento ha voluto porre l’accento sulla fattuale scarsità d’incentivi a favore dell’operatore nell’adozione di tale istituto giuridico, sottolineando però che occorra anche tener conto dell’incremento di capitale reputazionale e degli eventuali benefici di natura commerciale e di network che potrebbero realizzarsi. L’indagine su tali eventuali benefici ha condotto l’analisi ad approfondire nuovi business model, innovativi o ibridi, individuando un’evoluzione (cui peraltro non necessariamente corrisponde uno sviluppo) nel settore delle organizzazioni con scopi sociali. L’analisi delle ragioni economiche dietro la nascita di modelli organizzativi ibridi ha visto nella “naturale convergenza delle forze economiche” un’esauriente risposta ed anche una (possibile) previsione di futuri benefici derivanti da policy disegnate per favorire tali processi di ibridazione. La domanda quindi è: l’adozione da parte del legislatore italiano della disciplina sulle Società Benefit è un esempio di tale policy? La risposta di questo documento è si. Infatti, l’analisi che la Fondazione Nazionale dei Commercialisti conduce anche attraverso questo documento si è “spostata” sull’efficienza che il policy maker, nel disegnare tale intervento, può ottenere nel futuro; per questa ragione abbiamo da un lato effettuato una breve disamina della legislazione sulle imprese sociali cercando di comprendere le ragioni che hanno motivato una così scarsa adozione di tale istituto giuridico di secondo livello, da parte delle imprese italiane attive nel sociale, e dall’altro abbiamo provveduto a fornire un’idea dei possibili benefici legati al nuovo fenomeno delle start-up a vocazione sociale, che potrebbero essere prodromiche alle Società Benefit. Naturalmente l’attenzione della FNC su questa tematica continuerà, essendo ben consci, in primis, di non aver affatto esaurito le possibili riflessioni sulla natura socio-economica delle Società Benefit e, in secondo luogo , che esistono numerosi altri campi di indagine su dette società, che vanno dai risvolti di diritto societario, alla governance aziendalistica, agli standard di rendicontazione, alla natura dei controlli dell’organo preposto alla vigilanza.   ******   12) CNDCEC:  I contratti di prossimità (memorandum) Pubblicato dal CNDCEC il 1 agosto 2016 sul web il memorandum 10/2016, in materia di lavoro, su: i contratti di prossimità. Il contratto di prossimità introdotto dall’art. 8 del decreto legge 138/2001 convertito dalla legge n. 148/2011 è stato concepito come strumento per le singole aziende per adattare gli istituti normativi e contrattuali alle proprie specifiche esigenze, consentendo perciò alle stesse di infrangere, pur entro certi limiti, il principio cardine della norma di legge inderogabile e del perimetro fissato dai CCNL. Si vuole così riconoscere ai datori di lavoro la piena flessibilità, legittimando le stesse a derogare in pejus a gran parte della disciplina legale protettiva del lavoratore. Si ricorda che il quadro normativo previgente consentiva alle aziende, attraverso l’intervento di contrattazione di livello decentrato, di operare semplici adeguamenti, ben circoscritti attraverso un sistema di deleghe connotate da limiti d’esercizio. Si cita, ad esempio, la disciplina previgente dei contratti a termine, di cui al D. Lgs. 368/2001, che ammetteva alcune deroghe assistite dalla contrattazione decentrata. La disposizione in commento legittima, invece, il ricorso a deroghe in senso proprio, autorizzando le imprese a superare anche rigide disposizioni normative e contrattuali. Ne conseguono la liberalizzazione e/o la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, attraverso la fa-coltà attribuita alle aziende di costruire una disciplina del rapporto di lavoro “su misura”. Da qui la definizione “di prossimità”, per sottolineare la maggiore rispondenza agli interessi delle parti. In buona sostanza, la legge sancisce il primato della contrattazione collettiva di prossimità. Le grandi diatribe e le perplessità sorte con l’emanazione dell’art. 8 del D.L. 13 agosto 2011 furono risolte con il superamento da parte della disposizione stessa del vaglio della Corte Costituzionale. La norma prevede, tuttavia, dei limiti alla contrattazione di prossimità: in primo luogo, non sono derogabili i principi enucleati dalla Costituzione, i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro. L’area di derogabilità è, inoltre, limitata ad alcune ma-terie:
  1. a) agli impianti audiovisivi e all’introduzione di nuove tecnologie;
  2. b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e all’inquadramento del personale;
  3. c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della so-lidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro;
  4. d) alla disciplina dell’orario di lavoro;
  5. e) alle modalità di assunzione e alla disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collabora-zioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e alla con-versione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio, il licenziamento della lavoratrice in conco-mitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravi-danza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonché fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento.
È evidente che la parte retributiva non è rinegoziabile dai contratti di prossimità. Lo sottolinea peraltro un recente interpello del Ministero del Lavoro n. 8 del 12 febbraio 2016. La contrattazione decentrata potrebbe, invece, interessare la disciplina dei licenziamenti. Giungendo al termine di questa introduzione, è utile anticipare alcune considerazioni. La prima - ovvia - è che, per sottoscrivere un contratto di prossimità, è necessario il consenso delle parti sindacali. Si osserva come i sindacati, in linea di massima, non siano inclini a sottoscrivere contratti in deroga e che, di prassi, là dove si raggiunga un accordo, questo viene generalmente siglato dalle RSU. Negli ultimi anni la maggioranza delle intese di prossimità aveva ad oggetto modifiche alla rigida disciplina dei contratti a termine, così come prevista dal D.Lgs. 368/2001 (stacchi, proroghe e limiti numerici). I recentissimi interventi normativi contenuti nei decreti del Jobs Act hanno, tuttavia, sen-sibilmente attenuato la rigidità delle norme contrattuali previgenti, attuando la più ampia flessibilità dei vari istituti contrattuali, compresa la disciplina dei licenziamenti. Cosicché, allo stato attuale, si è notevolmente ridimensionata l’esigenza aziendale di addivenire a contratti di prossimità. L’articolo 8 è stato concepito quale misura anti-crisi, per favorire il rilancio occupazionale. Lo stesso dicasi per i decreti del Jobs Act. Le aziende oggi, però, oltre sicuramente alla flessibilità, richiedono con urgenza anche altro: la diminuzione del costo del lavoro, al fine di attrarre nuovamente nel nostro Paese le aziende mani-fatturiere emigrate altrove. Solo così l’Italia potrà riacquisire competitività. Il D.L. 138/2011, convertito in legge 148/2011 si inserisce nell’ambito delle misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo messe in campo per fronteggiare la crisi. All’interno del titolo III, tra le misure a sostegno dell’occupazione, trova spazio l’art. 8, a sostegno alla contratta-zione di prossimità. Rispetto alla versione iniziale pubblicata in G.U. del 13 agosto 2011, n. 188, l’art. 8 viene modificato in più parti dalla legge di conversione del 14 settembre 2011 n. 148, subirà un successivo ulteriore tentativo di modifica da parte del D.L. 76 /2013, tentativo poi rientrato in sede di legge di conversione del decreto stesso. L’art. 8 della L. 148/2011 supererà anche il vaglio della Corte Costituzionale con sentenza 19 set-tembre 2012 e 4 ottobre 2012, in relazione alla questione di legittimità dell’art. 8, co. 1, 2 e 2-bis, promossa in riferimento agli artt. 39, 117, co. 3 e 118 della Costituzione Italiana.   ******   13) CIGO: criteri per la concessione dei trattamenti di integrazione salariale ordinaria E’ stato il D.M. 15 aprile 2016 n. 95442, pubblicato in G.U. il 14 giugno 2016, che ha individuato i criteri per l’esame delle domande di concessione dell’integrazione salariale ordinaria (CIGO). A seguito, quindi, del completamento del quadro normativo e regolamentare di riferimento sul procedimento amministrativo di concessione della nuova CIGO, mancava soltanto l’atteso documento di prassi dell’Istituto previdenziale. A tal fine, l’INPS, con la circolare n. 139 del 1 agosto 2016, procede ad illustrare  “Il nuovo procedimento di concessione delle integrazioni salariali ordinarie (CIGO); il Decreto ministeriale n. 95442 del 15 aprile 2016: criteri di esame delle domande di concessione dei trattamenti di integrazione salariale ordinaria”.   ******   14) Chiarimenti dalle Dogane L’Agenzia delle Dogane rende noto di avere pubblicato sul web la: - Circolare n. 20/D del 1° agosto 2016 - Sistemi di misurazione su condotta per la determinazione diretta dell'alcole etilico. Determinazione direttoriale 11811 del 6 maggio 2014. Precisazione; - Circolare n. 19/D del 1° agosto 2016 - Accertamento in serbatoio presso depositi di stoccaggio di oli minerali tramite telemisure storicizzate   ******   15) Semplificazione per l’invio telematico delle denunce d'infortunio nel periodo feriale Il Presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro (Marina Calderone) ha chiesto, con apposita lettera, al Direttore dell’INAIL di avere la semplificazione per l’invio telematico delle denunce d'infortunio nel periodo feriale. Viene chiesto per il periodo di sospensione dell’attività dello studio per ferie di introdurre una comunicazione semplificata, da inviare via fax, PEC o raccomandata, a cui far seguire successivamente l’invio telematico completo. Questo per l’approssimarsi del periodo feriale e la relativa chiusura degli studi professionali, ove sono emerse, anche per quest'anno, le criticità legate alla gestione delle pratiche e dell’invio telematico delle denunce d'infortunio durante il periodo feriale. Sono sempre molto numerose le richieste dei consulenti che chiedono per il periodo di sospensione dell’attività dello studio per ferie di introdurre una comunicazione semplificata, da inviare via fax, PEC o raccomandata, a cui far seguire successivamente l’invio telematico completo. Tale procedura, faciliterebbe la gestione delle pratiche creando uno strumento di semplificazione importante per il regolare adempimento degli obblighi normativi. Negli ultimi due anni l’Istituto, ha, per il suo tramite, accolto la nostra richiesta, anche in presenza delle disposizioni dell’art. 35 T.U. Infortuni e del D.P.C.M. 22 luglio 2011 che impongono l’obbligo di invio telematico della denuncia da parte delle imprese.   ******   16) Privacy: pubblicato il nuovo accordo per il trasferimento dei dati verso gli USA Nella GUUE del 1° agosto 2016 (L207) è stato pubblicato il nuovo accordo per il trasferimento dei dati dall’Unione Europea verso gli Stati Uniti, c.d Privacy Shield, che sostituisce il precedente Safe Harbour dichiarato invalido dalla Corte di Giustizia. Lo evidenzia Assonime con una nota del 01/08/2016. Le imprese statunitensi potranno aderire all’accordo presentando un’autodichiarazione presso il Department of Commerce degli Stati Uniti. Il nuovo regime rafforza la tutela del diritto fondamentale alla privacy prevedendo obblighi più rigorosi per le imprese che trattano dati personali provenienti dall’UE, garanzie per l’accesso ai dati da parte del governo degli Stati Uniti e meccanismi di tutela per l’interessato in caso di violazione dell’accordo. Il Department of Commerce degli Stati Uniti vigilerà affinchè le imprese aderenti all’accordo rispettino effettivamente le regole alle quali si sono volontariamente sottoposte. In caso di inosservanza, l’impresa sarà soggetta a sanzioni fino alla cancellazione dall’elenco delle imprese aderenti. L’accordo prevede un impegno esplicito degli Stati Uniti a escludere una sorveglianza indiscriminata sui dati provenienti dall’Unione europea per scopi di applicazione di legge e di sicurezza nazionale nonchè a garantire che l’accesso ai dati da parte delle autorità pubbliche per esigenze di sicurezza nazionale sia esercitato solo in presenza di determinati presupposti e in misura necessaria e proporzionale. In caso di accesso illecito da parte delle autorità per esigenze di sicurezza nazionale, l’interessato potrà ricorrere a un nuovo organismo (Ombudsperson) indipendente dai servizi di intelligence degli Stati Uniti. Per rafforzare i meccanismi di tutela dell’individuo in caso di supposto trattamento illecito dei propri dati, viene garantita la possibilità di presentare reclamo direttamente all’impresa aderente o la possibilità di accedere a meccanismi di composizione extragiudiziale delle controversie. Infine l’interessato potrà rivolgersi alle rispettive autorità nazionali di protezione dei dati che collaboreranno con la Federal Trade Commission per assicurare che tutti i reclami vengano esaminati e risolti. Quando una controversia non potrà essere risolta mediante questi strumenti si potrà ricorrere, in ultima istanza, a un arbitrato. Infine per monitorare il funzionamento del nuovo accordo è prevista una revisione annuale che sarà condotta dalla Commissione europea e dal Department of Commerce degli Stati Uniti con la partecipazione di esperti di intelligence degli Stati Uniti e delle autorità europee di protezione dei dati.   ***   17) Istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione ambientale La legge 28 giugno 2016, n. 132, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 166 del 18 luglio, ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente, provvedendo al complessivo riordino delle agenzie per la protezione dell’ambiente. La finalità dell’intervento è coordinare e uniformare sul territorio nazionale le attività di controllo sull’ambiente, superando l’attuale frammentarietà della tutela, anche nella prospettiva di una più efficace repressione degli eco-reati. Le nuove disposizioni delineano il quadro normativo per il Sistema nazionale, definendo in particolare le finalità e le funzioni del Sistema e i compiti attribuiti all’ISPRA e alle agenzie regionali (ARPA) nel nuovo contesto. Di seguito sono illustrate più in dettaglio le principali novità della legge n. 132/2016. Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente La legge n. 132/2016 attribuisce al Sistema nazionale - del quale fanno parte l’ISPRA e le agenzie regionali e delle province autonome per la protezione dell’ambiente – il compito di attuare i livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali (LEPTA), al fine di assicurare omogeneità ed efficacia all’esercizio dell’azione conoscitiva e di controllo pubblico della qualità dell’ambiente nonché di contribuire al conseguimento degli obiettivi ambientali indicati all’articolo 1. I LEPTA – che rappresentano l’applicazione in materia ambientale dei livelli qualitativi e quantitativi di attività da garantire in modo omogeneo sul piano nazionale ai sensi dell’art. 117, co.2, lett. m) Costituzione – costituiscono il livello minimo per le attività del Sistema e i parametri funzionali, operativi, programmatici, strutturali, quantitativi e qualitativi delle prestazioni delle agenzie (articolo 9). La relativa determinazione è demandata a un apposito DPCM da adottare entro un anno dall’entrata in vigore della nuova legge. L’articolo 3 attribuisce al Sistema nazionale una serie di funzioni, da svolgere anche avvalendosi della collaborazione delle università, dell’ENEA e del CNR. In particolare il Sistema ha compiti di: (i) monitoraggio dello stato dell’ambiente e della sua evoluzione; (ii) monitoraggio degli effetti sull’ambiente derivanti dalla realizzazione di opere infrastrutturali di interesse nazionale e locale; (iii) controllo dei fattori di inquinamento e delle “pressioni ambientali”, nonché dei relativi impatti, mediante attività di campionamento, analisi e misura, sopralluogo e ispezione; (iv) ricerca finalizzata all’espletamento dei suoi compiti e delle sue funzioni; (v) supporto alle attività statali e regionali nei procedimenti e giudizi civili, penali e amministrativi nei quali siano necessarie l’individuazione e la quantificazione del danno ambientale; (vi) supporto tecnico-scientifico alle amministrazioni competenti per l’esercizio di funzioni amministrative in materia ambientale; (vii) supporto tecnico alle amministrazioni e agli enti competenti, in particolare in relazione alla caratterizzazione dei fattori ambientali causa di danni alla salute pubblica; (viii) supporto tecnico allo sviluppo e all’applicazione di procedure di certificazione della qualità ecologica di prodotti e sistemi di produzione; (ix) collaborazione con scuole e università per la predisposizione e attuazione di programmi di divulgazione e di educazione ambientale, di formazione e aggiornamento del personale di amministrazioni e enti pubblici; (x) partecipazione ai sistemi nazionali e regionali preposti agli interventi di protezione civile, sanitaria e ambientale e collaborazione con gli organismi aventi compiti di vigilanza e ispezione; (xi) istruttoria per il rilascio di autorizzazioni e l’irrogazione di sanzioni; (xii) valutazione comparativa di modelli e strutture organizzative, di funzioni e servizi erogati, di sistemi di misurazione e valutazione delle prestazioni, quale attività di confronto finalizzato al raggiungimento di migliori livelli prestazionali mediante la definizione di idonei indicatori e il loro periodico aggiornamento. Per armonizzare i sistemi di conoscenza, monitoraggio e controllo delle matrici ambientali e ottimizzare le attività di analisi ambientale che presentano elevata complessità e specializzazione è inoltre previsto che il Sistema nazionale organizzi i propri laboratori in una rete nazionale di laboratori accreditati (articolo 12). Infine, le nuove disposizioni prevedono l’istituzione del Consiglio del Sistema nazionale al fine di promuovere e indirizzare lo sviluppo coordinato delle attività del Sistema (articolo 13). Il Consiglio, presieduto dal presidente dell’ISPRA e composto dai rappresentati legali delle agenzie, ha in particolare il compito di: esprimere il proprio parere vincolante sul programma triennale delle attività del Sistema; segnalare al MATTM e alla Conferenza Stato-Regioni l’opportunità di interventi, anche legislativi, ai fini del perseguimento degli obiettivi della nuova legge. I compiti dell’ISPRA e delle agenzie per la protezione ambientale Nel nuovo quadro normativo un ruolo centrale è attribuito all’ISPRA, istituto dotato di autonomia e sottoposto alla vigilanza del MATTM. E’ previsto pertanto che l’ISPRA adegui la propria struttura organizzativa e tecnica alle nuove funzioni (articolo 4). All’istituto spettano compiti di tipo tecnico-scientifico e normativo in materia di monitoraggio, valutazioni ambientali, controllo, gestione dell’informazione ambientale e coordinamento del Sistema, che dovranno essere svolti secondo una logica di rete, assicurando il pieno raccordo con gli altri soggetti competenti e favorendo le più ampie sinergie. In particolare sono attribuite all’ISPRA le funzioni di indirizzo e coordinamento tecnico delle attività del Sistema nazionale, elencate all’articolo 6, che includono, fra l’altro, la predisposizione del programma triennale di attività del Sistema, lo svolgimento dell’istruttoria ai fini della determinazione dei LEPTA, la promozione e il coordinamento della rete nazionale dei laboratori, la realizzazione e la gestione del Sistema informativo nazionale ambientale (SINA) (cfr. articolo 11). Alle agenzie per la protezione dell’ambiente, che sono dotate di autonomia tecnico-scientifica, amministrativa e contabile, è affidato lo svolgimento delle attività istituzionali tecniche e di controllo obbligatorie necessarie a garantire il raggiungimento dei LEPTA nei territori di rispettiva competenza (articolo 7). Le agenzie possono svolgere attività istituzionali obbligatorie ulteriori rispetto a queste ultime a condizione che non interferiscano con il pieno conseguimento dei LEPTA. Possono inoltre svolgere ulteriori attività in favore di soggetti pubblici o privati, sulla base di specifiche disposizioni normative o di convenzioni, purché siano compatibili con l’imparzialità delle agenzie nell’esercizio delle attività istituzionali di vigilanza e di controllo e non determinino situazioni di conflitto di interessi. (Assonime, nota del 1 agosto 2016)   Vincenzo D’Andò