Diario quotidiano del 7 marzo 2016: le ultime novità sui principi contabili

Pubblicato il 7 marzo 2016



professionisti: la Cassa previdenza vuole sempre le dichiarazioni dei redditi; il credito Iva risultante dalla dichiarazione non si perde dopo tre anni; soggetti fuori dagli studi di settore: scompare l’obbligo di presentare il modello “Ine”; bilanci d’esercizio singole voci in chiaro: sentenza della Cassazione; errori relativi all’applicazione del principio di competenza economica; novità sulla redazione dei bilanci 2015: concluso l’aggiornamento dei principi contabili; imposte sui giochi pubblici: istituiti codici somme “da reclamo” per F24 Accise; reverse charge tablet e console da gioco: decreto pubblicato in G.U.; ricorso contro cartella: sentenza della Consulta; revisione delle sanzioni tributarie non penali, agli atti non definitivi alla data del 1 gennaio 2016: applicazione del favor rei; circolare di Assonime sul Decreto Legislativo “taglia e sblocca leggi”; vicende giuridiche dei rapporti nell’impresa familiare: profili nelle imposte sui redditi esaminati dal Notariato
 
agenda-immagineIndice: 1) Professionisti: la Cassa previdenza vuole sempre le dichiarazioni dei redditi 2) Il credito Iva risultante dalla dichiarazione non si perde dopo tre anni 3) Soggetti fuori dagli studi di settore: scompare l’obbligo di presentare il modello “Ine” 4) Bilanci d’esercizio singole voci in chiaro: sentenza della Cassazione 5) Errori relativi all’applicazione del principio di competenza economica 6) Novità sulla redazione dei bilanci 2015: concluso l’aggiornamento dei principi contabili 7) Imposte sui giochi pubblici: istituiti codici somme “da reclamo” per Mod. F24 Accise 8) Reverse charge tablet e console da gioco: decreto pubblicato in G.U. 9) Ricorso contro cartella: sentenza della Consulta 10) Revisione delle sanzioni tributarie non penali, agli atti non definitivi alla data del 1 gennaio 2016: applicazione del favor rei 11) Circolare di Assonime sul Decreto Legislativo “taglia e sblocca leggi” 12) Vicende giuridiche dei rapporti nell’impresa familiare: profili nelle imposte sui redditi esaminati dal Notariato  
  1) Professionisti: la Cassa previdenza vuole sempre le dichiarazioni dei redditi La Cassa previdenza vuole sempre le dichiarazioni dei redditi, e, quindi, non solo per gli ultimi cinque anni di attività professionale. Difatti, secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 4092 del 2 marzo 2016), l’avvocato non può pretendere che la verifica del requisito di continuità professionale da parte della Cassa forense sia limitato agli ultimi cinque anni antecedenti la domanda di pensione, se non ha adempiuto i propri obblighi di comunicazione dei redditi alla Cassa medesima. La Suprema Corte ha cosi respinto il ricorso di un avvocato volto ad ottenere la pensione di anzianità dalla Cassa professionale. La Cassazione in proposito ha ribadito che la pensione di anzianità è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno 35 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa nazionale di previdenza. E la predetta iscrizione può ritenersi effettiva solo se accompagnata dall’esercizio dell’attività professionale. Conseguentemente, l’effettività dell’iscrizione condiziona l’efficacia della stessa contribuzione, di modo che, in assenza di detta effettività, il versamento dei contributi non è utile ai fini del compimento del trentacinquennio di contribuzione ed attribuisce a colui che l’ha eseguita solo il diritto ad ottenere la restituzione delle somme versate. Quanto ai limiti temporali del potere della Cassa di verificare l’effettività dell’esercizio da parte degli iscritti, la Suprema Corte, con sentenza n. 4092 del 2 marzo 2016, ha ribadito il principio secondo cui la sussistenza del requisito della continuità della professione non può essere contestata alla Cassa forense per i periodi anteriori il quinquennio precedente la domanda di pensione, quando non sia stata esercitata la facoltà di cui all’art. 3 Legge 319/1975 e l’interessato non abbia adempiuto agli obblighi di comunicazione previsti dagli artt. 17 e 23 della Legge 576 del 1980. Obblighi di dichiarazione dei redditi: Tali obblighi consistono, ricorda la Corte, nel presentare alla Cassa la dichiarazione dei redditi ai fini Irpef per l’anno precedente nonché del volume complessivo d’affari ai fini Iva per il medesimo anno; comunicazione che deve essere fatta anche se le dichiarazioni fiscali non sono state presentate o sono negative. Ma nel caso di specie i giudici di merito, con accertamento insindacabile in sede di legittimità, avevano escluso che il ricorrente, sul quale gravava il relativo onere probatorio, avesse adempito l’obbligo di comunicazione periodica nei termini sopra detti, sicché la Corte ha ritenuto che non potesse operare il limite del quinquennio previsto per la facoltà di revisione.   ******     2) Il credito Iva risultante dalla dichiarazione non si perde dopo tre anni Con il credito in dichiarazione nasce il diritto al rimborso. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4145 del 2 marzo 2016, ha confermato che è sufficiente riportare il credito Iva in dichiarazione per aver diritto al rimborso, potendo poi attivare la procedura di restituzione con la presentazione dell'istanza di rimborso nel termine di prescrizione decennale. Ad una società le Entrate negavano il rimborso Iva sul presupposto che la richiesta era stata presentata oltre il termine biennale di legge. Il provvedimento veniva impugnato davanti al giudice tributario. Entrambi i giudici di merito confermavano la spettanza del rimborso. L'ufficio ricorreva in Cassazione. Qui i giudici di legittimità hanno ribadito che la domanda di restituzione dell'Iva va tenuta distinta rispetto all'atto che dà avvio al procedimento.   ****** Giurisprudenza - CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 02 marzo 2016, n. 4145 Tributi - IVA - Rimborso del credito esposto in dichiarazione - Prescrizione per la presentazione dell’istanza - Attivazione della procedura di restituzione - Termine ordinario decennale Svolgimento del processo
  1. A., nella qualità di legale rappresentante di C. di A. M. e C. s.n.c., impugnò il diniego di rimborso IVA relativo all'anno d'imposta 1999, motivato sulla base della tardiva presentazione oltre il termine biennale di cui all'art. 21 d.leg. n. 546/1992. Dedusse la contribuente che l'imposta chiesta a rimborso era stata riportata nella dichiarazione del 2000, ove era stato esposto il credito IVA e si dichiarava la cessazione dell'attività, e che l'istanza di rimborso era stata presentata il 15 giugno 2006, entro il termine decennale di prescrizione. La CTP accolse il ricorso. L'appello dell'Ufficio venne disatteso dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania che reputò che, in mancanza di una specifica disciplina in materia di IVA, e riferendosi la norma di cui all'art. 21 d. leg. n. 546/1992 solo all'ipotesi della restituzione, trovasse applicazione la prescrizione decennale.
Ha proposto ricorso per cassazione l'Agenzia delle Entrate sulla base di un motivo. Motivi della decisione Con l'unico motivo di censura si denuncia la violazione dell'art. 21, comma 2, d. leg. n. 546/1992 e dell'art. 30, comma 1, d.p.r. n. 633/1972, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. Osserva la ricorrente che il contribuente può esercitare il proprio diritto al rimborso entro due anni dalla presentazione della dichiarazione annuale. Il motivo è infondato. Costituisce ormai indirizzo prevalente di questa Corte quello secondo cui la domanda di rimborso dell'IVA deve ritenersi già presentata con la compilazione, nella dichiarazione annuale, del quadro relativo al credito, mentre la presentazione del modello di rimborso costituisce esclusivamente presupposto per l'esigibilità del credito e, quindi, adempimento necessario solo per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso; ne consegue che, una volta manifestata in dichiarazione la volontà di recuperare il credito d'imposta, il diritto al rimborso, pure in difetto dell'apposita, ulteriore domanda, non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza previsto dall'art. 21, comma secondo, d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale ex art. 2946 cc. (da ultimo Cass. 12 settembre 2012, n. 15229; 30 settembre 2011, n. 20039). Tale indirizzo è stato contraddetto da isolate pronunzie di questa Corte, secondo cui, soltanto una domanda di rimborso conforme al modello ministeriale corrisponderebbe allo schema tipico di cui all'art. 30 d.p.r. n. 633/1972, con la conseguenza che la domanda difforme resterebbe assoggettata alla decadenza biennale prevista, in via residuale, dall'art. 21 d. leg. n. 546/1992 (ad esempio Cass. 16 settembre 2011, n. 18920). Il Collegio intende dare continuità all’indirizzo ormai maggioritario, da ultimo affermato da Cass. 1 ottobre 2014, n. 20678, in quanto coerente sia al principio secondo cui, consolidatosi il credito d'imposta nella denuncia dei redditi all'esito del controllo dell'Amministrazione finanziaria, quest'ultima è tenuta al rimborso, sia alla Sesta Direttiva CEE, per la quale il diritto al ristoro dell’IVA versata "a monte" è principio basilare del sistema comunitario, per effetto del principio di neutralità. Come precisato da Cass. n. 15229 del 2012, l'orientamento minoritario si rifà peraltro a quel filone interpretativo di questa Corte (Cass. n. 21053 del 2005) che - affermando la necessità della presentazione del modello al fine dell'esecuzione del rimborso e della decorrenza degli interessi - si limita però a configurare l’adempimento in questione quale mera condizione di esigibilità del credito d'imposta e non lo pone affatto quale "condicio sine qua non" del relativo esercizio al fine dell'impedimento della decadenza correlativamente prescritta (così in motivazione Cass. n. 20039 del 2011). Infine è stato pure affermato che ai fini della manifestazione di volontà di ottenimento del rimborso, deve aversi riguardo al fatto che nella dichiarazione annuale possa rinvenirsi l'esplicitazione di una tale volontà ancorché non accompagnata dalla presentazione dell'ulteriore domanda di rimborso, il che sottrae la fattispecie al termine biennale di decadenza, sancito in via residuale (Cass. 16 maggio 2012, n. 7684). Una volta, quindi, che il credito, come nel caso di specie, sia stato indicato nella dichiarazione, l'istanza di rimborso resta soggetta al termine decennale di prescrizione. Nulla per le spese in mancanza di partecipazione al procedimento della controparte. ******   3) Soggetti fuori dagli studi di settore: scompare l’obbligo di presentare il modello “Ine” Stop all’INE per chi non è tenuto agli studi di settore. La Legge 296/2006 (articolo 1, comma 19) aveva previsto che, nei confronti dei contribuenti titolari di reddito d’impresa (o di lavoro autonomo), per i quali non si rendono applicabili gli studi di settore, venissero individuati specifici indicatori di normalità economica, idonei a rilevare la presenza di ricavi o compensi non dichiarati, ovvero di rapporti di lavoro irregolare. Per procedere all’elaborazione di tali indicatori, a partire dal periodo di imposta 2006, per queste tipologie di soggetti era stato previsto l’obbligo di presentare, in allegato anche al modello Unico Sc, il modello denominato “indicatori di normalità economica”. Per semplificare gli adempimenti dichiarativi per il periodo d’imposta 2015 ai contribuenti non tenuti alla presentazione degli studi di settore, è stato, quindi, eliminato l’obbligo di presentare il modello “Ine”.   ******   4) Bilanci d’esercizio singole voci in chiaro: sentenza della Cassazione Dalla Suprema Corte alle recenti novità di redazione dei bilancio (principi contabili e nuovi aspetti sanzionatori sul principio di competenza economica). No alla voce contabile “fatture da ricevere” generica Non è possibile limitarsi a registrare le fatture, che alla chiusura dell’anno non sono ancora pervenute in azienda, nel conto “fatture da ricevere”. Occorrono, invece, informazioni complementari, dettagliate, nella nota integrativa del bilancio. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2190 del 4 febbraio 2016, secondo cui l’importo contenuto nella voce “fatture da ricevere” è insufficiente a potere completare l’informativa richiesta dal bilancio abbreviato. In particolare, la Corte Suprema afferma che il principio in base al quale, se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo, di cui all’art. 2423 comma 3 c.c., costituisce una clausola generale la quale, in quanto determinativa di obblighi ulteriori rispetto a quelli di legge, deve essere utilizzata in modo controllato, dandone adeguata e congrua motivazione. E non è possibile considerare tale quella che fa leva, per imporre ulteriori informazioni, sulla genericità dell’appostazione – laddove tale caratteristica sia coerente con quanto richiesto dal dato normativo – o sulla mera entità della voce. Nel caso di specie, in relazione ai bilanci in forma abbreviata relativi al 2000 ed al 2001 di una srl, taluni soci contestavano, tra l’altro, la violazione del principio di chiarezza in relazione alla voce “fatture da ricevere”, dal momento che, nonostante la rilevante entità di essa (oltre un miliardo di vecchie lire) e la genericità dell’appostazione, mancavano le indispensabili indicazioni complementari in Nota integrativa. I bilanci, anche per tale profilo, venivano dichiarati nulli in entrambi i giudizi di merito. La società, quindi, ricorreva per Cassazione eccependo la violazione e falsa applicazione delle disposizioni codicistiche applicabili nella specie, per essersi ritenuto che la voce in questione (fatture da ricevere), solo perché generica e di rilevante entità, dovesse essere destinataria di ulteriori informazioni nella Nota integrativa, seppure i bilanci risultassero redatti in forma abbreviata. La Suprema Corte reputa il ricorso fondato. A tali fini rileva, innanzitutto, il dato normativo applicabile al caso di specie. Si tratta, infatti, della disciplina anteriore alla riforma del diritto societario, che, peraltro, per le parti di interesse risulta sostanzialmente immutata. I commi 2 e 3 dell’art. 2435-bis c.c. così disponevano: “nel bilancio in forma abbreviata lo Stato patrimoniale comprende solo le voci contrassegnate nell’art. 2424 con lettere maiuscole e con numeri romani; dalle voci BI e BII dell’attivo devono essere detratti in forma esplicita gli ammortamenti e le svalutazioni; nelle voci CII dell’attivo e D del passivo devono essere separatamente indicati i crediti e i debiti esigibili oltre l’esercizio successivo. Nella nota integrativa sono omesse le indicazioni richieste dal n. 10) dell’art. 2426 e dai numeri 2), 3), 7), 9), 10), 12), 13), 14), 15), 16) e 17) dell’articolo 2427; le indicazioni richieste dal numero 6) dell’articolo 2427 sono riferite all’importo globale dei debiti iscritti in bilancio” (in base al numero 6 dell’art. 2427 c.c., la Nota integrativa doveva indicare “distintamente per ciascuna voce, l’ammontare dei crediti e dei debiti di durata residua superiore a cinque anni, e dei debiti assistiti da garanzie reali su beni sociali, con specifica indicazione della natura delle garanzie”). Per conseguenza per i debiti, raggruppati in un’unica posta sotto la voce D, occorreva la sola separata indicazione di quelli esigibili oltre l’esercizio successivo. Ciononostante, i giudici di merito avevano ritenuto necessarie ulteriori informazioni rispetto a quelle richieste dalla legge, implicitamente affidandosi all’art. 2423 comma 3 c.c., che stabiliva – e continua a stabilire – il principio (ricordato) in base al quale, se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo. Ma di questa norma – sottolinea la Suprema Corte – i giudici di merito non hanno fatto corretto utilizzo. Essa, infatti, costituisce una clausola generale che, in quanto determinativa di obblighi ulteriori rispetto a quelli previsti da specifiche disposizioni di legge, deve essere utilizzata in modo controllato, dandone adeguata e congrua motivazione ovvero spiegando per quali ragioni l’osservanza delle precipue disposizioni di legge, che fissano lo standard minimo informativo, non consentano nel caso di assicurare una chiara rappresentazione del bilancio in funzione della finalità dell’adeguata informazione ai soci e ai terzi circa la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società (imponendo un intervento supplementare). Ebbene, nel caso di specie i giudici di merito hanno ritenuto necessario il suddetto intervento aggiuntivo in ragione dell’entità della voce (oltre un miliardo di lire) e della genericità dell’appostazione (fatture da ricevere). Ma quest’ultimo riferimento è da reputare erroneo, dal momento che il raggruppamento dei debiti sotto la voce D, in un’unica posta, rispetta il dettato normativo. Resta da considerare, quindi, l’elemento dell’entità della voce; che però deve ritenersi in sé insufficiente ad imporre il ricorso alla clausola generale di cui all’art. 2423 comma 3 c.c.   ******   5) Errori relativi all’applicazione del principio di competenza economica Novità della riforma delle sanzioni tributarie amministrative contenute nel Decreto legislativo n. 158/2015, in vigore dal 1° gennaio 2016 a seguito di quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2016. La disciplina è contenuta nel Decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 158 con il quale il Governo, in attuazione di una delle deleghe previste dalla legge 11 marzo 2014, n. 23, ha modificato le sanzioni, sia penali che amministrative. Queste ultime, secondo le previsioni originarie del decreto, dovevano entrare in vigore originariamente nel 2017, ma la Legge n.208/2015 – Legge di Stabilità 2016, ha anticipato di un anno l’entrata in vigore. Si tratta di una modifica importante: Per le violazioni relative ad errori di competenza fiscale sull’errata imputazione di componenti negativi e positivi di reddito, il nuovo art. 1, c. 4 del D.Lgs. 471 del 1997 prevede la sanzione ordinaria nella misura dal 90% al 180% sia ridotta di un terzo dal 30% al 60%. La norma è riservata ai casi in cui vi sia un accertamento da parte dell’amministrazione finanziaria e che vi siano due condizioni: - il quantum accertato: la maggior imposta o il minor credito accertati siano complessivamente inferiori al 3% dell’imposta o del credito dichiarati e che non superino trentamila euro; l’inserimento del tetto in misura fissa crea di fatto un presidio per evitare di favorire con la sola soglia percentuale i soggetti di maggiori dimensioni; - per i componenti positivi, è necessario che siano già stati imputati in altri periodi d’imposta e che quindi abbiano già concorso alla determinazione del reddito di un periodo d’imposta. La norma, in maniera non condivisibile, sembra limitare la sua applicazione alle sole annualità precedenti l’accertamento. Infine si precisa, che per quanto concerne i componenti negativi è sufficiente che gli stessi non siano stati dedotti più volte. Procedimento di computo in diminuzione delle perdite in accertamento. L’art. 25 del D.Lgs. n. 158 del 2015 disciplina, con effetti dal 1° gennaio 2016 e in relazione ai periodi di imposta ancora suscettibili di accertamento alla predetta data, le modalità con cui gli Uffici dell’Agenzia delle entrate possono riconoscere, nell’esercizio del potere di accertamento o nel procedimento di accertamento con adesione e in abbattimento del maggior reddito imponibile accertato, eventuali “perdite di periodo” o “perdite pregresse” non utilizzate dal contribuente, apportando modifiche all’art. 42 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 60 (rubricato “Avviso di accertamento”), all’art. 7 del D.Lgs. 19 giugno 1997, n. 241 (rubricato “Atto di accertamento con adesione”) e all’art. 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973 (rubricato “Liquidazione delle imposte, dei contributi, dei premi e dei rimborsi dovuti in base alle dichiarazioni”). La relazione illustrativa evidenzia che la disciplina introdotta dall’art. 25 del D.Lgs. n. 158 del 2015 persegue sia l’obiettivo di fornire certezza agli Uffici dell’Agenzia delle entrate e ai contribuenti in merito all’utilizzabilità in sede di accertamento delle perdite fiscali mediante l’introduzione di uno specifico iter procedurale sia di garantire il rispetto del principio di capacità contributiva. Con riguardo alle “perdite di periodo”, cioè alle perdite formatesi nel periodo di imposta oggetto di accertamento, il nuovo comma 2-bis dell’art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 prevede che l’Agenzia delle entrate, in sede di accertamento, debba computare in diminuzione del maggior reddito imponibile accertato la perdita realizzata nel medesimo esercizio, sino a concorrenza dell’importo della medesima perdita. Il contribuente, una volta ricevuto l’avviso di accertamento, se le “perdite di periodo” riconosciute dall’Ufficio accertatore non hanno abbattuto integralmente il maggior reddito imponibile accertato, ha facoltà di chiedere al medesimo Ufficio che siano utilizzate in diminuzione del maggior reddito accertato delle “perdite pregresse”, cioè perdite formatesi in periodi di imposta precedenti al periodo di imposta oggetto di accertamento e non ancora utilizzate. A tale fine, il contribuente, entro il termine per proporre ricorso, dovrà presentare all’Ufficio accertatore un’apposita istanza, i cui contenuti e modalità di presentazione saranno stabiliti dal Direttore dell’Agenzia delle entrate con apposito provvedimento da emanare entro 90 giorni decorrenti dalla data del 22 ottobre 2015, data di entrata in vigore del decreto legislativo di riforma del sistema sanzionatorio amministrativo e penale. In tale ipotesi, il termine per la proposizione del ricorso è sospeso per un periodo di 60 giorni. In questo lasso di tempo, l’Ufficio accertatore procede al ricalcolo dell’eventuale maggiore imposta, degli interessi e delle sanzioni amministrative pecuniarie e ne comunica l’esito al contribuente. Come specifica la più volte citata relazione illustrativa, le sanzioni amministrative pecuniarie sono irrogate al contribuente solo se residua una maggiore imposta dalla rideterminazione dei maggiori redditi imponibili operata dall’Ufficio procedente a seguito dell’istanza di scomputo delle “perdite fiscali pregresse”. Il contribuente, anche nell’ambito del procedimento di accertamento con adesione e fermo restando l’obbligo per l’Ufficio accertatore di portare in diminuzione dal maggiore reddito accertato le “perdite di periodo”, potrà esercitare la facoltà di richiedere che dal maggior reddito imponibile accertato siano portati in diminuzione le “perdite fiscali pregresse”. Il legislatore delegato, al fine di evitare che le “perdite fiscali pregresse” che il contribuente ha richiesto e ottenuto in scomputo dal maggiore reddito imponibile rimangano ancora nella sua disponibilità, dispone, introducendo il nuovo comma 3-bis nell’art. 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973, che l’Agenzia delle entrate proceda a ridurre, nell’ultima dichiarazione dei redditi presentata dal contribuente, l’ammontare delle “perdite pregresse” riportabili in avanti ai sensi dell’art. 8 e 84 del TUIR. Sempre con il citato nuovo comma 3-bis dell’art. 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973, il legislatore delegato prevede che l’Agenzia delle entrate, ove il contribuente abbia usufruito dello scomputo delle perdite formatesi nel periodo di imposta oggetto di accertamento o di accertamento con adesione, debba ridurre l’ammontare delle perdite fiscali riportabili nelle dichiarazioni dei redditi presentate per i periodi di imposta successivi a quello oggetto di rettifica e, ove emerga un maggior reddito imponibile, debba esercitare il potere di accertamento in relazione ai tali successivi periodi di imposta.   ******   6) Novità sulla redazione dei bilanci 2015: concluso l’aggiornamento dei principi contabili Arrivano dai nuovi OIC le ulteriori novità sulla redazione dei bilanci 2015: Con l’adozione dell’OIC 24 nel gennaio 2015 si è concluso il processo di aggiornamento dei principi contabili nazionali per la redazione dei bilanci d’esercizio 2015. In particolare, è stato modificato l’OIC 14 che, rispetto alla versione precedente, affronta anche la rilevazione della gestione accentrata della tesoreria (cash pooling). Un’altra novità riguarda le commesse di breve durata (inferiore all’anno) per cui il nuovo OIC 23 consente di applicare o il criterio della commessa completata o quello della percentuale di completamento. La novità di maggior impatto dell'OIC 17 riguarda, invece, l’eliminazione del metodo patrimoniale per l’imputazione della rivalutazione. L’obiettivo di avvicinare la normativa professionale agli IAS/IFRS, coerentemente a quanto previsto dalla disciplina del codice civile, ha comportato l’introduzione di importanti novità che incidono tecnicamente sulla rilevazione di numerose poste di bilancio. Il processo di aggiornamento dei principi contabili nazionali, ultimato con l’adozione dell’OIC 24 nel gennaio 2015, assume fondamentale importanza per la redazione dei bilanci d’esercizio 2015. Ecco di seguito breve illustrazione dei contenuti dei vari principi contabili: OIC 14 L’OIC 14 disciplina la rilevazione, classificazione e valutazione delle disponibilità liquide in bilancio e le informazioni da fornire nella nota integrativa. Rispetto alla versione precedente, il nuovo principio affronta anche la rilevazione della gestione accentrata della tesoreria (cash pooling). Il cash pooling costituisce uno strumento generalmente utilizzato nei gruppi aziendali per rendere efficiente la gestione della liquidità di gruppo. OIC 11 I lavori in corso su ordinazione sono contratti a durata normalmente ultrannuale per la realizzazione di un bene, di una combinazione di beni oppure per la fornitura di beni/servizi non di serie e che insieme formino un unico progetto. Se al termine dell’esercizio tali lavori non sono terminati, l’impresa esecutrice del lavoro deve rilevare in bilancio tali contratti secondo quanto previsto dall’OIC 23. In particolare, due sono i criteri di valutazione applicabili. Il primo, denominato “criterio della commessa completata”, si caratterizza per rilevare i lavori in corso al costo e di iscrivere il ricavo, ed il conseguente margine, solo quando ultimati. Il secondo è invece il “criterio della percentuale di completamento” che prevede di imputare il ricavo complessivo ad ogni esercizio in cui vengono eseguiti i lavori in proporzione alla percentuale di completamento dell’opera, rispettando il principio di competenza. Il nuovo principio definisce in modo puntuale i requisiti necessari per l’applicazione del criterio della percentuale di completamento. In particolare, per i lavori ultrannuali, l’applicazione di tale criterio diventa obbligatoria quanto: -  esiste un contratto vincolante per le parti che ne definisca in modo chiaro le obbligazioni (tra cui il diritto al corrispettivo per l’esecutore); -  il diritto ad ottenere il corrispettivo matura con ragionevole certezza (come quando il contratto garantisce, all’esecutore dell’opera, il risarcimento dei costi sostenuti più un congruo margine qualora il committente recedesse) progressivamente durante l’esecuzione dei lavori; - non vi sono condizioni di incertezza con riferimento a condizioni contrattuali o fattori esterni tali da rendere dubbia la capacità dei contraenti a far fronte alle obbligazioni; -  il risultato può essere attendibilmente misurato. Solo nella circostanza in cui non siano rispettate tali condizioni allora deve essere applicato il criterio della commessa completata. Un’altra novità riguarda le commesse di breve durata (inferiore all’anno) per cui il nuovo OIC 23 consente di applicare o il criterio della commessa completata o quello della percentuale di completamento. OIC 13 Le rimanenze sono i beni destinati alla vendita o che saranno destinati alla produzione che risultano ancora in magazzino al termine dell’esercizio. La normativa professionale che approfondisce i criteri di rilevazione, classificazione e valutazione è costituita dall’OIC 13 con riferimento alle seguenti tipologie di beni: - materie prime e semilavorati di acquisto (beni acquistati esternamente ma che saranno oggetto di ulteriori processi di trasformazione); - materie sussidiarie e di consumo; - semilavorati (parti finite di produzione interna destinate ad essere utilizzate in un successivo processo produttivo); - merci, prodotti finiti e prodotti in corso di lavorazione. Le rimanenze di magazzino sono valutate al minore tra il costo di acquisto o di produzione e il valore di realizzazione desumibile dal mercato. Il criterio generale per la determinazione del costo delle rimanenze di beni non fungibili è il “costo specifico” secondo il quale occorre determinare il costo di ogni singolo bene. Per quanto riguarda i beni fungibili, invece, l’art. 2426 del codice civile, nonché l’OIC 13, consentono di determinare il costo attraverso l’applicazione di metodi sintetici quali il metodo della media ponderata, il FIFO (first in, first out) ed il LIFO (last in, first out). Il nuovo principio provvede a chiarire il trattamento contabile dei contributi in conto esercizio relativi all’acquisto delle rimanenze. L’OIC 13 prevede che i contributi acquisiti a titolo definitivo devono essere portati in deduzione al costo di acquisto dei beni. Tale comportamento contabile consente di sospendere, attraverso la rilevazione delle rimanenze, solo i costi effettivamente sostenuti (ossia costo di acquisto – contributi in conto esercizio). In termini di classificazione nel conto economico, i contributi in conto esercizio devono essere iscritti nella voce A5 (altri ricavi e proventi), i costi sostenuti per acquisire i beni vanno rilevati nella voce B6 espressiva del costo di acquisto di materie prime, sussidiarie, di consumo e merci mentre la variazione delle rimanenze (di materie prime, semilavorati e prodotti finiti) va indicata nella voce B11 (variazioni delle rimanenze di materie prime, sussidiarie e di consumo e di merci) o A2 (variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti) al netto dei contributi ricevuti. OIC 18 Il nuovo OIC 18 precisa le condizioni per la rilevazione dei ratei e dei risconti. In particolare, il paragrafo 13 dispone che la rilevazione può avvenire quando sussistono le seguenti condizioni: - il contratto inizia in un esercizio e termina in uno successivo; - il corrispettivo delle prestazioni è contrattualmente dovuto in via anticipata o posticipata rispetto a prestazioni comuni a due o più esercizi consecutivi; - l’entità di tali poste varia con il trascorrere del tempo. Non devono pertanto essere inclusi tra i ratei e i risconti, tutti i proventi e gli oneri la cui competenza matura “per intero” nell’esercizio a cui si riferisce il bilancio o in quelli successivi, in quanto tali condizioni non sono rispettate. Ad es., il paragrafo 14 della nuova versione dell’OIC 18 evidenzia come poste non rilevabili come ratei e risconti le fatture da emettere e da ricevere, nonché gli anticipi pagati o ricevuti per canoni di locazione che maturano nell’esercizio successivo. OIC 22 La nuova versione dell’OIC 22 sancisce che non si procede alla rappresentazione tra i conti d’ordine di quegli accadimenti che sono già stati oggetto di rilevazione nello stato patrimoniale, nel conto economico e/o nella nota integrativa. ******   7) Imposte sui giochi pubblici: istituiti codici somme “da reclamo” per Mod. F24 Accise Scende in pista l’Agenzia delle entrate (risoluzione n. 9/E del 3 marzo 2016), con l’istituzione di nuovi codici che consentono di versare nelle casse dell’erario, tramite il modello F24 Accise, gli importi dovuti in caso di ricorso agli istituti deflativi del contenzioso tributario Sono in tutto dieci i codici tributo per il versamento delle somme dovute per le imposte sui giochi pubblici, a seguito di reclamo e mediazione. I codici sono stati istituiti dopo che il Dlgs 156/2015 ha esteso i due istituti di prevenzione delle liti fiscali ai tributi amministrati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Ecco i codici tributo di nuova istituzione: 5390 “Imposta sugli intrattenimenti apparecchi senza vincita in denaro e relativi interessi – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5391 “Imposta sugli intrattenimenti apparecchi senza vincita in denaro - Sanzioni – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5392 “Imposta unica sulle scommesse e sui concorsi pronostici e relativi interessi - Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5393 “Imposta unica sulle scommesse e sui concorsi pronostici – Sanzioni - Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5394 “Imposta unica sulle scommesse e sui concorsi pronostici e relativi interessi di competenza della Regione Sicilia – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5395 “Imposta unica sulle scommesse e sui concorsi pronostici di competenza della Regione Sicilia – Sanzioni – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5396 “Prelievo erariale unico apparecchi con vincita in denaro e relativi interessi – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5397 “Prelievo erariale unico apparecchi con vincita in denaro - Sanzioni – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5398 “Prelievo erariale unico apparecchi con vincita in denaro e relativi interessi di competenza della Regione Sicilia – Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992” 5399 “Prelievo erariale unico apparecchi con vincita in denaro di competenza della Regione Sicilia - Sanzioni– Reclamo e Mediazione di cui all’articolo 17-bis, D.lgs. n. 546/1992”. I codici, in sede di compilazione, sono esposti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione”. In corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati” andrà riportato: nel campo “ente”, la lettera “M”, nel campo “provincia”, nessun valore, nel campo “codice identificativo”, il codice concessione (ad esempio 123456 o, nel caso non sia presente, 999999). Nel campo “rateazione” se il versamento è in forma rateale, va utilizzato il formato “NNRR”, dove “NN” rappresenta il numero della rata in pagamento e ”RR” indica il numero complessivo delle rate. In caso di pagamento in un’unica soluzione il suddetto campo è valorizzato con “0101”. Nel campo “mese”, nessun valore, nel campo “anno di riferimento”, l’anno d’imposta per cui si effettua il pagamento, nel formato “AAAA”, nel campo “codice ufficio”, nessun valore, nel campo “codice atto”, se presente, va indicato il codice dell’atto oggetto di definizione.   ******   8) Reverse charge tablet e console da gioco: decreto pubblicato in G.U. È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 52 del 3 marzo 2016, il Decreto Legislativo 11 febbraio 2016, n. 24, attuativo delle direttive 2013/42/UE e 2013/43/UE del 22 luglio 2013, che al fine di contrastare le frodi in materia di IVA, prevedono l'applicazione temporanea del meccanismo dell'inversione contabile a determinate operazioni a rischio frode. In particolare, il provvedimento estende l'utilizzo del reverse charge fino al 31 dicembre 2018 alle cessioni di console da gioco, tablet e laptop, nonché ai dispositivi a circuito integrato (microprocessori e unità centrali di elaborazione ma prima della loro installazione in prodotti destinati al consumatore finale).Le nuove disposizioni saranno operative dal 2 maggio 2016. Nella nuova versione le merceologie interessate dal reverse charge sono stati un pò modificate: - sì ai telefoni cellulari, non più inclusi invece i loro componenti e accessori - sì alle cessioni di pc e dei loro componenti ed accessori, ma non solo, in questo caso infatti la disciplina, recependo l’evoluzione informatica, indica un ampliamento anche alle cessioni di console da gioco, tablet, laptop, nonché ai trasferimenti di dispositivi a circuito integrato, quali microprocessori e unità centrali di elaborazione, effettuate prima della loro installazione in prodotti destinati al consumatore finale - non più alle cessioni di materiali e prodotti lapidei, direttamente provenienti da cave e miniere - non più alle cessioni di beni effettuate nei confronti degli ipermercati (codice attivita' 47.11.1), supermercati (codice attivita' 47.11.2) e discount alimentari (codice attivita' 47.11.3). Inoltre si stabilisce che il ministero dell’Economia e delle Finanze individuerà, con propri decreti, ulteriori operazioni economiche, transazioni o fornitura di servizi da assoggettare al regime dell’inversione contabile, qualora la loro tipologia lasci trasparire il rischio di frodi, mettendo in atto il meccanismo di reazione rapida.   ******   9) Ricorso contro cartella: sentenza della Consulta La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 44 del 3 marzo 2016, ha sancito che i ricorsi contro le cartelle esattoriali emesse dal concessionario della riscossione con sede in una provincia diversa da quella dell’ente impositore devono essere proposti alla Ctp che ha la competenza territoriale su quest'ultimo. La decisione si fonda sul principio per cui, in caso contrario, il contribuente dovrebbe sobbarcarsi costi aggiuntivi, tali da «ostacolare l'esercizio del proprio diritto di difesa» o addirittura da «indurlo a rinunciare a impugnare l'atto». Con la sentenza la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, D.Lgs. 546/92 che disciplina la competenza delle Ctp, radicandola in base alla sede dell'ufficio delle Entrate o del Territorio, dell'ente locale o del concessionario di riscossione nei cui confronti viene proposta la controversia. *** Canone RAI a chi paga la bolletta Tra le novità delle bozze del decreto del ministero dello sviluppo economico ed economia delle finanze sul canone RAI, in corso di ultimazione in questi giorni, è previsto che il canone sarà intestato a chi paga la bolletta anche se è persona diversa dall'intestatario dell'abbonamento alla Tv. Inoltre, da ulteriori indiscrezioni è emerso che potrà essere fatta on-line l'autocertificazione di non possesso della televisione e saranno serrati i tempi a disposizione dell’Agenzia delle entrate (in particolare per la direzione provinciale I di Torino) per allineare le banche dati delle famiglie anagrafiche e rigirarle all'Acquirente unico spa che a sua volta inoltrerà gli elenchi ai gestori di fornitura elettrica. Prevedibilmente la prima bolletta con il canone non sarà quella di luglio: dopo la pubblicazione il decreto (che doveva essere reso disponibile al 15 febbraio) dovrà fare comunque un passaggio al consiglio di stato e al garante privacy con la conseguenza dell'accorciamento dei tempi per arrivare pronti con la bolletta di luglio. *** Falso in bilancio, sulle valutazioni parola alle Sezioni Unite Le Sezioni Unite della Cassazione analizzano il falso in bilancio. La V sezione penale della Corte ha investito dell’incarico le Sezioni Unite, poiché non si è riusciti a consolidare una interpretazione univoca sulla riforma del 2015. Le sentenze sono state infatti di segno opposto, con un’incertezza che – osservano in Cassazione – sta diventando pericolosa. La spaccatura della Suprema Corte, finora, è stata testimoniata da tre pronunce dagli esiti diametralmente opposti: i giudici da luglio 2015 a febbraio 2016 hanno prima attribuito alla riforma del falso in bilancio un effetto parzialmente abrogativo, successivamente lo hanno impedito e, recentemente, lo hanno ribadito. Sia in luglio che in febbraio la V sezione penale ha escluso la rilevanza penale, e quindi la punibilità, dei falsi estimativi; a gennaio, invece, l’esito è stato opposto. *** Niente dichiarazione fraudolenta per le operazioni non imponibili La Corte di Cassazione, sez. III penale, con la sentenza n. 8668 del 3 marzo 2016, ha stabilito che il contribuente che riporta nella dichiarazione un’operazione non imponibile, ancorché si tratti di costo non inerente, non può essere perseguito per il reato di dichiarazione fraudolenta IVA. La decisione è motivata dal fatto che, non essendo stata detratta la relativa imposta, non si è realizzata alcuna evasione. In merito all’IVA, a due contribuenti era stata contestata la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici per aver indicato elementi passivi fittizi. I contribuenti, in Cassazione, hanno evidenziato che non era configurabile il delitto, poiché non avevano detratto l’IVA e non avevano, quindi, evaso l’imposta. La Suprema Corte ha dato loro ragione: i delitti di dichiarazione fraudolenta mediante falsi documenti, infatti, hanno secondo i giudici il loro momento costitutivo nella sola presentazione di una dichiarazione.   ******   10) Revisione delle sanzioni tributarie non penali, agli atti non definitivi alla data del 1 gennaio 2016: applicazione del favor rei Una circolare (n. 4/E) dell’Agenzia delle entrate del 4 marzo 2016 spiega il Decreto Legislativo n. 158 del 24 settembre 2015, recante applicazione del favor rei, nell’ambito della revisione delle sanzioni tributarie non penali, agli atti non definitivi alla data del 1 gennaio 2016. Secondo l’Agenzia, anche per gli atti emessi prima del 1° gennaio 2016, contenenti l’irrogazione della sanzione in base alle disposizioni ante modifica e per i quali siano ancora pendenti i termini per la proposizione del ricorso ovvero il giudizio avanti all’autorità giudiziaria, trova applicazione il principio del favor rei. A tale riguardo la circolare suddetta conferma il diritto del contribuente al ricalcolo della sanzione eventualmente già applicata in modo da corrispondere quella più favorevole. Unica limitazione a tale diritto risiede nella definitività del provvedimento di irrogazione della sanzione che impedisce in ogni caso l’applicazione del regime più favorevole, anche se la sanzione non è stata ancora pagata. I contribuenti destinatari di atti emessi con irrogazione delle sanzioni ante modifica per i quali non sono ancora scaduti i termini per la proposizione del ricorso possono richiedere all’Ufficio la rideterminazione della sanzione irrogata. La richiesta va effettuata tramite la presentazione di una semplice istanza. Viene precisato, pertanto, che l’atto originario notificato al contribuente non sarà oggetto di sostituzione o di modifica in autotutela, in quanto in esso le sanzioni risultano legittimamente irrogate sulla base delle disposizioni in vigore fino al 31 dicembre 2015. A seguito della presentazione dell’istanza, l’Ufficio procede al ricalcolo delle sanzioni sulla base dei principi esposti nel paragrafo precedente, comunica l’esito del ricalcolo dando evidenza delle misure effettivamente più favorevoli e consegna il nuovo modello di pagamento per la definizione agevolata delle sanzioni ricalcolate. La presentazione dell’istanza, in ogni caso, non sospende i termini per la proposizione del ricorso. Vi è poi la conferma che, con riferimento agli atti notificati entro il 31 dicembre 2015 e definiti in acquiescenza nel 2016, il contribuente ha diritto ad usufruire della definizione agevolata con riduzione ad un sesto delle sanzioni irrogate e successivamente rideterminate, in quanto il comma 2-bis dell’articolo 15 del decreto legislativo n. 218 del 1997 era ancora in vigore alla data di emissione dell’atto. Infatti, la soppressione del comma 2-bis ha efficacia solo con riferimento “agli atti definibili notificati dagli uffici dell’Agenzia delle entrate a decorrere dal 1 gennaio 2016” (comma 639, articolo 1 della legge di stabilità 2015). Infine, per gli atti pendenti davanti alle commissioni tributarie, nei casi in cui sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 3, comma 2, gli Uffici provvedono autonomamente a ricalcolare i provvedimenti a suo tempo emessi e a comunicarne l’esito sia al contribuente che all’organo presso il quale pende la controversia. Nei casi in cui, invece, sussistono i presupposti per l’applicazione del comma 3, il ricalcolo delle sanzioni irrogate, sulla base dei principi generali sopra descritti, è effettuato dagli uffici direttamente o su richiesta dell’organo giudicante. (Agenzia delle entrate, circolare n. 4/E del 4 marzo 2016)   ******   11) Circolare di Assonime sul Decreto Legislativo “taglia e sblocca leggi” Circolare di Assonime sul decreto legislativo “taglia e sblocca leggi” n. 10/2016. Il decreto legislativo n. 10/2016 è il primo provvedimento adottato in attuazione delle deleghe contenute nella legge n. 124/2015 (legge Madia). Con questo intervento sono state modificate diciassette disposizioni legislative e abrogate quarantasei disposizioni legislative entrate in vigore tra il 2012 e il 2015 (trenta riferibili al governo Monti, tredici al governo Letta e tre al governo Renzi) che prevedevano provvedimenti non legislativi di attuazione. La semplificazione normativa così realizzata è espressione di un approccio volto a limitare quanto più possibile il rinvio alla regolazione secondaria, che spesso rallenta la piena efficacia delle riforme e favorisce comportamenti dilatori delle amministrazioni coinvolte. Contestualmente, il disegno di legge di riforma della Costituzione prevede che i decreti legge rechino solo misure di immediata applicazione e il nuovo l’articolo 17-bis della legge n. 241/1990, introdotto dalla legge Madia, prevede il silenzio assenso per l’adozione di provvedimenti normativi o amministrativi di competenza di una pubblica amministrazione nei quali è prevista l’acquisizione di assensi, concerti o nulla osta. Le abrogazioni e le modifiche normative apportate dal decreto legislativo n. 10/2015 intervengono in ambiti molto eterogenei. La circolare illustra alcune delle modifiche e abrogazioni che appaiono di maggiore interesse per le imprese. (Assonime, circolare n. 9 del 04 marzo 2016)   ******   12) Vicende giuridiche dei rapporti nell’impresa familiare: profili nelle imposte sui redditi esaminati dal Notariato Il 4 marzo 2016, il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato lo studio n. 227/T sulle vicende giuridiche dei rapporti nell’impresa familiare: profili nelle imposte sui redditi. Nell’impresa familiare, modello ancora diffuso nel tessuto imprenditoriale italiano, la vocazione “plurale” e collaborativa è costruita dal legislatore attraverso un reticolo di rapporti giuridici che legano i familiari all’imprenditore individuale. Risulta necessario chiarire in che modo questi diritti di credito/debito siano qualificabili fiscalmente, con riferimento alla imposizione sul reddito: se sono inerenti alla sfera personale o a quella imprenditoriale; se incidono sulla qualificazione fiscale dell’impresa; come si adattano al particolare sistema impositivo costruito per la imputazione dei redditi dell’impresa ai familiari. Questi aspetti sono molto rilevanti, sul piano teorico come applicativo, sia nella fase di “gestione” ordinaria dell’impresa, sia, soprattutto, nelle fasi “straordinarie” dell’impresa individuale. Nello studio si esaminano, in particolare, le fattispecie di fuoriuscita del collaboratore dall’impresa, di cessazione dell’impresa, di circolazione dell’azienda per effetto di cessioni e conferimenti in cui, oltre a valutare l’impatto impositivo dell’eventuale trasferimento dei beni, occorre considerare come trattare fiscalmente il diritto del familiare e l’eventuale liquidazione del medesimo, nel rapporto con l’imprenditore.   Vincenzo D’Andò