Diario quotidiano del 25 novembre 2015: professionisti e antiriciclaggio: la mancata identificazione del cliente è reato penalmente sanzionabile

Pubblicato il 25 novembre 2015

frode fiscale: no al sequestro sui beni della società; riciclaggio: basta il dolo generico per la condanna del professionista; attività imprenditoriali: il governo abroga disposizioni di legge; in G.U. il contributo a carico degli iscritti nel Registro dei revisori legali, per l’anno 2016; rilascio prima versione del Portale Contributivo “Aziende & Intermediari”; non profit: attenzione alle somme erogate ai volontari come rimborsi spese; si avvicina la scadenza del versamento della TASI;estensione della piattaforma informatica INPS Cessione Quinto Pensione ai pensionati della Gestione Spettacolo e Sport; CNDCEC: incompatibilità con attività di sub agente assicurativo; la riforma delle Banche popolari: circolare di Assonime
 
 Indice:  1) Frode fiscale: no al sequestro sui beni della società  2) Riciclaggio: basta il dolo generico per la condanna del professionista  3) Attività imprenditoriali: il governo abroga disposizioni di legge  4) In G.U. il contributo a carico degli iscritti nel Registro dei revisori legali, per l’anno 2016  5) Rilascio prima versione del Portale Contributivo “Aziende & Intermediari”  6) Non profit: attenzione alle somme erogate ai volontari come rimborsi spese  7) Si avvicina la scadenza del versamento della TASI  8) Estensione della piattaforma informatica INPS Cessione Quinto Pensione ai pensionati della Gestione Spettacolo e Sport  9) CNDCEC: incompatibilità con attività di sub agente assicurativo  10) La riforma delle Banche popolari: circolare di Assonime  

1) Frode fiscale: no al sequestro sui beni della società

Frode fiscale: no al sequestro sui beni della società. Niente sequestro ai sensi della «231» sui beni della società senza la prova dell’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e senza la dimostrazione dell'assenza della continuazione tra gli illeciti tributari e gli altri reati. È quindi insufficiente motivare solo sul reato transnazionale. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 46162 del 23 novembre 2015, ha accolto in parte il ricorso della difesa di un’azienda.

La Corte, sezione penale, ha confermato da un lato la possibilità del sequestro sui beni dell'impresa i cui vertici sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale purché, però venga esclusa la continuazione tra i reati tributari e gli illeciti dei manager. Quindi, afferma il Collegio di legittimità, il profitto dei reati-fine ben può essere considerato come profitto del reato associativo senza che si abbia alcuna inaccettabile duplicazione di esso. In altri termini, il profitto dei singoli reati-fine si traduce in una utilità per l’intera organizzazione criminale e i suoi componenti. Tuttavia nel caso concreto, precisa la Cassazione, proprio perché il sequestro del profitto del reato è stato disposto in relazione al solo reato associativo transnazionale era necessario motivare sull’esistenza dell’associazione. Anche la Procura generale del Palazzaccio ha chiesto l’annullamento della misura.

Accertamento sintetico: prove sufficienti

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23826 del 20 novembre 2015, ha stabilito che è illegittimo l'accertamento ai fini IRPEF se il contribuente prova con documentazione idonea (es. estratti conto) la durata del possesso dei redditi ai fini della disponibilità dello stesso. In particolare, ai sensi dell’art. 38, comma 6, D.P.R. n. 600/1973, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare con idonea documentazione che il maggior reddito è costituito da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo d’imposta; inoltre tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da apposita documentazione.

2) Riciclaggio: basta il dolo generico per la condanna del professionista

Riciclaggio: basta il dolo generico: Per i professionisti la mancata identificazione del cliente è reato penalmente sanzionabile.

E’, dunque, stretta sull’adeguata verifica dell’antiriciclaggio. Compie reato il professionista che non identifica il cliente, e soprattutto il beneficiario effettivo della sua prestazione, e che non verifica lo scopo e la natura del rapporto in tutta la sua durata. L’illecito penale è previsto dalle norme antiriciclaggio del decreto legislativo 231/07 che impone severi obblighi a intermediari finanziari ma anche ad avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e notai, la cui inosservanza è punita con la pena pecuniaria. A consumare il reato è sufficiente il dolo generico, vale a dire la mera coscienza e volontà di contravvenire alle prescrizioni in materia di verifica della clientela. È quanto afferma la Corte di Cassazione, sezione penale, nella sentenza 46415 del 23 novembre 2015.

In particolare, ha violato la normativa antiriciclaggio l’impiegata delle Poste che non ha identificato il diretto beneficiario del prestito, fidandosi della professionista che lo chiede in suo nome. La Cassazione, con la sentenza 46415, accoglie il ricorso del pm contro da decisione della Corte d’appello di assolvere, perché il fatto non costituisce reato, due impiegate delle Poste Italiane Spa che, nella loro funzione di intermediari finanziari, non avevano rispettato gli obblighi di identificazione della clientela previsti dalla normativa antiriciclaggio (articolo 18 del Dlgs