Diario quotidiano del 24 novembre 2015: premi e sconti di fine anno non rilevano ai fini IVA

Pubblicato il 24 novembre 2015



diniego autotutela non impugnabile?; premi di fine anno esclusi ai fini IVA; la rinuncia al finanziamento infruttifero non è sopravvenienza attiva; la deduzione dei compensi non può essere rinviata; nullo l’accertamento sulla base della percentuale di ricarico sulle vendite; versamenti per l’acconto Iva 2015 entro il 28 dicembre 2015; l’Inps riavvia la procedura Estratto Conto della Amministrazione (ECA): novità operative; bail-in: sempre e comunque esclusi i depositi fino a 100.000 euro
 
 Indice:  1) Diniego autotutela non impugnabile ?  2) Premi di fine anno esclusi ai fini IVA  3) La rinuncia al finanziamento infruttifero non è sopravvenienza attiva  4) La deduzione dei compensi non può essere rinviata  5) Nullo l’accertamento sulla base della percentuale di ricarico sulle vendite  6) Versamenti per l’acconto Iva 2015 entro il 28 dicembre 2015 7) INPS riavvia pocedura E/C ECA 8) Bail-in: sempre e comunque esclusi i depositi fino a 100.000 euro  

1) Diniego autotutela non impugnabile ?

Autotutela, ricorso al giudice tributario ?. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23765 del 20 novembre 2015, ha confermato che il diniego all’autotutela è impugnabile dinanzi al giudice tributario il quale deve giudicare se il potere discrezionale concesso all’’Ufficio è stato legittimamente esercitato e quindi se l’atto non presenta vizi propri. La vicenda riguarda il rigetto da parte delle Entrate di un’istanza di autotutela proposta da un contribuente per chiedere l’annullamento di due avvisi di accertamento divenuti definitivi per mancata impugnazione.

Natura residuale del ricorso in autotutela

La Cassazione non ha tenuto conto neppure del sopravvenuto giudicato penale di assoluzione del contribuente.

Il diniego di autotutela è un atto impugnabile innanzi al giudice tributario, il quale, tuttavia, non può sostituirsi all’Ufficio nell’esercizio discrezionale di quel potere di autotutela che la legge ad esso soltanto riserva. Sicché tale diniego è impugnabile soltanto per vizi propri, ed il giudice, non potendo valutare il merito della pretesa, può soltanto esprimersi circa la legittimità del rifiuto. È quanto ribadito dalla Suprema Corte, con la suddetta sentenza n. 23765/2015.

Nel caso di specie, emerge che un contribuente, dopo la definitività dell’accertamento per omessa impugnazione nei termini previsti, aveva formulato istanza di autotutela, sulla base della sua assoluzione in sede penale.

La Suprema Corte ha richiamato la sua consolidata giurisprudenza pregressa in materia, ricordando che il ricorso avverso il diniego di autotutela opposto dal Fisco è ammissibile, ma il sindacato può esercitarsi, nelle forme ammesse sugli atti discrezionali, soltanto sulla legittimità del rifiuto e non sulla fondatezza della pretesa tributaria. Pertanto, il contribuente non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo, la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa a seguito della sua intervenuta definitività, ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto. Ciò in quanto non è dato al giudice tributario di invadere la sfera discrezionale collegata ed esercitata dalla Pubblica Amministrazione nell’esercizio del potere di annullamento dell’atto amministrativo in autotutela, pena il superamento dei limiti esterni della giurisdizione medesima.

E tanto spiega perché non possa ritenersi che tale potere di annullamento dell’atto in autotutela costituisca un mezzo di tutela del contribuente, sostitutivo dei rimedi giurisdizionali che non siano stati esperiti.

Adesso, i giudici di legittimità, ribadendo l’impugnabilità del diniego di autotutela, hanno altresì stabilito che il sindacato da parte del giudice tributario deve riguardare, ancor prima dell’esistenza dell’obbligazione tributaria, il corretto esercizio del potere discrezionale dell’Amministrazione, nei limiti e nei modi in cui esso è suscettibile di controllo giurisdizionale, che non può mai comportare la sostituzione del giudice all’Amministrazione in valutazioni discrezionali, né l’adozione dell’atto di autotutela da parte del giudice tributario, ma solo la verifica della legittimità del rifiuto, in relazione alle ragioni di rilevante interesse generale che consentono di procedere all’annullamento o alla revoca degli atti illegittimi o infondati.

Alla luce di ciò, quindi, i giudici della Suprema Corte hanno tratto le conclusioni per cui il diniego di autotutela è impugnabile dal contribuente, ma solo per vizi propri, ed il giudice tributario deve limitarsi a verificare che l’esercizio dell’autotutela sia avvenuto correttamente, ovvero in adesione alle relative norme positive, senza sconfinare in altre valutazioni rimesse alla discrezionalità della pubblica amministrazione.

Insomma, il sindacato del giudice tributario può concernere solo la legittimità del rifiuto opposto dal Fisco e non la fondatezza della pretesa tributaria.

Ricorso circoscritto ai vizi di legittimità

2) Premi di fine anno esclusi ai fini IVA

I premi di fine anno sono esclusi ai fini Iva. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23782 del 20 novembre 2015.

La Suprema Corte ribadisce quanto già sostenuto in relazione al trattamento ai fini Iva di sconti e premi di fine anno, ricordando che, mentre lo sconto è una componente che incide direttamente sul prezzo della merce compravenduta o del servizio scambiato riducendone l’ammontare dovuto per le singole operazioni compiute, il premio di fine anno rappresenta un contributo autonomo riconosciuto indistintamente a fine esercizio al cliente al raggiungimento di un determinato fatturato o comunque per incentivarlo a futuri acquisti.

Il nuovo caso esaminato dal giudice supremo si riferisce ad un premio riconosciuto da una società ad un cliente per il quale è stata emessa una nota di variazione rilevante ai fini IVA ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72 contestata in sede di verifica perché la variazione operata non si qualificava come sconto sul prezzo e non era supportata da uno specifico accordo fra le parti. Nell’analizzare la fattispecie i giudici di Cassazione ripercorrono in prima istanza la norma comunitaria ed i principi stabiliti dalla normativa nazionale con l’art. 26 del DPR 633/72 evidenziando come la riduzione della base imponibile e quindi della relativa IVA sia subordinata al fatto che tale riduzione vada ad incidere su una determinata o su una serie determinata di operazioni e sull’entità dei relativi corrispettivi e che sia adeguatamente documentata.

Nella sentenza viene ricordato che, sotto il profilo sostanziale, la possibilità di emettere una nota di variazione ai sensi del citato art. 26 del DPR 633/72 è subordinata al fatto che la variazione rappresenti uno sconto da parte del cedente del bene (o il prestatore di servizio) sul prezzo di vendita effettuato al soggetto cessionario e che la riduzione del corrispettivo operata sia frutto di un accordo sia esso formalizzato con apposito documento o verbale.

L’importante, però, secondo i giudici, è che l’accordo che prevede la riduzione trovi corrispondenza in note di accredito emesse dal soggetto cedente al cessionario con allegazione della causale che, volta per volta, abbia giustificato tali sconti. Sotto il profilo formale i giudici ricordano che affinché la variazione possa rilevare ai fini Iva il contribuente è tenuto a dimostrare la corrispondenza tra l’operazione originaria e la successiva nota di variazione emessa mediante l’indicazione di quei dati che risultino idonei a collegare i due documenti attraverso la dimostrazione dell’identità tra l’oggetto della fattura e delle registrazioni originarie e l’oggetto della registrazione della variazione.

In mancanza di tali requisiti non si può parlare di sconto, ma di premio di fine anno che rappresenta una corresponsione in funzione liberale senza alcun collegamento causale con singole e determinate cessioni imponibili da ritenersi quindi escluso da Iva (ai sensi dell’art. 2 comma 3 del DPR 633/72).

3) La rinuncia a finanziamento infruttifero non è sopravvenienza attiva

La Suprema Corte con la medesima sentenza (23782/2015) si è, inoltre, soffermata su altro trema, quello ai fini delle imposte sui redditi della rinuncia al finanziamento infruttifero.

Un finanziamento infruttifero del socio compensato poi con un credito da lui vantato nei confronti della società, non costituisce sopravvenienza attiva tassabile, anche in assenza di una specifica delibera assembleare sulla compensazione. Gli apporti, infatti, non rappresentano nuova ricchezza ma mero conseguimento di liquidità transitoria in ragione dell'obbligo di restituzione.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 23782 del 20 novembre 2015)

4) La deduzione dei compensi non può essere rinviata

Stop al posticipo della contabilizzazione e della deduzione dei compensi agli amministratori della società erogati l’anno precedente. E’ quanto emerge dalla sentenza 23763/2015 della Corte di Cassazione. La Suprema corte ha così accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate contro la decisione della Ctr. I giudici di appello avevano ritenuto corretto l’operato di una società di capitali poiché la norma del Tuir applicabile all’epoca aveva solo finalità antielusive. Quindi non andava fatta un’interpretazione letterale ma coordinata anche con l’art. 75 del Tuir e l’art. 2389 c.c.. Di diverso avviso la Cassazione.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 23763 del 20 novembre 2015)

5) Nullo l’accertamento sulla base della percentuale di ricarico sulle vendite

È illegittima la presunzione di ricavi basata su una percentuale di ricarico desunta dalle medie di settore, maggiore rispetto a quella applicata dall’azienda, quando la determinazione dell’Ufficio sia fondata solamente su alcuni articoli commercializzati, anziché sull’inventario generale delle merci, e quando il calcolo venga effettuato col sistema della media semplice anziché con quello della media ponderale. Un siffatto calcolo, infatti, non è idoneo a rappresentare in maniera puntuale e veritiera i ricavi dell’azienda e risulta, dunque, inadatto a supportare una rettifica fiscale eseguita col metodo analitico-induttivo.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21464 del 4 novembre 2015. Gli Ermellini hanno rigettato un ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate, rappresentata dall’Avvocatura di Stato, confermando l’impugnata sentenza della Ctr Puglia favorevole al contribuente. La vertenza si originava dall’emissione di un avviso di accertamento, eseguito col metodo induttivo, che rideterminava i ricavi di un’azienda applicando delle percentuali di ricarico medie, ritenendo del tutto inattendibili quelle riscontrate dalla contabilità societaria. L’atto veniva annullato dalla Ctr Puglia, scatenando l’impugnazione da parte dell’amministrazione finanziaria che, in particolare, si doleva del fatto che il giudice pugliese avesse ritenuto illegittima la ricostruzione induttiva, pur in presenza di un enorme scostamento tra il ricarico dichiarato e quello di settore (oltre 20 volte superiore). La Cassazione ha confermato l’operato dei giudici di merito, richiamando un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza della Suprema corte. In primis, si legge nella sentenza, in presenza di una contabilità formalmente regolare, è illegittimo presumere maggiori ricavi sul solo dato dello scostamento dalle percentuali di ricarico. Ma, soprattutto, il calcolo si rivela del tutto inattendibile quando esso sia ragguagliato solamente «su alcuni articoli, anziché su un inventario generale delle merci da porre a base dell’accertamento» e quando, vieppiù, lo stesso venga effettuato con il «sistema della media semplice, anziché quello della media ponderale, quando tra i vari tipi di merce esiste una notevole differenza di valore». In definitiva, il giudice di legittimità pone una netta censura ai sistemi d’accertamento basato sulle percentuali di ricarico, che risultano ormai obsoleti alla luce dei più evoluti sistemi di calcolo della redditività e della rispondenza alle medie di settore messi a disposizione dell’Agenzia delle entrate.

Accertamento sulla base degli studi di settore illegittimo

È illegittimo l’avviso di accertamento basato unicamente sulle risultanze dello studio di settore anche laddove l’Amministrazione abbia utilizzato lo strumento più recente. È questo emerge dalla sentenza n. 1307/10/15 della Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna. Tanto più se lo studio non risulti adatto alla specifica realtà aziendale

6) Versamenti per l’acconto Iva 2015 entro il 28 dicembre 2015

Entro il 28 dicembre 2015 andrà pagato l’acconto Iva 2015 (poiché il 27 cade di domenica). Occorre, quindi, procedere con i conteggi per la determinazione dell’acconto, ribadendo che in materia nulla è cambiato (come al solito è possibile scegliere tra metodo storico, metodo previsionale o analitico).

Usualmente, il 27 dicembre è il termine ultimo per versare l’acconto Iva dovuto per le liquidazioni periodiche di chiusura dell'ultimo mese o dell'ultimo trimestre dell'anno. Il versamento può essere effettuato con il Modello F24.

Chi deve versare

Sono obbligati al versamento dell'acconto tutti i contribuenti Iva tranne coloro che non sono tenuti a effettuare le liquidazioni periodiche Iva, mensili o trimestrali, (per esempio, gli agricoltori esonerati e chi ha aderito al regime per le nuove iniziative produttive) e gli enti pubblici territoriali che esercitano attività rilevanti ai fini Iva (per esempio, i comuni che gestiscono l’erogazione di acqua, gas, energia elettrica e vapore).

Sono, inoltre, esonerati dal versamento dell’acconto i soggetti che non dispongono di uno dei due dati (quello “storico” o quello “previsionale”), su cui sostanzialmente si basa il calcolo.

Ad esempio, è il caso dei soggetti che:

hanno cessato l'attività, anche per decesso, entro il 30 novembre se mensili o entro il 30 settembre se trimestrali oppure hanno iniziato l'attività

hanno chiuso il periodo d’imposta precedente con un credito di imposta (risultante anche dalla liquidazione Iva periodica), a prescindere dalla presentazione della richiesta di rimborso

pur avendo effettuato un versamento per il mese di dicembre o per l'ultimo trimestre del periodo d’imposta precedente, oppure in sede di dichiarazione annuale per il periodo d’imposta precedente, prevedono di chiudere la contabilità Iva per l’anno interessato con una eccedenza detraibile di imposta.

Non sono, poi, obbligati al versamento, i contribuenti per i quali risulta un importo dovuto a titolo d’acconto non superiore a 103,29 euro.

Sono, inoltre, esonerati dal versamento dell’acconto:

i contribuenti che, nel periodo d’imposta, hanno effettuato soltanto operazioni non imponibili, esenti, non soggette a imposta o, comunque, senza obbligo di pagamento dell'imposta

i produttori agricoli

i soggetti che esercitano attività di spettacoli e giuochi in regime speciale

le associazioni sportive dilettantistiche, nonché le associazioni senza fini di lucro e quelle pro loco, in regime forfetario

i raccoglitori e i rivenditori di rottami, cascami, carta da macero, vetri e simili, esonerati dagli obblighi di liquidazione e versamento del tributo

gli imprenditori individuali che hanno dato in affitto l'unica azienda, entro il 30 settembre, se contribuenti trimestrali o entro il 30 novembre, se contribuenti mensili, a condizione che non esercitino altre attività soggette all'Iva

i contribuenti che adottano il regime dei “minimi”

Come si versa

Il versamento dell’acconto deve essere effettuato utilizzando il modello F24 in modalità esclusivamente telematica.

E’ possibile compensare, liberamente, l’importo dovuto a titolo d’acconto con eventuali crediti di imposte o contributi di cui il contribuente abbia la disponibilità.

A differenza di quanto previsto per le liquidazioni periodiche, i contribuenti trimestrali ordinari non devono applicare la maggiorazione degli interessi dell’1%.

L’acconto versato deve essere, inoltre, sottratto all’Iva da versare per il mese di dicembre (per i contribuenti mensili), in sede di dichiarazione annuale Iva (per i contribuenti trimestrali) o da quanto dovuto per la liquidazione del 4° trimestre (per i contribuenti trimestrali speciali).

Codici tributo

I codici tributo da utilizzare nell’F24 per il versamento dell’acconto Iva sono i seguenti:

6013 per i contribuenti mensili

6035 per quelli trimestrali.

Casi particolari

Variazione del regime dei versamenti

In caso di modifica delle scadenze di liquidazione tra un anno e l’altro, ai fini del calcolo del dato storico, valgono le seguenti regole:

per il passaggio da regime mensile a regime trimestrale occorre calcolare l’acconto con riferimento alle liquidazioni degli ultimi tre mesi dell’anno precedente

per il passaggio da regime trimestrale a regime mensile l’acconto deve essere calcolato su un terzo dell’imposta versata per il quarto trimestre.

Soggetti con contabilità separate

I contribuenti con contabilità separata (articolo 36 del Dpr n. 633/1972) devono determinare distintamente l'importo riferibile a ogni attività svolta e, quindi, sono tenuti a effettuare distinte liquidazioni dell'imposta.

Pertanto, l’acconto Iva deve essere calcolato sommando i dati relativi a ogni attività, compensando in questo modo gli importi a debito con quelli a credito.

7) L’Inps riavvia la procedura Estratto Conto della Amministrazione (ECA): novità operative

Il 20 ottobre è stata riavviata la procedura Estratto Conto della Amministrazione (ECA). Il blocco della procedura, comunicato con messaggio 4989 del 27/7/2015, si era reso necessario per consentire lo svolgimento delle attività informatiche propedeutiche per la messa in esercizio del nuovo ECA.

Come noto l’ECA è lo strumento informatico in uso presso la Gestione dipendenti pubblici (GDP) per incrociare i flussi dichiarativi (DMA-Entratel, DMA2-Uniemens-ListaPosPA) con i flussi dei versamenti (F24, mandato informatico e versamento diretto sui conti di tesoreria).

La reingegnerizzazione della procedura, che è già interessata da analisi per le successive evoluzioni, risponde ad una molteplicità di obiettivi: sviluppo e gestione delle procedure informatiche e dei sistemi di comunicazione telematica maggiormente in linea con le procedure delle gestioni private, ampliamento della platea di Amministrazioni oggetto di rilevamento, implementazione della funzione di calcolo della contribuzione dichiarata e integrazione con il sistema contabile.

Pertanto, il Nuovo ECA nasce con l’obiettivo di verificare la correntezza e la correttezza degli adempimenti contributivi di tutti i datori di lavoro iscritti alla Gestione Dipendenti Pubblici, procedere ad una corretta imputazione contabile, rilevare contabilmente le partite a credito dell’Istituto ed attivare la fase di recupero coattivo dei debiti compresa la fase di invio e gestione degli stessi all’agente della riscossione.

Come anticipato con la circolare 171 del 16.10.2015 un primo intervento operativo ha interessato l’estensione della platea dei soggetti oggetto di verifica, l’alimentazione dell’ECA con cadenza mensile, l’eliminazione del meccanismo del trascinamento della annualità isolando ogni anno come riferimento per la formazione del singolo ECA, l’introduzione di una sola fase di validazione per annualità, una nuova funzionalità di notifica via PEC della comunicazione di debito ed infine un dettaglio maggiore della composizione dei crediti/debiti che riguardano la fase della lavorazione di ogni singola annualità.

Di seguito vengono analizzate alcune delle novità più importanti introdotte:

- Nuovi Soggetti interessati:

Nella precedente versione dell’ECA, l’Estratto Conto delle Amministrazioni veniva generato per la sola intera platea delle aziende, degli enti locali e di altre amministrazioni pubbliche, quali per esempio le Università, le Agenzie fiscali e le Autorità indipendenti.

Il nuovo ECA, invece, è stato generato dall’annualità 2015 per tutte le Aziende, Enti ed Amministrazioni pubbliche, comprese le Amministrazioni Statali che hanno una posizione contributiva attiva nell’ambito della gestione dipendenti pubblici.

La lavorazione degli ECA degli Enti e delle Amministrazioni introdotte, è di competenza delle Strutture Periferiche, ed è stata ripartita in ambito territoriale in relazione alle competenze rilevabili in anagrafe della persona giuridica.

- ECA per anno:

La procedura, nella precedente versione, prevedeva la lavorazione dell’ECA di un’Amministrazione/Ente distinta per singola annualità ed inoltre, questa si contraddistingueva in due fasi di lavorazione:

  • un’ECA pre-annuale, che rappresentava una sorta di prima comunicazione di debito
  • un’ECA annuale, contenente, per le situazioni a debito, il relativo avviso bonario.

Detta lavorazione distinta per singole annualità, determinava un trascinamento agli esercizi successivi dei debiti e/o crediti dell’Amministrazione/Ente osservata, con evidenti limiti nella lavorazione degli stessi. La nuova versione supera questo limite rendendo le annualità indipendenti fra loro.

Non sarà, pertanto, più necessaria la validazione di un’annualità per consentire la generazione dell’annualità successiva.

Inoltre, un ulteriore sviluppo della procedura, ha consentito la possibilità che la lavorazione dell’ECA sia ora mensile, ossia all’atto dell’acquisizione delle denunce e dei versamenti, pur prevedendone la validazione solo al completamento delle dodici mensilità.

- Integrazione con la contabilità:

Un aspetto di grande rilievo, per meglio monitorare l’andamento delle denunce contributive perseguendo la contestuale gestione dei crediti e dei debiti contributivi relativi alle gestione dei dipendenti pubblici, è la futura implementazione delle registrazioni dell’accertato e la conseguente evidenza contabile.

Per favorire le attività di registrazione dei movimenti contabili in prossimità della chiusura dell’anno finanziario, l’ECA 2015 verrà generato comprendendo fino alla mensilità di novembre.

L’ECA degli anni successivi avranno, invece, un intervallo temporale pari alle denunce mensili da quella di dicembre dell’anno precedente a quella di novembre dell’anno in corso di lavorazione.

- Notifica via PEC:

Il nuovo ECA prevede l’invio via PEC sia della Comunicazione di Debito che dell’Avviso Bonario.

Con la Comunicazione di Debito si intende l’invio all’Ente/Amministrazione di una prima comunicazione di estratto conto sulla base delle informazioni acquisite dell’Istituto, delle denunce contributive e dei relativi versamenti.

Con l’Avviso Bonario si intende l’invio di un documento definitivo sulla base delle informazioni acquisite dell’Istituto delle denunce contributive e dei relativi versamenti.

Si sottolinea che quest’ultima sarà inoltrata all’Ente/Amministrazione, solo qualora l’irregolarità contributiva segnalata con la precedente Comunicazione di Debito, risulti non sanata nei termini previsti.

- Riepilogo annualità:

E’ stata realizzata una nuova funzionalità che consente di visualizzare lo stato degli ECA a valle delle validazioni (invio avvisi bonari). In tale funzione sono evidenziati: il saldo ECA, eccedenze, eventuali versamenti da avviso bonario, importi trasmessi all’agente della riscossione. Per le eccedenze di versamento è presente una funzione che consente di utilizzare tali somme su ECA di annualità successive purché siano in lavorazione. Le eccedenze si possono marcare come rimborsate rendendole di fatto inutilizzabili su altri ECA.

Si evidenzia che non è possibile procedere alla riapertura di ECA già validati con la precedente versione del software.

- Oggetto della verifica:

Oggetto della verifica di ECA è la sola contribuzione obbligatoria; viene infatti esclusa dal nuovo ECA sia la contribuzione non obbligatoria per riscatti e ricongiunzioni che i debiti delle Amministrazioni che non scaturiscono da denuncia, ma da procedure (Benefici in sede di pensione e di TFS, interessi di rivalsa). Eccezionalmente, solo per il 2015, il nuovo ECA prevede le verifiche per riscatti e ricongiunzioni discendenti dai quadri F1 della Lista Uniemens PosPA.

La procedura è supportata da un manuale operativo, nel quale sono state riepilogate tutte le novità apportate, pubblicato nella rete intranet dell’Istituto, nell’area dedicata della Direzione Centrate Entrate / Manuali.

(INPS, messaggio n. 7100 del 23 novembre 2015)

8) Bail-in: sempre e comunque esclusi i depositi fino a 100.000 euro

Sono in ogni caso sempre esclusi dal bail-in i depositi fino a 100.000 euro, le passività garantite e quelle nei confronti dei dipendenti per retribuzioni e pensioni e del fisco.

Lo precisa Assonime, con la nota del 23 novembre 2015, incentrata sui decreti legislativi di attuazione della direttiva sulla risoluzione delle banche.

Nella Gazzetta Ufficiale n. 267 del 16 novembre 2015 sono stati pubblicati i decreti legislativi n. 180 e n. 181 del 16 novembre 2015 che attuano nel nostro ordinamento la direttiva 2014/59/UE sulla risoluzione delle crisi bancarie e adeguano al nuovo quadro giuridico le norme del TUB (decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385) e del TUF (decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58). La direttiva 2014/59/UE (BRRD-Bank Recovery and Resolution Directive) armonizza le procedure per la gestione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Principio ispiratore della direttiva è limitare l’impatto sui bilanci pubblici degli interventi per il salvataggio delle banche in difficoltà (bail-out), affidando la copertura delle perdite in primo luogo agli azionisti, agli obbligazionisti e ai creditori delle banche (bail-in), .

Il decreto legislativo n. 180/2015 disciplina anzitutto la fase di prevenzione e preparazione all’eventuale risoluzione: durante l’ordinaria attività delle banche, la Banca d’Italia deve predisporre e aggiornare annualmente o quando necessario, un piano di risoluzione per ciascuna banca non sottoposta a vigilanza consolidata e piani di risoluzione per i gruppi. Alla stesura dei piani e al loro aggiornamento collaborano le banche interessate.

La procedura di risoluzione è un processo di ristrutturazione gestito dalla Banca d’Italia, quale autorità di risoluzione, finalizzato a garantire la continuità delle funzioni essenziali della banca e a ripristinare la redditività di lungo periodo della parte sana della stessa liquidando il resto.

La risoluzione viene avviata quando la banca è in dissesto o a rischio di dissesto e non si possono ragionevolmente prospettare misure alternative che consentano di superare la situazione in tempi adeguati; l’accertamento della sussistenza di questo presupposto è effettuato dalla Banca d’Italia o dalla Banca centrale europea. Nei confronti della banca viene disposta una delle seguenti misure: la riduzione o conversione di azioni, di altre partecipazioni e di strumenti di capitale emessi dalla banca, quando ciò consente di superare lo stato di dissesto o di rischio di dissesto; se questa misura non consente di rimediare allo stato di dissesto, si procede alla risoluzione della banca o alla liquidazione coatta amministrativa. La risoluzione viene disposta dalla Banca d’Italia in presenza dell’interesse pubblico che ricorre quando la risoluzione è necessaria e proporzionata al raggiungimento dei seguenti obiettivi: salvaguardare la continuità delle funzioni essenziali della banca, preservare la stabilità finanziaria, contenere gli oneri a carico delle finanze pubbliche, tutelare i depositanti e gli investitori protetti da sistemi di garanzia. Tra i principi che governano la risoluzione vi sono i seguenti: azionisti e creditori subiscono per primi le perdite; nessun azionista e creditore subisce perdite maggiori di quelle che subirebbe se l’ente sottoposto a risoluzione fosse liquidato mediante liquidazione coatta amministrativa o altra analoga procedura concorsuale; gli azionisti e i creditori della stessa categoria ricevono pari trattamento; i depositi protetti non subiscono perdite; gli organi di amministrazione e controllo e la direzione della banca vengono in linea di massima sostituiti.

Le misure di risoluzione a disposizione dell’autorità sono: - la cessione dei beni e dei rapporti giuridici a un soggetto terzo a condizioni di mercato; - la cessione temporanea dei beni e dei rapporti giuridici a un ente-ponte, cioè un ente interamente o parzialmente posseduto dal fondo di risoluzione o da autorità pubbliche; - la cessione dei beni o dei rapporti giuridici a una società veicolo per la gestione delle attività; questa è l’unica misura che può essere disposta solo congiuntamente a una delle altre;

- il bail-in, cioè la svalutazione delle azioni e la conversione dei titoli in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca.

Sono in ogni caso sempre esclusi dal bail-in i depositi fino a 100.000 euro, le passività garantite e quelle nei confronti dei dipendenti per retribuzioni e pensioni e del fisco.

Il decreto legislativo n. 180/2015 prevede l’istituzione di uno o più fondi di risoluzione presso la Banca d’Italia, che ne stabilisce l’utilizzo, con la finalità di permettere di realizzare gli obiettivi della risoluzione. I fondi non possono essere utilizzati per assorbire direttamente le perdite di una banca o per ricapitalizzarla. I fondi di risoluzione sono alimentati annualmente dai contributi versati dalle banche italiane o dalle succursali italiane di banche extracomunitarie. L’intervento del fondo di risoluzione può essere consentito a condizione che il contributo al ripianamento delle perdite e alla ricapitalizzazione dell’ente sottoposto a risoluzione fornito attraverso il bail-in sia pari ad almeno l’8% delle passività totali, inclusi i fondi propri, dell’ente sottoposto a risoluzione e che il contributo del fondo di risoluzione non superi il 5% delle passività totali.

Vincenzo D’Andò