Commercialisti: il cliente deve sempre essere informato di tutto

Questo articolo fa parte del diario quotidiano del 27 giugno 2016

Il commercialista deve fornire al proprio cliente tutte le informazioni possibili per renderlo edotto di tutte le varie problematiche che attanagliano la sua attività. Se non lo fa ne paga le conseguenze, non solo disciplinari. Quindi, quando è necessario, deve ammettere le proprie incompetenze in determinate materie.
Il professionista è infatti tenuto, pena il risarcimento del danno, ad avvertire il cliente circa l’ambito e i limiti delle sue competenze. La linea dura arriva dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 13007 del 23 giugno 2016, ha accolto il ricorso presentato da un cliente contro un consulente al quale aveva dato incarico di impugnare in sede di legittimità una pronuncia della Ctr senza essere avvertito che non aveva competenze per patrocinare davanti agli Ermellini.
Con una esauriente motivazione la suprema corte ha chiarito che la responsabilità del dottore commercialista presuppone la violazione del dovere di diligenza media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, e 2236 cod. civ., tenuto conto della natura e della portata dell’incarico conferito.
Il cliente va, dunque, informato per potere prendere decisioni autonome. Il giudice di legittimità precisa che con il conferimento dell’incarico di consulenza al professionista scatta l’obbligo di diligenza di informare il cliente “non solo delle ragioni di natura giuridica o tecnico-contabile che stanno a fondamento della sentenza sfavorevole”, rientranti nella competenza del commercialista in quanto soggetto abilitato al patrocinio davanti alle commissioni tributarie, “ma anche dei rimedi astrattamente esperibili, pur se non praticabili dallo stesso professionista”.
Nel caso di specie, un soggetto conveniva in giudizio un commercialista per l’accertamento della responsabilità professionale e il conseguente pagamento della somma che gli era stata addebitata, oltre al risarcimento degli ulteriori danni, per non aver potuto impugnare la sentenza della Commissione tributaria regionale emessa a suo sfavore, avente ad oggetto un accertamento IRPEF.
La mancata impugnazione della sentenza sarebbe stata da imputare, secondo il cliente, ad una condotta omissiva di informazione del professionista, al quale il cliente, legato da anni da un rapporto professionale in corso, avrebbe conferito specifico incarico in merito alla sentenza in oggetto.
Sia in primo grado del giudizio tributario, sia davanti alla C.T.R. il privato era stato assistito da altro professionista.
Il Tribunale dava ragione al commercialista, rigettando la domanda del privato ed escludendo la responsabilità del professionista sulla base della considerazione che lo stesso non avrebbe comunque potuto operare poiché non abilitato alla difesa davanti la Cassazione.
Nello stesso modo si esprimeva la Corte d’appello, rigettando l’impugnazione del cliente e confermando la sentenza di primo grado. Avverso la sentenza della Corte d’appello il cliente propone ricorso per Cassazione, sostenendo nei fatti che al professionista sarebbe stato conferito un incarico con oggetto la consulenza tecnico-giuridica, principalmente con rimedi esperibili, termini e modalità relativi alla sentenza emessa a suo sfavore dalla C.T.R.. Rispetto al conferimento di questo incarico, il professionista sarebbe stato gravato di un onere informativo specifico circa l’esistenza del rimedio del ricorso per cassazione, i termini e le modalità per la sua proposizione, oltre che della necessità di rivolgersi ad un avvocato abilitato per tali controversie. A parere del ricorrente, il dovere di informazione sarebbe connesso al dovere di diligenza professionale derivante dall’incarico conferito ex artt. 2230 c.c. ss. e art. 1176 c.c. D’altro canto, il commercialista contestava, in punto di fatto, lo stesso affidamento dell’incarico in oggetto e la consegna della documentazione relativa.
Tuttavia, le rimostranze …

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