Chiarimenti in materia di costo del lavoro negli appalti pubblici

Nell’ambito degli appalti pubblici il costo del lavoro incontra il limite nei contratti collettivi nazionali comparativamente più rappresentativi. A stabilirlo è stata la terza sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 4699 depositata il 13 ottobre 2015 che ha accolto il ricorso di un’azienda che era stata esclusa dalla gara aggiudicata ad una concorrente sulla base dell’offerta economicamente più vantaggiosa che però aveva applicato il CCNL sottoscritto con organizzazioni sindacali non dotate di una adeguata rappresentatività.
In particolare, l’offerta della società che si era aggiudicata l’appalto risultava aver tenuto conto di un costo del lavoro inferiore di oltre il 15% rispetto a quanto risultante dalla tabella del Ministero del Lavoro con cui viene determinato il costo del lavoro medio dei diversi settori ai fini del Codice degli appalti. Ricordiamo, peraltro, che costituisce principio consolidato in giurisprudenza il fatto che tali tabelle non rappresentano un parametro assoluto ed inderogabile ma, svolgano una funzione indicativa, suscettibile di scostamento in relazione a valutazioni statistiche ed analisi aziendali evidenzianti una particolare organizzazione in grado di giustificare la sostenibilità di costi inferiori in quanto diversamente operando verrebbe lesa la libertà d’impresa sancita dall’articolo 41 della costituzione (in proposito si veda Consiglio di Stato, sezione III, sentenza del 2 aprile 2015, n.1743, Consiglio di Stato, sezione V, sentenza del 13 marzo 2014, n.1176, Autorità nazionale anticorruzione determina del 22 luglio 2015).
Tuttavia, la sezione del Consiglio di Stato ricorda che l’articolo 86, comma 3 bis, del D.Lgs. n. 163 del 2006 prevede che gli enti aggiudicatori verifichino «che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro … il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all’entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture», ed a tale funzione assolve il Ministero del Lavoro il quale elabora allo scopo apposite tabelle ministeriali che tengono conto dei valori economici previsti dalla contrattazione collettiva stipulata dai sindacati comparativamente più rappresentativi, delle norme in materia previdenziale e assistenziale, delle differenti aree territoriali e dei diversi settori merceologici. In esito all’istruttoria disposta dal Consiglio di Stato, il Ministero del Lavoro ha fornito ampi ragguagli sulle modalità con le quali in concreto tale funzione viene esercitata.
Nello specifico il Ministero, dopo aver ricordato che il riferimento al sindacato comparativamente più rappresentativo costituisce un’evoluzione rispetto al richiamo al sindacato maggiormente rappresentativo, in quanto introduce nella dialettica dei rapporti sindacali un criterio di misurazione di carattere selettivo, evidenzia quali sono i parametri aggiunti dalla giurisprudenza per individuare specifici elementi (consistenza numerica dei soggetti +rappresentati, ampiezza e diffusione delle strutture organizzative, partecipazione alla formazione e stipulazione dei contratti collettivi di lavoro, partecipazione alle controversie individuali, plurime e collettive) sulla base dei quali sono individuate le organizzazione sindacali comparativamente più rappresentative. Tali criteri sono stati confermati con la legge n. 936 del 1986 riguardante il CNEL. Di conseguenza, nel caso di specie il D.M. 10 giugno 2013 ha preso in considerazione, quale base per la determinazione del costo del lavoro, i Contratti sottoscritti dalle Organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative e quindi: il CCNL stipulato il 31 maggio 2011 tra Fise-Confindustria, Legacoopservizi, Federlavoro-Confcooperative, Psl-Agci, Unionservizi-Confapi e Filcams CGIL, Fisascat_CISL, …

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