Diario quotidiano del 24 febbraio 2016: ampliata l’assegnazione agevolata dei beni ai soci

Pubblicato il 24 febbraio 2016



Commercialisti: dall'1 marzo 2016 in vigore il nuovo codice deontologico; indennità maturata per ferie non godute: contabilizzazione in bilancio; bilanci: nuovi obblighi informativi previsti per le controllanti; ampliata l’assegnazione agevolata dei beni ai soci; confisca sui beni del reo limitata; perdite nelle srl semplificate: rimedi semplici e senza costi notarili purché il capitale non superi € 10.000; trasformazione transfrontaliera: studio del Consiglio Nazionale del Notariato; TFR - Coefficiente di rivalutazione - Gennaio 2016; dati anticipati dalla comunicazione Iva al capolinea; niente valutazioni per il falso in bilancio
diario-immagine2Indice: 1) Commercialisti: dal 1° marzo 2016 in vigore il nuovo codice deontologico 2) Indennità maturata per ferie non godute: contabilizzazione in bilancio 3) Bilanci: nuovi obblighi informativi previsti per le controllanti 4) Ampliata l’assegnazione agevolata dei beni ai soci 5) Confisca sui beni del reo limitata 6) Perdite nelle srl semplificate: rimedi semplici e senza costi notarili purché il capitale non superi € 10.000 7) Trasformazione transfrontaliera: studio del Consiglio Nazionale del Notariato 8) TFR - Coefficiente di rivalutazione - Gennaio 2016 9) Dati anticipati dalla comunicazione Iva al capolinea  10) Niente valutazioni per il falso in bilancio  
  1) Commercialisti: dal 1° marzo 2016 in vigore il nuovo codice deontologico A giorni sarà in vigore il nuovo codice deontologico dei commercialisti. Difatti, il nuovo codice deontologico dei Dottori commercialisti ed Esperti contabili entrerà in vigore il 1° marzo 2016. Peraltro, tale disciplina contiene modifiche rilevanti alle regole e ai principi da rispettare nel rapporto con la clientela: regole e principi che attengono all’intera evoluzione del rapporto professionale, dalla sua genesi (con l’indicazione delle modalità di attivazione del rapporto), fino alla sua cessazione - fisiologica (con le conseguenti regole in ordine al compenso professionale) o patologica (con l’individuazione del perimetro, anche cronologico, della responsabilità professionale in caso di rinuncia all’incarico). Il Titolo II del Codice deontologico, intitolato ai “Rapporti professionali”, contiene il Capo II interamente dedicato alle regole deontologiche del rapporto con i clienti. Vi vengono dettate le regole deontologiche e di comportamento professionale che gli iscritti agli Albi dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili sono tenuti a seguire in tutte le fasi del rapporto professionale: Partendo dalla sua genesi, passando per il suo concreto espletamento, per giungere fino al suo esaurimento. Esaurimento, tanto fisiologico - ad avvenuto completamento della prestazione pattuita - quanto patologico, per i casi di cessazione dell’incarico prima del termine concordato. Infine, il Capo II detta specifiche norme in ordine al compenso professionale. Principi generali In piena continuità con il Codice deontologico del 2008, il nuovo Codice esordisce (art. 20) con l’affermazione del rapporto fiduciario tra cliente e professionista. Ne deriva che: - “il cliente ha diritto di scegliere il suo professionista e di sostituirlo in qualsiasi momento”; - (anche) “il professionista ha il diritto di scegliere i clienti nei confronti dei quali erogare le sue prestazioni professionali”. D’altro canto, il nuovo Codice introduce la previsione secondo la quale le parti del rapporto professionale “possono (in accordo tra loro) liberamente limitare l’esercizio del diritto di recesso da parte del cliente, ovvero anche prevedere - a carico del cliente recedente - un indennizzo in favore del professionista, commisurato all’importanza dell’incarico e/o al compenso inizialmente previsto per il completamento dell’incarico. Infine, quale principio generale e di chiusura, il Codice pone un divieto assoluto di “acquisire clientela tramite agenzie o procacciatori” oltre che di “corrispondere compensi o omaggi in cambio di acquisizione di clienti o incarichi professionali”. Va segnalato, per concludere su tale ultimo aspetto, che la norma appena illustrata si pone in coordinamento logico con quanto disposto dal successivo art. 43 del Codice, in materia di divieto di intermediazione: divieto posto a tutela dell’indipendenza e dell’obiettività del professionista. Accettazione dell’incarico L’art. 21 del Codice è concettualmente diviso in due parti: - una prima, forse un poco datata, relativa ai limiti che il professionista si deve porre prima di accettare l’incarico, - una seconda relativa ai diritti del cliente in caso di accettazione. Alla prima parte fanno capo le disposizioni secondo le quali “prima di accettare un incarico professionale […] il professionista deve valutare se tale accettazione possa dar luogo a violazione dei principi espressi dal […] Codice quali, a titolo esemplificativo, il sospetto coinvolgimento del cliente in attività illegali”. Questa previsione risulta - peraltro - mitigata, rispetto a quella del Codice del 2008 che poneva, tra gli elementi ostativi all’accettazione dell’incarico, anche la “dubbia onesta” del cliente. Quindi, l’art. 21 procede affermando che “alla luce della disamina compiuta e della possibilità o meno di assumere le misure necessarie ad impedire che l’accettazione dell’incarico dia luogo a violazioni da parte del professionista”, egli deve informare tempestivamente il “cliente” in ordine alla decisione di accettare o meno l’incarico. Pur essendo stata mitigata la “carica etica” di queste disposizioni, rispetto al testo del 2008, appare poco verosimile che, nella generalità dei casi, i professionisti procedano a verifiche investigative propedeutiche all’accettazione di incarichi professionali. Circostanza, questa, che invece non fa venire meno l’obbligo deontologico di interrompere la prestazione qualora vengano accertati a posteriori rischi deontologici (ove non penali) connessi all’incarico ricevuto. Quindi, l’articolo prosegue chiarendo che, in caso di accettazione dell’incarico, il professionista deve: - assicurare al cliente (come peraltro previsto anche dal precedente art. 8 in termini di principi generali sull’esercizio professionale) la specifica competenza richiesta e un’adeguata organizzazione dello studio; - informare il cliente dei reciproci e rispettivi diritti e doveri nell’ambito del mandato professionale e informarlo circa l’esistenza del Codice deontologico. Esecuzione dell’incarico Riprendendo i principi contenuti nel Titolo I del Codice deontologico, l’art. 22 si apre affermando che “il professionista svolge la propria attività a favore del cliente in libertà, autonomia e indipendenza”. In questa cornice, il professionista deve: - usare la diligenza e perizia richieste dalla normativa vigente nel corso dell’espletamento dell’incarico; - illustrare tempestivamente al cliente, con semplicità e chiarezza, gli elementi essenziali e gli eventuali rischi connessi all’incarico ricevuto: - ragguagliare tempestivamente il cliente, nel corso del mandato, in ordine agli eventi essenziali che si verifichino. Per converso, il professionista non deve: - eccedere, salvi casi eccezionali, dai limiti del mandato ricevuto, pur essendo tenuto ad assumere - “con prudenza” - le iniziative opportune e svolgere tutte le attività “confacenti allo scopo concordato con il cliente”; - perseguire interessi personali in conflitto con quelli del cliente o assumere con lo stesso cointeressenze economico-professionali che possano compromettere la sua integrità o indipendenza. Nel caso di specie il Codice fa salve le misure di maggior rigore previste in relazione a specifiche funzioni professionali (quali, ad esempio quelle di sindaco). Rinuncia all’incarico Il nuovo Codice detta norme molto articolate (e innovative rispetto al documento del 2008) in ordine agli aspetti deontologicamente rilevanti che attengono alla cessazione dell’incarico professionale. In sintesi, il professionista non deve proseguire nell’incarico: - qualora ciò pregiudichi la sua libertà di giudizio, lo ponga in situazioni di conflitto di interessi o pregiudichi la sua indipendenza. Il Codice pone, quale esempio del pregiudizio alla libertà di giudizio il mancato pagamento in proprio favore di onorari e rimborsi spese: - se la condotta o le richieste del cliente o altri gravi motivi ne impediscano il corretto svolgimento; - qualora egli non sia più in grado di assolverlo con adeguata capacità e competenza per motivi sopravvenuti (posto che qualora fossero preesistenti non lo avrebbe dovuto accettare). In tal caso egli è tenuto ad informare tempestivamente il cliente chiedendo di essere sostituito o affiancato da altro professionista. Il Codice passa, poi, a disciplinare gli effetti e le conseguenze della rinuncia: - il cliente deve essere tempestivamente informato della rinuncia; - in caso di irreperibilità dello stesso, la rinuncia deve essere trasmessa via raccomandata AR o PEC “specialmente se l’incarico deve essere proseguito da altro professionista”; Con una innovazione rispetto alle disposizioni del 2008, il nuovo Codice introduce una limitazione di responsabilità del professionista disponendo che - qualora il cliente non provveda entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione di cui sopra alla nomina di un nuovo professionista - il “professionista uscente” non è responsabile per la mancata successiva assistenza, fermo restando l’obbligo di informare il cliente di ogni comunicazione ricevuta in ordine all’incarico cessato. Il professionista è comunque tenuto alla restituzione al cliente (previo rilascio di ricevuta) di tutta la documentazione afferente al mandato in proprio possesso, essendogli vietato trattenere alcunché senza il consenso del cliente. Con l’unica eccezione data dalla possibilità di trattenere copia di quanto necessario a documentare le prestazioni svolte e, solo fino all’integrale saldo delle competenze, di quanto necessario ad ottenere l’incasso del compenso (si veda, in conclusione, il divieto di trattenere documentazione in caso di mancato pagamento delle competenze professionali). Somme dei clienti, garanzie e prestiti Secondo l’art. 24 del Codice, è vietato al professionista impegnarsi patrimonialmente o fornire garanzie al cliente o per suo conto, al fine di non minare la propria indipendenza ed imparzialità. Quanto alle somme del cliente, il professionista che le detiene: - deve operare con la massima diligenza e applicare alla loro tenuta i principi di buona amministrazione e corretta contabilizzazione; - deve fornire tempestiva quietanza del versamento di quanto ricevuto per pagamenti a titolo di imposte, tasse e contributi; - in caso di deposito fiduciario, deve richiedere al cliente istruzioni scritte ed attenervisi; - ha diritto a trattenere quanto ricevuto (anche da terzi) a rimborso di spese sostenute, informandone il cliente. In ogni altro caso, deve mettere immediatamente a disposizione del cliente stesso ogni somme riscossa per suo conto. Compenso professionale Ai sensi dell’art. 25 del Codice, il compenso deve essere liberamente pattuito tra le parti per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico, tramite l’elaborazione di un “preventivo di massima” onnicomprensivo (al cui interno siano, quindi, esposti anche spese, oneri e contributi previdenziali). Quanto alla sua determinazione, il Codice prevede che esso debba essere “commisurato”: - all’importanza dell’incarico, - alle conoscenze e all’impegno richiesti al professionista - alla difficoltà della prestazione, tenendo anche conto “del risultato economico conseguito e dei vantaggi, anche non patrimoniali, derivati al cliente”. Quanto a tale ultimo aspetto, l’articolo dispone che il compenso può essere “in parte costituito da una componente variabile, anche fissata in percentuale, commisurata al successo dell’incarico professionale.” Comunque, il Codice dispone che “in nessun caso”, il compenso può essere “manifestamente sproporzionato rispetto all’attività svolta o da svolgere”. Ai fini della possibilità di verificare tale “proporzione”, il Codice dispone che il professionista deve tenere la contabilità afferente all’incarico, e che egli è tenuto a consegnare - a richiesta - al cliente, la “nota dettagliata delle somme anticipate e delle spese sostenute per le prestazioni eseguite e degli onorari per le prestazioni stesse”. Inoltre, in caso di incarico svolto da più professionisti, la ripartizione del compenso viene disciplinata da apposito accordo tra loro. Infine, quale clausola di chiusura, il Codice ribadisce che è vietato al professionista di trattenere documenti ed atti del cliente, in ragione della mancata ricezione di compensi o rimborsi delle spese sostenute.   ******   2) Indennità maturata per ferie non godute: contabilizzazione in bilancio Secondo normativa vigente, il lavoratore dipendente ha diritto ad un periodo minimo di ferie il quale può essere monetizzato in forma di indennità sostitutiva per ferie non godute solo al momento della risoluzione del rapporto di lavoro subordinato. Per cui, se alla chiusura dell’esercizio dei lavoratori non avessero beneficiato delle ferie dagli stessi maturate nel corso dell’anno, in sede di scritture di assestamento per la formazione del bilancio annuale, tale evento deve essere rilevato. E’, infatti, frequente che al 31 dicembre vi siano lavoratori che hanno concordato con il datore di lavoro il rinvio all’esercizio successivo a quello di maturazione di una quota di ferie maturate nell’anno. In queste situazioni, in forza del principio di competenza, il costo del personale dipendente che ha prestato l’opera nell’esercizio deve essere rilevato nel conto economico includendo anche il costo corrispondente alle ferie maturate dai dipendenti ma da questi non ancora godute e né liquidate. Infatti, il diritto alle ferie per il lavoratore matura progressivamente nel corso dell’esercizio con la conseguenza che la corretta imputazione del costo del lavoro di competenza dell’esercizio non può non includere anche la quota riferita al periodo feriale non fruito al termine dell’anno. Il debito per ferie non godute alla data di chiusura dell’esercizio deve corrispondere all’importo che la società dovrebbe liquidare a quella data ai dipendenti ed agli enti di previdenza ed assistenza nell’ipotesi in cui il lavoratore cessasse il proprio rapporto con la società (Principio contabile OIC 19). Pertanto, la determinazione di questo importo dovrà tenere conto: Del costo del lavoratore assunto su base giornaliera, inclusivo non solo della remunerazione lorda bensì anche dei costi contributivi e assistenziali; Del numero dei giorni di ferie maturati nell’esercizio e non ancora goduti alla data di chiusura dell’esercizio. Il costo per ferie maturate e non godute deve essere imputato per intero all’esercizio di maturazione, senza avere riguardo al periodo in cui essere sono fruite in concreto dal lavoratore oppure vengono allo stesso pagate. In merito alla classificazione nello stato patrimoniale, va sottolineato che poiché non si tratta di una posta che matura a cavallo di due o più esercizi, bensì di un debito che matura in modo definitivo nell’esercizio, l’indennità per ferie maturate e non godute non deve essere classificata fra i ratei passivi, bensì essa deve essere iscritta fra gli “Altri debiti” – Voce D.14 dello Stato patrimoniale. Dal punto di vista fiscale, in forza del principio di derivazione e di competenza economica, non vi sono dubbi sul fatto che l’indennità per ferie maturate e non godute sia deducibile nell’esercizio della sua maturazione. (Corte di Cassazione, sentenza n. 871/2009).
Diversi a Diversi
Salari e stipendi Dipendenti c/ferie maturate
Contributi Inps Dipendenti Debiti V/Inps su ferie maturate
Contributi Inail Dipendenti Debiti V/Inail su ferie maturate
    ******   3) Bilanci: nuovi obblighi informativi previsti per le controllanti Bilanci: In vista complicazioni per società con rapporti con altre collegate. La riforma dei bilanci d’esercizio attuata con il D.Lgs. n. 139/2015 ha un profondo impatto sui nuovi obblighi informativi previsti in caso di rapporti con imprese sottoposte al controllo delle controllanti, sulle modifiche apportate alle modalità di rilevazione dei conti d’ordine e dei fatti straordinari. L’eliminazione delle voci specifiche dallo Stato Patrimoniale e dal Conto Economico, sostituita da obblighi informativi rafforzati per la Nota Integrativa, rende il trattamento di tali poste contabili più complicato soprattutto per quanto riguarda i componenti straordinari che richiederanno un maggiore sforzo di riclassificazione dei dati del 2015 per renderli confrontabili con i saldi del 2016. Le modalità di redazione del bilancio di esercizio hanno subito una serie di importanti modifiche ad opera del D.Lgs. n. 139/2015. Anche se la decorrenza delle novità sia fissata a partire dai bilanci relativi all’esercizio 2016 (almeno per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare), occorre già da adesso affrontare le conseguenze derivanti dalla riforma sulla redazione dei prossimi bilanci. Tra le tante modifiche introdotte, di maggiore rilievo: - l’informativa relativa alle imprese sottoposte al controllo delle controllanti (società sorelle); - l’eliminazione di conti d’ordine; - la soppressione della sezione E) del conto economico dedicata alla rilevazione dei proventi e oneri finanziari. Questo perché si tratta di novità che richiedono la raccolta e l’esposizione di informazioni che oggi non vengono rilevate o l’eliminazione di alcune poste sostituita dalla sola informativa in nota integrativa, con ovvi riflessi sulla confrontabilità di tali poste con i valori esposti nell’esercizio precedente. Imprese sottoposte al controllo delle controllanti In base al nuovo schema dello Stato Patrimoniale, dal bilancio 2016, i rapporti con le società sorelle dovranno essere esplicitati. In particolare, andranno indicati: - le partecipazioni, con separata indicazione di quelle da iscrivere tra le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni; - i crediti, sia iscritti tra le immobilizzazioni finanziarie che appostati nell’attivo circolante; - i debiti, con separata indicazione degli importi esigibili oltre l’esercizio successivo; - i proventi ed oneri finanziari, distinguendo quelli provenienti dalle partecipazioni da quelli relativi a crediti iscritti tra le immobilizzazioni o diversi dai precedenti. Nel Conto economico, invece, si iscriveranno i proventi e oneri finanziari relativi a queste imprese suddivisi in proventi ed oneri da partecipazioni, da crediti e diversi dai precedenti. Infine, nella nota integrativa, andranno indicati: - nome e sede legale dell’impresa che redige il bilancio consolidato, - degli insiemi più grande e più piccolo di imprese di cui l’impresa fa parte in quanto impresa controllata, - nonché il luogo in cui è disponibile la copia del bilancio consolidato. Non sono società sottoposte al controllo delle controllanti quelle con cui sussistono rapporti di controllo o collegamento ex art. 2359 del codice civile (dedicato alla definizione di società controllate e società collegate), circostanza questa che ne richiederebbe, invece, l’esposizione nelle voci dedicate alle imprese controllate, collegate o controllanti già previste nell’attuale schema di bilancio. L’esistenza di un comune controllante assume dunque specifica rilevanza, atteso che i rapporti instaurati con detti soggetti ben potrebbero, e anzi di regola sono, il risultato della strategia adottata dall’intero gruppo. Da ultimo, tale informativa assume interesse anche in ambito tributario, ora che è diventato possibile optare per il consolidato fiscale anche da parte di imprese soggette al controllo di un’entità non residente. Dunque, giudizio sicuramente positivo circa l’utilità dell’inserimento in bilancio di tali nuove informazioni. Problemi, invece, si possono porre circa la necessità di reperire tali informazioni, circostanza questa che potrebbe giustificare deroghe ai termini di redazione del documento fissati dall’art. 2364 c.c., e di evidenziare il confronto con le corrispondenti voci dell’esercizio precedente. È di tutta evidenza, infatti, la necessità di reperire, anche per l’esercizio 2015, tutta l’informativa atta a permettere di identificare i rapporti esistenti con le società sorelle, così da permettere la suddivisione del dato “sintetico” risultante dal bilancio 2015 e assicurarne il confronto con i saldi del 2016. Eliminazione dei conti d’ordine Nel bilancio 2015, si continueranno a riportare in calce allo Stato patrimoniale, i c.d. conti d’ordine, così chiamati perché, pur non determinando una variazione attuale dei saldi di bilancio, sono potenzialmente in grado di provocarla in esercizi futuri. Si tratta: - delle garanzie prestate direttamente o indirettamente; - degli altri conti d’ordine (es. beni di terzi, o presso terzi, in conto deposito, lavorazione o in leasing). Le garanzie del primo tipo vanno distinte tra fideiussioni, avalli ed altre garanzie personali e reali e per ciascun tipo di garanzia occorre indicare separatamente quelle prestate a favore delle imprese controllate, collegate, controllanti e sottoposte al controllo di queste ultime. Dal 2016, queste informazioni abbandoneranno definitivamente lo Stato Patrimoniale per rimanere evidenziate in apposito paragrafo della nota integrativa. Il novellato punto 9) del primo comma dell’art. 2427 c.c., prevede, infatti, che la nota integrativa deve indicare: “ … l’importo complessivo degli impegni, delle garanzie e delle passività potenziali non risultanti dallo stato patrimoniale, con indicazione della natura delle garanzie reali prestate; gli impegni esistenti in materia di trattamento di quiescenza e simili, nonché gli impegni assunti nei confronti di imprese controllate, collegate, nonché controllanti e imprese sottoposte al controllo di quest’ultime sono distintamente indicati”. Viene ora specificamente imposta l’indicazione in nota integrativa degli importi relativi a queste voci e non soltanto, come in precedenza, le notizie circa la composizione e natura di tali impegni e dei conti d’ordine. La tecnica usata dal Legislatore, rende, in questo caso, più semplice la gestione del passaggio alla nuova struttura del bilancio atteso che già ora nella gran parte dei bilanci si provvede ad inserire in nota integrativa un apposito prospetto in cui sono riportati i saldi di tali conti, i valori assunti nell’esercizio precedente e le variazioni verificatesi. Soppressione della parte straordinaria del Conto Economico Probabilmente si tratta del cambiamento più incisivo apportato dalla norma perché interviene su una struttura del Conto Economico ormai ben familiare a coloro che per mestiere devono leggere i bilanci. La novità consiste nella completa eliminazione della lettera E) Proventi e oneri straordinari dallo schema del Conto Economico previsto dall’art. 2425 c.c., con contestuale trasferimento di tali informazioni nel novellato punto 13) del primo comma dell’art. 2427 c.c.. Viene così a mancare un’informazione importantissima per comprendere fino a che punto il risultato dell’esercizio dipenda dall’attività operativa o sia, invece, frutto di eventi eccezionali o extra caratteristici e, come tali, destinati a non ripetersi negli esercizi futuri. Ma, oltre a ciò, rimane il problema di comprendere in quale voce del conto economico andranno riclassificati i conti che si continueranno ad accendere per rilevare tali fatti di gestione. In attesa di specifiche indicazioni da parte dell’OIC, è da ritenere che questi elementi possano ricomprendersi nella voce 14) Oneri diversi di gestione. Se questa interpretazione dovesse trovare conferma, non vi è dubbio che, per una corretta interpretazione del risultato esposto nel Conto Economico, diverrà fondamentale potere sterilizzare l’effetto di tali poste. Sotto questo profilo, la modifica del punto 13) della nota integrativa, con l’esplicita previsione dell’indicazione dell’importo e della natura dei singoli elementi di ricavo o di costo di entità o incidenza eccezionali, andrebbe letta in questo modo e quindi non come mera esposizione descrittiva ma aggiungendo un prospetto in cui esplicitare l’effetto di tali fatti di gestione sul risultato di esercizio. Sicuramente più complicato risulterà, invece, rispettare il disposto dell’ultimo comma dell’art. 2423-ter c.c. comma 5, che continua a prevedere l’obbligo di indicare, per ciascuna voce, l’importo della voce corrispondente dell’esercizio precedente.   ******   4) Ampliata l’assegnazione agevolata dei beni ai soci La Legge n. 208/2015 (Legge di Stabilità 2016), commi da 115 a 120 dell’art. 1, ripresenta la norma sull’assegnazione/cessione agevolata dei beni ai soci, ampliandone i confini. La nuova disposizione, infatti, non è rivolta soltanto alle società non operative (c.d. di comodo). Viene anche introdotta un’imposta sostitutiva, con aliquota dell’8%, per gli imprenditori individuali (comma 121) che, alla data del 31 ottobre 2015, possiedono beni immobili strumentali per loro natura (i contribuenti interessati dovranno esercitare l’opzione entro il 31 maggio 2016). Ambito soggettivo La nuova disposizione di legge si rivolge a: - Società in nome collettivo; - Società in accomandita semplice; - Società a responsabilità limitata; - Società per azioni; - Società in accomandita per azioni; Non sono incluse: - Le cooperative; - I consorzi e le società consortili; - Gli enti commerciali e non; Tutti i soci devono essere iscritti nel libro soci al 30 settembre 2015; oppure, devono essere iscritti entro il 30 gennaio 2016, in base ad atto di trasferimento avente data certa anteriore all’1 ottobre 2015. Ambito oggettivo La disposizione si rivolge unicamente a: - Beni immobili, diversi da quelli strumentali per destinazione, ex art. 47, comma 2 Tuir; vale a dire non utilizzati (al momento dell’assegnazione/cessione) come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa; - beni mobili, iscritti nei pubblici registri, non utilizzati quali beni strumentali nell’esercizio dell’impresa. Poiché ai fini delle imposte sui redditi si considerano strumentali gli immobili utilizzati esclusivamente per l’esercizio dell’arte o professione o dell’impresa commerciale da parte del possessore (strumentali per destinazione ex art. 43, comma 2, 1° p. Tuir), nell’agevolazione rientrano: - gli immobili patrimoniali (categoria catastale A); - gli immobili-merce; - gli immobili strumentali per natura (categorie B, C, D, E e A/10), sempre che non siano utilizzati direttamente per l’attività, compresi anche gli immobili concessi in locazione dalle società di gestione immobiliare (non considerati strumentali per destinazione). Trasformazione in società semplice La norma è, inoltre, applicabile anche alle società che hanno per oggetto esclusivo o principale la gestione dei predetti beni e che entro il 30 settembre 2016 si trasformano in società semplici. Agevolazioni e adempimenti Secondo le disposizioni ordinarie del Tuir, l’assegnazione di un bene dell’impresa a un socio evidenzia in capo alla società un ricavo/plusvalenza, e in capo al socio assegnatario un reddito tassato (distribuzione di utili in natura). La norma consente, invece, alla società di fare fuoriuscire i beni oggetto dell’agevolazione, pagando un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap pari a: - l’8%; - il 10,5% se la società risulta non operativa in almeno due dei tre periodi di imposta precedenti a quello in corso al momento dell’assegnazione. La base imponibile sulla quale applicare l’imposta sostitutiva è calcolata come differenza tra il valore normale o catastale dei beni assegnati e il costo fiscalmente riconosciuto. In caso di cessione a titolo oneroso ai soci, il corrispettivo della cessione, se inferiore al valore normale o a quello catastale del bene, è computato in misura non inferiore a uno dei due valori; inoltre, è possibile adottare un valore intermedio tra i due. Le riserve in sospensione d’imposta annullate per effetto dell’assegnazione dei beni ai soci e quelle delle società che si trasformano sono, inoltre, assoggettate a imposta sostitutiva nella misura del 13%, (sono esonerate le società di persone in contabilità semplificata). Disciplina IVA Si applicano le regole ordinarie con un’unica deroga: se l’Iva non è stata detratta “a monte”, l’operazione “a valle” è da considerarsi “fuori campo”. Situazione ai fini delle imposte sui redditi Per le assegnazioni o cessioni soggette a imposta di registro proporzionale le aliquote dell’imposta sono ridotte alla metà, e le imposte ipotecarie e catastali si applicano in misura fissa. Pertanto, per gli immobili a destinazione abitativa l’aliquota passa al 4,5% o all’1%, nel caso di immobile acquisito come “prima casa” dal beneficiario; (per i beni acquistati senza scontare Iva a monte, l’imposta di registro passa al 4,5% senza distinzione tra abitativi e strumentali). Per i beni strumentali si applica un’imposta di registro fissa pari a 200 euro e imposte ipotecarie e catastali fisse pari a 200 euro (in deroga alla disciplina ordinaria che prevede l’applicazione di tali imposte nella misura complessiva del 4%). Per i terreni agricoli l’aliquota dell’imposta di registro è dimezzata al 7.5%, o determinata in misura fissa pari a 200 euro se l’avente causa è un coltivatore diretto o Iap (imprenditore agricolo professionale); le imposte ipotecarie e catastali trovano applicazione in misura fissa pari a 50 euro, ovvero, rispettivamente 200 euro e l’1% se l’avente causa è un coltivatore diretto o Iap. Scadenze e versamenti Il termine entro il quale perfezionare gli atti di assegnazione o cessione, o la trasformazione agevolata è il 30 settembre 2016. L’imposta sostitutiva deve essere, invece, versata (utilizzando il modello F24): - il 60% entro il 30 novembre 2016; - il rimanente 40% entro il 16 giugno 2017. Conseguenze Per il socio assegnatario viene prevista la tassazione degli utili in natura eccedenti la somma assoggettata a imposta sostitutiva dalla società. Tuttavia, il valore normale dei beni ricevuti, al netto dei debiti accollati, riduce il costo fiscalmente riconosciuto delle azioni o quote possedute. In più, non opera la presunzione di prioritaria distribuzione di riserve di utili: la società è libera fiscalmente di scegliere quale posta patrimoniale utilizzare in contropartita al bene assegnato. Bisogna, tuttavia, considerare le disposizioni del Codice Civile e dei principi contabili che impongono limiti e vincoli all’utilizzo delle riserve, in funzione della loro natura. Con riferimento alla cessione agevolata, per il socio non si genera alcun utile in natura, né si modifica il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione. 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Infine, la Suprema corte ha affermato che “in tema di reati tributari, il pubblico ministero è legittimato, sulla base del compendio indiziario emergente dagli atti processuali, a chiedere al giudice il sequestro preventivo nella forma per equivalente, invece che in quella diretta, solo all’esito di una valutazione allo stato degli atti in ordine alle risultanze relative al patrimonio dell’ente”.   ******   6) Perdite nelle srl semplificate: rimedi semplici e senza costi notarili purché il capitale non superi € 10.000 Che succede se nelle Srl semplificate il capitale sociale va in rosso?. A questo ha risposto la Fondazione Nazionale Commercialisti (congiuntamente con il CNDCEC) con un studio dei Dottori commercialisti sulle srl semplificate pubblicato il 22 febbraio 2016, secondo cu, in tali casi le perdite non rilevano. In particolare, viene affermato che nelle Srl semplificate il capitale non ha una funzione garantista nei confronti dei terzi quindi non si applicano, in merito alle perdite, gli art. 2482-bis e ter del codice civile. Nello statuto standard può prevedersi la durata della società e dell’esercizio sociale. Statuto standard ma non troppo Secondo la Fondazione, più che lo statuto standard sono le singole clausole dello stesso a essere inderogabili. Allo stesso, quindi, possono essere apportate mere integrazioni, peraltro non incompatibili con il contenuto minimo dell’atto costitutivo espresso nel modello standard, che si rendano necessarie in relazione all’esatta configurabilità dell’organizzazione della società, qualora il modello standard taccia sul punto. Tali clausole potrebbero riguardare la dichiarazione dei soci resa nell’atto costitutivo relativamente all’indirizzo della società o l’indicazione della durata dell’esercizio sociale. Pare poi che siano consentite clausole convenzionali concernenti la durata della società. Copertura perdite Secondo lo studio dei commercialisti, se si parte dall’assunto che nelle Srls non vi è un capitale minimo e si ritiene che il capitale esiguo delle stesse non abbia una funzione di garanzia verso i terzi, è facile comprendere le ragioni per cui non possano essere applicate le disposizioni presenti negli artt. 2482-bis e 2482-ter c.c. Ne consegue: - che le perdite oltre 1/3 del capitale possono essere coperte aumentando il capitale ad almeno il triplo delle stesse, o con appositi versamenti a copertura per non portare lo stesso a 10.000 euro; - che per dette operazioni, fino a quando il capitale resta al di sotto dei 10.000 euro, non sia necessario un atto notarile; - che l’obbligo di ricapitalizzazione è inderogabile nel caso in cui la società versi in una condizione di deficit patrimoniale (patrimonio netto negativo). Aspetti statistici Nello studio viene anche evidenziato che il numero di Srls cresce costantemente: da 3.500 circa del 2012 ad oltre 16 mila del 2013, a quasi 28 mila del 2014, a 40 mila del 2015 per un totale di circa 80 mila società. Il numero di Srls unipersonali, poi, sfiora il 50%. Dall’analisi dei dati di bilancio, emerge come il 42% delle Srls presenti un bilancio in perdita e di queste il 64% presenta una perdita superiore al capitale sociale. A fine 2014, inoltre, era evidente la piccola dimensione delle stesse. Il 37% presentava ricavi fino a 10.000 euro e solo il 24% supera i 100.000 euro.   ******   7) Trasformazione transfrontaliera: studio del Consiglio Nazionale del Notariato Il notaio deve accertare il capitale minimo. Secondo lo studio del Consiglio Nazionale del Notariato, approvato nel mese di gennaio 2016, titolato “Il trasferimento della sede sociale e la trasformazione internazionale”, le società estere che vogliano trasferire la loro sede in Italia dovranno essere iscritte presso il registro delle imprese attraverso un notaio. Lo stesso dovrà provvedere a eseguire un controllo di legalità soprattutto in merito ai requisiti minimi del capitale sociale. Nei trasferimenti di sede all’interno di un paese dell’Unione europea, la società dovrà operare una trasformazione “transfrontaliera”, assoggettandosi alla disciplina giuridica del paese di destinazione senza estinzione nel paese di origine. Trasferimenti della sede legale dall’Italia all’estero e dall’estero in Italia Laddove una società italiana intenda trasferire la propria sede all’estero, l’esito dell’operazione dipenderà da quanto previsto dalla legge in vigore nel Paese d’arrivo ma anche di quello di partenza. Per ciò che concerne i trasferimenti da e per l’Italia, bisogna prendere le mosse dal combinato disposto dei commi 1 e 3 dell’art. 25, legge 218/1995, recante “Riforma del sistema italiano del diritto internazionale privato”. La concreta realizzabilità dell’operazione “è, in ogni caso, rimessa sempre a un duplice riscontro: per i trasferimenti dall’Italia, occorre verificare se e a quali condizioni l’ordinamento del paese di arrivo consente l’ingresso nel proprio ordinamento di soggetti giuridici stranieri preesistenti, previo adeguamento o meno alla propria legge nazionale o se, piuttosto, imponga l’estinzione della società; analogamente, per i trasferimenti verso l’Italia, occorre verificare se la legge inizialmente regolatrice della società e, quindi, quella dello stato di partenza, consente all’ente di uscire dall’ordinamento senza imporre preventivamente la liquidazione dei rapporti giuridici pendenti e dovendosi, poi, adeguare lo statuto della società alla disciplina italiana”. Trasferimenti all’interno dell’Unione europea Con una serie di sentenze, la Corte di giustizia europea ha nel tempo meglio definito quali siano le norme applicabili nel caso di trasferimento della sede di una società dall’Italia in un paese Ue e da un paese Ue in Italia. In particolare, la Corte di giustizia ha affermato “che la libertà di stabilimento comunitaria obbliga le legislazioni nazionali a riconoscere la cosiddetta trasformazione internazionale o transfrontaliera, rendendo incompatibili con le norme comunitarie le disposizioni che impongono alla società che intenda trasferire la sede all’estero di estinguersi nel paese d’origine per poi costituirsi ex novo nel Paese di destinazione. Pertanto, la disciplina contenuta nell’art. 25 legge 218/1995 dovrà essere disapplicata nei casi in cui essa determini l’applicazione di una legge straniera che per il trasferimento della sede sociale all’estero impone alla società di estinguersi nel paese d’origine e di costituirsi ex novo in base alle regole del paese di destinazione”. Ulteriori aspetti Anche laddove la decisione di trasferimento sede venga redatta all’estero, l’atto, da depositarsi presso il Registro delle imprese italiano, dovrà in forma autentica essere depositato presso un notaio. Esso debitamente tradotto dovrà essere sottoposto ad un controllo di legalità da parte del notaio italiano ai fini della compatibilità col nostro ordinamento. Particolare attenzione a riguardo dovrà essere rivolta alla consistenza del capitale sociale. Per esempio, laddove nel paese di provenienza non sia richiesto un capitale minimo il notaio potrà richiedere una perizia di stima atta a saggiarne la consistenza ed a chiedere ai soci il versamento del capitale minimo, nel rispetto delle norme di conferimento, qualora lo stesso risultasse non adeguato alla forma societaria prescelta.   ******   8) TFR - Coefficiente di rivalutazione - Gennaio 2016 L’indice Istat relativo al mese di gennaio 2016 è pari a 99,7%. Il coefficiente per rivalutare le quote di trattamento di fine rapporto è 0,125000 %. L’Istituto centrale di statistica ha reso noto che l’indice dei prezzi al consumo per il mese di gennaio 2016 è pari a 99,7 punti. L’incidenza percentuale della differenza rispetto all'indice in vigore al 31 dicembre 2015 è pari a 0; il calcolo del coefficiente di rivalutazione si esegue sommando il 75% di tale valore con un tasso fisso dell’1,5% annuo, per cui si avrà un indice di rivalutazione del TFR pari a 0,125%.   ******   9) Dati anticipati dalla comunicazione Iva al capolinea Al capolinea l’obbligo della comunicazione annuale dati Iva. Il 29 febbraio, infatti, scadrà per l’ultima volta il termine per inviare il modello che riepiloga le risultanze delle liquidazioni del tributo relativo all’anno 2015, così da permettere entro due mesi dalla chiusura del periodo d’imposta e in linea con le disposizioni comunitarie, il computo sintetico delle risorse da versare al bilancio della Ue. Dal prossimo anno (a meno di ulteriori ripescaggi), infatti, la scadenza, in realtà già soppressa dalla Legge 190/14, scomparirà definitivamente dall’agenda dei contribuenti. Dal prossimo anno (quindi, tranne ulteriori modifiche), viene previsto l’obbligo generalizzato di presentare la dichiarazione annuale Iva entro il mese di febbraio, con conseguente abrogazione della comunicazione dati. Ancora per quest’anno, quindi, chi non beneficia di specifici esoneri, dovrà provvedere alla compilazione del modello che non risulta modificato rispetto a quello degli anni passati anche se occorre prestare attenzione alle istruzioni approvate lo scorso 15 gennaio. Da censire split payment e reverse charge: Difatti, anche la comunicazione dati recepisce le novità Iva del 2015. Lo precisano le istruzioni per la compilazione, le quali prevedono che vanno ricomprese tra le operazioni attive anche quelle realizzate nei confronti della Pa con applicazione del sistema dello split payment. Il dato, al netto dell’imposta, deve essere riportato nel rigo Cd1 (campo 1) del modello, unitamente alle altre cessioni di beni e prestazioni di servizi interne, intracomunitarie e all’esportazione. Si ricorda che, nello stesso rigo, vanno riepilogate anche le operazioni extraterritoriali soggette all’obbligo di fatturazione. Per le operazioni soggette a reverse charge l’ammontare complessivo dei relativi acquisti, sempre al netto dell’imposta, va indicato nel rigo Cd2 (campo 1) assieme a tutti gli altri acquisti interni, intracomunitari e all'importazione.   ******   10) Niente valutazioni per il falso in bilancio Le valutazioni tornano a uscire dal falso in bilancio. La Suprema Corte torna ad interpretare le nuove norme collocandosi sulla linea tenuta in precedenza. A conferma del fatto che un intervento delle Sezioni unite sarebbe opportuno per cancellare l’incertezza su uno degli elementi chiave della nuova fattispecie penale. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6916 del 22 febbraio 2016, sezione penale, ha sottolineato la rilevanza dell’eliminazione del riferimento alle valutazioni dal nuovo art. 2621 c.c.. La Corte modifica il suo orientamento rispetto alla pronuncia di poche settimane fa, la n. 890 del 2016, con la quale si era, invece, concluso che anche le valutazioni possono essere rilevati nel condurre a una condanna per false comunicazioni sociali. Ora la Corte torna a considerare importante l’esclusione delle valutazioni. Ragionando a ritroso, avverte la sentenza, chi adesso ritiene irrilevante il riferimento alle valutazioni per sminuirne l’assenza dovrebbe ritenere che quando invece queste erano previste, nella vecchia fattispecie, allora si trattasse di una previsione tutto sommato irrilevante. Ma non è così, sottolinea ora la Cassazione: con l’espressione che attribuiva peso penale ai fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni si intendeva considerare punibile anche il falso su dati contabili risultanti da valutazioni purché le stesse fossero state svolte partendo da fatti materiali, riferiti a realtà economiche oggettivamente determinate. Sotto l’ombrello penale finivano così le registrazioni contabili che non riguardano direttamente fatti materiali, ma sono riconducibili a questi attraverso le valutazioni che le giustificano.   Vincenzo D’Andò