Diario quotidiano del 9 novembre 2015: i contratti firmati dal socio accomandante non vincolano la SAS, tranne che poi vengano ratificati

Pubblicato il 9 novembre 2015



non sono vincolanti i contratti firmati dal socio accomandante di una Sas; redditometro: nuovi criteri di applicazione a partire dal periodo d’imposta 2011; l'assegno periodico di mantenimento va assoggettato al SSNM; é nullo il ravvedimento operoso parziale; Unico: l’intermediario è tenuto a rimuovere l’errore bloccante per l’invio telematico della dichiarazione; esonero contributivo triennale nelle operazioni aziendali straordinarie; società sportiva: caso di rinuncia allo stipendio già maturato; enti locali: dagli Interni sì al compenso per i politici - revisori; le novità del Codice di autodisciplina 2015 per la governance delle società quotate; voluntary disclosure: le istanze di accesso al C.O. di Pescara

 

 Indice:

 1) Non sono vincolanti i contratti firmati dal socio accomandante di una Sas

 2) Redditometro: nuovi criteri di applicazione a partire dal periodo d’imposta 2011

 3) L’assegno periodico di mantenimento va assoggettato al SSN

 4) E’ nullo il ravvedimento operoso parziale

 5) Modello Unico: l’intermediario è tenuto a rimuovere l’errore bloccante per l’invio telematico della   dichiarazione

 6) Esonero contributivo triennale nelle operazioni aziendali straordinarie

 7) Società sportiva: caso di rinuncia allo stipendio già maturato

 8) Enti locali: dagli Interni sì al compenso per i politici - revisori

 9) Le novità del Codice di autodisciplina 2015 per la governance delle società quotate

 10) Voluntary disclosure: le istanze di accesso al C.O. di Pescara

 

 

1) Non sono vincolanti i contratti firmati dal socio accomandante di una Sas

I contratti firmati dal socio accomandante non vincolano la Sas, tranne che poi vengano ratificati.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22666 del 5 novembre 2015, secondo cui il contratto preliminare di vendita dell’immobile di una società in accomandita semplice concluso dal proprio socio accomandante non può essere eseguito poiché posto in atto da un falso procuratore. Al limite potrebbe trovare efficacia solo al momento di una eventuale ratifica.

Come è noto, nelle Sas il potere di firma degli atti societari spetta solo ai soci accomandatari (cd. soci amministratori) e non, quindi, ai soci accomandanti (cd. soci di capitale).

Nel caso di specie, la pretesa del promittente acquirente era fondata sul fatto che risultava provata l’ingerenza nella gestione da parte del socio accomandante, il quale, per il ricorrente, si era anche qualificato amministratore e legale rappresentante della Sas. Circostanza che ingenerava l’incolpevole affidamento del promittente acquirente e che faceva presumere un accordo tacito con il socio accomandatario o, quanto meno, che sarebbe intervenuta una successiva ratifica.

Suggestiva, inoltre, l’ulteriore obiezione. Si affermava, infatti, che alla luce di quanto previsto dall’art. 2230 c.c. – ai sensi del quale il socio accomandante che contravviene al divieto di compiere atti di amministrazione assume responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali – doveva ritenersi che l’invasiva ingerenza dell’accomandante avesse determinato un mutamento nel tipo di società, trasformandola in una snc “irregolare” ovvero “di fatto” con applicabilità della relativa disciplina (in particolare degli artt. 2297 e 2298 c.c.) e con riconoscimento anche al socio (in origine) accomandante (della Sas) di pieni poteri di rappresentanza della nuova società, indipendentemente dal contenuto dell’originario atto costitutivo.

La Suprema Corte ha considerato infondato il ricorso: L’ingerenza del socio accomandante nell’attività di gestione, così come l’eventuale accordo tacito con l’accomandatario, sono irrilevanti ai fini della definizione del caso di specie, nel quale il socio accomandante – che peraltro non risultava affatto essersi qualificato amministratore e rappresentante legale della società – non aveva il potere di agire impegnando la Sas. Si concretizzava, quindi, una situazione equiparabile a quella del negozio concluso dal falso procuratore. Rileva al riguardo quanto disposto per il caso di sopravvenuta mancanza dei soci accomandatari dall’art. 2323 c.c. In base ad esso, la società si scioglie, oltre che per le cause previste nell’art. 2308 c.c., quando rimangono soltanto soci accomandanti o soci accomandatari, sempreché nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che è venuto meno. Se vengono a mancare tutti gli accomandatari, per il periodo sopra indicato, gli accomandanti nominano un amministratore provvisorio per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione. L’amministratore provvisorio non assume la qualità di socio accomandatario.

 

2) Redditometro: nuovi criteri di applicazione a partire dal periodo d’imposta 2011

Definiti i criteri per la determinazione sintetica del reddito delle persone fisiche, in base al redditometro, per i periodi d'imposta 2011 e successivi. Come è noto, é stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2015 il Decreto 16 settembre 015, che ha individuato il contenuto induttivo degli elementi indicativi di capacità contributiva sulla base del quale verrà fondata la determinazione sintetica del reddito complessivo delle persone fisiche per gli accertamenti relativi al periodo d'imposta 2011 e successivi.

Il nuovo sistema elaborato con il decreto approvato va nella direzione, anche sotto il profilo normativo, di un accertamento sintetico di tipo «puro», poiché limita al minimo ricostruzioni reddituali legate a dati stimati.

Le uniche spese statistiche rilevanti ai fini della determinazione del reddito sintetico rimangono quelle connesse ai cd. elementi certi, quali, ad esempio, quelle legate al possesso di immobili e di beni mobili registrati (tipicamente immobili, autoveicoli e natanti).

Rimane anche nel nuovo strumento operativo la distinzione tra spese correnti e spese per investimenti. Per quest’ultime il dato continua a rilevare, più in generale, al netto dei disinvestimenti effettuati nei quattro anni precedenti all’acquisto dei beni.

Con l’approvazione del Decreto del 16 settembre 2015 del Ministro dell’Economia e delle Finanze (G.U. n. 223 del 25 settembre 2015) viene definitivamente approvata l’evoluzione del redditometro per il biennio d’imposta 2011/2012.

Si tratta del primo intervento di restyling, da quando è entrato in vigore il redditometro di seconda generazione, così come modificato dal D.L. 78/2009.

Il precedente D.M. 24.12.2012 infatti, copriva le annualità 2009 e 2010, ovverosia il primo anno di applicazione del nuovo redditometro e quello i cui termini per poter esperire l’accertamento da parte del fisco sono in scadenza quest’anno (31.12.2015).

Il provvedimento contiene, dunque, le regole applicative per la gestione dell’accertamento sintetico e il contenuto induttivo (tabella A allegata al provvedimento) aggiornato di alcuni elementi di capacità contributiva per gli anni d'imposta a decorrere dal 2011.

Dal nuovo decreto escono ufficialmente di scena la stima delle spese per consumi basata esclusivamente sui dati Istat.

Si segnalano altresì ulteriori modifiche di lieve entità che non stravolgono, sotto il profilo operativo il sistema delineato con il precedente decreto del 24 dicembre 2012.

Dal punto di vista delle voci di costo, infatti, non si registrano variazioni di sorta nell’allegata tabella A dove rimane la distinzione tra spese per consumi e spese per investimenti.

Certo è che, stante la nuova impostazione, che preclude ogni utilizzo di stima nell’attribuzione della spesa al contribuente, si finisce per svuotare di significato pratico anche la stessa tabella A allegata al decreto, se non altro in relazione alla parte riservata alle spese per consumi.

In realtà, infatti, per molte voci di spesa, ad esempio quelle riguardanti il barbiere e parrucchiere, spese per tram, autobus taxi e altri trasporti, pur essendo presenti in tabella, appare difficile un loro utilizzo nella stima sintetica del reddito, in quanto la loro presenza in Anagrafe tributaria è effettivamente legata ad eventi eccezionali che esulano dall’ordinario.

Sotto il profilo della valenza giuridica e della rilevanza pratica in termini di imponibile accertato, il redditometro intende assumere sempre più le sembianze di una ricostruzione analitica del reddito. Con tutte le conseguenze che ne derivano nell’inquadramento sul piano legale dell’accertamento e della prova contraria sul versante dell’attività difensiva.

L’accertamento sintetico, come noto, si basa sul concetto di spesa. L’Amministrazione finanziaria può infatti risalire induttivamente al reddito del contribuente sulla base delle «spese di qualsiasi genere sostenute nel periodo d’imposta». È fatta salva la prova contraria, fornita dal soggetto passivo, che le stesse spese sono state effettuate grazie a fonti di reddito legalmente escluse dalla base imponibile. La ricostruzione sintetica del reddito è effettuata tenendo conto dei seguenti elementi:

- spese certe analiticamente tracciate;

- quota di incremento patrimoniale imputabile al periodo d’imposta;

- quota di risparmio formatasi nell’anno;

- spese per elementi certi.

Rispetto allo speculare Provvedimento del 24.12.2012 si deve puntualizzare che dall’art. 4 del neo Decreto, sono uscite di scena, anche sotto il profilo normativo, le spese medie Istat legate ai costi di sostenimento per beni e servizi di uso corrente.

La possibilità di utilizzo di tali elementi, lo ricordiamo, era già stata bocciata dal Garante della privacy con il parere del 21 novembre 2013 e l’Agenzia aveva già tempestivamente recepito tale indicazione nella sua prassi operativa (C.M. 6/E/2014).

Ora il nuovo provvedimento si allinea ufficialmente togliendo, nei fatti, quella che prima era la lett. b) dell’art. 4, D.M. 24.12.2012.

Il nuovo decreto ribadisce che le spese per beni e servizi di uso quotidiano, rilevano comunque nel redditometro quando il relativo dato di spesa risulta su base certa dagli elementi presenti in Anagrafe tributaria.

Trova quindi dignità normativa il modus operandi, indotto dal Garante della privacy (parere del 21 novembre 2013) già seguito nei fatti dall’Amministrazione finanziaria nelle verifiche fin d’ora condotte, secondo cui l’accertamento sintetico di «seconda generazione» si deve alimentare solo mediante l’utilizzo di spese certe presenti in Anagrafe tributaria.

 

3) L’assegno periodico di mantenimento va assoggettato al SSN

Il reddito del contribuente consistente nell’assegno periodico di mantenimento percepito dal coniuge deve essere assoggettato al contributo per le prestazioni del servizio sanitario nazionale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione tributaria, con la sentenza n. 22217 del 30 ottobre 2015.

Dunque, la Suprema Corte rimarca che l’assegno periodico di mantenimento percepito dal coniuge costituisce reddito assoggettabile al contributo per le prestazioni del SSN.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una contribuente e l’Agenzia delle Entrate. La CTR, in riforma della sentenza della CTP, respingeva il ricorso della contribuente avverso la cartella di pagamento per recupero del contributo al servizio sanitario nazionale. La CTR, in particolare, affermava che l’obbligazione tributaria a carico della ricorrente, derivante dalla percezione dell'assegno corrispostole a titolo di mantenimento ex art.156 c.c. dal coniuge, era del tutto distinta da quella gravante su quest’ultimo.

 

4) E’ nullo il ravvedimento operoso parziale

Il ravvedimento operoso parziale non è in grado di sanare la violazione. Soltanto con l’integrale, e, quindi, con l’esatta, esecuzione di tutti i pagamenti relativi a imposta, interessi e sanzioni può ritenersi perfezionato il ravvedimento operoso e, conseguentemente sanata la violazione.

Lo ha stabilito la Corte di Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19017 del 2015.

Viene, dunque, ritenuto inammissibile il ravvedimento operoso parziale (il pagamento di una parte del debito tributario), e questo anche se siano stati versati gli interessi e le sanzioni nella misura prevista dall’articolo 13 del D.Lgs. n. 472 del 1997.

Così la Corte di Cassazione ha riformato la decisione della Commissione tributaria regionale di Milano che aveva accolto il ricorso del contribuente, in relazione alla cartella di pagamento per omesso - tardivo versamento di tributi risultanti dalla dichiarazione dei redditi, conseguente al controllo automatizzato ex articolo 36-ter del DPR n. 600/1973, ritenendo valido il ravvedimento operoso parziale eseguito dallo stesso contribuente.

Secondo il giudice d’appello, ai fini della determinazione della sanzione e degli interessi dovuti per tardivo versamento, doveva essere esclusa dalla base di calcolo, la parte di imposta già versata dal contribuente, contestualmente agli interessi ed alla sanzione in misura ridotta, in base all’istituto del ravvedimento operoso. Per effetto del ravvedimento operoso, dunque, la violazione doveva ritenersi limitata alla differenza tra l’imposta totale e quella versata, con la conseguenza che le sanzioni e gli interessi dovessero essere calcolati soltanto su detta differenza.

La Corte di Cassazione ha precisato, invece, che la disciplina regolatrice dell’istituto del ravvedimento operoso pone come condizioni di operatività del ravvedimento stesso il versamento integrale tanto del tributo, quanto delle sanzioni (nella prevista misura ridotta) e degli interessi legali.

Si tratta, sottolineano i giudici di legittimità, di condizioni di perfezionamento dell’istituto di ravvedimento, atteso il tenore letterale della norma che prevede un obbligo, a proposito del versamento integrale della sanzione ivi prevista contestualmente alla regolarizzazione dell’obbligo tributario, e al versamento degli interessi di mora.

Il comma 2, dell’articolo 13, del Decreto legislativo n. 472 del 1997, infatti, stabilisce che: il pagamento della sanzione ridotta deve essere eseguito contestualmente alla regolarizzazione del pagamento del tributo o della differenza, quando dovuti, nonché al pagamento degli interessi moratori calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno.

Diversamente, l’accoglimento della tesi che riconosce efficacia al ravvedimento operoso parziale, si risolverebbe nell’attribuzione di rilevanza ad un pagamento purchessia, ancorché incompleto, della pur ridotta sanzione di legge, in contrasto con la previsione specifica, a tenore della quale il ravvedimento in ogni caso si perfeziona con l’esecuzione di tutti pagamenti previsti, salvo il differimento di sessanta giorni laddove la liquidazione debba essere eseguita dall’Amministrazione finanziaria.

Il fatto

Nella controversia inerente la cartella di pagamento per omesso – tardivo versamento di tributi risultanti dalla dichiarazione dei redditi, conseguente al controllo automatizzato ex articolo 36-ter del DPR n. 600/1973 della medesima dichiarazione, la Commissione tributaria regionale di Milano ha accolto il ricorso del contribuente, ritenendo valido il ravvedimento operoso parziale eseguito dallo stesso.

Secondo il giudice tributario, ai fini della determinazione della sanzione e degli interessi dovuti per tardivo versamento, doveva essere esclusa dalla base di calcolo, la parte di imposta già versata dal contribuente, contestualmente agli interessi ed alla sanzione in misura ridotta, in base all’istituto del ravvedimento operoso. Per effetto del ravvedimento operoso, dunque, la violazione doveva ritenersi limitata alla differenza tra l’imposta totale e quella versata, con la conseguenza che le sanzioni e gli interessi dovessero essere calcolati soltanto su detta differenza.

La decisione

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione del giudice tributario ritenendo che questi abbia errato nel riconoscere efficacia al ravvedimento operoso parziale eseguito dal contribuente.

Contrariamente a quanto affermato dal giudice tributario, la Suprema Corte ha evidenziato che la disciplina regolatrice dell’istituto del ravvedimento operoso pone come condizioni di operatività del ravvedimento stesso il versamento integrale tanto del tributo, quanto delle sanzioni (nella prevista misura ridotta) e degli interessi legali.

 

5) Modello Unico: l’intermediario è tenuto a rimuovere l’errore bloccante per l’invio telematico della dichiarazione

Il caso non è nuovo, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22466 del 4 novembre 2015, continua a consolidare la propria posizione favorevole al Fisco, ha, infatti, accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate, che sosteneva che la dichiarazione trasmessa dal contribuente mediante l’utilizzo di procedure telematiche fosse da considerarsi omessa in quanto non prontamente corretta a seguito di un certificato errore.

I giudici supremi, in base all’art. 3 del D.P.R. n. 322/1998, chiariscono che, nel caso di specie, la dichiarazione si considera presentata nel giorno in cui viene trasmessa direttamente all’Amministrazione finanziaria mediante procedure telematiche, perciò la prova dall’avvenuta ricezione è data dalla conseguente comunicazione dell'Amministrazione. Tale ricevuta - proseguono i giudici - oltre a dimostrare l’avvenuta consegna da parte del contribuente, è necessaria anche ai fini di una verifica rispetto alla tempestività della consegna.

Nella vicenda in esame la C.T.R. della Lombardia ha affermato che la dichiarazione è stata inviata dal contribuente ma non era stata accettata per motivi tecnici (c.d. errori bloccanti, ovvero errori formali che possono essere tempestivamente risolti entro i 5 giorni successivi dal ricevimento della comunicazione) dall’Amministrazione, senza però precisare che il contribuente aveva prontamente dimostrato, con idonea ricevuta, che la trasmissione telematica avesse avuto esito positivo.

A seguito, dunque, di tale mancanza i giudici della Suprema Corte ritengono che la decisione della C.T.R. debba essere cassata con rinvio e accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

 

6) Esonero contributivo triennale nelle operazioni aziendali straordinarie

Fusione: l’esonero contributivo passa alla società incorporante. Il Ministero del Lavoro, con l’Interpello n. 25 del 5 novembre 2015, ha fornito chiarimenti in merito all’esonero contributivo triennale per nuove assunzioni a tempo indeterminato nelle ipotesi di operazioni societarie.

Nel caso di specie, il Ministero ha affermato che il cessionario incorporante ha il diritto di continuare a beneficiare dell’esonero contributivo già riconosciuto alla società incorporata nel corso del 2015, per la parte residua, a completamento dei 36 mesi.

 

7) Società sportiva: caso di rinuncia allo stipendio già maturato

Sportivi professionisti: permane l’obbligo contributivo in capo alla società anche in caso di rinuncia alla retribuzione e contribuzione.

Il Ministero del Lavoro, con l’Interpello n. 26 del 5 novembre 2015, ha fornito indicazioni riguardo ai casi in cui, in ambito sportivo professionistico, calciatori e tecnici rinuncino a stipendi già maturati e non ancora corrisposti al fine di poter trovare ingaggio in altre società.

In relazione agli obblighi contributivi, il Ministero ha ricordato il principio generale in virtù del quale il lavoratore non può disporre dei profili contributivi che l’ordinamento collega al rapporto di lavoro. Pertanto, permane in capo al datore di lavoro, indipendentemente dalla rinuncia dei lavoratori l’obbligo contributivo con riferimento al trattamento retributivo complessivo non erogato stabilito nel contratto individuale e quindi di versare il contributo al Fondo di accantonamento dell'indennità di fine carriera.

 

8) Enti locali: dagli Interni sì al compenso per i politici - revisori

Un'interpretazione sostenuta da tempo anche dal Consiglio nazionale dei commercialisti. Longobardi: "La applichi anche la Magistratura contabile".

Il Consiglio Nazionale dei Commercialisti, con una nota del 6 novembre 2015, esprime grande soddisfazione per il parere reso dal Ministero dell’Interno con nota n. 0010313 del 5 novembre 2015, con il quale si precisa che l’esclusione di ogni remunerazione – prevista ex art. 5, co. 5, d.l. 78/2010 - per il titolare di incarichi presso la p.a. che rivesta al contempo una carica elettiva in enti locali non si applica agli incarichi di revisione.

Si tratta, dichiara il Presidente nazionale della categoria, Gerardo Longobardi “di un’interpretazione che sosteniamo da sempre e sulla quale abbiamo instaurato con il Ministero un sereno confronto, che evidentemente ha dato i suoi frutti”. “C’è l’auspicio, a questo punto – prosegue Longobardi - che anche la magistratura contabile, alla luce del chiarimento ministeriale, si convinca ad applicare la norma in senso non rigorosamente letterale, lasciando fuori dal relativo perimetro gli incarichi che il titolare di carica elettiva acquisisca presso altre amministrazioni nell’ambito della propria attività libero professionale”.

“Lo spazio interpretativo c’è – spiega il Vice Presidente dei commercialisti, Davide Di Russo – e lo abbiamo da tempo evidenziato: è vero che la disposizione fa riferimento a qualsiasi incarico, inclusa la partecipazione a organi collegiali di qualsiasi tipo; ma è anche vero, come ha correttamente puntualizzato dal Ministero dell’Interno, che l’art. 5, co. 5, è ispirato dalla finalità di ridurre il costo degli apparati politici, e quindi deve intendersi riferito unicamente a costi e spese per incarichi conferiti dall’amministrazione in relazione alla carica elettiva. Il divieto di remunerazione dunque non può operare rispetto a incarichi di revisione, che certo non sono annoverabili tra i costi “politici”; ovviamente, però, deve trattarsi di incarico conferito da amministrazione non coincidente con quella nella quale il professionista rivesta la carica elettiva (ipotesi ormai di scuola, considerata l’introduzione del meccanismo elettivo per la selezione del revisore negli enti locali).

“L’auspicio – afferma Giancarlo Verde, direttore centrale della finanza locale del Ministero dell’Interno - è che questo nostro parere possa ora contribuire ad aprire un momento di riflessione su questo tema da parte della magistratura contabile. Esiti interpretativi diversi, infatti, potrebbero configurarsi per i revisori come un ostacolo allo svolgimento della loro professione. Un effetto certo non voluto dalla legge”.

“Da parte del Ministero dell’Interno – conclude Verde – c’è la massima attenzione alla revisione negli enti locali. Una materia sulla quale abbiamo attivato una proficua e fattiva interlocuzione con il Consiglio nazionale dei commercialisti, con il quale c’è piena sintonia come dimostrato anche dalle iniziative formative sul tema che abbiamo messo in campo assieme”.

Stipulato protocollo d’intesa con l’INAIL

Il CNDCEC, con la nota informativa n. 89 del 6 novembre 2015, comunica di avere siglato un protocollo d’intesa con l’INAIL al fine di migliorare il rapporto di collaborazione già in essere tra il CNDCEC e l’INAIL.

La protesta: Longobardi sulla webserie di Repubblica.it: “Sessista"

Il presidente dei commercialisti scrive al quotidiano: “Offese le colleghe che con competenza e passione svolgono la professione”.

Il presidente dei commercialisti italiani ha scritto al direttore di Repubblica, Ezio Mauro, per esprimere la sorpresa e lo sdegno della categoria per la puntata del webserie di Repubblica.it che ha come protagonista un’attrice che interpreta il ruolo di una commercialista. Questo il testo della lettera.

Egregio Direttore,

Le scrivo in merito alla puntata della webserie “Non c’è problema” intitolata “Così Luca perse la verginità…fiscale”, pubblicata sulla home page di Repubblica.it, a cui si affianca una gallery fotografica intitolata “Commercialista tentatrice”.

Non posso nasconderle lo stupore e lo sconcerto per la rappresentazione sessista e volgare fornita dalla protagonista dell’episodio nell’interpretazione di una commercialista i cui modi e comportamenti rappresentano una vera e propria offesa alle tante colleghe che, in numero sempre crescente e con affidabilità, passione e competenza, intraprendono la nostra professione.

I commercialisti italiani sono quasi centoventimila. Di questi, oltre il trenta per cento è composto da donne, che, come l’intera categoria, sono quotidianamente impegnate al fianco delle Istituzioni, delle imprese, dei cittadini del nostro Paese.

L’offesa gratuita contenuta nel video si aggiunge poi al cliché stantio, anch’esso utilizzato nella puntata, dei commercialisti complici degli evasori. Un cliché che non fa evidentemente i conti con la nostra interlocuzione, responsabile e costruttiva, con l’Amministrazione finanziaria per un fisco più giusto e più trasparente.

Un’offesa che getta discredito sull’universo dei commercialisti italiani che proprio in questi anni di crisi economica ha dimostrato, grazie alle sue molteplici e diversificate competenze, di svolgere un ruolo insostituibile per la complessiva tenuta del tessuto imprenditoriale.

Al nostro rammarico per una rappresentazione così distorta della funzione sociale dei commercialisti, si aggiunge quello delle tantissime colleghe e dei tantissimi colleghi che da tutta Italia stanno in queste ore contattando il Consiglio nazionale per manifestare rabbia e incredulità.

Gerardo Longobardi

Presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti

(CNDCEC, comunicato del 6 novembre 2015)

 

9) Le novità del Codice di autodisciplina 2015 per la governance delle società quotate

In occasione della riunione del 9 luglio 2015, il Comitato per la Corporate Governance ha approvato una modifica strutturale del Codice di autodisciplina, introducendo una regola sulla cadenza temporale delle future revisioni del Codice: il nuovo principio guida VII del Codice prevede, infatti, che il Comitato valuterà, con cadenza di norma biennale, l’opportunità di una revisione del Codice.

Il Comitato ha colto l’occasione per approvare alcune ulteriori modifiche al Codice per aggiornarlo alle recenti novità sul piano normativo e autoregolamentare, sia a livello nazionale che a quello europeo e internazionale, nonché per confermare alcune delle raccomandazioni espresse dal Comitato nella sua Relazione annuale 2014, contenente il Secondo Rapporto sull’applicazione del Codice di autodisciplina da parte delle società quotate italiane.

Tra le modifiche al testo delle raccomandazioni e al commento del Codice, si segnalano, in particolare, l’introduzione di un esplicito riferimento al principio di sostenibilità nel medio-lungo periodo dell’attività dell’impresa, il recepimento di alcune best practice in materia di controlli interni, già adottate a livello internazionale o nazionale per alcuni settori dell’impresa, nonché l’inserimento nel testo del Codice di alcuni orientamenti espressi dal Comitato nella sua Relazione annuale 2014, volti a migliorare, in senso lato, il funzionamento del consiglio di amministrazione. (Assonime, circolare n. 31 del 6 novembre 2015)

Infrazioni antitrust e ruolo dell’impresa di consulenza: la sentenza AC-Treuhand della Corte di giustizia

Con la sentenza del 22 ottobre 2015, relativa alla causa C-194/14 P, AC-Treuhand AG, la Corte di giustizia si è espressa per la prima volta sulla possibilità di considerare responsabile di un’intesa restrittiva della concorrenza, ai sensi dell’articolo 101 TFUE, un’impresa di consulenza non operante nel mercato interessato dall’infrazione.

Lo evidenzia Assonime con una nota del 6 novembre 2015.

Il caso sottoposto alla Corte riguarda due intese aventi ad oggetto la fissazione dei prezzi, la ripartizione dei mercati e dei clienti e lo scambio di informazioni commerciali sensibili, accertate dalla Commissione europea rispettivamente nel mercato degli stabilizzanti a base di stagno e nel mercato dell’olio di soia epissodato e degli esteri. La Commissione aveva ritenuto responsabili e conseguentemente sanzionato non solo i produttori dei beni in questione, ma anche una società di consulenza specializzata nella prestazione di servizi ad associazioni e gruppi di interesse, in ragione dell’attività che essa aveva svolto dietro pagamento a favore dei produttori nella realizzazione delle intese (organizzazione degli incontri, raccolta e fornitura di dati sulle vendite, intermediazione nel raggiungimento di compromessi).

Nella sua pronuncia, la Corte di giustizia ricorda anzitutto che l’articolo 101 TFUE riguarda in generale tutti gli accordi e le pratiche concordate che falsano la concorrenza nel mercato comune, indipendentemente dal mercato in cui le parti sono attive e dalla circostanza che solo il comportamento commerciale di una di esse sia interessato dai termini degli accordi in questione (§35). Secondo la Corte, inoltre, la piena efficacia del divieto di cui all’articolo 101 verrebbe compromessa da un’interpretazione che escludesse la partecipazione all’intesa nel caso di un’impresa che non svolge un’attività economica nel mercato rilevante (§36). Nel caso di specie è stato accertato che lo scopo dei servizi forniti dalla società di consulenza ai produttori era la realizzazione, con piena cognizione di causa, degli obiettivi anticoncorrenziali e quindi non si trattava di meri servizi periferici, senza un nesso con gli obblighi assunti dai produttori e con le conseguenti restrizioni della concorrenza (§§38-39).

Riguardo alla violazione del principio di legalità, asserita dalla società di consulenza per la mancanza di precedenti giurisprudenziali sulla illiceità della condotta in questione, la Corte di giustizia replica che la prevedibilità della legge dipende in gran parte dal contenuto della norma, dal settore interessato, nonché dal numero e dalla qualità dei destinatari e che quindi il requisito della prevedibilità può risultare soddisfatto anche se l’interessato è tenuto a ricorrere a un parere legale adeguato per valutare, in misura ragionevole tenuto conto delle circostanze, quali possono essere le conseguenze di una data condotta (§42).

Infine, la Corte conferma la legittimità della scelta della Commissione che, discostandosi dai propri orientamenti sul calcolo delle ammende, ha fissato in modo forfettario l’importo di base dell’ammenda inflitta alla società di consulenza. La Corte osserva infatti che determinare l’ammenda sulla base degli onorari percepiti dalla società per i servizi forniti ai produttori equivarrebbe a tener conto di un valore che, pur fornendo un’indicazione sull’importo dei benefici tratti dall’infrazione, non rifletterebbe in modo adeguato né la rilevanza economica delle infrazioni in questione né il peso della partecipazione individuale della società di consulenza nelle infrazioni (§66).

Commissione europea: pubblicato programma di lavoro 2016

Il 27 ottobre 2015 la Commissione europea ha adottato il suo programma di lavoro per il 2016, il secondo sotto la presidenza Junker. Il programma della Commissione si compone di una comunicazione “Oltre l’ordinaria amministrazione”, che ribadisce l’impegno a favore delle dieci priorità politiche indicate dal presidente all’inizio del suo mandato, e di sei allegati. In particolare:

L’allegato I indica le 23 nuove iniziative fondamentali del prossimo anno. Tra queste vi sono:

- un pacchetto di misure sull’economia circolare che mira a rispondere alle preoccupazioni economiche e ambientali attraverso l’innovazione e la massimizzazione dell’efficienza nell’uso delle risorse lungo tutta la catena del valore, permettendo lo sviluppo di nuovi mercati e di nuovi modelli economici;

- misure di implementazione della Strategia del mercato unico digitale, in particolare, sono annunciate proposte legislative sul diritto d’autore, sui diritti dei contratti digitali, sul geo-blocking; sulla libera circolazione dei dati, oltre che la revisione del quadro regolamentare sulle comunicazioni elettroniche e della direttiva sui media e sui servizi audiovisivi;

- un pacchetto di misure sull’Unione energetica, tra cui proposte legislative sull’assetto regolatorio del mercato dell’energia elettrica e proposte di revisione dei regolamenti sulla sicurezza dell’approvvigionamento del gas e dell’energia elettrica;- misure per la mobilità del lavoro;

- misure di follow-up della Strategia per il mercato interno

- un piano d’azione sull’IVA, che include iniziative sulle aliquote e sull’IVA nel commercio elettronico;

- un pacchetto di misure sulla tassazione delle imprese per accrescere la trasparenza e combattere l’evasione fiscale, inclusa l’implementazione degli standard internazionali sul BEPS (Base Erosion and Profit Shifthing). Inoltre, la Commissione ritirerà l’attuale proposta sulla CCCTB (Common Consolidated Corporated Tax Base) per presentarne una nuova;

- un piano per la realizzazione di un sistema europeo di assicurazione dei depositi incentrato su un meccanismo di riassicurazione e una comunicazione sulle ulteriori misure per il completamento dell’Unione bancaria;- misure di follow-up rispetto alla Trade and Investment Strategy;

- iniziative volte a migliorare la gestione dell’immigrazione e proposte relative alla gestione delle frontiere.

L’allegato II segnala le 40 misure del REFIT, il programma con cui la Commissione verifica che la normativa UE continua ad essere adeguata allo scopo per cui era stata adottata e a fornire i risultati auspicati. In particolare, quest’anno alcune azioni REFIT mirano a ridurre gli oneri degli appalti pubblici per le PMI e ad agevolare la conformità con il quadro REACH.L’allegato III individua le proposte legislative fondamentali che sono ancora oggetto di negoziazione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo. Tra queste, la Commissione segnala, la proposta di direttiva sulla parità di genere nei consigli di amministrazione, la proposta di direttiva sulla tassazione delle transazioni finanziarie e il pacchetto sulla protezione dei dati personali. L’allegato IV elenca le 20 proposte legislative che saranno ritirate o modificate perché non più rilevanti, bloccate o non sufficientemente ambiziose. Tra queste, alcune relative all’IVA, al trasporto e all’immigrazione.

L’allegato V indica le misure legislative che dovranno essere abrogate perché non più rilevanti, molte di queste sono relative al settore dei trasporti, della pesca e degli affari interni.

L’allegato VI, infine, informa cittadini e imprese sulle 68 misure legislative che diverranno applicabili nel 2016. Tra queste: il regolamento relativo alla risoluzione delle controversie online dei consumatori; il pacchetto di direttive sui contratti pubblici; la direttiva relativa alle revisioni legali dei conti annuali e dei conti consolidati; la direttiva sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni; il regolamento sulla revisione legale dei conti di enti di interesse pubblico; la direttiva e il regolamento in tema di market abuse.

(Assonime, nota del 6 novembre 2015)

 

10) Voluntary disclosure: le istanze di accesso al C.O. di Pescara

Al Centro operativo di Pescara la gestione delle richieste di accesso alla procedura di collaborazione volontaria.

E’ attribuita al Centro operativo di Pescara la gestione delle richieste di accesso alla procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure), presentate per la prima volta a decorrere dal 10 novembre 2015.

Lo stabilisce il Provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate n. 142716 del 6 novembre 2015 recante “Disposizioni concernenti l’attribuzione della gestione delle istanze di accesso alla procedura di collaborazione volontaria, disciplinata dall’articolo 1 della legge 15 dicembre 2014, n. 186, presentate, per la prima volta, a decorrere dal 10 novembre 2015”.

Al fine di consentire un’efficiente lavorazione delle istanze già pervenute alle Direzioni Provinciali competenti, le istanze che perverranno per la prima volta a partire dal 10 novembre 2015, usufruendo del differimento dei termini di attivazione della procedura di collaborazione volontaria disposto dall’art. 2 del Decreto Legge 30 settembre 2015, sono assegnate per la loro gestione ad una specifica articolazione dell'Agenzia delle entrate, individuata con il presente Provvedimento nel Centro operativo di Pescara.

La Direzione Provinciale di Bolzano mantiene la gestione delle istanze di accesso alla procedura di collaborazione volontaria, anche se presentate per la prima volta a decorrere dal 10 novembre 2015, in ragione del criterio individuato al punto 7.3) del Provvedimento del 30 gennaio 2015.

Un ulteriore provvedimento sarà emanato a seguito del completamento dell’iter di conversione in legge del decreto legge 30 settembre 2015, n. 153 per assegnare al medesimo Centro operativo le ulteriori attribuzioni per la gestione del complessivo procedimento e per gli ulteriori adempimenti connessi alla gestione delle istanze. Nell’ottica di agevolare il rapporto con i contribuenti, sarà inoltre prevista la possibilità, su istanza del contribuente, di effettuare eventuali fasi del procedimento in contradditorio presso altre sedi dell’Agenzia.

 

Vincenzo D’Andò