Diario quotidiano del 30 ottobre 2015: é nullo l’accertamento emesso al professionista per prestazioni gratuite

Pubblicato il 30 ottobre 2015



invio del Modello Unico: é nullo l’accertamento emesso al professionista per la prestazione gratuita; compensi amministratori deducibili solo con la delibera assembleare; al via le iscrizioni all’elenco revisori enti locali per il 2016; cittadino che cambia nazione: guai a dimenticarsi di cancellarsi dall’anagrafe di residenza; rinuncia del credito da parte del socio è ora imponibile per il Tuir; in arrivo 65mila lettere per i contribuenti che non hanno presentato la dichiarazione Iva; stop agli adempimenti preventivi per il lavoro all’estero; IVA: chiarimenti sulle semplificazioni in tema di rimborsi; usufrutto di azioni in caso di aumento di capitale
 
 Indice:  1) Invio del Modello Unico: é nullo l’accertamento emesso al professionista per la prestazione gratuita  2) Compensi amministratori deducibili solo con la delibera assembleare  3) Al via le iscrizioni all’elenco revisori enti locali per il 2016  4) Cittadino che cambia nazione: guai a dimenticarsi di cancellarsi dall’anagrafe di residenza  5) Rinuncia del credito da parte del socio è ora imponibile per il Tuir 6) In arrivo 65mila lettere per i contribuenti che non hanno presentato la dichiarazione Iva  7) Stop agli adempimenti preventivi per il lavoro all’estero  8) IVA: chiarimenti sulle semplificazioni in tema di rimborsi  10) Usufrutto di azioni in caso di aumento di capitale  

1) Invio del Modello Unico: é nullo l’accertamento emesso al professionista per la prestazione gratuita

E’ stato dichiarato nullo l’accertamento a carico del professionista che ha giustificato la prestazione gratuita come un incremento della clientela.

A questo ha provveduto la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 21972 del 28 ottobre 2015, ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate contro un consulente fiscale che aveva fatto l’invio telematico di 71 dichiarazioni a clienti (soci di aziende da lui assistite) senza percepire alcun compenso.

La difesa aveva impugnato l’atto impositivo sostenendo che le prestazioni erano gratuite al solo scopo di accontentare imprenditori già clienti con le loro società. La Ctp aveva però confermato l’accertamento. Poi la decisione è stata ribaltata in secondo grado e ora resa definitiva in sede di legittimità.

La Suprema Corte ha, infatti, spiegato che la Ctr ritiene con motivazione congrua e non contraddittoria, plausibile, a fronte delle mere supposizioni dell’Ufficio erariale, la gratuità dell’opera svolta dal professionista, in considerazione «dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi clienti, nonché del fatto che il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza e della circostanza, accertata oltre che pacifica, che l’attività svolta in loro favore riguardava soltanto l’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata all’incremento della clientela».

2) Compensi amministratori deducibili solo con la delibera assembleare

Compensi amministratori deducibili solo se oggettivamente determinabili. Se manca la delibera assembleare non si ottempera ai requisiti indicati nel TUIR.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21953 del 28 ottobre 2015, è tornata ad occuparsi della deducibilità dei compensi agli amministratori erogati in assenza di delibera assembleare.

Tutto comincia con la sentenza delle sezioni unite n. 21933/2008 che ha escluso la possibilità di considerare implicitamente deliberati i compensi degli amministratori con la delibera di approvazione del bilancio.

Secondo tale sentenza, sono nulli gli “atti di autodeterminazione dei compensi da parte degli amministratori per violazione di una norma imperativa”, l’art. 2389 del c.c., in base al quale i compensi degli amministratori sono stabiliti all’atto della nomina o dall’assemblea.

Affinché la delibera sia valida, occorre che l’assemblea deliberi contestualmente sia in ordine all’approvazione del bilancio che all’attribuzione dei compensi, previa chiara indicazione nella convocazione e nell’ordine del giorno di tale intendimento. Nel caso di assemblea totalitaria, invece, è necessario che sulla stessa materia vi sia stata apposita discussione e specifica votazione.Sulla base della sentenza delle sezioni unite, la sezione tributaria della Cassazione ha sancito l’indeducibilità dei costi relativi ai compensi agli amministratori in diverse occasioni.

La nuova sentenza sviscera la questione, escludendo innanzitutto che la mera violazione dell’art. 2389 del c.c. possa dare luogo ad “un abuso del diritto”.

Secondo la Cassazione l’indeducibilità dei compensi “non può che rinvenirsi nella mancanza dei requisiti di certezza e determinabilità della spesa” richiesti oggi dall’art. 109 comma 1 del TUIR.

Il passaggio più interessante della sentenza è quello ove si afferma che se anche l’invalidità della delibera assembleare non esplicasse alcun riflesso sul requisito della certezza in quanto gli amministratori hanno effettivamente svolto i loro compiti (quindi in tale prospettiva il compenso è certo), mancherebbe il requisito della oggettiva determinabilità.

Secondo i giudici, laddove la misura del compenso non sia prestabilita nell’atto costitutivo ovvero in apposita delibera dell’assemblea, la stessa non può essere determinata dal creditore, ma richiede il consenso della società, manifestato mediante una formale deliberazione dell’assemblea dei soci.

Pertanto la società alla chiusura dell’esercizio avrebbe un debito certo nei confronti dell’amministratore, ma di ammontare non liquidabile in modo obiettivo e in quanto tale non deducibile.

3) Al via le iscrizioni all’elenco revisori enti locali per il 2016

Dal 3 novembre verranno aperte le iscrizioni all’elenco revisori enti locali per il 2016. La presentazione delle domande potrà avvenire entro il 15 dicembre 2015.

E’ stato, infatti, approvato l’avviso (pubblicato sul sito del Ministero dell’Interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali) relativo alle modalità e ai termini per l’iscrizione nell’elenco dei revisori dei conti degli enti locali che sarà in vigore dal 1° gennaio 2016.

Gli interessati potranno provvedere, esclusivamente per via telematica, alla presentazione di nuove domande di iscrizione e alla conferma dei requisiti (per coloro che risultano già iscritti) perentoriamente dal 3 novembre 2015 alle ore 18:30 del 16 dicembre 2015.

I soggetti non iscritti all’elenco 2015 dovranno presentare le domande al Ministero dell’Interno – Dipartimento per gli affari interni e territoriali, esclusivamente tramite modalità telematica con la compilazione di apposito modello, contenente i dati anagrafici e la dichiarazione del possesso dei prescritti requisiti.

È possibile accedere al modello dal sito all’indirizzo www.finanzalocale.interno.it, selezionando il link denominato “Elenco revisori enti locali”, previa acquisizione della password. I soggetti che hanno già provveduto ad una precedente registrazione al sistema, dovranno utilizzare la password acquisita in tale sede.

Una volta compilato il modello, sarà possibile generare un file in formato pdf contenente i dati della domanda che il richiedente dovrà sottoscrivere con firma digitale e trasmettere, dalla casella di posta elettronica certificata indicata al momento dell’accesso al sistema, all’indirizzo finanzalocale.prot@pec.interno.it.Dopo l’avvenuta trasmissione i richiedenti riceveranno una e-mail proveniente da finanzalocale.prot@pec.interno.it di comunicazione circa il buon esito dell’acquisizione della domanda o dell’eventuale non avvenuta acquisizione con relativo messaggio di errore. Al fine di comprovare la regolare trasmissione è, pertanto, necessario aver ricevuto la predetta comunicazione di buon esito della stessa.

Coloro che, invece, risultano già iscritti nell’elenco in vigore dal 1° gennaio 2015 dovranno comprovare il permanere dei requisiti di cui all’art. 3 del Regolamento approvato con decreto del Ministro dell’Interno 15 febbraio 2012 n. 23, anche in questo caso esclusivamente per via telematica, mediante accesso alla pagina www.finanzalocale.interno.it.

Se non vengono apportate modifiche rispetto ai dati già inseriti (ad eccezione dell’indirizzo PEC, della via di residenza, del numero telefonico e dello status di dipendente pubblico), l’interessato dovrà confermare gli stessi con le modalità indicate dal sistema, procedere all’inserimento dei crediti formativi conseguiti nel periodo 1° gennaio-30 novembre 2015 e, quindi, completare la procedura di iscrizione cliccando sul pulsante “Chiudi domanda” seguendo le indicazioni a video.

Viene precisato che dopo tale operazione non è richiesto l’invio del file firmato digitalmente. Se la procedura è stata correttamente eseguita, entro 12 ore, l’interessato riceverà, dall’indirizzo PEC della finanza locale sopra indicato, una comunicazione circa il buon esito dell’acquisizione della domanda, con il riepilogo di tutti i dati dichiarati.

Nella circostanza in cui l’iscritto debba modificare i dati già dichiarati in sede di precedente iscrizione dovrà procedere alla compilazione del modello e alla trasmissione a mezzo PEC del file firmato digitalmente.

Si ricorda, infine, che i soggetti che risulteranno iscritti nell’elenco formato a seguito dell’avviso in commento sono tenuti a versare al Ministero dell’Interno, ai sensi dell’art. 4-bis comma 2 del DL. 79/2012 convertito dalla L. 131/2012, un contributo annuo di 25 euro entro il termine del 30 aprile 2016.

4) Cittadino che cambia nazione: guai a dimenticarsi di cancellarsi dall’anagrafe di residenza

Residenza fiscale, l’iscrizione anagrafica prevale su tutto. La Cassazione sostiene che non servono le convenzioni contro le doppie imposizioni, che pur prevalgono sulla disciplina interna.

Se un soggetto trasferitosi all’estero dimentica di cancellarsi dall’Anagrafe della popolazione residente, continua a pagare le imposte sui redditi in Italia, atteso che il dato “anagrafico” è preclusivo di ogni altro accertamento di fatto.Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21970 del 28 ottobre 2015.

La decisione non è nuova e trova riscontro in altre pronunce simili della giurisprudenza di legittimità (si vedano, tra le tante, Cass. nn. 677/2015 e 9319/2006).La tesi si fonda sulla norma recata dall’art. 2 comma 2 del TUIR, che, nel definire il concetto di residenza fiscale, enuclea tre diversi principi, tra loro alternativi, per individuare il soggetto “fiscalmente residente in Italia”:

- il criterio dell’iscrizione anagrafica;

- il criterio del “domicilio” civilistico (ovvero, ex art. 43 comma 1 c.c., il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi);

- il criterio della residenza civilistica (ovvero, ex art. 43 comma 2 c.c., il luogo in cui la persona ha la dimora abituale).

Perché la residenza fiscale possa configurarsi, è necessario che uno di tali criteri risulti soddisfatto “per la maggior parte del periodo di imposta”.

Posto che le tre condizioni sopra richiamate sono tra loro alternative, perché un soggetto sia considerato fiscalmente residente nel territorio dello Stato è sufficiente che se ne verifichi anche una sola (cfr. Cass. n. 13803/2001).Per questo, ove un soggetto “soddisfi” anche solo il requisito della residenza anagrafica, può essere considerato residente in Italia e chiamato a corrispondere, quindi, le imposte sui redditi italiane (d’altro canto, invece, l’assenza di iscrizione all’Anagrafe della popolazione residente non basta a escludere la residenza fiscale, posto che essa potrebbe ancora sussistere ove per la più parte del periodo di imposta il contribuente risultasse avere il domicilio o la residenza civilistici in Italia).

Per questo motivo, la giurisprudenza di legittimità afferma, nella sentenza in commento, che se un determinato soggetto è iscritto nell’Anagrafe di un Comune italiano, esso è soggetto passivo delle imposte sui redditi in Italia, dovendo essere considerato in ogni caso fiscalmente residente in Italia.Infatti, diversamente da quanto avviene in ambito civilistico, in ambito tributario le risultanze anagrafiche configurano “elemento preclusivo di ogni ulteriore accertamento ai fini dell’individuazione del soggetto passivo di imposta”.Per questo l’elemento formale dell’iscrizione anagrafica è idoneo, in campo fiscale, a prevalere sulla sostanza.

Così, nel caso oggetto della sentenza n. 21970/2015, la Cassazione rinviene la soggettività passiva in capo a un soggetto iscritto all’Anagrafe dei residenti, senza neppure valutare se, effettivamente, egli avesse trasferito il proprio “centro degli interessi vitali” altrove (nel caso di specie, in Romania, ove questi aveva avviato un’attività imprenditoriale).

Infatti, secondo la Corte, il trasferimento della residenza all’estero “non rileva fino a quando non risulti la cancellazione dall’anagrafe di un Comune italiano”.

Pronuncia fondata sul solo art. 2 comma 2 del TUIR

Come anticipato, la pronuncia in commento pare fondata sulla sola applicazione dell’art. 2 comma 2 del TUIR, mentre in nessuna considerazione vengono tenute le disposizioni delle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni (che pur prevalgono sulla disciplina interna a norma dell’art. 75 del DPR 600/73).

Si ricorda, a tale proposito, che le Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, stipulate secondo il modello OCSE, prevedono specifiche regole (c.d. “tie breaker rules”) da applicare ove due Stati, secondo le proprie regole interne, affermino entrambi la residenza fiscale di un determinato soggetto.

Tali regole potrebbero venire applicate, ad esempio, nel caso di specie, ove il soggetto in questione fosse ritenuto residente non solo in Italia, a norma dell’art. 2 comma 2 del TUIR (come riconosciuto dalla sentenza in commento), ma anche in Romania, sulla base della disciplina interna sulla residenza fiscale rumena.In tale situazione, le convenzione Italia-Romania (ratificata con L. 680/1978), prevede una serie di “criteri di collegamento” (legati da un rapporto di vicendevole sostituzione), che consentono di determinare la residenza “convenzionale” del soggetto in questione.

In particolare, il primo criterio convenzionale cui fare riferimento è quello del possesso di un’abitazione permanente, in base al quale il soggetto viene ritenuto residente nello Stato nel quale ha tale abitazione. Ove egli possegga un’abitazione permanente in ciascuno degli Stati contraenti, si applica il principio del “centro degli interessi vitali”, secondo cui il soggetto è considerato residente nello Stato contraente nel quale le sue relazioni personali ed economiche sono più strette.

Se non si può determinare lo Stato contraente nel quale detta persona ha il centro dei suoi interessi vitali o se la medesima non ha un’abitazione permanente in alcuno degli Stati contraenti, essa è considerata residente dello Stato contraente in cui soggiorna abitualmente.

Infine, se il soggetto soggiorna abitualmente in entrambi gli Stati contraenti ovvero non soggiorna abitualmente in alcuno di essi, essa è considerata residente dello Stato contraente del quale ha la nazionalità.

Da ultimo, se detta persona ha la nazionalità di entrambi gli Stati contraenti o se non ha la nazionalità di alcuno di essi, le autorità competenti degli Stati contraenti risolvono la questione di comune accordo.

Via libera il 28 ottobre 2015 del Senato al disegno di legge di conversione del D.L. n. 153/2015, recante misure per la finanza pubblica (c.d. decreto Voluntary disclosure). Tra le principali modifiche viene attribuito all'Agenzia delle entrate il compito di individuare determinate articolazioni che diventino le destinatarie delle domande di regolarizzazione presentate a partire dal 10 novembre 2015, a prescindere dal domicilio fiscale del soggetto. Il testo passa ora all’esame della Camera.

Disco verde, dunque, al Senato sul disegno di legge (AS 2070) di conversione del D.L. 153/2015, recante misure per la finanza pubblica (c.d. decreto “voluntary disclosure”). Il testo passa ora all’esame della Camera.

Il decreto è finalizzato a compensare gli effetti finanziari negativi derivanti dalla mancata autorizzazione, da parte della Commissione europea, all’estensione alla grande distribuzione del meccanismo del reverse change prevista dalla legge di stabilità del 2015 e contiene, inoltre, le misure per la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che avrebbero determinato l’aumento delle accise sui carburanti.

Sul fronte della voluntary disclosure il provvedimento dispone il rinvio al 30 novembre 2015 del termine per la trasmissione delle istanze di adesione alla procedura di collaborazione volontaria e al 30 dicembre quello per la trasmissione dei documenti e della relazione di accompagnamento.

Inoltre il decreto prevede che i termini di decadenza per l’accertamento sia ai fini delle imposte sui redditi che IVA, nonché quelli per la notifica dell’atto di contestazione, che scadono a decorrere dal 31 dicembre 2015, limitatamente agli imponibili, alle imposte, alle ritenute, ai contributi, alle sanzioni e agli interessi relativi alla procedura di collaborazione volontaria e per tutte le annualità e le violazioni oggetto della procedura stessa, sono rinviati, anche in deroga a quelli ordinari, al 31 dicembre 2016.

Tra gli emendamenti approvati dal Senato, all’articolo 2, si introduce la previsione secondo cui verrà attribuita ad un’articolazione specifica dell’Agenzia delle entrate, da individuare con provvedimento direttoriale, la competenza delle istanze presentate per la prima volta a decorrere dal 10 novembre 2015 a prescindere dal domicilio fiscale del soggetto.

Si prevede, inoltre, l’esonero dagli obblighi dichiarativi per i soggetti residenti in Italia che prestano attività lavorativa in via continuativa all’estero in zone di frontiera.

Approvato anche un ordine del giorno che impegna l’esecutivo a escludere dalla dichiarazione volontaria le somme derivanti da lavoro realizzate dai cittadini residenti fiscalmente all'estero e iscritti all’AIRE.

5) Rinuncia del credito da parte del socio è ora imponibile per il Tuir

La rinuncia dei soci ai crediti vantanti nei confronti delle società adesso rappresenta per queste una sopravvenienza attiva imponibile.

Il D.Lgs. n. 147/2015 (c.d. “Decreto internazionalizzazione”) ha, infatti, modificato il comma 4 dell’art. 88 del Tuir.

L’OIC ha elaborato una nuova edizione del principio contabile n. 28 sulle poste del Patrimonio Netto nel quale, oltre al riordino generale delle tematiche, vengono precisati alcuni dettagli non presenti nella previgente versione.

In particolare, la rinuncia di un qualunque credito da parte del socio, che si concretizza con un atto formale da parte del socio stesso e volto al rafforzamento patrimoniale della società, deve essere trattato, contabilmente, alla stregua di un apporto di patrimonio.

Pertanto, la rinuncia al diritto di restituzione di qualsiasi credito vantato dal socio nei confronti della società trasforma il debito della società in una posta di patrimonio netto avente natura di riserva di capitale. L’attuale versione, rispetto alla precedente, sancisce un principio molto importante: non è importante la natura del credito, commerciale o finanziario che sia, piuttosto lo è la motivazione della rinuncia, che deve essere orientata a un rafforzamento patrimoniale della società. Viceversa, nel caso di rinuncia dettata da motivazioni esclusivamente commerciali, questa costituirebbe per la società un minor costo (o sopravvenienza in base al periodo d’imputazione).

Rientrano, naturalmente, anche le rinunce correlate ai versamenti che il socio ha eseguito nei confronti della società a titolo di finanziamento: questi, come noto, sono quei versamenti per i quali la società ha l’obbligo di restituzione trattandosi d’importi che devono trovare collocazione in bilancio tra le passività, a prescindere dal fatto che vengano effettuati da tutti i soci o che abbiano natura fruttifera piuttosto che infruttifera. Contabilmente la società, all’atto di rinuncia da parte del socio, stornerà il relativo debito accendendo per un corrispondente importo una riserva di capitale disponibile per copertura perdite o per futuri aumenti di capitale.

Come anticipato, dal lato fiscale il D.Lgs. n. 147/2015 (c.d. “Decreto internazionalizzazione”) ha modificato il comma 4 dell’art. 88 del Tuir il quale prevedeva che la rinuncia dei soci ai crediti vantanti nei confronti delle società non rappresentava per queste una sopravvenienza attiva imponibile. Ora, con le modifiche apportate dal suddetto decreto, il comma 4 dell’art. 88 è stato interamente riscritto con l’inserimento, tra le altre cose, di un nuovo comma 4-bis nel quale viene espressamente previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 2016, la rinuncia dei soci ai crediti rappresenta per la società una sopravvenienza attiva per la parte che eccede il relativo valore fiscale. Il socio dovrà comunicare alla partecipata tale valore tramite una dichiarazione sostitutiva di atto notorio affinché la società ne tragga le dovute conseguenze fiscali. In assenza di tale comunicazione il valore fiscale del credito sarà assunto pari a zero con inevitabili aggravi in capo alla società, dovendo, questa, tassare integralmente la rinuncia operata dal socio.

6) In arrivo 65mila lettere per i contribuenti che non hanno presentato la dichiarazione Iva

Nuova tranche di inviti del Fisco per mettersi in regola ed evitare i controlli: 65mila lettere ai contribuenti che non hanno presentato la dichiarazione Iva.

L’Agenzia delle entrate avvisa in anticipo i contribuenti che non hanno ancora presentato, o non hanno compilato correttamente, la dichiarazione Iva per il 2014. I 65mila destinatari possono rimediare da soli e pagare le sanzioni ridotte, senza ricevere controlli. Proprio per comunicare questa chance a coloro che non hanno ancora presentato la dichiarazione Iva per il 2014 o che l’hanno presentata soltanto con il quadro VA compilato, l’Agenzia delle entrate sta inviando delle lettere agli indirizzi di posta elettronica certificata (Pec) di questi contribuenti, in modo da permettergli di controllare ed eventualmente correggere la propria posizione. Queste comunicazioni fanno parte del percorso di cambiamento che l’Agenzia ha intrapreso nei rapporti con i contribuenti, con l’obiettivo di aumentare il grado di fiducia da parte dei cittadini e favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi tributari. Con il provvedimento n. 137937 del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 29 ottobre 2015, infatti, vengono indicate le modalità con cui vengono messe a disposizione dei contribuenti le informazioni da verificare per assicurarsi le sanzioni ridotte previste dal ravvedimento operoso. Oltre alle mail certificate, le comunicazioni viaggiano per posta ordinaria, in modo da raggiungere anche chi non ha un indirizzo Pec attivo, oppure non registrato nei pubblici elenchi.

Le comunicazioni previste dal provvedimento odierno seguono a breve distanza i 220mila alert preventivi inviati dal Fisco ai contribuenti che, pur essendo obbligati (avendo più redditi e più datori di lavoro), non hanno presentato la dichiarazione. Anche in quel caso, lo scopo delle comunicazioni è permettere il ravvedimento spontaneo del contribuente prima dei controlli.

Cosa fare per mettersi in regola

I contribuenti che non hanno ancora presentato la dichiarazione Iva relativa al periodo d’imposta 2014 possono regolarizzare la propria posizione presentando la dichiarazione entro 90 giorni a partire dal 30 settembre 2015, pagando le sanzioni in misura ridotta. Invece coloro che hanno presentato la dichiarazione Iva 2014 con la compilazione del solo quadro VA possono regolarizzare già da ora gli errori eventualmente commessi e beneficiare così delle sanzioni in misura ridotta in ragione del tempo trascorso, grazie all’istituto del ravvedimento operoso.

Come contattare l’Agenzia per fornire chiarimenti

Se il contribuente ha assolto correttamente i suoi obblighi dichiarativi, potrà comunicarlo immediatamente alle Entrate telefonando al numero 848.800.444 da telefono fisso (tariffa urbana a tempo) oppure al numero 06.96668907 da telefono cellulare (costo in base al piano tariffario applicato dal proprio gestore), dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17, selezionando l’opzione “servizi con operatore > comunicazione dalla Direzione Centrale Accertamento”.

I numeri delle comunicazioni già inviate – Nel quadro della recente strategia, negli ultimi mesi l’Agenzia ha già inviato:

220mila lettere a chi ha dimenticato di presentare la dichiarazione pur avendo percepito più redditi da lavoro dipendente o da pensione da diversi sostituti (datori di lavoro o enti previdenziali) e non ha effettuato il conguaglio delle imposte

- 190mila comunicazioni di anomalie rilevate nei dati dichiarati ai fini degli studi di settore

- 20mila comunicazioni complessivamente inviate a cittadini che non hanno dichiarato tutte le plusvalenze, professionisti che non hanno denunciato tutti i compensi certificati dai sostituti d’imposta, soggetti Iva con vendite dichiarate inferiori alle fatture comunicate al fisco dai clienti.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 169 del 29 ottobre 2015)

 

7) Stop agli adempimenti preventivi per il lavoro all’estero

Lavoro all’estero senza adempimenti preventivi: I lavoratori Italiani o comunitari disponibili a prestare la loro opera nei paesi extracomunitari alle dipendenze di imprese italiane, non devono più essere preventivamente autorizzati dal Ministero del Lavoro. A prevederlo è l’articolo 18 del DLgs n.151/15 che attua il Jobs Act.

Si liberalizza di fatto la circolazione della manodopera anche al di fuori dei confini UE, abrogando la norma che prevedeva una preventiva serie di adempimenti in capo ai lavoratori ed alle aziende interessate ad assumere o a trasferire all’estero lavoratori italiani o comunitari.

Il DLgs. abroga l’art 1 c. 4 del D.L. n. 317/87 (convertito in legge n.398/87) che prevedeva l’obbligo di iscrizione dei lavoratori in apposita lista di collocamento tenuta dall'ufficio regionale del lavoro del luogo di residenza, il quale rilasciava il nulla osta all’assunzione che poteva avvenire con richiesta nominativa.

La norma, inoltre, sostituisce integralmente l’art. 2, che disciplinava il complesso iter da seguire per ottenere l’autorizzazione, con una elencazione delle condizioni minime da garantire ai suddetti lavoratori tali da parificarne il trattamento con quelli impiegati in Italia, nonché agevolarne la permanenza all’estero.

Viene abrogato di conseguenza anche l’art. 2-bis che prevedeva le sanzioni per il mancato rispetto delle procedure ed il regolamento recante semplificazione del procedimento di autorizzazione all'assunzione o al trasferimento in Paesi non aderenti all'Unione europea di lavoratori italiani.

La Direzione Generale per le politiche attive, i servizi per il lavoro e la formazione, del Ministero del Lavoro, ha inviato, alle proprie Direzioni Interregionali del Lavoro (DIL), la nota n. 20578 del 30 settembre 2015, con la quale evidenzia l’abrogazione della normativa in materia di autorizzazioni al lavoro all’estero (previste dal combinato della Legge 398/87 e del DPR 346/94 come modificato da DPR 247/97).

In tale nota si afferma che tale liberalizzazione avverrà con riferimento anche alle istanze presentate prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo (24 settembre 2015), ed ancora in corso di istruttoria.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 29 ottobre 2015)

8) IVA: chiarimenti sulle semplificazioni in tema di rimborsi

L’Agenzia delle entrate, con la circolare 35/E del 27 ottobre 2015, ha fornito numerosi chiarimenti in ordine alle modifiche apportate alla disciplina dei rimborsi IVA dal decreto legislativo n. 175 del 2014 (c.d. decreto semplificazioni), che ha riformulato l’art. 38-bis del d.p.r. n. 633 del 1972 per velocizzare l’erogazione di somme il cui incasso è di estrema importanza per le molte imprese che soffrono di mancanza di liquidità.

Le novità in tema di rimborsi IVA, la principale delle quali è l’ampliamento dei casi di esonero dall’obbligo di prestare garanzia, sono state già evidenziate nella circolare Assonime n. 28 del 2015, con la quale è stato commentato il modello di dichiarazione annuale IVA per l’anno 2014. Nella circolare Assonime ha segnalato che nel quadro VX del modello è stato completamente riformulato il rigo VX4, nel quale deve essere indicata l’IVA da versare per il periodo d’imposta oppure l’IVA a credito che può essere chiesta a rimborso, ovvero portata in detrazione l’anno successivo o, ancora, utilizzata in compensazione con altre imposte.

Il nuovo documento di prassi fa peraltro seguito alle prime indicazioni fornite sulla nuova disciplina dei rimborsi dalla stessa Agenzia delle entrate con la circolare n. 32 del 30 dicembre 2014, e risolve alcune delle principali questioni interpretative sorte successivamente all’emanazione della precedente circolare.

L’Agenzia ha precisato che se la mancata apposizione alla dichiarazione annuale o all’istanza di rimborso trimestrale del visto di conformità o della sottoscrizione alternativa previste dall’art. 38-bis del d.p.r. n. 633 del 1972 è stata frutto di errore o di omissione, è possibile correggere l’errore o l’omissione mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa, usufruendo dell’esonero dalla prestazione della garanzia. Tuttavia, per i rimborsi chiesti prima dell’entrata in vigore delle modifiche apportate all’art. 38-bis ma non ancora eseguiti a quella data, la conformità della dichiarazione originaria può essere validata anche mediante la presentazione di un’autonoma attestazione rilasciata ai sensi dell’art. 35 del d.p.r. n. 241 del 1997 da un professionista abilitato.

L’Agenzia, inoltre, ha riconosciuto ai contribuenti la possibilità di modificare la scelta di utilizzo del credito IVA annuale originariamente effettuata – riducendo o aumentando l’importo chiesto a rimborso al fine di aumentare o ridurre l’importo chiesto in compensazione o detrazione – presentando una dichiarazione integrativa entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale relativa al periodo d’imposta successivo.

Di particolare rilievo è il definitivo riconoscimento fatto dalla circolare dell’applicabilità delle nuove disposizioni dell’art. 38-bis anche ai rimborsi, alle compensazioni e alle garanzie previsti dalla legge IVA per la liquidazione di gruppo. Con specifico riferimento, peraltro, alle eccedenze di credito compensate nell’ambito di tale liquidazione, l’Agenzia ha precisato che la franchigia del 10% prevista dall’articolo 21 decreto ministeriale n. 567 del 1993 si applica solo fino all’importo massimo annuale di 700 mila euro: l’eventuale superamento di tale limite comporta il recupero ad opera dell’Ufficio della parte eccedente, a meno che la società interessata non provveda ad integrare la garanzia tramite la fideiussione bancaria o l’assunzione dell’obbligazione di pagamento della capogruppo. Peraltro, nei confronti delle società che, seguendo le precedenti, diverse disposizioni ministeriali, non hanno in precedenza rispettato tale limite, viene esclusa l’irrogazione di sanzioni e la richiesta di interessi.

Del pari rilevanti sono le precisazioni dell’Agenzia in relazione alle richieste di rimborso trimestrali. E’ stato chiarito che le dichiarazioni annuali recanti il visto di conformità o la sottoscrizione alternativa e la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà consentono l’erogazione dei rimborsi trimestrali in essi indicati senza la prestazione delle garanzie.

In ordine alla possibilità di correggere il quadro TD del modello TR, nella circolare l’Agenzia ammette che possano essere corrette o integrate anche le indicazioni rese con riguardo al presupposto per ottenere il rimborso, nonché alla richiesta di esonero dalla presentazione della garanzia o alla sussistenza dei requisiti per accedere all’erogazione prioritaria, non eseguite o eseguite non correttamente all’interno di tale quadro.

La circolare fornisce, infine, ulteriori chiarimenti relativamente ai presupposti e alla procedura per ottenere i rimborsi IVA. Le precisazioni riguardano, fra l’altro, le condizioni per il rimborso ai soggetti che hanno ricevuto avvisi di accertamento o che hanno aderito ad uno degli istituti deflattivi del contenzioso e l’irrilevanza, nell’ambito del modello di cauzioni in titoli di Stato, degli interessi relativi al ritardo nell’esecuzione dei rimborsi ai fini dell’ammontare delle somme da garantire.

(Assonime, nota del 28 ottobre 2015)

9) Ancora sull’obbligo della comunicazione del luogo di conservazione delle fatture elettroniche

Sulla questione della comunicazione del luogo in cui le fatture elettroniche vengono conservate si continuano a susseguire dei dubbi e perplessità (e si registrano, quindi, ennesimi pareri dottrinali, peraltro sempre utili), a tal proposito l’Agenzia delle entrate è già intervenuta affrontando la problematica, in particolare, lo ha fatto di recente prima con la circolare 18/E del 24 giugno 2014 dell’Agenzia delle Entrate, recante “IVA. Ulteriori istruzioni in tema di fatturazione”, infatti, afferma al paragrafo 1.5 (Conservazione della fattura elettronica), che: “…qualora il soggetto passivo scelga di conservare la propria documentazione presso altro Stato, dovrà, in ogni caso: applicare le regole di tenuta e conservazione previste dalle disposizioni italiane; consentire alle autorità competenti (Amministrazione finanziaria italiana) di accedere ai documenti e acquisirli anche per via elettronica. A tal fine, il soggetto passivo, residente o domiciliato nel territorio nazionale:

a) Ai fini della comunicazione del luogo di conservazione elettronica dei documenti fiscalmente rilevanti, deve riportare nei modelli di comunicazione AA7 e AA9, nel rispetto dei termini previsti dall’articolo 35 del D.P.R. n.633 del 1972, gli estremi identificativi dei luoghi di giacenza fisica dei server dove sono conservati i documenti, anche se essi risiedono all’estero; …”

Quindi, pare che si debba inviare all’Agenzia delle entrate una pratica telematica attraverso Comunicazione Unica ai soli fini IVA per comunicare il luogo di conservazione delle scritture contabili, ovvero l’indirizzo in cui è situato il server per la conservazione elettronica.

Poi il 25 settembre 2015, l’Agenzia delle entrate si è nuovamente espressa, a seguito di interpello posto sull’argomento:

Il contribuente comunica che effettua la conservazione in modalità elettronica dei documenti rilevanti ai fini tributari nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di riferimento (rigo RS140 del Modello Unico PF).

In caso di controlli e verifiche, l’obbligo di rendere leggibili ed accessibili i documenti (fatture in primis) tanto dalla sede presso cui il contribuente svolge la propria attività, quanto dal diverso luogo in cui gli stessi sono fisicamente collocati, previa apposita dichiarazione da effettuare ai sensi del citato articolo 35, comma 2, lettera d), del D.P.R. n. 633 del 1972 (comunicazione di inizio attività).

I modelli AA7 e AA9, al quadro F, sezione 1, relativa a “soggetti depositari e luoghi di conservazione delle scritture contabili” vanno compilati quando i depositari stessi sono “diversi dal soggetto indicato nel quadro C (titolare)”, tanto “nel caso in cui debba essere comunicata la sostituzione di un depositario”, quanto “nel caso in cui debba essere comunicata esclusivamente la variazione di uno o più luoghi di conservazione delle scritture contabili già comunicati”, dando poi eventuale e separata indicazione nella Sezione 2 dei “luoghi di conservazione delle fatture all’estero”.

Viene poi chiarito anche il concetto di “conservazione elettronica”; esso infatti non deve essere confuso con la tenuta delle scritture contabili che, invece, rileva ai fini fiscali. La conservazione elettronica prevede un processo di dematerializzazione dei documenti fiscalmente rilevanti e il soggetto che gestisce solo tale processo non deve essere comunicato mediante modello AA9.

Si delineano quindi, a parere di dottrina, due ipotesi plausibili:

- Il soggetto che invia le fatture elettroniche coincide con il soggetto che conserva le scritture contabili (es. commercialista): nessuna ulteriore comunicazione oltre a quella già fatta nel mod.AA9-AA7; sarà però utile riportare nella dichiarazione ex art. 52 co. 10 D.P.R. 633/72 che, oltre ai documenti già indicati, vengono conservate anche le fatture elettroniche;

- il soggetto che invia le fatture elettroniche non coincide con il soggetto che conserva le scritture contabili: comunicazione del luogo di conservazione delle fatture elettroniche (e quindi del commercialista quale depositario delle scritture contabili limitatamente a tali fatture), attraverso un pratica di Comunicazione Unica (mod. AA9-AA7) rivolta solo all’Agenzia delle entrate. Un ulteriore intervento delle Entrate sul caso sarebbe, comunque, gradito.

10) Usufrutto di azioni in caso di aumento di capitale

Secondo la massima del Comitato Notarile Triveneto 2015 (H.G. 34 e I.G. 51), se la società delibera un aumento di capitale a pagamento, per le azioni gravate da usufrutto il diritto di opzione spetta al socio (nudo proprietario) (art. 2352 c. 2 c.c.).

Dunque, le azioni di nuova emissione sono attribuite al socio (nudo proprietario) in piena proprietà e quindi il diritto di usufrutto non si estende su di esse.

È fatta salva una diversa volontà delle parti, fermo restando il rispetto delle condizioni e dei limiti statutari stabiliti dalla società emittente per la costituzione del diritto di usufrutto. Questo vale anche per le partecipazioni di S.r.l.

Azioni a voto limitato

Ed ancora, secondo il medesimo orientamento notarile (massima Comitato Notarile Triveneto 2015 H.G. 35), se il valore delle azioni con diritto di voto limitato supera la metà del capitale sociale per il verificarsi di eventi che riguardano la normale dinamica del rapporto sociale (ad esempio: recesso, annullamento di azioni del socio moroso, riduzione del capitale per perdite in presenza di azioni postergate o altro ancora), non vi è l’obbligo di porre in essere operazioni che riconducano tale valore al di sotto di tale limite.

Tuttavia, in occasione di eventuali successivi aumenti di capitale, la società dovrà offrire in sottoscrizione esclusivamente azioni ordinarie fino a quando risulti ristabilita la proporzione minima tra queste e quelle senza voto o con voto limitato o subordinato.

Vincenzo D’Andò