Diario quotidiano del 27 novembre 2015: l’Agenzia delle entrate deve consentire l’accesso agli atti del contribuente

Pubblicato il 27 novembre 2015



abuso di diritto precisato dalla sezione tributaria della Cassazione; atti, presso l’Agenzia delle entrate, ad accesso libero; ok alla ritenuta sui fringe benefit; monito della Consob agli intermediari: i clienti vanno informati su rischi del bail-in; abrogato il regime semplificato per l’invio telematico delle fatture emesse e ricevute; presentazione dal 21 dicembre 2015 per le domande di accesso alle agevolazioni di natura fiscale in favore delle microimprese localizzate nella ZFU dell’Emilia; il messo notificatore deve cercare il contribuente nell’intero comune e non soltanto presso l’abitazione; sanzioni tributarie al restyling: circolare della Fondazione studi CDL; consolidato e patent box: disponibili i due software di compilazione; servizi finanziari: call for evidence della Commissione europea
 
 Indice:  1) Abuso di diritto precisato dalla sezione tributaria della Cassazione  2) Atti, presso l’Agenzia delle entrate, ad accesso libero  3) Ok alla ritenuta sui fringe benefit  4) Monito della Consob agli intermediari: i clienti vanno informati su rischi del bail-in  5) Abrogato il regime semplificato per l’invio telematico delle fatture emesse e ricevute  6) Presentazione dal 21 dicembre 2015 per le domande di accesso alle agevolazioni di natura fiscale in favore   delle microimprese localizzate nella ZFU dell’Emilia 7) Il messo notificatore deve cercare il contribuente nell’intero comune e non soltanto presso l’abitazione  8) Sanzioni tributarie al restyling: circolare della Fondazione studi CDL  9) Consolidato e patent box: disponibili i due software di compilazione  10) Servizi finanziari: call for evidence della Commissione europea  
  1) Abuso di diritto precisato dalla sezione tributaria della Cassazione La contestabilità dell’abuso del diritto in relazione alle imposte sui redditi riguarda solo i casi contemplati nell’articolo 37 bis del DPR n. 600 del 1973. Spetta, inoltre, all’Amministrazione finanziaria provare il disegno elusivo. È, quindi, illegittimo il recupero a tassazione di utili non dichiarati. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 24024 del 25 novembre 2015, ha accolto il ricorso di una società alla quale il Fisco aveva contestato la sottoscrizione di contratti di cointeressenza con i quali gli veniva contestato un illegittimo abbattimento degli utili. La sezione tributaria ha ribaltato la doppia decisione dei giudici di merito precisando che la fattispecie dell’abuso del diritto nel nostro ordinamento non opera tout court nel caso di accertamento che concerna la materia delle imposte sui redditi. In tale materia occorre tenere conto che il legislatore, con l’art. 37-bis, del citato DPR n. 600 del 1973, ha scelto di «tipizzare la figura dell’abuso del diritto convogliandola su specifici elementi caratterizzanti e determinate operazioni negoziali, in assenza dei quali non sono configurabili altre ipotesi (atipiche) di pratiche abusive: l’intento legislativo è stato, infatti, quello di ridurre quanto più possibile, in una materia - quella dei tributi diretti - di particolare rilevanza fiscale e nella quale non operano vincoli comunitari, il margine di errore valutativo nell'attività di accertamento degli Uffici finanziari». Base imponibile del registro sulla cessione d’azienda al lordo degli accolli Solo in sede di accertamento vanno considerate le passività accollate al cedente. In caso di cessione di azienda o di ramo di azienda, la base imponibile dell’imposta di registro deve essere definita secondo il principio del “valore dell’azienda dichiarato dalle parti”, come previsto dall’art. 51 comma 1 del DPR 131/86, senza scomputare dal corrispettivo previsto il valore delle passività aziendali eventualmente accollate al cessionario. (Corte di Cassazione, ordinanza n. 24081 del 25 novembre 2015)     2) Atti, presso l’Agenzia delle entrate, ad accesso libero L’Agenzia delle entrate deve consentire l’accesso agli atti del contribuente. Anche se la richiesta riguarda la carriera del dipendente che ha sottoscritto l’avviso di accertamento, al fine di scoprire se era un dirigente incaricato (decaduto a seguito della sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale) o un dirigente di ruolo a seguito di concorso pubblico. L’Amministrazione finanziaria non può, dunque, rifiutarsi ritenendo comunque validi gli accertamenti emanati. E’ quanto ha stabilito il Tar Lazio, la sentenza n. 12977 del 2015, con la quale è stato accolto il ricorso di un contribuente. Quest’ultimo, dopo aver ricevuto una contestazione per l’anno 2010, aveva presentato all’Agenzia istanza di accesso agli atti, per capire se il dipendente che aveva sottoscritto l’avviso fosse un dirigente di ruolo o un funzionario incaricato «retrocesso» a seguito della Consulta. La domanda veniva però rigettata dall’ufficio, sul presupposto che l’istante non avrebbe avuto un interesse diretto, attuale e concreto all’accesso, dato che la richiesta faceva riferimento ad atti non impugnati entro il termine di decadenza o impugnati senza dedurre il vizio di firma. Tesi però non condivisa dai giudici amministrativi, secondo i quali «la richiesta di accesso agli atti della p.a. può essere proposta anche sulla base di un interesse di contenuto tale da non legittimare la proposizione del ricorso giurisdizionale». Il diritto all’accesso ai documenti amministrativi, pertanto, è consentito «a chiunque possa dimostrare che i provvedimenti che si chiede di visionare abbiano prodotto o siano idonei a determinare effetti diretti o indiretti anche nei suoi confronti», aggiunge il Tar.     3) Ok alla ritenuta sui fringe benefit Giudice di legittimità a tutto campo, infatti, la Suprema Corte interviene anche sulla fattispecie dell’imponibilità dei cd. fringe benefits. La società deve versare le ritenute alla fonte sulla concessione gratuita al dipendente dei locali a uso foresteria a meno che non riesce a dimostrare che si tratta di un utilizzo marginale e sporadico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 24007 del 25 novembre 2015, ha respinto il ricorso di una società che, dopo un’ispezione della Guardia di finanza, aveva ricevuto un recupero a tassazione relativo all’omesso versamento di ritenute per l’appartamento locato e dato in uso al suo amministratore. Per la GdF l’uomo non utilizzava l’immobile in modo sporadico ma continuativo. La Suprema Corte ha spiegato come la ripresa a tassazione, per omesse ritenute alla fonte su compensi in natura (cosiddetti fringe benefits), segnatamente la concessione a titolo gratuito di locali ad uso foresteria, in favore di un dipendente che rivestiva all’epoca la carica di amministratore della società contribuente, risulta espressamente fondata sul disposto dell’art. 48, comma 4, lett. c), dpr 22 dicembre 1986, n. 917. In effetti, dal primo comma della disposizione emerge chiaramente l’esistenza di un principio di (sia pure tendenziale) onnicomprensiva riconducibilità alla sfera reddituale delle erogazioni a qualsiasi titolo corrisposte al dipendente.     4) Monito della Consob agli intermediari: i clienti vanno informati su rischi del bail-in Gli intermediari dovranno esplicitare i rischi connessi con i salvataggi bancari nelle informazioni da rendere alla clientela e tenerne conto nella valutazione di adeguatezza e di appropriatezza. E’ questo il senso di una comunicazione emanata dalla Consob, con la quale l’Autorità di vigilanza intende richiamare l’attenzione degli intermediari sul nuovo contesto normativo creatosi per effetto del recepimento in Italia della direttiva europea Brrd (Banking Resolution and Recovery Directive), che introduce anche il cd. bail-in. La Commissione ricorda come in caso di avvio della gestione della crisi da parte della Banca d’Italia gli strumenti finanziari interessati dal bail-in (come le obbligazioni, subordinate o meno) potranno subire un abbattimento di valore fino al 100%.     5) Abrogato il regime semplificato per l’invio telematico delle fatture emesse e ricevute Come è noto, nella seduta del 23 novembre 2015, il Consiglio dei Ministri ha approvato, in sede di esame preliminare, un D.Lgs. recante modifica e abrogazione di disposizioni di legge che prevedono l’adozione di provvedimenti non legislativi di attuazione a norma dell’art. 21 della L. 7 agosto 2015 n. 124. Tra le altre misure, il testo dispone l’abrogazione: - dell’art. 50-bis del D.L. 69/2013, che prevedeva un regime semplificato per i soggetti IVA che provvedono all’invio telematico all’Agenzia delle Entrate delle fatture emesse e ricevute; - della previsione di una specifica denuncia, ai fini dell’imposta sulle assicurazioni, per le imprese assicuratrici estere che operano in Italia in regime di libera prestazione di servizi. Inoltre, viene modificata la disciplina della comunicazione all’autorità di pubblica sicurezza della cessione di fabbricato.     6) Presentazione dal 21 dicembre 2015 per le domande di accesso alle agevolazioni di natura fiscale in favore delle microimprese localizzate nella ZFU dell’Emilia Le domande di accesso alle agevolazioni di natura fiscale in favore delle microimprese localizzate nella Zona franca urbana (ZFU) dell’Emilia potranno essere presentate dal 21 dicembre 2015 e fino al 31 marzo 2016. Domande dal 21 dicembre 2015 per il bonus dedicato alla ZFU Emilia. Le microimprese potranno presentare le istanze dalle 12:00 di tale data fino alla stessa ora del 31 marzo 2016; non rileva l’ordine temporale. Il Ministero dello Sviluppo economico, con la circolare n. 90178 del 25 novembre 2015, ha diffuso le modalità e i termini di presentazione delle istanze di accesso alle agevolazioni per le microimprese della zona franca urbana (ZFU) dell’Emilia istituita dal D.L. 78/2015. Il documento stabilisce che le istanze per l’accesso alle agevolazioni possono essere presentate con modalità telematiche dalle ore 12:00 del 21 dicembre 2015 e fino alle ore 12:00 del 31 marzo 2016. Viene inoltre precisato che l’ordine temporale di presentazione non determina alcun vantaggio. La circolare fornisce inoltre chiarimenti su tipologia, condizioni, limiti, durata e modalità di fruizione delle agevolazioni fiscali. In allegato contiene, infine, il fac simile del modello di istanza e dell’attestazione sulla localizzazione dell’impresa nella zona franca.     7) Il messo notificatore deve cercare il contribuente nell’intero comune e non soltanto presso l’abitazione La cartella di pagamento é nulla se il messo dell’esattoria non ha cercato il contribuente irreperibile in tutto il comune di residenza. Dunque, cartella nulla se il messo scrive sulla relata che il contribuente è “sconosciuto in loco”. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 24982 del 25 novembre 2015. La Suprema Corte ha asserito che se il tentativo di consegnare la cartella di pagamento non è andato a buon fine, la notifica può dirsi perfezionata ai sensi dell’art. 60 del D.P.R. 600/73 (irreperibilità assoluta) solamente se dalla relata emerge chiaramente che il messo ha ricercato il contribuente, non soltanto presso l’indirizzo indicato nell’atto, ma nell’intero comune. Il tutto è scaturito dall’intimazione di pagamento non preceduta, a detta della contribuente, dalla regolare notifica dell’atto prodromico (cartella di pagamento). La Commissione Tributaria Regionale aveva, invece, ritenuto legittimo il ricorso alla procedura notificatoria per gli irreperibili di cui all’articolo 60, lettera e], del D.P.R. 600/73. Viceversa, la Corte Suprema ha dato ragione al contribuente che ha evidenziato la violazione degli articoli 148 c.p.c. e 60, lettera e], D.P.R. 600/73, poiché l’annotazione “sconosciuto in loco” non è idonea a dare atto del compimento delle doverose ricerche del destinatario del plico da parte dell’agente notificatore. Si tratta, dunque, di annotazione che è del tutto generica, quindi non idonea a soddisfare i requisiti richiesti dall’art. 148 del codice di rito civile. La CTR, dunque, è incorsa nella violazione del principio più volte affermato dai giudici di legittimità (Cass. n. 20425/2007, n. 3464/2008 e n. 29698/2008) secondo il quale, con riferimento alla previa acquisizione di notizie e/o al previo espletamento delle ricerche, nessuna norma prescrive quali attività devono esattamente essere compiute, né con quali espressioni verbali e in quale contesto documentale deve essere espresso il risultato di tali ricerche, purché emerga chiaramente che le ricerche sono state effettuate, che sono attribuibili al messo notificatore e riferibili alla notifica in esame. Dalla mera attestazione “sconosciuto sui citofoni” e “sconosciuto in loco” non emerge di certo se il messo notificatore abbia effettuato le dovute ricerche e se queste siano state sufficienti per pervenire alla conclusione della irreperibilità del destinatario. Il supremo collegio ha affermato di condividere il principio per cui compete al giudice di merito interpretare la relata di notifica e di valutare la sufficienza delle ricerche da parte del messo; tuttavia non si può tacere che tale attività d’interpretazione e di valutazione presuppone che delle ricerche ci sia traccia agli atti del giudizio, giacché, diversamente, non risulterebbe soddisfatto il requisito di legittimità della notifica ai sensi dell'articolo 60 del D.P.R. n. 600/73, “ossia che emerga chiaramente che le ricerche sono state effettuate, che sono attribuibili al messo notificatore e riferibili alla notifica in esame”. Va anche aggiunto che dalla lettera della norma emerge che le ricerche devono avere a oggetto la presenza del destinatario non solo presso l’indirizzo ove è stata richiesta la notifica, ma nell’intero territorio comunale (Cass. n. 1440/2013).     8) Sanzioni tributarie al restyling: circolare della Fondazione studi CDL La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro esamina, con la circolare n. 23 del 26 novembre 2015, le modifiche al nuovo sistema sanzionatorio penale tributario, fornendo un vademecum operativo. Dal 22 ottobre è in vigore il D.Lgs. n. 158/2015 sulla riforma delle sanzioni penali tributarie. Tra le numerose novità, introdotte dal decreto, l’incremento delle sanzioni e l’innalzamento dei limiti previsti per la rilevanza penale della condotta del contribuente. Ma rilevante è anche l’applicazione delle sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie. Queste, infatti, si applicano dal 1° gennaio 2017 anche se il maxiemendamento sulla legge di stabilità 2016, approvato la settimana scorsa in Senato, profila un’anticipazione al 2016. Sono state introdotte numerose modifiche al D.Lgs. n. 74 del 2000. Le novità vanno nella direzione: - di un innalzamento dei limiti previsti per la rilevanza penale della condotta del contribuente (ad esempio, in materia di sostituti di imposta il limite in caso di ritenute certificate sale da 50 a 150.000 euro); - di un allargamento delle ipotesi sanzionatorie (ad esempio, omessa dichiarazione del sostituto d’imposta quando l’ammontare delle imposte non versate supera 50.000 euro). Omesso versamento delle ritenute L’art. 10-bis del D.Lgs. 74 del 2000 che disciplina il reato di omesso versamento di ritenute certificate, nel testo in vigore fino al 21 ottobre 2015, stabiliva che: “È punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo d’imposta”. In vigenza di tale disposizione, la Corte di Cassazione si è divisa sulle modalità con cui il PM può dimostrare il rilascio delle certificazioni attestanti le ritenute operate dal datore di lavoro, quale sostituto di imposta, sulle retribuzioni effettivamente erogate ai sostituiti: - un primo orientamento ritiene che tale prova possa essere fornita dal PM anche attraverso il modello dichiarativo 770 presentato dal sostituto di imposta - un secondo orientamento, di più recente formazione, ritiene che la prova dell’elemento costitutivo del reato di omesso versamento di ritenute certificate, rappresentato dal rilascio ai sostituiti delle certificazioni attestanti le ritenute effettivamente operate, non può essere costituita dal solo contenuto del modello dichiarativo 770 presentato dal sostituto di imposta. Il contrasto giurisprudenziale ha spinto la Sezione III penale della Corte di Cassazione a rimettere la risoluzione della questione nelle mani delle Sezioni Unite penali (ordinanza n. 21629/2015). Anticipando l’intervento delle Sezioni Unite (la cui udienza si è svolta il 24 settembre 2015), il legislatore delegato ha chiarito la “portata dell’omesso versamento di ritenute”, stabilendo che l’omesso versamento penalmente rilevante può riguardare ritenute non versate risultanti dalla dichiarazione di sostituto di imposta o dalla certificazione rilasciata ai sostituiti. Viene pertanto estesa la sanzione penale anche nelle ipotesi in cui la soglia rilevante a configurare l’ipotesi di reato venga superata sulla base della dichiarazione, a prescindere dalla circostanza che le ritenute risultino dalla certificazione effettivamente rilasciata al sostituito. Il decreto delegato, inoltre, innalza la soglia di non punibilità del reato - da 50.000 a 150.000 euro - con l’effetto che fino a 150.000,00 euro di ritenute non versate non potrà configurarsi il reato tributario in esame. La revisione del sistema sanzionatorio penale, come detto, è in vigore dal 22 ottobre 2015. Si rendono pienamente applicabili i principi della retroattività della norma nel caso di abolitio criminis e del favor rei, così come la irretroattività di quelle norme che introducono una nuova ipotesi di reato ovvero introducono una sanzione più grave rispetto a quella previgente. Ad esempio, non potrà essere punito con la sanzione penale il sostituto di imposta che avesse omesso entro il termine di presentazione dell’ultima dichiarazione il versamento di ritenute fiscali certificate per il periodo di imposta 2014 di importo complessivamente superiore a 50.000 euro (condotta penalmente rilevante fino al 21 ottobre 2015) ma non a 150.000 (condotta penalmente rilevante fino dal 22 ottobre 2015). Non potrà essere soggetta a sanzione penale, inoltre, la condotta di omessa dichiarazione del sostituto d’imposta, qualora le ritenute superino 50.000 euro, commessa prima del 22 ottobre 2015 giacché fattispecie non punibile penalmente secondo la disciplina previgente. Reato di occultamento o distruzione di documenti contabili L’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000 (rubricato “Occultamento o distruzione di documenti contabili”), nel testo in vigore fino al 21 ottobre 2015, prevedeva, che “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari”. L’art. 6 del D.Lgs. n. 158 del 2015 innalza la pena del reato tributario in questione, elevando da 6 mesi ad un anno e 6 mesi la pena minima e da cinque a sei anni la pena massima. Omesso versamento di iva L’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74 del 2000, nel testo vigente fino al 21 ottobre 2015, prevedeva la reclusione da sei mesi a due anni per chiunque non versasse l’IVA, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, a condizione che l’importo dell’IVA non versata superasse euro 50.000,00. L’art. 8 del D.Lgs. n. 158 del 2015, nel confermare gli elementi costitutivi della fattispecie delittuosa dell’omesso versamento di IVA, innalza da euro 50.000,00 ad euro 250.000,00 la soglia di non punibilità della condotta omissiva in questione, con l’effetto che l’omesso versamento dell’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo determina esclusivamente l’irrogazione di una sanzione amministrativa se l’importo non versato non supera euro 250.000,00. Indebita compensazione La nuova norma differenzia in maniera condivisibile le pene per l’utilizzo di crediti non spettanti da quelli inesistenti, inasprendo il regime sanzionatorio solo per questi ultimi. Tale differenziazione è giustificata dal fatto che l’utilizzo in compensazione di crediti inesistenti, sia considerata una fattispecie estremamente offensiva. L’inesistenza del credito, presuppone, un’azione con intento fraudolento maggiore, creando artificiosamente crediti mai esistiti al solo fine di non versare le imposte dovute. Si precisa che, secondo quanto previsto dal nuovo articolo 13 del D. Lgs. n. 74 del 2000 “i reati di cui agli articoli 10-bis, 10-ter e 10-quater comma 1, non sono punibili se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso”. Pertanto il reato in commento, nella sola fattispecie meno grave dell’utilizzo in compensazione di crediti non spettanti risulta non punibile qualora il contribuente provveda all’integrale pagamento del debito tributario, comprese sanzioni ed interessi, entro la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Gli istituti utili a tale scopo sono il ravvedimento operoso, l’accertamento con adesione o le procedure conciliative previste dall’ordinamento tributario. Come affermato nella recente direttiva della Guardia di Finanza del 10 novembre 2015, nel caso di indebita compensazione di crediti inesistenti l'autorità giudiziaria potrà disporre l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche nel corso delle indagini relative a tali delitti. Pagamento del debito tributario e causa di non punibilità del reato L’art. 11 del D.Lgs. n. 158 del 2015, sostituendo integralmente l’art. 13 del D.Lgs. n. 74 del 2000 (rubricato “Circostanza attenuante. Pagamento del debito tributario”) in vigore fino al 21 ottobre 2015, introduce nel sistema penale tributario cause di non punibilità di alcune fattispecie di reato tributario. Il “nuovo” comma 1 dell’art. 13 dispone che i reati di omesso versamento di ritenute dovute o certificate (art. 10-bis del D.Lgs. n. 74 del 2000), di omesso versamento di IVA(10-ter) e di indebita compensazione di crediti non spettanti (art. 10-quater, comma 1) non sono punibili se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, compresi gli interessi e le sanzioni, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso. Il comma 1 dell’art. 11, pertanto, consente al contribuente di neutralizzare la rilevanza penale delle suddette condotte omissive attraverso la totale soddisfazione del credito erariale prima dell’inizio del processo penale. In questi casi, la condotta omissiva del contribuente sarà sanzionata solo in via amministrativa. Il “nuovo” comma 2 dell’art. 13 stabilisce che i reati di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione non sono punibili se i debiti tributari, compresi gli interessi e le sanzioni, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, a seguito del ravvedimento operoso o della presentazione della dichiarazione omessa entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo di imposta successivo, a condizione che il ravvedimento operoso o la presentazione della dichiarazione avvengano prima che l’autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni e verifiche o dell’inizio di una qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali. Il “nuovo” comma 3 dell’art. 13 prevede che qualora prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado il debito tributario sia in fase di estinzione mediante rateizzazione, è concesso all’autore del reato di procedere all’estinzione del debito tributario residuo entro tre mesi, fermo restando, in questo caso, la sospensione della prescrizione. Il giudice penale, qualora lo ritenga necessario, ha la facoltà di prorogare per una sola volta il predetto termine trimestrale e per un periodo non superiore a tre mesi, fermo restando sempre la sospensione della prescrizione.     9) Consolidato e patent box: disponibili i due software di compilazione E’ disponibile il software di compilazione della comunicazione opzione Patent Box, versione 1.0.0 del 23/11/2015. Patent Box utilizza una nuova tecnologia di distribuzione dei software basati su Java che consente all'utente di usufruire delle applicazioni direttamente dal web. In tal modo è possibile attivare le applicazioni in maniera semplice e con un solo clic, avendo la certezza di utilizzare sempre la versione più aggiornata ed evitando complesse procedure di installazione o aggiornamento. Consolidato e patent box: via libera all’invio dei file. I modelli dovranno essere presentati telematicamente, direttamente dall’interessato o tramite intermediario abilitato, utilizzando l’apposito software disponibile sul sito dell’Agenzia delle entrate È possibile, a partire dal 26 novembre 2015, presentare le comunicazioni relative alla designazione della controllata e quelle relative all’opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali (modello patent box). Il primo dei due modelli, come previsto dal provvedimento del 6 novembre 2015, può essere utilizzato da una società controllante non residente, identificata nel territorio dello Stato mediante attribuzione del codice fiscale, per designare una controllata autorizzata a esercitare l’opzione per la tassazione di gruppo. Con la presentazione del modello la controllante non residente assumerà, in via sussidiaria, le responsabilità previste dall’articolo 127 del Tuir per le società o gli enti controllanti. La controllante non residente potrà designare una sola controllata e la designazione mantiene la propria validità anche qualora venga rinnovata l’opzione per la tassazione di gruppo. La controllata designata non può però consolidare società da cui sia essa stessa controllata. Il secondo modello, invece, approvato con provvedimento del 10 novembre 2015, è relativo all’esercizio dell’opzione per la tassazione agevolata (patent box) dei redditi derivanti dall’utilizzo di opere dell’ingegno, di brevetti industriali, marchi, di disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. L’opzione per il regime resterà valida per cinque periodi d’imposta, è irrevocabile e rinnovabile. Attraverso l’invio del modello, il contribuente comunica, pertanto, in via telematica all’Amministrazione finanziaria, la scelta per il regime opzionale in riferimento ai primi due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2014. A partire dal terzo periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014, l’opzione dovrà invece essere comunicata nella dichiarazione dei redditi con decorrenza dal periodo d’imposta al quale la stessa dichiarazione si riferisce. I documenti dovranno essere trasmessi utilizzando i due appositi prodotti informatici, denominati “Designazione controllata” e “Patent box”, disponibili gratuitamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate. A tal fine, per effettuare l’invio dei documenti, sarà necessario utilizzare le nuove versioni delle applicazioni Entratel e File Internet presenti nella sezione Software del sito internet dell’Agenzia delle Entrate; sono disponibili per l’ambiente Windows e per l’ambiente Mac. Entrambi gli aggiornamenti sono scaricabili anche dalla piattaforma Desktop Telematico.     10) Servizi finanziari: call for evidence della Commissione europea Il 30 settembre 2015, la Commissione europea ha pubblicato la “Call for evidence: EU regulatory framework for financial services”. Si tratta di un documento di consultazione con cui la Commissione chiede alla parti interessate elementi per valutare se le numerose misure legislative adottate negli ultimi anni in materia di servizi finanziari abbiano avuto effetti indesiderati sul mercato. In particolare, la Commissione chiede esempi di misure legislative: - che possono aver inciso negativamente sul finanziamento e sulla crescita dell’economia: ad esempio, misure che abbiano creato ostacoli al finanziamento dell’economia, o che abbiano avuto un impatto maggiore sulla liquidità del mercato, o che non siano adatte alla diversità degli istituti finanziari in UE o all’emergere di nuovi modelli economici; - che possono aver creato oneri regolamentari non necessari: ad esempio, misure che abbiano implicato un aumento eccessivo dei costi e della complessità nella loro applicazione; disposizioni che possono aver determinato una riduzione del senso di responsabilità individuale; misure che richiedono la comunicazione di informazioni già fornite o in cui le modalità di comunicazione delle informazioni non sono efficaci né alla supervisione, né agli investitori; misure che richiedono l’aggiornamento di certi documenti con una frequenza ingiustificata; disposizioni che possono essere migliorate con l’uso della tecnologia; o misure che possono aver creato nuove barriere di accesso al mercato; - la cui interazione abbia creato incoerenze o lacune: ad esempio, le misure adottate nel settore bancario, assicurativo e degli asset management o misure che utilizzano definizioni diverse; - che possono aver avuto effetti indesiderati: ad esempio, misure che abbiano determinato uno spostamento del rischio nel sistema finanziario o che abbiano indebolito gli istituti finanziari o ancora che si siano rivelate pro-cicliche. La Commissione chiede per ognuna delle misure legislative che saranno portate ad esempio, l’indicazione della direttiva o del regolamento di riferimento, una sintesi dell’esempio fornito, prove empiriche rilevanti e verificabili a supporto dell’esempio fornito e, se del caso, i possibili rimedi suggeriti. La consultazione in oggetto riprende in parte tematiche già affrontate nella consultazione pubblica “Enhancing coherence of EU financial services legislation” aperta dalla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento europeo nel 2013 cui Assonime aveva risposto. La consultazione è aperta fino al 6 gennaio 2016. Disposizioni urgenti per il settore creditizio Con il decreto legge 22 novembre 2015 n. 183, “Disposizioni urgenti per il settore creditizio” (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2015) sono state costituite quattro società per azioni che hanno ad oggetto lo svolgimento dell’attività di ente-ponte a seguito dell’avvio della procedura di risoluzione della Cassa di risparmio di Ferrara, della Banca delle Marche, della Banca dell’Etruria e del Lazio e della Cassa di risparmio di Chieti, in attuazione del decreto legislativo n. 180/2015 di recepimento della direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio. Obiettivo degli enti-ponte è il mantenimento della continuità delle funzioni essenziali precedentemente svolte dalle banche e la futura cessione a terzi, quando le condizioni di mercato saranno adeguate, delle partecipazioni al capitale, dei diritti, delle attività e delle passività acquistate. La Commissione europea ha ritenuto le quattro procedure di risoluzione conformi alla direttiva 2014/59/UE e l’intervento del Fondo di risoluzione compatibile con il quadro normativo europeo in materia di aiuti di Stato. L’articolo 2 del decreto legge impone alle banche italiane e alle succursali italiane di banche extracomunitarie di versare, successivamente all’entrata in vigore del Meccanismo di risoluzione unico (1° gennaio 2016), contributi aggiuntivi al Fondo di risoluzione nazionale, nella misura stabilita dalla Banca d’Italia, qualora i contributi ordinari e straordinari già versati siano insufficienti. Solo per l’anno 2016 il limite complessivo previsto dal regolamento (UE) n. 806/2014 sul meccanismo unico di risoluzione è incrementato di due volte l’importo annuale dei contributi determinati in conformità all’articolo 70 del regolamento stesso. Sotto il profilo fiscale, l’art. 3 del decreto in esame prevede che la trasformazione in crediti di imposta delle attività per imposte anticipate relative ai componenti negativi di cui all’art. 2, comma 55, del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011 ed iscritte nella situazione contabile di riferimento dell’ente sottoposto a risoluzione, decorra dalla data di avvio della risoluzione ed operi sulla base dei dati della medesima situazione contabile. Conseguentemente, a decorrere dal periodo di imposta in corso alla data di avvio della risoluzione, non sono deducibili “i componenti negativi corrispondenti alle attività per imposte anticipate trasformate in credito d’imposta”. È altresì specificato che, ai fini delle imposte sui redditi, “i versamenti effettuati dal Fondo di risoluzione all’ente-ponte non si considerano sopravvenienze attive”. (Assonime, nota del 26 novembre 2015 e del 25 novembre 2015)   Vincenzo D’Andò