Svalutazione del valore delle rimanenze in magazzino: obbligo per gli amministratori o semplice facoltà

Questo articolo fa parte del diario dell’8 luglio 2016

Il comma 5 dell’art.92 T.U.I.R. si sofferma sulla corretta valutazione delle rimanenze a fine anno. Tale principio pare coincidere con quello contenuto nell’art.2426, comma 1, n. 9 del codice civile che prevede che le rimanenze debbano essere iscritte al costo di acquisto o di produzione, ovvero al valore di realizzo desumibile dall’andamento di mercato, se inferiore.

Tuttavia, il documento del centro studi dell’UNGDCEC, incentrato sulle rimanenze di magazzino (il difficile equilibrio tra principi civilisti e T.U.I.R.: Risvolti operativi Le Rimanenze di merci e materie prime), rileva che l’applicazione dei principi contabili risulta un obbligo in capo agli amministratori, mentre ai fini fiscali è una facoltà di legge.

Non sempre il valore di realizzo desumibile dall’andamento di mercato di cui all’art. 2426 codice civile coincide con il valore normale richiamato dall’art. 9 comma 3 T.U.I.R. che coincide con il prezzo medio di mercato o corrente praticato, tenuto altresì conto che, per le valute estere si assume come valore normale il valore secondo il cambio alla data della chiusura dell’esercizio.

Il momento temporale a cui fare riferimento per la valutazione delle rimanenze è differente: fiscalmente si fa riferimento al valore normale medio dell’ultimo mese dell’esercizio, civilisticamente rileva il minor valore di realizzo emerso alla data di approvazione di bilancio, quindi oltre la data di chiusura dell’esercizio e fino alla data dell’assemblea (OIC 13, § da 75 a 78).

Ciò può comportare il disconoscimento delle svalutazioni delle rimanenze di magazzino basate sui criteri civilistici da parte dell’Amministrazione finanziaria che può eccepire la mancanza di idonea documentazione a provare che la svalutazione derivi dalla valutazione delle rimanenze in base all’andamento del mercato relativo al mese di dicembre.

La svalutazione fiscale delle rimanenze, come tutte le norme attinenti la valutazione del patrimonio aziendale – in contrapposizione alle norme sulla competenza – è quindi facoltativa e può essere effettuata in qualsiasi esercizio ne continuino a sussistere i presupposti (differenza tra valore di mercato e di costo). La valutazione delle rimanenze comporta, infatti, conformemente al principio della continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, il solo spostamento di elementi reddituali da un periodo d’imposta ai successivi: il valore delle rimanenze finali di un esercizio costituiscono il valore delle rimanenze iniziali, cioè componenti negative di reddito, dell’esercizio successivo, in quanto i ricavi delle vendite di tale esercizio derivano ovviamente anche dalle rimanenze dell’esercizio precedente.

Il minor valore attribuito alle rimanenze vale anche per gli esercizi successivi, sempre che esse non risultino iscritte nello Stato patrimoniale del bilancio per un valore superiore.

In merito alla svalutazione del magazzino è di rilievo la posizione assunta dall’Amministrazione Finanziaria con la Risoluzione Ministeriale n. 78/E del 12 novembre 2013.

La Risoluzione n. 78/E, analizzando il caso specifico di una Società Alfa Spa, afferma che, in caso di svalutazione delle rimanenze di un bene infungibile (immobile) al costo specifico, comprensivo di prezzi di acquisto e degli oneri accessori, la svalutazione non ha incidenza ai fini fiscali.

La svalutazione iscritta in bilancio non assume rilevanza ai fini Ires, ma presuppone in sede di dichiarazione fiscale una variazione in aumento del reddito imponibile in misura corrispondente alla svalutazione contabile effettuata.

Dunque affinché si possa procedere alla svalutazione fiscale del magazzino è necessario poter dimostrare il suo minor valore di mercato onde evitare possibili contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria. Diversamente, non pare esserci altra strada che un intervento legislativo con una norma di legge ad hoc,…

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