La caparra per la compravendita non andata a buon fine è soggetta ad IRPEF?

La caparra convenuta nel preliminare di compravendita è assoggettabile ad IRPEF nel momento in cui la prestazione principale, rimasta ineseguita, costituisce reddito ai sensi dell’art. 67, comma 1, del Tuir Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 11307 del 31 maggio 2016.

La Corte di legittimità ha evidenziato la natura risarcitoria della caparra incassata dal promissario venditore per inadempimento della parte promissaria acquirente, tuttavia, ha poi statuito per l’assoggettamento della somma a Irpef come plusvalenza imponibile.

Si propone di seguito la decisione integrale:

Svolgimento del processo

P.G.P. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimità dell’avviso di accertamento, ai fini dell’IRFEF per l’anno 2005, relativo all’incameramento della somma di euro 457.158 a titolo di caparra penitenziale, convenuta con il preliminare di compravendita – non seguito dalla stipula del definitivo – sottoscritto con la spa E.I., ed avente ad oggetto terreni agricoli in Crotone al prezzo pattuito di euro 22.857.915.

Secondo il giudice d’appello, premesso che la caparra andava inquadrata nella previsione dell’art. 6, comma 2, del tuir, secondo il quale sono considerati redditi della stessa categoria di quelli perduti “le indennità conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, andava affermata la tassabilità della caparra incamerata, che costituiva il risarcimento della perdita dei proventi che, per loro natura, avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’art. 67 del tuir.

L’Agenzia delle entrate si è limitata a depositare atto di costituzione ai fini della partecipazione all’udienza di discussione.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente, denunciando “nullità della sentenza che ha confermato la decisione di primo grado per aver ritenuto legittimo l’accertamento originariamente impugnato, pur in presenza di un difetto di motivazione per intrinseca contraddittorietà”, ravvisa nella sentenza errores in iudicando ed in procedendo dolendosi, segnatamente, della “emessa pronuncia sul motivo di appello con il quale il contribuente lamentava il vizio di una sentenza di primo grado appiattita/fotocopia delle tesi erariali, limitandosi a rilevare che “i giudici di prime cure, condividendo l’operato dell’ufficio impositore, hanno applicato alla fattispecie in esame l’art. 6, comma 2, in correlazione all’art. 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a), del dPR 917/1986.

Il motivo è infondato.

Il Collegio anzitutto rileva come secondo l’insegnamento del giudice della nomofilachia, “nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non è nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in nodo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non può ritenersi, di per sé, sintomatica di un difetto di imparzialità del giudice, al quale non è imposta l’originalità né dei contenuti né delle modalità espositive, tanto più che la validità degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato” (Cass., sez. un. 16 gennaio 2015, n. 642).

Nella specie, poi, il giudice d’appello – dopo aver rilevato che la Commissione provinciale “condividendo l’operato dell’Ufficio aveva applicato alla fattispecie l’art. 6, comma 2, in correlazione all’art. 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a), del d.P.R. 917/1986 – ha sottoposto …

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