Diario quotidiano del 9 marzo 2016: spese di pubblicità e costi di ricerca non più capitalizzabili

 

agenda-immagineIndice:

1) Va bene l’accertamento fiscale per gli assegni sospetti

2) Studio associato: legittimazione processuale

3) L’e-mail prova il mandato professionale

4) Costi di ricerca e pubblicità non più capitalizzabili

5) Nuova determinazione dell’ammortamento dell’avviamento

6) Pubblicate in consultazione le bozze dell’OIC 15 e dell’OIC 19

7) Garante della privacy: dati in Anagrafe tributaria insicuri

8) Ampia deducibilità per gli interessi passivi

9) Identità digitale al via, Pin unico per 600 servizi pubblici

10) Entrate tributarie, nel 2015 sono aumentate del 4%

 

 

1) Va bene l’accertamento fiscale per gli assegni sospetti

Va bene l’accertamento fiscale per gli assegni sospetti. Questo qualora l’intestatario del conto corrente non fornisca adeguate informazioni sui movimenti considerati sospetti dall’Amministrazione finanziaria.

In particolare, secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 4153 del 2 marzo 2016), l’intestatario del conto corrente deve fornire le adeguate informazioni sui movimenti considerati sospetti dal fisco, e il giudice di merito non può considerare illegittimo l’accertamento basandosi solo sulla prova dell’esistenza di rapporti d’affari tra il contribuente e alcune aziende. È dunque legittimo l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Così si sono espressi i Giudici della Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del fisco.

Secondo la CTR, che aveva accolto le ragioni del contribuente, questi aveva giustificato adeguatamente i movimenti del proprio conto: essi corrispondevano, cioè, alla restituzione di anticipi. Secondo i giudici di appello, inoltre, le Entrate non avevano giustificato il collegamento esistente tra l’intestatario del conto e il movimento finanziario contestato.

Le Entrate affermavano che l’onere della prova grava sul contribuente; e si è trattato di un motivo accolto dalla Cassazione. Secondo la ricorrente, le movimentazioni erano ingiustificate e i casi portati ad esempio “non dimostravano alcunché visto che non si indicava chi avesse eseguito le operazioni né altri elementi identificativi”. Spiegano i giudici supremi, nella sentenza del 2 marzo 2016, n. 4153, che la decisione della CTR non poteva essere condivisibile: “come noto – spiegano – il vizio di motivazione in guisa di insufficienza della stessa è, secondo un comune insegnamento di diritto vivente, configurabile qualora dal ragionamento del giudice di merito sia evincibile l’obietta carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento”. E infatti il giudice di merito aveva formulato il suo giudizio senza soppesare gli elementi contrari che l’Agenzia aveva ancora una volta presentato. Il giudice aveva ignorato questi elementi, ritenendo semplicemente che il ricorrente avesse assolto l’onere della prova dimostrando l’esistenza di rapporti d’affari con alcune aziende, prove che non potevano essere considerate esaustive e che hanno inficiato il giudizio della CTR, evidentemente generico e non adeguatamente motivato.

 

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2) Studio associato: legittimazione processuale

La Corte di Cassazione ritiene (nella sentenza n. 4268 del 4 marzo 2016) che lo studio associato abbia legittimazione attiva. Gli accordi tra gli associati di un’associazione non riconosciuta (nel caso di specie uno studio professionale associato) possono attribuire a quest’ultima la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati.

Ove, pertanto, venga accertata, nel giudizio di merito, la sopra richiamata circostanza, deve ritenersi esistente la legittimazione attiva dell’associazione professionale ad impugnare il provvedimento di esclusione dallo stato passivo di un fallimento del credito dalla stessa vantato con…

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