Studi di settore e obbligo di contraddittorio anche da parte dell'Agenzia delle Entrate

 
Nel caso concreto avviene che l’Ufficio, in applicazione dell’art.62 sexies, D.L. n.331/93, da un esame dei dati dichiarati con il Modello Unico presentato con quelli indicati con lo studio di settore, riscontra un’incongruenza dei ricavi, accertando un maggior reddito imponibile, maggiori contributi previdenziali e conseguenti sanzioni ed interessi.
 
Il contribuente nel ricorso introduttivo contesta la legittimità dell’accertamento perchè basato esclusivamente sui risultati dello studio di settore, non adattato alle caratteristiche specifiche della propria attività.
Con le controdeduzioni l’Ufficio contesta i motivi del ricorso presentato, affermando la legittimità degli studi di settore applicati nella specie ed evidenziando, tra l’altro, che il contribuente non aveva aderito al rituale invito.
La CTP adita rigetta il ricorso perché ritiene che “non appare fondato”, anche tenuto conto che il contribuente non si è presentato all’invito, ai fini dell’instaurazione del contraddittorio e dell’eventuale definizione dell’accertamento con adesione. Ciò, alla stregua del principio di diritto enunciato dalle SS.UU., sentenza n.26635/09, che ha legittimato l’Ufficio all’emissione dell’avviso di accertamento sulla base del solo scostamento del reddito dichiarato da quello risultante dallo standard applicabile, senza necessità, contrariamente a quanto affermato in ricorso, di ulteriori riscontri.
Inoltre, anche se il contribuente ha sottolineato l’inattendibilità dell’avviso di accertamento impugnato, con riguardo alla mancata considerazione del valore reale di un automezzo inserito tra i beni strumentali, già interamente ammortizzato per l’anno controllato, nonché all’erronea imputazione dei costi sostenuti per compensi occasionali corrisposti a soggetti che non hanno i requisiti per essere considerati dipendenti, a supporto delle asserite circostanze, non ha fornito concreti riscontri documentali, così venendo meno all’onere sullo stesso incombente della prova contraria rispetto ai rilievi dell’Ufficio, basati questi ultimi sugli elementi dichiarati.
 
Al riguardo, in sede di ricorso proposto in appello della sentenza impugnata, il contribuente osserva che, contrariamente a quanto affermato dai giudici di 1^ grado, nel ricorso introduttivo ha fornito valide giustificazioni contro l’accertamento impugnato, che i giudici di 1^ grado non hanno considerato.
Pertanto, per i motivi di seguito riportati, la sentenza impugnata va riformata e l’avviso di accertamento va annullato:

per vizi di motivazione sia della sentenza sia dell’accertamento in contestazione, per difetto dei presupposti di fatto e di diritto, in violazione (per falsa applicazione) del quadro normativo di riferimento, relativo ai c.d. “studi di settore”;

per illegittimo mancato accoglimento di questioni ed eccezioni che sono riproposte in appello, riguardanti errori materiali di dati e elementi contabili dichiarati.

Il contribuente ha osservato che vero è che per la determinazione del valore dei beni strumentali ai fini di una corretta applicazione degli studi di settore va considerato il costo storico per l’acquisto (al lordo delle quote di am/to dedotte) inclusi gli oneri accessori di diretta imputazione, esistenti alla data di chiusura del periodo ma è anche vero che nelle Istruzioni alla dichiarazione degli studi di settore è indicato che “è possibile non tenere conto del valore dei beni strumentali non utilizzati nel corso del periodo d’imposta, a condizione che, in ogni caso per i beni non computati nel valore dei beni strumentali non può essere coerentemente dedotta alcuna quota di ammortamento”.
 
Per l’anno …

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