Diario quotidiano del 24 novembre 2015: premi e sconti di fine anno non rilevano ai fini IVA

 

 Indice:

 1) Diniego autotutela non impugnabile ?

 2) Premi di fine anno esclusi ai fini IVA

 3) La rinuncia al finanziamento infruttifero non è sopravvenienza attiva

 4) La deduzione dei compensi non può essere rinviata

 5) Nullo l’accertamento sulla base della percentuale di ricarico sulle vendite

 6) Versamenti per l’acconto Iva 2015 entro il 28 dicembre 2015

7) INPS riavvia pocedura E/C ECA

8) Bail-in: sempre e comunque esclusi i depositi fino a 100.000 euro

 

1) Diniego autotutela non impugnabile ?
Autotutela, ricorso al giudice tributario ?. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23765 del 20 novembre 2015, ha confermato che il diniego all’autotutela è impugnabile dinanzi al giudice tributario il quale deve giudicare se il potere discrezionale concesso all’’Ufficio è stato legittimamente esercitato e quindi se l’atto non presenta vizi propri. La vicenda riguarda il rigetto da parte delle Entrate di un’istanza di autotutela proposta da un contribuente per chiedere l’annullamento di due avvisi di accertamento divenuti definitivi per mancata impugnazione.
Natura residuale del ricorso in autotutela
La Cassazione non ha tenuto conto neppure del sopravvenuto giudicato penale di assoluzione del contribuente.
Il diniego di autotutela è un atto impugnabile innanzi al giudice tributario, il quale, tuttavia, non può sostituirsi all’Ufficio nell’esercizio discrezionale di quel potere di autotutela che la legge ad esso soltanto riserva. Sicché tale diniego è impugnabile soltanto per vizi propri, ed il giudice, non potendo valutare il merito della pretesa, può soltanto esprimersi circa la legittimità del rifiuto. È quanto ribadito dalla Suprema Corte, con la suddetta sentenza n. 23765/2015.
Nel caso di specie, emerge che un contribuente, dopo la definitività dell’accertamento per omessa impugnazione nei termini previsti, aveva formulato istanza di autotutela, sulla base della sua assoluzione in sede penale.
La Suprema Corte ha richiamato la sua consolidata giurisprudenza pregressa in materia, ricordando che il ricorso avverso il diniego di autotutela opposto dal Fisco è ammissibile, ma il sindacato può esercitarsi, nelle forme ammesse sugli atti discrezionali, soltanto sulla legittimità del rifiuto e non sulla fondatezza della pretesa tributaria. Pertanto, il contribuente non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo, la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa a seguito della sua intervenuta definitività, ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto. Ciò in quanto non è dato al giudice tributario di invadere la sfera discrezionale collegata ed esercitata dalla Pubblica Amministrazione nell’esercizio del potere di annullamento dell’atto amministrativo in autotutela, pena il superamento dei limiti esterni della giurisdizione medesima.
E tanto spiega perché non possa ritenersi che tale potere di annullamento dell’atto in autotutela costituisca un mezzo di tutela del contribuente, sostitutivo dei rimedi giurisdizionali che non siano stati esperiti.
Adesso, i giudici di legittimità, ribadendo l’impugnabilità del diniego di autotutela, hanno altresì stabilito che il sindacato da parte del giudice tributario deve riguardare, ancor prima dell’esistenza dell’obbligazione tributaria, il corretto esercizio del potere discrezionale dell’Amministrazione, nei limiti e nei modi in cui esso è suscettibile di controllo giurisdizionale, che non può mai comportare la sostituzione del giudice all’Amministrazione in valutazioni discrezionali, né l’adozione dell’atto di autotutela da parte del giudice tributario, ma solo la verifica della legittimità del rifiuto, in relazione alle ragioni di rilevante interesse generale che consentono di procedere all’annullamento o alla revoca degli atti illegittimi o …

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