Diario quotidiano del 26 aprile 2016: la riammissione alla rateazione per i contribuenti decaduti

Pubblicato il 26 aprile 2016



1) Il professionista, prima di chiudere l’attività, deve avere pagato l’Iva sui compensi maturati
2) Non sempre il prestanome é sinonimo di dolo
3) Datore di lavoro moroso: vale il fondo di garanzia dell’Inps per il pagamento del TFR
4) L’azienda può licenziare il dipendente sulla base di testimonianze?
5) La consulenza deve essere fatta solo da psicologi iscritti all’albo, condannato lo psicosomatista
6) Assegnazioni e cessioni agevolate dei beni ai soci: documento della Fondazione ADR
7) Basta la Comunicazione Unica per l’avvio del commercio all’ingrosso, niente SCIA
8) Debiti con il fisco: contribuenti decaduti, riammissione possibile al pagamento rateale
9) Prime disposizioni attuative del nuovo regime di cooperative compliance
10) Ecco come disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi a pensionati inps
 
agenda-immagineIndice:   1) Il professionista, prima di chiudere l’attività, deve avere pagato l’Iva sui compensi maturati 2) Non sempre il prestanome é sinonimo di dolo 3) Datore di lavoro moroso: vale il fondo di garanzia dell’Inps per il pagamento del TFR 4) L’azienda può licenziare il dipendente sulla base di testimonianze? 5) La consulenza deve essere fatta solo da psicologi iscritti all’albo, condannato lo psicosomatista 6) Assegnazioni e cessioni agevolate dei beni ai soci: documento della Fondazione ADR 7) Basta la Comunicazione Unica per l’avvio del commercio all’ingrosso, niente SCIA 8) Debiti con il fisco: contribuenti decaduti, riammissione possibile al pagamento rateale 9) Prime disposizioni attuative del nuovo regime di cooperative compliance 10) Ecco come disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi a pensionati inps  
  1) Il professionista, prima di chiudere l’attività, deve avere pagato l’Iva sui compensi maturati Il professionista, prima di chiudere l’attività, deve avere pagato l’Iva sui compensi maturati. E quanto si desume dalla sentenza n. 8059 del 21 aprile 2016 della Corte di Cassazione, a sezioni unite, che ha stabilito che è soggetto ad Iva il compenso professionale incassato dopo la cessazione dell’attività. Questo poiché ai fini dell’imponibilità, rileva la soggettività passiva al momento dell’esecuzione della prestazione. In genere, si usava fare chiudere la partita ai professionisti (nel caso di specie, un architetto), per poi andare in pensione, e nel frattempo ricevere gli ultimi compensi considerandoli nel Modello Unico come compensi occasionali, senza essere soggetti ad Iva. Ebbene adesso la Suprema Corte ha posto fine alla questione. La prassi portata avanti, come descritto sopra e suffragata dai giudici di merito, è, quindi, fiscalmente errata. In particolare, sia la CTP sia la CTR avevano dichiarato illegittimo il recupero dell’Iva effettuato dall’Amministrazione finanziaria su un compenso da attività professionale conseguito dal contribuente dopo la cessazione del relativo esercizio e la chiusura della partita IVA: Tale orientamento era stato motivato dalla carenza, al momento della riscossione, del presupposto soggettivo dell’imposta, previsto dal combinato disposto degli artt. 1 e 5 del DPR 633/72, poiché il percipiente non avrebbe più rivestito più la qualifica di professionista. Viceversa, l’Agenzia delle entrate si è difesa sostenendo che una prestazione di servizi, se imponibile ai fini Iva al momento della propria esecuzione, resta necessariamente tale, anche qualora il pertinente corrispettivo venga conseguito dopo la cessazione dell’attività professionale nel cui ambito la prestazione è stata posta in essere – e alla conseguente perdita, da parte del percipiente, della soggettività IVA – giacché tale evenienza non è idonea a sottrarre il compenso di pregressa attività professionale al regime impositivo proprio di questa. Dunque, la Cassazione ha chiuso la querelle: Il compenso di una prestazione professionale è imponibile, ai fini dell’Iva, anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, e alla relativa formalizzazione. ******   2) Non sempre il prestanome é sinonimo di dolo Non sempre il cd. “testa di legno” é sinonimo di dolo. Difatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15900 del 18 aprile 2016, ha precisato che non necessariamente il prestanome di una società può essere condannato per la distruzione della contabilità, o più semplicemente per la sua omessa tenuta: perché ciò sia possibile, bisogna anche provare il dolo specifico. La Suprema Corte ha, così, accolto il ricorso presentato da un contribuente, legale rappresentante di una società, precedentemente condannato a sei mesi di reclusione. Secondo quanto affermato dal ricorrente, egli era un mero prestanome, che non poteva saper nulla in merito alla mancata tenuta della contabilità aziendale. Secondo i giudici supremi, il ricorso del contribuente era legittimo: il reato contestato richiede infatti un elemento soggettivo (il dolo specifico) e la responsabilità penale dell’amministratore può avvenire solo se ricorre anche tale elemento; l’essere il prestanome non è una condizione sufficiente. Serve dunque un dolo specifico: e l’esiguità della somma contestata (appena 2.300,00 euro) avrebbe, secondo la difesa, giustificato il fatto che il contribuente non aveva alcun interesse ad evadere le imposte. “Ciò che difetta è proprio il necessario approfondimento in ordine alla configurabilità del dolo specifico normativamente richiesto ai fini della perseguibilità penale della condotta prevista dall'art. 10 del D.Lgs. n. 74/2000, atteso che l’affermazione della Corte territoriale basata sulla presunzione secondo cui questi, per il sol fatto di essere prestanome […], non poteva ignorare di essere il diretto responsabile della tenuta delle scritture contabili e della presentazione delle dichiarazioni fiscali […] non è sufficiente a sorreggere una condanna”.   ******   3) Datore di lavoro moroso: vale il fondo di garanzia dell’Inps per il pagamento del TFR Il trattamento di fine rapporto è assicurato al dipendente dall’Inps anche in presenza di datore di lavoro insolvente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8072 del 21 aprile 2016. Non occorre, quindi, attendere che l’azienda venga dichiarata fallita. Regola generale In caso di fallimento dell’azienda, le ultime tre mensilità dello stipendio e il TFR vengono pagati, ai dipendenti, dal Fondo speciale istituito presso l’Inps. Per ottenere tali importi, però, i dipendenti devono prima assicurarsi che il datore di lavoro sia stato dichiarato fallito, poi devono insinuarsi alla procedura ed essere ammessi, infine è necessario che lo stato passivo venga dichiarato esecutivo. Fatto ciò, il dipendente può presentare una domanda all’Inps (secondo il modulo scaricabile dal sito dell’Inps e previamente firmata dal curatore fallimentare). Caso esaminato dalla Cassazione Se, invece, l’azienda non fallisce, come sottolinea la Suprema Corte, il fondo opera ugualmente ma a due condizioni: - Il lavoratore deve avere agito contro l’azienda procurandosi una sentenza definitiva o un decreto ingiuntivo non opposto e, quindi, ormai; - il patrimonio dell’azienda deve essere insufficiente a consentire la soddisfazione dei lavoratori: Il che significa che il dipendente deve aver tentato un pignoramento e che questo sia stato negativo per non aver l’ufficiale giudiziario trovato beni da asportare o da “bloccare” con la procedura esecutiva (ciò viene documentato nell’atto di pignoramento negativo). Lo stesso discorso vale nel caso in cui, pur presentando l’azienda i requisiti per fallire, l’istanza di fallimento venga rigettata perché l’impresa è ormai chiusa da oltre un anno o in caso di immediata estinzione del fallimento per insufficienza dell’attivo (anche in questo caso, non essendo stata effettuata la verifica dello stato passivo, è necessario che il lavoratore si munisca di sentenza di condanna o decreto ingiuntivo).   ******   4) L’azienda può licenziare il dipendente sulla base di testimonianze ? Le agenzie investigative possono entrare nel processo civile e divenire mezzo di prova nelle cause di licenziamento, anche se entro certi limiti. In ogni caso, l’investigatore deve dichiarare al giudice solo i fatti visti con i propri occhi e non, invece, quelli riferitigli da altre persone. L’indagine svolta ottenendo le informazioni dal vicinato o dai conoscenti non può avere, nel processo, alcun valore. È quella che viene definita testimonianza indiretta (o “de relato”, riportata cioè “riportata” da altre persone). Il testimone è solo quello “oculare” e non può riferire fatti di cui non abbia personale contezza. Un secondo aspetto che desta interesse è il principio secondo cui i permessi parentali non possono essere utilizzati per scopi diversi da quelli che sono loro propri (l’assistenza del bambino appena nato). Un utilizzo differente è causa di licenziamento (nel caso di specie – Corte di Cassazione, sentenza n. 8070 del 21 aprile 2016, però, il ricorso dell’azienda è stato rigettato per difetto di prova). Difatti, la Corte di Cassazione, con la citata sentenza n. 8070 del 21 aprile 2016, ha stabilito che la testimonianza dell’investigatore privato, assunto dall’azienda per controllare un dipendente, che riferisce di un colloquio con una vicina di casa dell'interessato, non è sufficiente a legittimare il licenziamento per giusta causa del lavoratore. Nel caso in specie, un dipendente aveva chiesto un congedo parentale per alcuni giorni. L’investigatore riferisce di aver saputo, da una vicina di casa dell’interessato, che il lavoratore, nel periodo del congedo anziché andare ad assistere i genitori è partito per una vacanza con la compagna. L’azienda ha quindi licenziato per giusta causa il lavoratore. I giudici di Cassazione, accogliendo il ricorso del lavoro, ritengono che “la testimonianza de relato dell'investigatore su dichiarazioni rese da persona non identificata né identificabile – peraltro riferita da soggetto legato da un rapporto oneroso a favore dell'altra parte – e della quale si sconoscono generalità, caratteristiche, qualità ed affidabilità, non è di per sé fonte di prova del fatto da dimostrare”. In sostanza, manca la prova del fatto contestato, e senza di questa il licenziamento non può che essere dichiarato illegittimo.     ******   5) La consulenza deve essere fatta solo da psicologi iscritti all’albo, condannato lo psicosomatista La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16562/2016, ha stabilito che soltanto gli psicologi iscritti all’albo possono fare consulenza. Pertanto, commette reato di esercizio abusivo della professione lo psicosomatista poiché la consulenza è riservata al professionista abilitato. In materia di patologie di natura psicologica, anche la semplice consulenza può essere fatta soltanto da uno psicologo iscritto all’albo. Vista la delicatezza degli interventi, infatti, è sempre necessario essere laureati e specializzati in psicoterapia, dal momento che sono molto rigidi i paletti posti dalla Legge 56/1989 a questa delicata professione. Occorre, quindi, diffidare dalle imitazioni: Le definizioni parallele, che non parlano di “psicologo”, non hanno valore legale. E anzi, fanno scattare il reato di esercizio abusivo della professione. Nel caso di specie, il soggetto condannato si era definito “psicosomatista”, sciorinando una serie di titoli sul proprio sito internet. Tutte le patologie di natura psicologica, dall’ansia fino alle ricadute emotive dell’obesità, sono riservate agli psicologi, anche se si tratta di un semplice consulto e non di una tradizionale seduta con tanto di diagnosi e cura. Le sedute invece risultano fondate sul dialogo e chi sta dall’altra parte della scrivania fa da guida fornendo indicazioni per la prevenzione del disagio o addirittura la guarigione del paziente.   ******   6) Assegnazioni e cessioni agevolate dei beni ai soci: documento della Fondazione ADR L’Accademia Romana di Ragioneria, con la nota operativa n. 6/2016, si è soffermata sui principali aspetti fiscali e contabili in merito alle assegnazioni e cessioni agevolate dei beni ai soci, fornendo un approfondimento specifico degli impatti sui bilanci d’esercizio delle società interessate a beneficiare delle agevolazioni introdotte dalla Legge di Stabilità 2016. Come noto, infatti, una delle più interessanti novità introdotte dalla Legge di Stabilità 2016 è sicuramente quella riguardante la possibilità di tassare con imposta sostitutiva le plusvalenze derivanti dall’assegnazione, o dalle cessioni, di beni ai soci. Tale agevolazione fiscale ha come scopo quello di rendere più conveniente l’estromissione di beni non strumentali all’attività d’impresa. La novità risulta ancor più vantaggiosa, considerato il fatto che ha un impatto anche sulle imposte indirette, eventualmente dovute a seguito della cessione/assegnazione, quali l’imposta di registro e le imposte ipocatastali. In particolare, l’Accademia ha esaminato i seguenti aspetti: - presupposti soggettivi e oggettivi; - calcolo dell’imposta sostitutiva; - aspetti contabili. La Fondazione ADR si è prevalentemente soffermata sul corretto inquadramento delle plusvalenze, chiarendo che le scritture contabili da effettuare saranno diverse nel caso di cessione rispetto all’assegnazione del bene. Per contabilizzare correttamente l’operazione, infatti, ci si dovrà soffermare sulla natura del bene e sulla forma dell’estromissione, facendo attenzione a non confondere la plusvalenza contabile con la base imponibile dell’imposta. In entrambi i casi, osserva l’Accademia, è fondamentale non confondere la plusvalenza fiscale, che rappresenta la base imponibile dell’imposta sostitutiva, con l’eventuale plusvalenza contabile che ha invece esclusiva valenza civilistica.   ******   7) Basta la Comunicazione Unica per l’avvio del commercio all’ingrosso, niente SCIA Per l’avvio dell’attività di commercio all’ingrosso può essere utilizzata la Comunicazione Unica, anziché l’istituto della SCIA. Il soggetto aspirante all’avvio dell’attività di commercio all’ingrosso può utilizzare la Comunicazione Unica, anziché l’istituto della SCIA. Si tratta di un istituto non dettagliatamente disciplinato dall’ordinamento ma esplicitamente previsto e ripetutamente richiamato. A tale riguardo viene fatto rinvio all’articolo 5. comma 1 della legge 7 agosto 2015, n. 124 che reca la delega governativa per l’emanazione di decreti legislativi per la precisa individuazione dei procedimenti oggetto di segnalazione certificata di inizio attività o di silenzio assenso nonché di quelli per i quali è necessaria l’autorizzazione espressa e di quelli per i quali è sufficiente una "comunicazione preventiva". Dal menzionato articolo la locuzione utilizzata è "comunicazione preventiva" di conseguenza, l’istituto semplificato non può che essere preventivo e/o contestuale all’avvio dell’attività. Non si ritiene, pertanto, ammissibile la comunicazione per attività già avviata. In caso di accertamento di carenza dei requisiti e presupposti richiesti ai fini dell’avvio dell’attività, la potestà del Registro Imprese di inibire la prosecuzione dell’attività resta anche nel caso di utilizzo dell’istituto della comunicazione. Infine, è possibile predisporre un modello di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà e di certificazione da allegare alla Comunicazione Unica, nelle more dell’implementazione della modulistica presente sul portale www.impresainungiorno.gov.it con appositi riquadri e/o specifici allegati, laddove, ovviamente, la medesima agevoli l’impresa durante tale fase transitoria.   ******   8) Debiti con il fisco: contribuenti decaduti, riammissione possibile al pagamento rateale Diffusi tutti i chiarimenti delle Entrate sulla riammissione ai piani di rateazione. La legge di Stabilità, infatti, ha introdotto la possibilità per i contribuenti decaduti nei tre anni antecedenti al 15 ottobre 2015 dalla rateazione delle somme dovute a seguito della definizione di avviso di accertamento per adesione o acquiescenza di essere riammessi al pagamento rateale, a condizione che entro il 31 maggio 2016 riprendano il versamento della prima delle rate scadute. L’Agenzia delle entrate, con la circolare 13/E del 22 aprile 2016, ha precisato i termini e le modalità degli adempimenti necessari a consentire la riammissione al beneficio. Contribuenti interessati alla riammissione In particolare, secondo quanto riferisce l’Agenzia, i contribuenti che possono essere riammessi in rateazione devono avere precedentemente definito le somme dovute mediante un atto di adesione all’accertamento, al processo verbale di constatazione o all’invito a comparire, oppure, per acquiescenza. Inoltre, prosegue la circolare, devono aver optato per il pagamento in forma rateale ed essere decaduti dal piano di rateazione, in quanto, dopo aver effettuato il pagamento della prima rata, non hanno rispettato le scadenze successive. Ne rimangono esclusi i contribuenti decaduti che hanno avviato i relativi pagamenti sulla base degli altri istituti deflattivi del contenzioso, in particolare la conciliazione e gli accordi di mediazione. Riammissione consentita per le sole imposte dirette Due ulteriori condizioni definiscono la possibilità della riammissione. La prima riguarda la decadenza, verificatasi “nei trentasei mesi antecedenti al 15 ottobre 2015”, ossia nell’arco temporale tra il 15 ottobre 2012 e il 15 ottobre 2015. La seconda condizione richiede che le somme il cui mancato pagamento ha determinato la decadenza siano dovute a titolo di imposte dirette. Dunque, limitatamente al versamento dell’Irpef, Ires, Addizionali e Irap. Restano quindi escluse le altre tipologia d’imposta tra cui, ad esempio, l’Iva. Corsia semplificata per la riammissione, né moduli né istanze, è sufficiente effettuare il pagamento Il contribuente, sempre secondo le Entrate, può essere ammesso alla rateazione se effettua il versamento della prima delle rate scadute entro il 31 maggio 2016. A tal fine, occorre compilare il Modello F24 utilizzando gli stessi codici tributo impiegati per i versamenti delle rate del precedente piano di rateazione. Nei dieci giorni successivi al versamento, il contribuente è tenuto a trasmettere all’Ufficio competente copia della relativa quietanza di pagamento. La trasmissione può avvenire mediante consegna diretta presso l’Ufficio, oppure, per posta elettronica ordinaria o certificata. L’acquisizione della quietanza, precisa infine l’Agenzia, è indispensabile affinché l’Ufficio stesso proceda alla sospensione dei carichi eventualmente iscritti a ruolo e alla rielaborazione del nuovo piano di ammortamento. Ricalcolo delle rate Lo stesso Ufficio provvede al ricalcolo delle rate tenendo conto delle rate dovute in base all’originario piano di ammortamento ed elabora un nuovo piano rateale da fornire al contribuente con gli importi da versare. Verifica dei pagamenti e sgravio dei carichi iscritti a ruolo Dopo aver verificato il versamento corretto delle rate residue, l’Ufficio potrà revocare la sospensione inizialmente disposta sui carichi iscritti a ruolo e procedere allo sgravio degli stessi. Una volta ripreso l’iter della rateazione, il mancato pagamento di due rate anche non consecutive comunque previste dal nuovo piano di ammortamento del debito comporta la decadenza definitiva dal beneficio. Ambito soggettivo Dunque, la disposizione riguarda i contribuenti che: - hanno definito le somme dovute mediante adesione all’avviso di accertamento, al processo verbale di constatazione o all’invito a comparire, oppure prestando acquiescenza all’accertamento (sono esclusi, quindi, gli altri istituti deflattivi: conciliazione e mediazione); - hanno scelto di pagare a rate; - sono decaduti dal beneficio per non aver rispettato le scadenze del piano di rateazione (mancato integrale pagamento di una rata diversa dalla prima entro il termine di scadenza della successiva). Ambito oggettivo Il beneficio della riammissione alla rateazione è subordinato a due condizioni: - La decadenza dalla rateazione deve essersi verificata nei trentasei mesi antecedenti al 15 ottobre 2015, quindi a partire dal 15 ottobre 2012, facendo riferimento alla scadenza ordinaria della rata non pagata (la circostanza non si considera avverata, ad esempio, per la rata scaduta il 25 agosto 2012 e non pagata entro il termine di quella successiva, cioè entro il 25 novembre 2012); - le somme il cui mancato pagamento ha determinato la decadenza devono riguardare le imposte dirette (come Irpef, Ires, addizionali, Irap) e non anche quelle indirette (ad esempio, l’Iva), che restano quindi escluse dalla riammissione al beneficio.   ******   9) Prime disposizioni attuative del nuovo regime di cooperative compliance Assonime, con la circolare n. 14 del 22 aprile 2016, mette in evidenza alcune delle novità emergenti dal provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 14 aprile 2016, con il quale sono state dettate le prime disposizioni attuative del regime opzionale di adempimento collaborativo (c.d. cooperative compliance programme), introdotto dall’art. 3 e ss. del D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 128. Com’è noto, il nuovo istituto risponde ad esigenze di certezza e di stabilità nell’applicazione della norma tributaria nonché di prevenzione e risoluzione ex ante di controversie in materia fiscale, da un lato, garantendo alle imprese di maggiori dimensioni una considerevole riduzione del rischio di accertamenti ex post, di vicende contenziose e di conseguenze sanzionatorie; dall’altro, offrendo all’Amministrazione finanziaria l’opportunità di meglio comprendere il core business delle imprese e indirizzare lo sforzo accertativo verso i contribuenti “non collaborativi”. Con questo intervento Assonime procede a segnalare brevemente gli aspetti più significativi del procedimento di ammissione al regime, così come delineato dal provvedimento, riservandoci di approfondire in modo più puntuale e completo l’esame della natura e della funzione del nuovo istituto in un successivo documento di commento.   ******   10) Ecco come disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi a pensionati inps L’Inps ha pubblicato il messaggio n. 1799 del 22 aprile 2016 sulla Determinazione del Presidente n. 43 30 marzo 2016 avente ad oggetto la convenzione finalizzata a disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi a pensionati inps Con tale determinazione l’Istituto ha approvato lo schema di convenzione finalizzata a disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi a pensionati Inps, unitamente al Regolamento contenente le “Disposizioni per la cessione del quinto”, allegato alla convenzione e parte integrante di essa. Il nuovo testo convenzionale ha validità a decorrere dal 1° maggio 2016 al 31 dicembre 2017. Con la suddetta determinazione presidenziale n. 43/2016 l’Inps, peraltro, ha disposto di rinnovare le convenzioni già sottoscritte dalle Banche e dagli Intermediari Finanziari. Ne deriva che i soggetti già convenzionati ed interessati alla prosecuzione del rapporto convenzionale in essere con questo Istituto potranno avvalersi della facoltà di rinnovo. Conseguentemente le convenzioni sottoscritte dalle Banche e dagli Intermediari Finanziari già vigenti alla data di emanazione della predetta determinazione presidenziale sono state prorogate fino al 30 aprile 2016, data di completamento dell’iter di rinnovo. Le società che si avvarranno della facoltà di rinnovo potranno continuare ad utilizzare il servizio erogato da questo Istituto fino al 31 dicembre 2017. Le Banche e gli Intermediari Finanziari interessati al convenzionamento, al fine della concessione di prodotti di finanziamento a pensionati INPS e non ancora convenzionati, potranno aderire – a far data dal 1° maggio 2016 - al nuovo testo di convenzione. Nell’ambito del nuovo schema convenzionale questo Istituto ha aggiornato, alla luce delle risultanze della contabilità analitica 2014, gli oneri dovuti per il servizio prestato. Infatti, a decorrere dal 1° maggio 2016, le Banche e gli Intermediari Finanziari convenzionati per lo svolgimento dell’attività in oggetto dovranno rimborsare per ogni contratto di cessione, per singola rata euro 1,61 (euro uno/61), IVA esente (art.13 della convenzione). Le Banche e gli Intermediari Finanziari non convenzionati che operano in regime di accreditamento presso questo Istituto dovranno corrispondere un onere pari a euro 87,26 (euro ottantasette/26), IVA esente, in ragione d’anno per ciascun contratto di cessione e nella misura di euro 7,27 (euro sette/27) per singola rata (art.12 delle Disposizioni per la cessione del quinto). Si evidenzia che anche l’aggiornamento del costo del servizio dovuto da parte delle Banche e degli Intermediari finanziari che operano in regime di accreditamento decorre dalla data del 1° maggio 2016. Nell’ambito del nuovo schema convenzionale è stato, inoltre, previsto il meccanismo di “mensilizzazione” dell’onere che verrà prelevato sulla singola rata di cessione in capo a ciascun nominativo e pertanto detratto dall'ammontare complessivamente versato a ciascuna società (sia in regime di convenzione che di accreditamento) nel mese di riferimento. La convenzione ha, altresì, previsto una nuova modalità di recupero delle rate indebitamente corrisposte alle Banche e agli Intermediari Finanziari successivamente agli eventi che hanno determinato l’eliminazione delle singole partite pensionistiche (art. 11 della convenzione). In merito alle suddette innovazioni si fa tuttavia riserva di comunicarne l’operatività all’atto della messa in esercizio delle relative funzioni procedurali, sia in ordine al recupero mensile degli oneri per il servizio prestato da questo Istituto, sia relativamente alle compensazioni delle rate indebitamente versate successivamente agli eventi che hanno determinato l’eliminazione delle singole partite pensionistiche. Ne consegue che fino all’avvenuto completamento delle connesse implementazioni procedurali continuano a ritenersi efficaci le attuali modalità di rimborso. Si precisa, infine, che all’art. 10 del testo convenzionale, nella tabella contenente i tassi soglia convenzionali riportata per classe di età del pensionato e classe di importo del prestito, in corrispondenza della fascia di età ricompresa tra i 70 e i 79 anni per prestiti oltre 5.000 euro, è stato indicato il tasso di 10,31 anziché quello vigente alla data di approvazione della convenzione - pari a 12,91 - e pubblicato in apposito messaggio Hermes della Direzione Centrale Pensioni n. 23 del 05/01/2016. (Inps, messaggio n. 1799 del 22 aprile 2016)   Vincenzo D’Andò