Diario quotidiano del 4 novembre 2015: sono troppi i disservizi sul sito internet dell’INPS

Pubblicato il 4 novembre 2015



polizza assicurativa commercialisti con limiti; basta con i disservizi del portale Inps; al via il ricorso contro gli avvisi bonari che chiedono il pagamento del contributo unificato; CNDCEC: pronte le linee guida in materia di amministrazione giudiziaria; ecco le indicazioni operative per i consulenti di aziende in crisi; la branch exemption copre i rischi di esterovestizione; FNC: ecco i termini per la richiesta dei rimborsi fiscali; niente accertamento sintetico per il contribuente che aderisce allo scudo fiscale; debiti commerciali: entro il 10 novembre 2015 gli enti locali possono presentare domanda per la nuova tranche di risorse; INPS: cumulabilità del congedo parentale fruito in modalità oraria con altri riposi o permessi
 
 Indice:  1) Polizza assicurativa commercialisti con limiti  2) Basta con i disservizi del portale Inps  3) Al via il ricorso contro gli avvisi bonari che chiedono il pagamento del contributo unificato  4) CNDCEC: pronte le linee guida in materia di amministrazione giudiziaria  5) Ecco le indicazioni operative per i consulenti di aziende in crisi  6) La branch exemption copre i rischi di esterovestizione  7) FNC: ecco i termini per la richiesta dei rimborsi fiscali  8) Niente accertamento sintetico per il contribuente che aderisce allo scudo fiscale  9) Debiti commerciali: entro il 10 novembre 2015 gli enti locali possono presentare domanda per la nuova tranche   di risorse  10) INPS: cumulabilità del congedo parentale fruito in modalità oraria con altri riposi o permessi  

1) Polizza assicurativa commercialisti con limiti

Subisce dei limiti la polizza assicurativa dei commercialisti. Commercialisti assicurati solo per visto infedele sul 730 precompilato. Per le altre sanzioni dirette di natura fiscale non vi è alcuna copertura. Lo ha precisato l’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) in una lettera di risposta all’Associazione nazionale dei commercialisti.

A detta dell’Istituto, infatti, l’innovazione che ha riguardato il modello 730, prodotta dal Dlgs 175/2014, che ha modificato il soggetto destinatario del controllo della dichiarazione (non più il contribuente ma il Caf o il professionista abilitato che ha apposto il visto di conformità), non ha riguardato la normativa concernente l’assistenza fiscale avente ad oggetto dichiarazioni diverse da quelle presentate mediante modello 730.

In questi casi, sottolinea l’Ivass, la presentazione della dichiarazione tramite Caf o professionista abilitato non produce modifica del soggetto destinatario del controllo della dichiarazione da parte dell’Agenzia delle entrate, che resta il contribuente.

Secondo l’Anc, invece, l’interpretazione delle Entrate in ordine alla natura risarcitoria delle somme che gli intermediari sono tenuti a pagare in caso di errore nell’apposizione del visto sul 730 precompilato, va estesa a tutte le sanzioni dirette di natura fiscale, irrogate ai sensi del Dlgs 472/1997, non ravvisandosi “differenze nelle procedure e negli obblighi di controllo tra un visto apposto sul 730 precompilato e un visto relativo alla compensazione Iva per importi superiori a 15 mila euro”.

2) Basta con i disservizi del portale Inps

Le anomalie del servizio Inps non più tollerabili. I disservizi dei sistemi informatici non passeranno più inosservati agli occhi dei professionisti. Consulenti del lavoro in primis. E la convinzione è tale che, proprio dal sindacato unitario della categoria, l’Ancl, lo scorso 29 ottobre è partito un atto formale di diffida e di costituzione in mora per i gravi disservizi che si sono verificati tra il 28 e il 29 ottobre scorso nella piattaforma informatica dell’ente previdenziale. L’annuncio arriva direttamente dall’Ancl che, tramite la nota del 2 novembre 2015, ha evidenziato come “sia diventata realtà l’intenzione di non fare più sconti all’Inps”. Ma non è tutto. Il sindacato di categoria, infatti, ha anche annunciato che “se non verrà posto rimedio all’ormai più che frequente ripetersi di malfunzionamenti del portale, sarà messo a disposizione ai soci Ancl l’Ufficio legale del sindacato per una denuncia all’autorità giudiziaria ed eventuale richiesta danni”. In particolare, nella diffida inoltrata, viene specificato che “i disservizi hanno impedito di ottenere il Durc online, il rilascio del codice aut.4R per il regime de minimis per assunzione apprendisti, la registrazione e quindi l’attivazione di voucher Inps e tutti gli altri servizi telematici”. Fondamentale, poi, che da tutto questo le aziende restino fuori. “Ogni inadempienza avvenuta nei giorni in cui il portale Inps non funzionava non potrà essere in alcun modo imputata alle aziende, né dovrà portare sanzioni”.

3) Al via il ricorso contro gli avvisi bonari che chiedono il pagamento del contributo unificato

Secondo quanto statuito dalla Commissione Tributaria Provinciale di Milano (sentenza 7679/2015) è possibile presentare il ricorso conto l’avviso bonario con il quale la segreteria della commissione tributaria richiede il pagamento del contributo unificato, nonostante non sia compreso nell’elenco degli atti impugnabili innanzi al giudice tributario. L’avviso bonario, infatti, contiene una ben individuata pretesa impositiva e, dunque, può essere contestato dal contribuente senza attendere ulteriori atti confermativi. Per i giudici tributari, l’avviso bonario può essere contestato trattandosi di atto che “contiene una ben individuata pretesa impositiva”. Del resto, è previsto che in caso di irregolarità commesse dalla parte o dal difensore la segreteria della commissione tributaria debba notificare presso il domicilio eletto un invito al pagamento per il recupero del contributo. Tutti i ricorrenti sono tenuti a indicare il valore della lite e a pagare il contributo unificato se propongono azione giudiziale innanzi alle commissioni tributarie. La misura del contributo è rapportata al valore della controversia. Gli importi variano da 30 euro, per controversie modeste (euro 2.582,28), fino a 1.500 euro per le controversie il cui valore supera 200.000 euro. Spetta poi alle segreterie delle commissioni il compito di riscuotere il contributo unificato e irrogare le sanzioni in caso di omesso o parziale versamento delle somme dovute dal ricorrente. Entro 30 giorni dal deposito del ricorso o di altro atto processuale le segreterie sono tenute a notificare al debitore l’invito al pagamento dell’importo dovuto con l’avvertenza che, in caso di inadempimento, viene applicata una sanzione e il contributo è iscritto a ruolo, con addebito degli interessi al saggio legale. In seguito all’emanazione dell’invito da parte dell’ufficio giudiziario non sono dovute sanzioni e interessi. Se invece il debitore non paga entro 30 giorni dalla notifica dell’invito, al contributo vanno aggiunti gli interessi legali calcolati dalla data di deposito del ricorso.

4) CNDCEC: pronte le linee guida in materia di amministrazione giudiziaria

Sono disponibili dal 2 novembre 2015, sul sito del CNDCEC, le linee guida in materia di amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati e confiscati.

Il fine è quello di tentare di contrastare la criminalità organizzata tramite l’aggressione ai patrimoni illeciti mediante il sequestro e la confisca.

Grazie alla L. n. 109/96, le risorse illecite così confiscate vengono restituite alla cittadinanza tramite associazioni, Enti locali, attività di promozione sociale e lavoro.

In virtù del fatto che la rilevanza della tematica impone una rigorosa gestione dei beni dal momento del sequestro sino alla confisca definitiva, gestione che coinvolge inevitabilmente il commercialista, chiamato a svolgere la delicata funzione di amministrazione giudiziario e/o di coadiutore dell’Agenzia nazionale, il CNDCEC ha deciso di affrontare seriamente la tematica, elaborando, con il supporto del Gruppo di lavoro ristretto e della Commissione di studio, le suddette linee guida operative, per semplificare e quindi migliorare il procedimento di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati.

In particolare, nel citato documento il CNDCEC si sofferma sui seguenti temi:

- le tipologie di sequestro e la figura dell’amministratore giudiziario;

- le modalità di esecuzione del sequestro per le varie tipologie di beni;

- gli adempimenti con l’autorità giudiziaria;

- la gestione di un’azienda sequestrata e il piano industriale;

- la disciplina fiscale dei beni sequestrati e confiscati;

- il compenso dell’amministratore/coadiutore: modalità di determinazione dei compensi e modelli di calcolo;

- l’accertamento dei diritti dei terzi;

- i rapporti tra amministratore/custode/coadiutore con l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) e i consequenziali adempimenti;

- gli adempimenti in caso di confisca definitiva e la destinazione dei beni.

5) Ecco le indicazioni operative per i consulenti di aziende in crisi

Il CNDCEC ha anche pubblicato, sul proprio sito internet, le indicazioni operative per i consulenti di aziende in crisi.

Sono state pubblicate il 2 novembre 2015 dal Consiglio nazionale dei commercialisti le linee guida, che rappresentano uno strumento di indirizzo anche in termini qualitativi e prospettici. Si tratta del documento recante “Informativa e valutazione nella crisi d’impresa”, al fine di superare i limiti tuttora presenti, secondo la categoria, nella definizione aziendalistica di crisi d’impresa, i cui profili giuridici sono attualmente al vaglio della Commissione ministeriale istituita per la riforma organica della disciplina della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Le linee guida del CNDCEC evidenziano le possibili conoscenze economico-aziendali che gli operatori, o i soggetti che hanno rapporti con un’azienda in difficoltà, possono acquisire in merito al reale rischio di default dell’impresa. Il documento costituisce, pertanto, un valido ausilio per i commercialisti in termini di gestione dinamica aziendale, sotto un duplice profilo:

- la governance di imprese in bonis interessate da una situazione di tensione finanziaria;- i dati informativi finanziari e di bilancio, che permettono una rilevazione dei vari stadi di crisi che possono caratterizzare la realtà, anche ordinaria, dell’azienda.

Le Linee guida rappresentano, quindi, uno strumento di indirizzo per i commercialisti che svolgono la propria attività in contatto con l’imprenditore, al fine di individuare i criteri di qualificazione aziendale della crisi dell’impresa – coerenti con la corrispondente definizione giuridica – idonei a consentire l’accertamento dell’emersione della stessa, la gestione e il conseguente monitoraggio.

La prima parte del documento si occupa dell’inquadramento del concetto di crisi d’impresa sotto il profilo giuridico, quale prodromico framework per la definizione della medesima nozione in termini aziendalistici, individuando gli elementi qualitativi e informativi della rilevazione degli stati della situazione di difficoltà, per valutare se un’impresa si trovi effettivamente in condizione di dissesto oppure in una condizione di crisi reversibile e, quindi, superabile. In primo luogo, è suggerita un’impostazione fondata su alcuni specifici presupposti:- considerazione della possibilità di ricorrere a dati contabili e storici, ma soltanto nella prospettiva della loro capacità di segnalare futuri squilibri. Sono ritenuti poco significativi gli indicatori amministrativi, soprattutto se esaminati singolarmente – ovvero senza un adeguato confronto spaziale-temporale e un’analisi congiunta con quozienti e risultati di gestione coinvolgenti molteplici dimensioni economiche, finanziarie e patrimoniali d’azienda – e asetticamente rispetto al peculiare contesto socio-economico in cui opera l’impresa;

- imposizione di una visione basata sulle prospettive e sulla programmazione aziendale;- esclusione della facoltà dei terzi di verificarne la sussistenza senza avere accesso ai dati interni aziendali.

È, inoltre, raccomandato che la metodologia adottata suggerisca approcci specifici per le due fattispecie di crisi e insolvenza: infatti, mentre è ipotizzabile che vi possano essere indicatori univoci dello stato di insolvenza – come la reiterata incapacità di adempimento degli oneri previdenziali e dei debiti tributari o la pluralità di decreti ingiuntivi dei fornitori – altrettanto non può necessariamente dirsi per lo stato di crisi antecedente all’insolvenza.

Il ricorso alla segnalazione dell’omissione di versamenti contributivi e fiscali, oltre a rivelarsi un indicatore parziale, non consente di individuare con la necessaria tempestività situazioni di crisi, rappresentandone un effetto, ovvero una manifestazione successiva. In particolare, il documento CNDCEC definisce la nozione di crisi sulla base dell’incapacità corrente dell’azienda di generare flussi di cassa, presenti e prospettici, sufficienti a garantire l’adempimento delle obbligazioni già assunte e di quelle pianificate.

In merito alle modalità di accertamento della situazione di difficoltà dell’impresa, le Linee guida CNDCEC ricordano che già esistono “regole emanate ad uso dei professionisti per intercettare i segnali della crisi” – come il principio di revisione 570 sulla continuità aziendale, la norma CNDCEC 11 e l’OIC 6 – fondate sull’informativa quantitativa accompagnata da quella qualitativa (perdita di amministratori, dirigenti chiave, mercati fondamentali, contratti di distribuzione e concessioni), nonché sull’analisi storico-previsionale dei risultati e dei relativi flussi. In tal senso, assume un rilievo prioritario l’esame della struttura dei costi aziendali e della capacità di ripianare l’indebitamento finanziario tramite i riflessi operativi, desumibile, ad esempio, dall’analisi del MOL o della Posizione Finanziaria Netta.

6) La branch exemption copre i rischi di esterovestizione

Il nostro legislatore ha introdotto il nuovo istituto al fine di migliorare la competitività delle imprese italiane nei mercati stranieri, non solo per il fatto che consente di sterilizzare il livello più basso di tassazione previsto dal Paese estero, ma anche perché intende contrastare il fenomeno dell’esterovestizione.

In particolare, è stato l’art. 14 del DLgs. 147/2015 (cd. decreto internazionalizzazione) che ha introdotto nel TUIR il nuovo art. 168-ter, che prevede la c.d. “branch exemption” per le stabili organizzazioni estere di imprese italiane. L’introduzione di un regime opzionale per l’esenzione degli utili e delle perdite delle stabili organizzazioni estere si inserisce tra gli importanti interventi di riordino della materia fiscale contenuti nel decreto legislativo sulla crescita e l’internazionalizzazione delle imprese.

In pratica, in deroga al principio di tassazione su base mondiale, l’impresa italiana potrà decidere di non far concorrere alla determinazione del proprio reddito imponibile gli utili e le perdite prodotte dalla stabile organizzazione estera.

In relazione all’efficacia delle nuove disposizioni, le novità si applicheranno a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto. Poiché il Dlgs n. 147/2015 è entrato in vigore lo scorso 22 ottobre, le disposizioni in questione si applicheranno dal periodo d’imposta 2016.

Opzione

L’esercizio dell’opzione deve avvenire al momento di costituzione della stabile organizzazione, con effetto dal medesimo periodo d'imposta, ed è irrevocabile.

Per le stabili organizzazioni già esistenti si prevede che l’opzione possa essere esercitata entro il secondo periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle norme in esame, con effetto dal periodo d’imposta in corso a quello di esercizio della stessa.

Ai fini dell’esercizio della citata opzione, il contribuente dovrà indicare separatamente, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di esercizio dell'opzione, gli utili e le perdite attribuibili a ciascuna stabile organizzazione nei cinque periodi d’imposta antecedenti a quello di esercizio dell’opzione; se ne deriva una perdita fiscale netta questa compenserà gli utili successivamente realizzati dalla stabile organizzazione e dall’imposta dovuta si computeranno le eventuali eccedenze positive di imposta estera riportabili ai sensi dell’articolo 165, comma 6 del TUIR.

Nel caso di stabile organizzazione localizzata in Stati a fiscalità privilegiata, l’opzione potrà essere esercitata al verificarsi alternativamente ad una delle seguenti condizioni:

- le società non residenti svolgano un’effettiva attività industriale o commerciale;

- dalle partecipazioni detenute non consegua l’effetto di localizzare i redditi in territori diversi da quelli di cui al decreto emanato ai sensi dell’articolo 168-bis del TUIR;

- l’insediamento all’estero non rappresenta una costruzione artificiosa volta a conseguire un indebito vantaggio fiscale.

- l’insediamento all’estero non rappresenta una costruzione artificiosa volta a conseguire un indebito vantaggio fiscale.

In caso di esercizio dell’opzione, senza la sussistenza delle suddette esimenti implicherà l’applicazione, alle stabili organizzazioni, della disciplina delle controlled foreign companies (CFC) e delle regole di imputazione del reddito per trasparenza contenute nell’articolo 167 del TUIR.

Nel caso di esercizio dell’opzione con riferimento alle stabili organizzazioni per le quali non sono state applicate le disposizioni in materia di CFC si applicheranno, sussistendone le condizioni, le disposizioni sulla tassazione integrale dei dividendi.

7) FNC: ecco i termini per la richiesta dei rimborsi fiscali

La Fondazione Nazionale Commercialisti con un documento del 31 ottobre 2015 si è soffermata sui termini per la richiesta dei rimborsi fiscali, distinguendo a seconda delle tipologia di rimborso e della causa sottesa alla richiesta di rimborso.

Viene prima rilevato che per la ripetizione del pagamento indebito, l’ordinamento tributario italiano prevede un regime speciale basato sull’istanza di parte, da presentare, a pena di decadenza dal relativo diritto, nel termine previsto dalle singole leggi di imposta o possono essere disciplinati dalle norme generali del contenzioso tributario.

In particolare occorre fare riferimento:

- all’art. 38 del DPR n. 602/1973, il quale, in tema di rimborso delle imposte sui redditi, stabilisce il dies a quo nella “data del versamento” o in quella “in cui la ritenuta è stata operata”;

- all’art. 21, co. 2, del D.Lgs. n. 546/1992, in virtù del quale “la domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto della restituzione”.

Dopo aver analizzato in via generale la normativa che disciplina la fattispecie, vengono analizzati alcuni casi particolari: rimborso degli acconti, imposte non dovute per agevolazioni fiscali o disposizioni fiscali con effetto retroattivo, la dichiarazione di incostituzionalità di una norma fiscale, ritardata trasposizione nell’ordinamento interno di una direttiva comunitaria, overulling, e così via.

In seguito vengono analizzate nel dettaglio le questione relative ai rimborsi per le imposte sui redditi e a quelle sull’Iva.

Non manca poi la trattazione dei rimborso acconti, infatti, tra i casi esaminati dalla FNC vi è quello relativo alla presentazione dell’istanza di rimborso per il versamento indebito di acconti.

Dunque, il termine di decadenza per la presentazione dell’istanza di rimborsi decorre dal versamento del saldo nel caso in cui il diritto al rimborso derivi da un’eccedenza dei versamenti in acconto, rispetto a quanto risulti dovuto a saldo oppure qualora derivi da pagamenti cui inerisca un qualche carattere di provvisorietà, poiché subordinati alla successiva determinazione, in via definitiva, dell’obbligazione o della sua misura.

Invece, decorre dal giorno del versamento dell’acconto stesso nel caso in cui quest’ultimo, già dal momento in cui venne eseguito, non fosse dovuto o non lo fosse nella misura in cui fu versato, ovvero qualora fosse inapplicabile la disposizione di legge in base alla quale venne effettuato, poiché in questi casi l’interesse e la possibilità di richiedere il rimborso sorge sin dal momento in cui avviene il pagamento.

8) Niente accertamento sintetico per il contribuente che aderisce allo scudo fiscale

Stop al redditometro in presenza dello scudo fiscale. Difatti, secondo la Corte di Cassazione (ordinanza n. 22369 del 2 novembre 2015) é illegittimo l’accertamento fiscale che è scaturito dall’applicazione del cd. metodo sintetico se il contribuente ha aderito allo scudo fiscale. Questo poiché la dichiarazione riservata della banca estera è una certificazione idonea a dimostrare il compimento della procedura di rientro dei capitali.

In particolare, il fisco aveva emesso un avviso di accertamento a fini IRPEF (per gli anni d’imposta dal 1999 al 2003) fondato sulla determinazione del reddito con metodo sintetico e in ragione di beni indice di maggiore capacità contributiva. La Commissione Tributaria provinciale aveva prontamente accolto il ricorso del contribuente, ma poi La Commissione Tributaria Regionale aveva acconto il ricorso dell’Agenzia delle entrate poiché avrebbe legittimamente posto a fondamento dell’accertamento validi indicatori di capacità di spesa, in rapporto al reddito nullo dichiarato, ed il contribuente non avrebbe provato il definitivo compimento della procedura di rientro scudato dei capitali in Italia (art. 6 D.L. n. 282/2000).

Meno male che la Suprema Corte non ha condiviso la suddetta tesi esposta dalla CTR.

Invero, ha rilevato il giudice supremo, il contribuente ha prodotto il documento attestante il conferimento alla banca estera del mandato alla regolarizzazione della attività economiche secondo la procedura di cui all’art. 6 del D.L. 282/00.

E’ questo l’unico modo per il contribuente di dimostrare il compimento dell’iter della procedura di rientro dei capitali è la dichiarazione riservata ottenuta in copia dall’istituto di credito incaricato, “sicché detta dichiarazione deve ritenersi essere certificazione del tutto idonea ai fini che il contribuente si riprometteva di raggiungere a mezzo del deposito nel presente giudizio, e cioè la dimostrazione dell’avvenuto rimpatrio della somma oggetto della procedura”.

9) Debiti commerciali: entro il 10 novembre 2015 gli enti locali possono presentare domanda per la nuova tranche di risorse

Per il pagamento dei debiti commerciali pregressi gli enti locali, entro il 10 novembre 2015, possono presentare alla Cassa Depositi e Prestiti la domanda per accedere ad una nuova tranche di risorse pari a 850 milioni di euro (ai sensi dell'articolo 8, comma 6, del decreto-legge n. 78/2015). Le ulteriori anticipazioni di liquidità sono finalizzate al pagamento dei debiti certi, liquidi ed esigibili maturati al 31 dicembre 2014. La Corte dei Conti ha registrato il 30 ottobre scorso il decreto del Direttore Generale del Tesoro di approvazione del Quarto Atto aggiuntivo all’Addendum alla Convenzione MEF/CDP, che fissa i criteri e le modalità di accesso da parte degli enti locali interessati, e dello schema di contratto tipo di anticipazione.

Il documento e i relativi allegati (domanda di anticipazione, schema di contratto tipo di anticipazione e schema certificazione pagamento debiti) sono pubblicati sul sito del MEF al seguente indirizzo: http://www.mef.gov.it/focus/DebitiPA/sezione_attuazione.html

(Ministero dell’Economia e Finanze, comunicato stampa n. 217 del 03 novembre 2015)

10) INPS: cumulabilità del congedo parentale fruito in modalità oraria con altri riposi o permessi

L’INPS ha pubblicato il messaggio n. 6704 del 3 novembre 2015, con il quale fornisce alcune precisazioni circa l’incumulabilità del congedo parentale ad ore con altri permessi o riposi disciplinati dal T.U. maternità/paternità.

Tale incumulabilità risponde all’esigenza di conciliare al meglio i tempi di vita e di lavoro utilizzando il congedo in modalità oraria essenzialmente nei casi in cui il lavoratore intenda assicurare, nella medesima giornata, una (parziale) prestazione lavorativa.

Il genitore lavoratore dipendente che si astiene dal lavoro per congedo parentale ad ore (ex art. 32 T.U.) non può usufruire nella medesima giornata né di congedo parentale ad ore per altro figlio, né dei riposi orari per allattamento (ex artt. 39 e 40 del T.U.) anche se richiesti per bambini differenti.

Allo stesso modo il congedo parentale ex art. 32 T.U. fruito in modalità oraria, non è cumulabile con i riposi orari giornalieri di cui al combinato disposto degli artt. 33, comma 2, e 42 comma 1 del T.U., previsti per i figli disabili gravi in alternativa al prolungamento del congedo parentale (art. 33 co. 1 T.U.), anche se richiesti per bambini differenti.

Risulta, invece, compatibile la fruizione del congedo parentale su base oraria con permessi o riposi disciplinati da disposizioni normative diverse dal T.U. maternità/paternità, quali ad esempio i permessi di cui all’art. 33, commi 3 e 6, della legge 5 febbraio 1992, n.104, quando fruiti in modalità oraria (rettifica della circolare n. 152/2015, che al par. 2.1 ultimo capoverso, fa riferimento ai “permessi di cui all’art. 33 commi 2 e 3 della legge 5 febbraio 1992, n.104”: in luogo di “commi 2 e 3” leggasi “commi 3 e 6”).

Tabella illustrativa delle compatibilità

Tipo di   congedo/permesso Congedo parentale   ad ore (art. 32 T.U.)
Parentale ad ore per altro figlio (art. 32 T.U.) non compatibile
Riposi per allattamento, anche per altro figlio (artt.   39 e 40 T.U.) non compatibile
Permessi orari, fruiti in alternativa al prolungamento   del congedo parentale, anche per altro figlio (artt. 33 e 42 T.U.) non compatibile
Permessi fruiti in modalità oraria per l’assistenza ai   familiari, anche se minori (art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992,   n.104) compatibile
Permessi fruiti in modalità oraria dal lavoratore a   beneficio di se stesso (art. 33, comma 6, della legge 5 febbraio 1992, n.104) compatibile

In base al disposto di cui all’art. 32, comma 1 ter, le ipotesi di incumulabilità sopra dettagliate trovano applicazione nei casi di mancata regolamentazione, da parte della contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, delle modalità di fruizione del congedo parentale su base oraria. Ne consegue quindi che la contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, nel definire le modalità di fruizione del congedo parentale, può prevedere tra l’altro anche criteri di cumulabilità differenti rispetto a quelli definiti dal citato comma 1 ter dettagliati con il messaggio.

Vincenzo D’Andò