Le presunzioni di distribuzione dei maggiori utili accertati nelle società a ristretta base proprietaria

Premessa

Le società a ristretta base sociale sono da sempre oggetto di attenzione da parte dell’Amministrazione Finanziaria. Una volta accertato il maggior reddito della società, tuttavia, l’agenzia delle entrate non si ferma qui, e accerta altresì il reddito in capo ai soci, per la quota di partecipazione (e per la percentuale di rilevanza ai fini irpef sancita dal tuir), presumendo in sostanza che il maggior reddito societario sia stato incamerato dai soci, in ciò facilitati proprio dalla struttura ristretta o familiare della compagine sociale.

Su questi tipi di accertamenti in capo ai soci non manca giurisprudenza (segnalata già in un articolo abbastanza datato https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2006/03/gli-effetti-in-capo-ai-soci-in-caso-di-accertamento-di-maggior-reddito-alla-societa.html), in senso favorevole al contribuente ma anche contrario.

Considerato che la materia non manca di appassionare (e continuerà a farlo) chi si occupa di contenzioso, riteniamo utile dedicare una puntata della nostra rassegna a questo tema.

 

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Le condizioni perché operi la presunzione del fisco

Codesta Suprema Corte ha numerose volte ritenuto ammissibile la presunzione di distribuzione ai soci degli utili non contabilizzati, ma ha chiarito che, perchè tale presunzione possa operare, occorre pur sempre che la “ristrettissima base sociale o familiare”, cioè il “fatto noto” alla base della presunzione, abbia costituito oggetto di uno specifico accertamento probatorio: ed invero solo una volta che sia stato stabilito che la titolarità delle azioni e l’organizzazione aziendale sono concentrate in una stretta cerchia personale o familiare, il giudice di merito non può escludere la distribuzione ai soci di utili non contabilizzati, limitandosi a prender atto della inapplicabilità del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 5, (cfr. Cass. n. 3254/2000, Cass. n. 2390/2000). Nel caso di specie, non risulta dalla motivazione della sentenza impugnata che il giudice del merito – al quale è istituzionalmente riservata la valutazione circa l’attitudine probatoria del “fatto noto”, non solo quanto alla preferenza accordatagli rispetto ad altre possibili fonti di convincimento, ma anche in ordine all’esistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza – abbia specificamente indagato circa la sussistenza del presupposto della ristrettezza della base azionaria o della natura familiare della Società, sicchè non resta che concludere per la violazione dei principi (arg. ex articolo 2727 c.c.) che presiedono all’utilizzo delle prove presuntive in giudizio. Consegue da ciò che la cassazione della pronuncia darà luogo alla rimessione della lite al giudice del merito affinchè quest’ultimo – in funzione di giudice del rinvio – rinnovi l’esame del materiale probatorio dedotto, alla luce dei corretti principio di diritto che vi presiedono.

(Cassazione, sez. V, sentenza n. 14176/2015)

 

Reddito societario accertato in maniera definitiva

E’ legittima la presunzione di attribuzione ai soci di utili extracontabili rimanendo salva la facoltà del contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione, ma siano stati, invece accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti. Negli accertamenti fondati sulla presunzione di distribuzione di utili extracontabili: a) se il reddito accertato nei confronti della società è definitivo, “il giudizio nei confronti del socio, per quanto attiene all’esistenza degli utili extracontabili realizzati dalla società, è pregiudicato dall’esito dell’accertamento effettuato nei confronti della società stessa”; b) non sussiste litisconsorzio necessario tra soci e società, posto che detto principio è stato contemplato dalla giurisprudenza per il solo caso delle società di persone; c) al socio non deve, necessariamente, essere allegato l’avviso di accertamento emesso in capo alla società. In tema di…

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