Diario quotidiano del 19 febbraio 2016: le novità del modello 730

Pubblicato il 19 febbraio 2016



l’accertamento da studi di settore non si applica al contribuente con codice di attività poco adatto alla realtà aziendale; modello 730/2016: novità del quadro C; contratti di affitto: conservazione presso terzi delle dichiarazioni trasmesse in via telematica; nota integrativa come parte “interattiva” del bilancio; antiriciclaggio: omissioni fuori dal penale; possibilità di ricorrere contro l’estratto di ruolo; l’appartamento scomodo è comunque idoneo per il Fisco; in G.U. il decreto che aumenta le percentuali di compensazione IVA in agricoltura; agevolazioni IMU/TASI sulle abitazioni in comodato ai propri familiari: chiarimenti dal MEF; lotta all’evasione internazionale: pubblicato l’accordo tra Entrate e Irs sullo scambio dei dati finanziari
Indice: 1) L’accertamento da studi di settore non si applica al contribuente con codice di attività poco adatto alla realtà aziendale 2) Modello 730/2016: novità del quadro C 3) Contratti di affitto: conservazione presso terzi delle dichiarazioni trasmesse in via telematica 4) Nota integrativa come parte “interattiva” del bilancio 5) Antiriciclaggio: omissioni fuori dal penale 6) Possibilità di ricorrere contro l’estratto di ruolo 7) L’appartamento scomodo è comunque idoneo per il Fisco 8) In G.U. il decreto che aumenta le percentuali di compensazione IVA in agricoltura 9) Agevolazioni IMU/TASI sulle abitazioni in comodato ai propri familiari: chiarimenti dal MEF 10) Lotta all’evasione internazionale: pubblicato l’accordo tra Entrate e Irs sullo scambio dei dati finanziari *** 1) L’accertamento da studi di settore non si applica al contribuente con codice di attività poco adatto alla realtà aziendale Il codice attività generico salva il contribuente dagli studi di settore. La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con la sentenza n. 5296/49/15, ha, infatti, stabilito che l’accertamento da studio di settore è illegittimo se il codice attività è generico e il cluster individuato dal software GE.RI.CO. non si adatta all’attività svolta in concreto. La CTR ha, così, accolto il ricorso presentato dai contribuenti (quali soci di una società) che per l’anno d’imposta 2006 avevano dichiarato ricavi non in linea con lo studio di settore indicato nel Modello Unico riguardante l’attività di “richiesta di certificati e disbrigo pratiche”. Nel corso del giudizio è risultato che nel 2006 la società svolgeva, in realtà, l’attività di ricerca di clienti da presentare alle banche per l’ottenimento di mutui immobiliari; solo in caso di accensione del mutuo la banca interessata riconosceva alla ricorrente una commissione commisurata alla somma erogata. Perciò è stato osservato dalla CTR: “considerato che il codice attività di appartenenza concerne l’attività di richiesta di certificati e disbrigo pratiche ne consegue che cluster individuato da GE.RI.CO. non si adatta correttamente a quella svolta dalla ricorrente, documentata dalle tre fatture prodotte (in atti)”. E infatti le fatture prodotte dai ricorrenti hanno consentito alla CTR di verificare che i ricavi erano relativi a compensi per l’attività tipica della società, ossia quella di procacciare clienti interessati a ottenere finanziamenti per l’acquisto d’immobili. La Commissione tributaria ha concluso affermando che lo studio di settore dà luogo a presunzioni gravi, precise e concordanti solo se l’Ufficio abbia acquistato elementi, sia pure indiziari, che confermino le risultanze dello studio di settore. ****** 2) Modello 730/2016: novità del quadro C Il Mod. 730/2016 aggiornato anche per la mancata attivazione della detassazione del salario di produttività nell’anno 2015, causa la carenza di risorse finanziarie. Poi riguardo i redditi percepiti nel 2015, è aumentato l’importo del bonus IRPEF. Dunque, il quadro C del modello 730/2016 contiene alcune modifiche normative che hanno interessato i redditi di lavoro dipendente e assimilati per l’anno fiscale 2015. Si tratta di novità che sono già state introdotte nella Certificazione Unica e, pertanto le istruzioni al modello 730 operano un diretto riferimento ai campi della CU. Il Mod. 730 è tipicamente utilizzato dai titolari di redditi di lavoro dipendente e assimilato e rappresenta una semplificazione negli adempimenti dichiarativi di tale soggetti. Ciò è ancor più vero a fronte dell’introduzione, nel precedente periodo d’imposta, della dichiarazione dei redditi precompilata. Anche la certificazione dei redditi corrisposti dai datori di lavoro è stata rivisitata, introducendo la Certificazione Unica (CU) in sostituzione del precedente modello CUD. Il Mod. 730 si compone di vari quadri; in particolare, riguardo il quadro C (lavoro dipendente), ecco le novità rispetto al modello 2015. Reddito di lavoro dipendente prestato in zone di frontiera Come noto, è previsto un regime speciale per i redditi di lavoro dipendente prestato, in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto, all’estero in zone di frontiera ed in altri Paesi limitrofi da persone residenti nel territorio dello Stato (c.d. frontalieri) che devono essere indicati nella Sezione I, ai righi da C1 a C3, colonna 1, riportando il codice 4. Da quest’anno l’importo da indicare è quello contenuto nei punti 455 e 456 della Certificazione Unica 2016, relativi rispettivamente ai redditi percepiti a fronte di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o a tempo determinato. Per conseguenza, se risulta compilato il punto 455 della Certificazione Unica 2016, sarà necessario riportare nella colonna 1 il codice 2 relativo al lavoro dipendente, nella colonna 2 il codice 1 relativo al contratto a tempo indeterminato e nella colonna 3 l’importo indicato nel punto 455. Se, invece, risulta compilato il punto 456 della Certificazione Unica 2016, bisognerà riportare nella colonna 1 il codice 2 relativo al reddito di lavoro dipendente, nella colonna 2 il codice 2 riferibile al contratto a tempo determinato e nella colonna 3 l’importo indicato nel punto 456. Si ricorda che per l’anno 2015 il reddito di tali contribuenti che non concorre alla formazione del reddito complessivo è stato aumentato ad euro 7.500 (mentre in precedenza era fissato in euro 6.700). In ogni caso il contribuente deve indicare il reddito comprensivo della quota esente; il soggetto che presta assistenza fiscale terrà poi conto della quota che non concorre a formare il reddito complessivo. Redditi prodotti in Euro dai contribuenti iscritti nei registri anagrafici di Campione d’Italia La legge di Stabilità 2015 ha modificato l’art. 188-bis del Tuir introducendo, a far data dal 1° gennaio 2015, una franchigia di esenzione (euro 6.700) per i redditi delle persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del comune di Campione d'Italia prodotti in euro. Si ricorda che, secondo il comma 1 del medesimo articolo, i redditi dei predetti soggetti prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune per un importo complessivo non superiore a 200.000 franchi sono computati in euro sulla base del cambio di cui all'art. 9, comma 2 del Tuir, ridotto forfetariamente del 30%. Nel Mod. 730/2016 trova posto la modifica normativa; in particolare vengono introdotti due nuovi codici (5 e 6), da inserire nella Sezione I ai righi da C1 a C3, colonna 1, dedicati, rispettivamente ai redditi di lavoro dipendente e di pensione. Secondo le istruzioni, nella Colonna 3, relativa all’importo, deve essere indicata la somma riportata nei punti 457, 458 e 459 della Certificazione Unica 2016, relativi rispettivamente all’ammontare di redditi di lavoro a tempo indeterminato, a tempo determinato nonché all’ammontare dei redditi di pensione prodotti in Euro dai soggetti sopra indicati. Tali importi devono essere riportati al lordo della franchigia di euro 6.700, che sarà poi considerata da chi presta assistenza fiscale. Somme percepite per incremento della produttività Come premesso, il Modello 730/2016 tiene conto della mancata attivazione della c.d. detassazione del salario di produttività nell’anno 2015 (per carenza di risorse finanziarie). Conseguentemente, è stato eliminato il rigo C4 dalla sezione I relativa ai redditi di lavoro dipendente, di pensione e alcuni redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente. In passato, tale rigo interessava i lavoratori dipendenti del settore privato che avevano percepito compensi per incrementi della produttività assoggettati dal datore di lavoro ad imposta sostitutiva del 10%. Si ricorda che la Legge di Stabilità 2016 ha reintrodotto la menzionata agevolazione che, dunque, ritroverà spazio nel Mod. 730/2017. Bonus IRPEF Con riferimento ai redditi percepiti durante il 2015 l’importo del cd. “Bonus Irpef”, riconosciuto ai titolari di reddito di lavoro dipendente e di alcuni redditi assimilati, è passato dai 640 Euro previsti per l’anno 2014 (80 Euro al mese in busta paga a partire dal mese di maggio), ai 960 Euro previsti per il 2015 (80 Euro mensili a partire da gennaio). Come lo scorso anno, il Bonus risulta applicabile ai possessori di reddito complessivo non superiore a 24.000 euro; in caso di superamento del predetto limite, il credito decresce fino ad azzerarsi al raggiungimento di un reddito complessivo pari a 26.000 euro. Rispetto al precedente periodo d’imposta, la sezione dedicata al citato bonus è stata ampliata. In particolare, al rigo C14 sono state aggiunte le colonne 3, 4 e 5 relative, rispettivamente, alle tipologie di esenzione, alle esenzioni previste per i ricercatori e docenti universitari e per i lavoratori rientrati in Italia e alla quota integrativa della retribuzione (Qu.I.R.) assoggettata a tassazione ordinaria e indicata nel punto 477 della CU. Si ricorda, difatti, che la predetta quota non deve essere presa in considerazione per la verifica del suddetto limite reddituale. ****** 3) Contratti di affitto: conservazione presso terzi delle dichiarazioni trasmesse in via telematica L’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento prot. n. 25747 del 17 febbraio 2016, ha modificato ed integrato il decreto dirigenziale 31 luglio 1998, recante modalità tecniche di trasmissione telematica delle dichiarazioni e dei contratti di locazione e di affitto da sottoporre a registrazione, per quanto attiene alla possibilità di conservare presso terzi le dichiarazioni trasmesse telematicamente. La modifica si è resa necessaria per armonizzare le disposizioni del decreto citato con quanto previsto dalle regole tecniche in materia di sistema di conservazione di cui al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2013; con l’occasione sono stati inseriti i riferimenti al Codice della Privacy in luogo di quelli alla previgente legge 31 dicembre 1996, n. 675 sebbene la coerenza fosse garantita da una “Tavola di corrispondenza dei riferimenti previgenti al Codice in materia di protezione dei dati personali” redatta dal Garante per la protezione dei dati personali. ****** 4) Nota integrativa come parte “interattiva” del bilancio La nota integrativa diventa parte del bilancio. Peraltro, dal 2016 anche il rendiconto finanziario diviene parte integrante del bilancio. Dunque, la nota integrativa diventa parte integrante del bilancio ed assume la funzione di guida di lettura degli schemi contabili; tuttavia, in dottrina viene rilevata la mancanza di ogni specificazione in merito al rendiconto finanziario. Dall’esercizio 2016 le imprese non dovranno più specificare nella relazione sulla gestione i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, poiché tali notizie confluiranno nella nota integrativa. La nota integrativa diviene quindi documento descrittivo anche degli avvenimenti successivi alla data di bilancio, illustrando al lettore la continuità gestionale. Dal 2016 anche il rendiconto finanziario diviene parte integrante del bilancio e trova rappresentazione tra gli schemi e avrebbe dovuto trovare specificazione nella nota integrativa. La relazione sulla gestione non rappresenta un documento di bilancio ma viene redatto dagli amministratori ed allegato al consuntivo d’esercizio. In particolare, tale relazione svolge una funzione di tipo descrittivo del contesto economico in cui, nell’esercizio, la gestione si è svolta, dei risultati raggiunti, dei rischi a cui l’azienda è esposta e della situazione in cui si trova l’impresa al termine dell’esercizio. Informazioni da inserire nella relazione sulla gestione alla nota integrativa Le informazioni fornite nella relazione sulla gestione (art. 2428 c.c.) rappresentano notizie di rilevante interesse per capire le principali linee strategiche che hanno caratterizzato la gestione e condizionato il raggiungimento dei risultati dell’azienda nell’esercizio. Il D.Lgs. n. 139/2015 ha modificato solo in minima parte il contenuto della relazione sulla gestione, abrogando il punto 5) del comma 3 dell’art. 2428 c.c.. In particolare, a partire dall’esercizio 2016 le imprese non dovranno più specificare nella relazione sulla gestione i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, poiché dal 2016 tali notizie dovranno essere specificate nella nota integrativa. La nota integrativa rappresenta invece parte integrante del bilancio ed assume la funzione di guida di lettura degli schemi contabili. Questa infatti specifica il contenuto dello stato patrimoniale e del conto economico con tabelle aggiuntive e descrizioni metodologiche. Anche tale documento ha subito modifiche con l’introduzione del D. Lgs. n. 139/2015. In particolare, tale decreto ha inciso sia sull’art. 2427 che sul 2427 bis del codice civile. Finalità dei nuovi schemi informativi Queste modifiche hanno la finalità di adeguare il contenuto della nota integrativa alle novità, in tema di classificazione e valutazione, introdotte con il nuovo decreto legislativo. Tuttavia, alcune modifiche consentono di migliorare l’utilità del bilancio per i destinatari esterni all’impresa. La sostituzione della posta “costi di ricerca, di sviluppo e di pubblicità” tra le immobilizzazioni immateriali con la voce “costi di sviluppo”, ha reso necessaria la medesima modifica nell’art. 2427 (punto 3) primo comma), in cui si richiede di specificare nella nota integrativa solo la composizione dei costi di sviluppo capitalizzati. In particolare, dal 2016 solo i costi sostenuti per lo sviluppo di un progetto che abbiamo utilità pluriennale (e pertanto sia probabile che da tale progetto affluiranno flussi di cassa positivi in futuro) sono capitalizzabili. L’eliminazione dal punto 7) del primo comma dell’art. 2427 c.c. delle parole “quando il loro ammontare sia apprezzabile”, impone dall’esercizio 2016 di rappresentare sempre la composizione delle voci ratei e risconti attivi e passivi. Principio di rilevanza e obblighi informativi Solo la non rilevanza di tale informazione consentirebbe la non descrizione analitica nella nota integrativa. La rilevanza, principio generale di redazione inserito dal D.Lgs. n. 139/2015 nell’art. 2423 c. c., infatti, richiede di rappresentare in bilancio solo le informazioni significative ossia che influenzano le scelte economiche dei destinatari del bilancio. Pertanto, a parere di dottrina, se la descrizione della composizione delle poste ratei e risconti non risultasse rilevante, il redattore del bilancio la potrebbe comunque omettere. Il punto 9) viene sostituito con un nuovo contenuto al fine di coordinare l’assenza in calce allo stato patrimoniale dei conti d’ordine. Dall’esercizio 2016, infatti, impegni, garanzie e passività potenziali troveranno rappresentazione solo nella nota integrativa che dovrà analizzarne contenuto ed origine. Il D.Lgs. n. 139/2015 elimina le parole “se significativa” dal punto 10). La nuova descrizione risulta ora: la ripartizione dei ricavi delle vendite e delle prestazioni secondo categorie di attività e secondo aree geografiche. Aver eliminato “se significativa” non ne impone sempre e comunque la descrizione poiché, come specificato sopra, il principio di rilevanza e significatività è stato inserito tra i principi generali e, dal 2016, opererà in termini generali sulla redazione del bilancio. Conseguentemente, la descrizione analitica dei ricavi e delle vendite dovrà comunque essere presentata solo se rilevante. Viene modificato il punto 16) attraverso la previsione di ulteriori informazioni circa i compensi di amministratori e sindaci. In particolare, la nuova versione del punto 16) richiede di indicare cumulativamente e per ciascuna categoria, il tasso di interesse, le condizioni, gli importi rimborsati, cancellati o oggetto di rinuncia e gli impegni assunti per loro conto per effetto di ogni tipo di garanzia prestata. Avvenimenti successivi alla chiusura dell’esercizio La natura e l’effetto patrimoniale, finanziario ed economico dei fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, dal 2016 dovranno essere descritti nella nota integrativa e, come in precedenza specificato, non più nella relazione sulla gestione. Il D.Lgs. n. 139/2015 ha infatti introdotto il nuovo punto 23) che lo prevede in modo specifico. La nota integrativa diviene quindi documento descrittivo anche degli avvenimenti successivi alla data di bilancio descrivendo al lettore la continuità gestionale. Sono inoltre stati introdotti i punti 24, 25 e 26) che impongono di descrivere: il nome e la sede legale dell’impresa che redige il bilancio consolidato e il luogo in cui copia dello stesso è disponibile; la proposta di destinazione degli utili o di copertura delle perdite. Obblighi informativi per il rendiconto finanziario Tuttavia, medesima dottrina rileva la mancanza di ogni specificazione in merito al rendiconto finanziario. Infatti, l’art. 2427 del codice civile impone una serie di informazioni per approfondire i valori rappresentati nel conto economico e nello stato patrimoniale, ma non richiede dettagli analitici e descrittivi del rendiconto finanziario. Dal 2016 il rendiconto finanziario diviene parte integrante del bilancio e trova rappresentazione tra gli schemi. Coerentemente al conto economico e allo stato patrimoniale, come rileva citata dottrina, anche il rendiconto avrebbe dovuto trovare specificazione nella nota integrativa. In particolare, le informazioni di dettaglio sarebbero state significative soprattutto quando il redattore del bilancio avesse presentato il “flusso di cassa della gestione reddituale” (totale a) secondo lo schema con il metodo indiretto previsto dall’OIC 10. ****** 5) Antiriciclaggio: omissioni fuori dal penale Anche la normativa antiriciclaggio è stata interessata dalla depenalizzazione. Dal 6 febbraio 2016 tutte le ipotesi che prevedevano la sanzione penale della ammenda e della multa sono state trasformate in illecito amministrativo. In particolare, l’omessa identificazione della clientela e l’omessa registrazione di documenti ed informazioni acquisite per assolvere gli obblighi di adeguata verifica saranno punite con la sola sanzione amministrativa del pagamento di una somma di danaro che va da un minimo di 5mila a un massimo di 30mila euro. A breve con il recepimento della VI Direttiva Ue antiriciclaggio verranno ampliati gli obblighi antiriciclaggio: tra i reati presupposto rientreranno i reati fiscali, sarà rivisitato il sistema sanzionatorio e saranno individuati nuovi soggetti obbligati. La platea dei soggetti interessati dalla normativa è molto ampia: professionisti, intermediari finanziari, creditizi ed assicurativi, nonché soggetti che svolgono attività finanziarie per conto terzi. Nel passato l’iter di accertamento di questi illeciti passava per un intervento affidato alla Guardia di finanza o alla Banca d’Italia e l’irrogazione delle sanzioni spettava alle procure della Repubblica che instauravano un vero e proprio procedimento penale. Oggi, invece, il procedimento di accertamento per le fattispecie di reato depenalizzate seguirà l’ordinario procedimento previsto dalla Legge 689/81 sulle depenalizzazioni con le specifiche previste per le sanzioni amministrative valutarie. L’accertamento e la contestazione degli illeciti di natura amministrativa in materia di antiriciclaggio sono affidati all’Unità di informazione finanziaria, alla Guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia, a seconda delle loro specifiche competenze. L’irrogazione delle sanzioni amministrative è invece di competenza del ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), che provvede con decreto. Solo per alcuni soggetti (ad esempio banche e intermediari finanziari autorizzati) e per particolari violazioni, la competenza è riservata alla Banca d’Italia, alla Consob o al ministero delle Attività produttive, oltre che all’Autorità garante per la protezione dei dati personali. La normativa sulle sanzioni ammnistrative prevede che la violazione debba essere contestata immediatamente sia al trasgressore sia alla persona coobbligata in solido al pagamento della somma dovuta per la violazione stessa. Qualora non sia possibile eseguire una contestazione immediata, la contestazione della violazione deve essere notificata agli obbligati entro 90 giorni dall’accertamento, se residenti nel territorio italiano, entro 360 giorni se all’estero. Qualora non vengano rispettati questi termini, il Giudice può dichiarare estinta l’obbligazione e l’autorità preposta che ha accertato la violazione dovrà inviare il relativo verbale al Mef. All’autore della violazione è riservato un diritto di difesa, da esercitare entro 30 giorni dalla contestazione se residente in Italia (60 se all’estero): potrà quindi presentare delle memorie difensive nonché chiedere di essere sentito personalmente. Il Mef, dopo avere esaminato le memorie difensive e proceduto all’audizione personale dell’interessato che ne abbia fatto specifica istanza nonché analizzato eventuali documenti depositati, potrà, se ritiene fondate le argomentazioni dell’interessato, procedere all’emissione di un’ordinanza motivata di archiviazione; se invece ritiene fondato l’accertamento dovrà emette un decreto con il quale irroga la sanzione pecuniaria ingiungendone il pagamento. Il Mef, in ogni caso, comunicherà l’esito del procedimento all’organo accertatore. Qualora il soggetto interessato non ritenga di dovere procedere al pagamento della sanzione potrà, secondo l’ormai consolidato orientamento della Cassazione, impugnare il decreto presentando al Tribunale civile competente un atto di opposizione all’ingiunzione di pagamento, trattandosi di norme di tipo sanzionatorio ammnistrativo valutario. ****** 6) Possibilità di ricorrere contro l’estratto di ruolo Si può impugnare la cartella conosciuta tramite estratto di ruolo (invalidamente notificata). Il contribuente che è venuto a conoscenza tramite l’estratto di ruolo rilasciato dal concessionario, può ricorrere. La Corte di Cassazione, nell’ordinanza n. 2882 del 12 febbraio 2016, é tornata sul tema del contrasto giurisprudenziale sulla materia, ricollocandosi sulla scia di quanto affermato recentemente dalle Sezioni Unite. Nel caso di specie, Equitalia era ricorsa avverso la sentenza della CTR che aveva riformato la sentenza di primo grado; in pratica, i Giudici regionali avevano ritenuto impugnabile l’estratto di ruolo sulla circostanza che nessuna prova era stata fornita dal concessionario in merito alla notificazione della cartella impugnata. Il contribuente, come ha rimarcato la Suprema Corte, anche sulla base della recente sentenza delle Sezioni Unite n. 19704 del 2 ottobre 2015, può impugnare la cartella di pagamento della quale, a causa dell’invalidità della relativa notifica, sia venuto a conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario della riscossione. Dunque, i massimi giudici ritengono che ciò non è di ostacolo all’ultima parte del comma 3 dell’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992: Una lettura costituzionalmente orientata di tale norma porta a ritenere che “l’impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque venuto legittimamente a conoscenza”. 7) L’appartamento scomodo è comunque idoneo per il Fisco La scomodità dell’appartamento non equivale a inidoneità abitativa. Ciò che conta, per avere di nuovo diritto all’agevolazione “prima casa”, è soltanto l’assoluta inadeguatezza determinata, magari dall’inagibilità dell’immobile. Dunque, i benefici per l’acquisto della prima casa non spettano al contribuente che possiede un altro immobile non adatto a soddisfare, per dimensioni e caratteristiche complessive, le esigenze abitative del proprio nucleo familiare. La “scomodità” per i figli, quand’anche di sesso diverso, di dover dormire nella stessa camera non equivale a inidoneità abitativa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2278 del 5 febbraio 2016, confermando la pronuncia impugnata. Con avviso di liquidazione, l’Agenzia delle Entrate accertava l’indebita fruizione dell’agevolazione “prima casa” nei confronti di due contribuenti, in quanto, al momento dell’acquisto, risultavano proprietari di un altro immobile nell’ambito dello stesso comune. Giunto in contenzioso, l’atto veniva annullato dalla Ctp di Firenze, con esito confermato in sede di appello. La Cassazione, accoglieva il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. La giurisprudenza ha ritenuto che il requisito della non possidenza di altro fabbricato idoneo ad abitazione sussiste quando l’acquirente possieda un alloggio che non sia concretamente idoneo, per dimensioni e caratteristiche complessive, a sopperire ai bisogni abitativi suoi e della famiglia (Cassazione, 19738/2003). Nel caso di specie, nessuna censura poteva essere mossa alla sentenza impugnata, secondo cui i contribuenti non avevano offerto alcuna prova in ordine alla presunta inidoneità dell’alloggio: del resto, “la ‘scomodità’ per i due figli pur di sesso diverso, di dover dormire nella stessa camera non equivale ad inidoneità abitativa”. ****** 8) In G.U. il decreto che aumenta le percentuali di compensazione IVA in agricoltura È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 39 del 17 febbraio 2016 il decreto del MEF di concerto con il MIPAAF del 26 gennaio 2016 che aumenta le percentuali di compensazione applicabili alle cessioni di taluni prodotti del settore lattiero-caseario e di animali vivi delle specie bovina e suina. L’imminente pubblicazione del decreto, che doveva essere emanato entro il 31 gennaio 2016, era stata anticipata il 15 febbraio scorso sul sito del Dipartimento delle Finanze. Con il provvedimento vengono innalzate dal 1° gennaio 2016 al 10% le percentuali di compensazione applicabili alle cessioni: - di latte fresco non concentrato né zuccherato e non condizionato per la vendita al minuto, esclusi yogurt, kephir, latte cagliato, siero di latte, latticello (o latte battuto) e altri tipi di latte fermentati o acidificati; - degli altri prodotti compresi nel n. 9) della tabella A, parte I, allegata al DPR 633/1972, escluso il latte fresco non concentrato né zuccherato, destinato al consumo alimentare, confezionato per la vendita al minuto, sottoposto a pastorizzazione o ad altri trattamenti previsti da leggi sanitarie. Con lo stesso decreto è stato stabilito, per il solo anno 2016, l’innalzamento al 7,65% della percentuale applicabile alle cessioni di animali vivi della specie bovina, compresi gli animali del genere bufalo, ed al 7,95% della percentuale relativa alle cessioni di animali vivi della specie suina. ****** 9) Agevolazioni IMU/TASI sulle abitazioni in comodato ai propri familiari: chiarimenti dal MEF Il Ministro dell’Economia e delle finanze, con la risoluzione n. 1/DF del 17 febbraio 2016, ha fornito chiarimenti in ordine alle problematiche relative all’applicazione delle disposizioni di agevolazione dell’IMU e della TASI concernenti la riduzione del 50% della base imponibile in caso di cessione dell’abitazione in comodato ai familiari, recate dalla Legge di stabilità per l’anno 2016. Sui contratti di comodato verbali per l’agevolazione Imu prima casa ok alla registrazione in duplice copia con l’indicazione della stipula della data dal 1° gennaio 2016. Inoltre, la Tasi non è dovuta dal comodatario. Sarà versata dal comodante, una volta ridotta la base imponibile del 50%, nella percentuale stabilità dal comune con riferimento all'anno 2015. In caso il comune non abbia deliberato, si applicherà la Tasi pari al 90% dell’ammontare complessivo del tributo. Infine, ai fini dell’agevolazione, introdotta con la legge di stabilità 2016, a favore di immobili concessi in comodato tra parenti, per possesso di un solo immobile in Italia si deve fare riferimento agli immobili ad uso abitativo e, dunque il possesso delle pertinenze, o di un altro immobile che non sia destinato ad uso abitativo, non impediscono il riconoscimento dell'agevolazione (riduzione della base imponibile del 50% in caso di cessione dell'abitazione in comodato ai familiari). Registrazione del contratto di comodato Il contratto di comodato non è soggetto all’obbligo di registrazione, tranne, spiegano dal dipartimento, “nell’ipotesi di enunciazione in altri atti”. La legge di stabilità però ha richiesto espressamente la registrazione del contratto di comodato e ha inteso estendere, sottolineano dalle Finanze, “tale adempimento limitatamente al godimento dell’agevolazione Imu anche a quelli verbali”. Dunque, con esclusivo riferimento ai contratti verbali di comodato, e ai soli fini dell’applicazione Imu, la relativa registrazione potrà essere effettuata con l’esclusiva presentazione del modello di richiesta di registrazione (modello 69) in duplice copia in cui “dovrà essere indicato contratto verbale di comodato”. Infine, dal dipartimento precisano che “anche per i contratti verbali di comodato occorre avere riguardo alla data di conclusione del contratto, ai fini della decorrenza dell'agevolazione”. La questione era stata sollevata da Cna che in una nota diffusa il 17 febbraio 2016 ha sottolineato come “il ministero dell’economia e delle finanze, amplia ulteriormente i contenuti di risposte già fornite ai quesiti di Cna, in merito ai termini di registrazione dei contratti verbali di comodato, finalizzati al riconoscimento della riduzione dell'Imu e della Tasi, nonché fornisce ulteriori chiarimenti su questioni poste dalla Confederazione”. Possesso di un solo immobile da parte del comodante. Nella risoluzione, si chiarisce che ai fini dell’agevolazione per solo immobile, che deve possedere il comodante, si deve far riferimento a immobili a uso abitativo. Sono esclusi dunque i terreni agricoli o i negozi. Non solo. Non rientrano, nel calcolo del possesso di un solo immobile abitativo, le pertinenze e a queste ultime, qualora venga concesso lo sgravio all'immobile a cui sono annesse, si applicherà lo stesso trattamento di favore previsto, appunto, per la cosa principale. La risoluzione affronta, poi, diverse casistiche. Il beneficio è riconosciuto nel caso in cui due coniugi possiedono la comproprietà al 50% dell'immobile che viene concesso in comodato al figlio e il marito possiede un altro immobile ad uso abitativo in un comune diverso da quello del primo immobile. Le finanze riconoscono l’agevolazione solo con riferimento alla quota di possesso della moglie, in quanto per il marito non è rispettato il requisito del possesso dell'unico immobile. A diversa soluzione si sarebbe giunti se il marito avesse posseduto l’altro immobile nello stesso comune potendo in tale modo entrambi usufruire dell'agevolazione. Situazione capovolta. Se l’immobile è di comproprietà tra i coniugi ed è concesso in comodato ai genitori di uno di essi, allora l’agevolazione spetta al solo comproprietario per il quale è rispettato il vincolo di parentela, in ragione della quota di possesso. Infine, nell’ipotesi di due immobili ad uso abitativo, di cui uno in comproprietà, in un comune diverso da quello in cui è ubicato il secondo, posseduto al 100% e concesso in comodato, per il Fisco non si applica la disposizione di favore, indipendentemente dalla quota di possesso dell’immobile, poiché non è rispettato il requisito di possedere un solo immobile in Italia. L’agevolazione in questo caso opera solo se l’immobile, posseduto in percentuale e ubicato nello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato, è destinato a propria abitazione principale dal comodante. [blox_button text="Abbiamo a disposizione un facsimile di contratto di comodato a fini IMU - Tasi" link="https://www.commercialistatelematico.com/ecommerce/contratto-di-comodato-fra-parenti-per-riduzione-imu-tasi.html" target="_self" button_type="btn-default" icon="" size="btn-md" /]   ****** 10) Lotta all’evasione internazionale: pubblicato l’accordo tra Entrate e Irs sullo scambio dei dati finanziari Lo scambio automatico d’informazioni tra Italia e Stati Uniti aggiunge un nuovo importante tassello, l’Accordo fra Autorità competenti (Competent Authority Arrangement - CAA). L’Agenzia delle Entrate e l’Internal Revenue Service (Irs), l’equivalente statunitense delle Entrate, mettono a disposizione da oggi il testo dell’accordo che definisce le procedure necessarie per rendere definitivamente operativo l’Accordo intergovernativo (IGA) firmato il 10 gennaio 2014 dai due Paesi. L’accordo tra Irs e Agenzia ha lo scopo di disciplinare le modalità tecniche dello scambio previsto dalla normativa Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act). Nel testo, condiviso dalle Competent Authority dei due Stati, vengono disciplinate – tra le altre - specifiche misure per la gestione degli errori constatati dallo Stato ricevente e per l’invio di dati correttivi da parte degli istituti finanziari. Cos’è il Fatca Si tratta d’una legge ad hoc adottata dagli Stati Uniti ma che coinvolge, a livello globale, tutti gli intermediari finanziari. L’obiettivo esplicito è di contrastare l’evasione fiscale di cittadini e residenti Usa titolari di patrimoni finanziari all’estero. Per l’Italia, come per tutti i Paesi che vi hanno aderito sottoscrivendo un accordo intergovernativo ad hoc, “IGA”, l’attuazione del Fatca si traduce in uno scambio automatico annuale di informazioni tra le autorità fiscali dei due Paesi che interessa anche i conti correnti e assimilati detenuti in territorio statunitense da residenti italiani. Obiettivo dell’intesa Entrate-Irs, fissare le regole del “gioco” In concreto, con l’accordo pubblicato oggi da entrambe le autorità sono definite le modalità e le procedure da applicare per adempiere agli obblighi riguardanti lo scambio automatico d’informazioni secondo quanto stabilito nell’ambito dell’IGA. In particolare, le informazioni da scambiare tra le due amministrazioni sono fornite dalle istituzioni finanziarie italiane o statunitensi tenute alla comunicazione. Tra i soggetti interessati rientrano quindi banche, società di gestione del risparmio e di intermediazione, assicurazioni vita e altre entità finanziarie. A ogni istituzione finanziaria che provvede alla registrazione, viene rilasciato un numero identificativo globale, “GIIN”. L’IRS si impegna, secondo l’accordo, a trasmettere annualmente all’Italia la lista delle istituzioni finanziarie italiane registrate (“FFI list”). Canale diretto tra l’Irs e le Entrate, i dati viaggiano sulla piattaforma IDES Lo scambio automatico d’informazioni tra l’Irs e le Entrate si concretizza entro 9 mesi dalla fine dell’anno al quale le informazioni si riferiscono. Per lo scambio dei dati le due amministrazioni hanno scelto di utilizzare il servizio International Data Exchange Services, “IDES”. In caso di errori nei dati o problemi di trasmissione, le due autorità competenti possono consultarsi per risolvere eventuali problematiche. (Agenzia delle entrate, comunicato n. 27 del 18 febbraio 2016) ****** Ente nazionale bilaterale italiano, il contributo trova la sua causale Consente il versamento, tramite F24, delle somme destinate all’“Enbital” in base alla convenzione siglata il 18 gennaio 2016 che affida all’Inps il servizio di riscossione Ampliata la platea delle causali contributo con l’arrivo di EB16, denominata “Ente nazionale bilaterale italiano Enbital”. A istituirla, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 8/E del 18 febbraio 2016. La causale fa il suo ingresso nell’F24 grazie alla convenzione tra Inps e l’Enbital, stipulata il 18 gennaio scorso, che ha affidato all’ente previdenziale il servizio di riscossione dei contributi destinati all’ente bilaterale. Nel modello F24, va indicata nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo”, in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, trovano posto anche il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda, il periodo di riferimento. Vincenzo D’Andò