Diario del 29 ottobre 2015: il ricorso tributario è valido anche se è stato notificato ad altro Ufficio delle Entrate

Pubblicato il 29 ottobre 2015



non spetta il bonus “prima casa” se il contribuente possiede la piscina; l’atto giudiziario si deposita in cancelleria solo se non è andata a buon fine la notifica via fax e Pec; la TCG non si paga per l’iscrizione (Scia) al Rea (Registro delle Imprese) dell’agente di commercio; prova scritta dell’esame di abilitazione alla professione di commercialista: ok all’esonero per tutte le sedi; é ora ufficiale l’accordo contro le doppie imposizioni Italia-Hong Kong; la mancata presentazione del modello VR non esclude il rimborso IVA; il ricorso è valido anche se è stato notificato ad un altro Ufficio delle Entrate; assunzioni congiunte in agricoltura: rilasciate le implementazioni al modello di Denuncia Aziendale; ex Enpals: a breve l’aggiornamento della procedura telematica per la richiesta del certificato di agibilità; interpelli revisionati

 

 Indice:

 1) Non spetta il bonus “prima casa” se il contribuente possiede la piscina

 2) L’atto giudiziario si deposita in cancelleria solo se non è andata a buon fine la notifica via fax e Pec

 3) La TCG non si paga per l’iscrizione (Scia) al Rea (Registro delle Imprese) dell’agente di commercio

 4) Prova scritta dell’esame di abilitazione alla professione di commercialista: ok all’esonero per tutte le   sedi

 5) E’ ora ufficiale l’accordo contro le doppie imposizioni Italia-Hong Kong

 6) La mancata presentazione del modello VR non esclude il rimborso IVA

7) Il ricorso è valido anche se è stato notificato ad un altro Ufficio delle Entrate

 8) Assunzioni congiunte in agricoltura: rilasciate le implementazioni al modello di Denuncia Aziendale

 9) Ex Enpals: a breve l’aggiornamento della procedura telematica per la richiesta del certificato  di agibilità

 10) Interpelli revisionati

 

 

1) Non spetta il bonus “prima casa” se il contribuente possiede la piscina

Niente benefici fiscali sulla prima casa per l’acquirente della villa con superficie inferiore a 240 mq ma dotata di piscina. L’Iva deve essere recuperata nei confronti dell’acquirente, anche se il venditore abbia sbagliato con la fattura.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 21908 del 27 ottobre 2015, con la quale ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate.

E’, quindi, risultata errata la tesi della Commissione Tributaria Regionale di Palermo che aveva provvisoriamente (in attesa del verdetto del giudice di legittimità) dato ragione al contribuente, nonostante la villa fosse dotata di piscina.

Il caso su cui si è pronunciata la Suprema Corte è scaturito da un atto di compravendita immobiliare soggetto ad IVA, cui è stata applicata erroneamente l’agevolazione prima casa. L’Agenzia delle entrate, disconoscendo l’agevolazione, recuperava sull’acquirente (e non, invece, sul venditore, poiché a tali fini non sussiste responsabilità solidale) la maggiore IVA, ritenendo che l’immobile acquistato avesse natura di immobile “di lusso” ex DM 2 agosto 1969, in virtù della presenza di una piscina.

Come è noto, adesso la natura di immobile “non di lusso” non rileva più ai fini dell’accesso all’agevolazione prima casa, che viene limitata ai soli immobili non classificati o classificabili nelle categorie catastali A1, A8 o A9, a prescindere dalla sussistenza delle caratteristiche individuate dal citato decreto ministeriale.

Per quanto riguarda la questione della natura “di lusso” dell’abitazione, la Cassazione ritiene che i giudici di merito abbiano effettivamente errato, non avendo tenuto in alcuna considerazione l’esistenza di una piscina ad uso esclusivo dell’immobile ceduto. Tale elemento, come ricorda il giudice supremo, era astrattamente idoneo, nella previgente disciplina agevolativa (art. 4 del DM 2 agosto 1969) a determinare la natura “di lusso” dell’immobile, con conseguente esclusione dell’applicazione del beneficio. Pertanto, i giudici di merito avrebbero quantomeno dovuto indicare il motivo per cui ritenevano che, in concreto, la presenza della piscina non impedisse l’accesso all’agevolazione (ad esempio, perché essa era di dimensioni inferiori a quelle indicate dalla norma).

Poi, la Cassazione ricorda che, nell’ambito dell’agevolazione prima casa, opera una disciplina del tutto particolare, espressamente prevista dal quarto comma della Nota II-bis all’art. 1 della Tariffa, parte I, allegata al DPR 131/86.

Tale disposizione, infatti, prevede che, in caso di decadenza dall’agevolazione, “l’ufficio dell’Agenzia delle entrate presso cui sono stati registrati i relativi atti deve recuperare nei confronti degli acquirenti la differenza fra l’imposta calcolata in base all’aliquota applicabile in assenza di agevolazioni e quella risultante dall’applicazione dell’aliquota agevolata, nonché irrogare la sanzione amministrativa, pari al 30 per cento della differenza medesima”. La norma citata, pertanto, espressamente sancisce che il recupero della maggiore IVA debba essere operato “nei confronti degli acquirenti”, così eccependo alla regola ordinaria.

 

2) L’atto giudiziario si deposita in cancelleria solo se non è andata a buon fine la notifica via fax e Pec

L’atto giudiziario si deposita in cancelleria solo se non è andata a buon fine la notifica via fax e Pec. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21892 del 27 ottobre 2015, mette in evidenza come si siano ridotti i casi nei quali l’atto giudiziario può ritenersi comunicato al destinatario con il semplice deposito nella cancelleria dell’Ufficio dove è in corso la causa: con le novità introdotte in tema di processo civile telematico, infatti, la domiciliazione ex lege in Cassazione può avvenire soltanto quando l’invio mediante posta elettronica certificata o fax non sia andata a buon fine laddove il difensore non abbia indicato il suo account Pec all’Ordine.

Procedura rituale

La spedizione via Pec è prioritaria anche da parte della Suprema corte, ma al momento non risulta ancora pubblicato il decreto del ministero della Giustizia che accerta la funzionalità dei sistemi informatici in dotazione al Palazzaccio.

Dunque per il momento niente posta elettronica certificata da piazza Cavour.

Che succede, allora, quando il domiciliatario indicato in precedenza si trasferisce senza avvertire gli uffici della Suprema corte? Il cancelliere deve allora ricorrere al fax, sempre che l’avvocato abbia indicato il suo numero in un atto difensivo, come prevede l’articolo 125, comma 1, ultima parte cpc, nel testo novellato dal decreto semplificazione 114/14. Solo in seguito l’Ufficio del Palazzaccio può consegnare il biglietto di cancelleria all’Ufficiale giudiziario per tentare la notifica a condizione che il difensore abbia eletto domicilio in Roma e che il domiciliatario non abbia trasferito il proprio domicilio senza comunicarlo alla cancelleria di piazza Cavour.

 

3) La TCG non si paga per l’iscrizione (Scia) al Rea (Registro delle Imprese) dell’agente di commercio

L’agente di commercio rientra i soggetti che non pagano più la TCG. Infatti, non è più dovuta la tassa di concessione governativa per la presentazione al Registro delle imprese o al Rea, della Scia per le attività di installazione di impianti, autoriparazione, pulizia, disinfezione, disinfestazione, derattizzazione, sanificazione e facchinaggio, agente di commercio e di immobiliarista.

L’iscrizione nel Registro delle imprese e nel Rea, ai fini dell’esercizio di tali attività, non rientra tra le ipotesi contemplate nell’articolo 22, punto 8 della tariffa allegata al D.P.R. n. 641 del 1972 e pertanto per l’inoltro della prevista segnalazione certificata di attività non è dovuta la tassa di concessione governativa. L’Agenzia delle entrate (direzione generale della Lombardia), con la nota del 13 ottobre 2015, in risposta a un interpello formulato dalle camere di commercio lombarde, ha chiarito che non è dovuta la tassa di concessione governativa per la presentazione al Registro delle imprese o al Rea, della segnalazione certificata di inizio attività (Scia) per le attività soggette a verifica da parte della camera di commercio ribadendo i principi già espressi in risposta all’interpello della Confederazione italiana degli esercenti commercianti Campania e all’interpello della Camera di commercio di Vibo Valentia. Come già chiarito dall’Agenzia delle entrate (interpello n. 954, 413/2013 del 16 settembre 2013) la tassa di concessione governativa è dovuta ogni volta che dall’inoltro di una Scia scaturisca un’iscrizione abilitante all’esercizio di un’attività. A seguito dell’inoltro della dichiarazione che contiene la Scia, il soggetto che intende esercitare un’attività tra quelle regolamentate viene iscritto nel registro delle imprese tenuto dalle camere di commercio. Al fine di stabilire la natura abilitante o meno dell’iscrizione nel registro delle imprese per l’esercizio della relativa attività, la direzione centrale normativa, ha richiesto il parere al ministero dello sviluppo economico, che con nota del 24 luglio 2013 prot. 125591 ha chiarito che «i ruoli o elenchi sono stati sostituiti dalla diretta iscrizione nel Registro delle imprese e nel Rea dei dati relativi ai soggetti fisici abilitati allo svolgimento di tali attività». In sostanza, il nuovo imprenditore certifica e autocertifica di avere i requisiti richiesti dalla legge e segnala all’amministrazione di avviare immediatamente l’attività.

 

4) Prova scritta dell’esame di abilitazione alla professione di commercialista: ok all’esonero per tutte le sedi

Commercialisti: nessun vincolo di sede per l’esonero dalla prima prova d’esame. Il CNDCEC, con la nota informativa n. 80 del 21 ottobre 2015, ha comunciato che il diritto all’esonero dalla prima prova scritta dell’esame di abilitazione alla professione di dottore commercialista ed esperto contabile spetta nei confronti di tutti i candidati che abbiano conseguito un titolo di studio all’esito di un corso di laurea in convenzione. A tal fine, perciò, non assume alcun rilievo la sede universitaria presso la quale l’aspirante commercialista abbia conseguito il titolo. Questo sulla base del chiarimento fornito dal MIUR in risposta ad un quesito formulato dal Consiglio nazionale della categoria.

In particolare, il MIUR ha chiarito che tale diritto spetta nei confronti di tutti i candidati che abbiano conseguito un titolo di studio all’esito di un corso di laurea in convenzione con l’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili competente territorialmente.

In sede di valutazione dei requisiti del candidato, pertanto, non assume alcun rilievo la sede territoriale ed universitaria presso la quale il titolo di studio è stato conseguito. Tale conclusione, peraltro, risulta in linea con l’orientamento più volte espresso dal CNDCEC in risposta ai quesiti posti da diversi Ordini territoriali.

 

5) E’ ora ufficiale l’accordo contro le doppie imposizioni Italia-Hong Kong

Il comunicato del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, che rende noto che è stato perfezionato lo scambio delle notifiche previsto, è stato, infatti, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 249 del 26 ottobre 2015.

Il Ministero, peraltro, ha annunciato l’entrata in vigore, a decorrere dal 10 agosto 2015, dell’Accordo tra Italia e Hong Kong per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni fiscali, e del relativo Protocollo.

La convenzione contro le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni fiscali, tra il Governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese e il Governo della Repubblica Italiana, è stata sottoscritta il 14 gennaio 2013, sulla base del Modello di Convenzione fiscale dell’OCSE.

La ratifica dell’Accordo tra l’Italia e Hong Kong è stata autorizzata con legge n. 96 del 18 giugno 2015.

In base all’accordo, le disposizioni si applicano alle seguenti imposte:

- per quanto riguarda Hong Kong, all’imposta sugli utili, all’imposta sui salari e all’imposta sulla proprietà;

- per quanto riguarda invece l’Italia, l’accordo trova applicazione con riferimento all’IRPEF, all’IRES e all’IRAP.

 

6) La mancata presentazione del modello VR non esclude il rimborso IVA

La mancata presentazione del modello VR non esclude il rimborso del credito IVA. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 21907 del 27 ottobre 2015.

Rimborso del credito IVA anche senza modello VR: La norma del decreto IVA in base alla quale i contribuenti, che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito IVA si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d'imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti ed importazioni nel corso delle future operazioni imponibili.

Il tutto è scaturito dal contenzioso instaurato tra l’Agenzia delle entrate ed una contribuente. La CTR confermava la decisione del giudice di prima istanza che aveva dichiarato l’illegittimità del diniego di rimborso del credito IVA relativo al 1996 richiesto dalla contribuente che, avendo cessato l'attività nell'anno successivo, aveva inserito detto credito inserito nella dichiarazione di quell'anno senza predisporre il modello VR. Secondo il giudice di appello il contribuente, avendo esposto nella dichiarazione IVA il credito del quale chiedeva il rimborso, non era tenuto ad alcun ulteriore adempimento, risultando applicabile unicamente il termine di prescrizione decennale.

Secondo la normativa in materia (D.P.R. n. 633/1972), la procedura di rimborso dell’IVA presuppone necessariamente l’utilizzazione dell’apposito modello VR approvato con D.M. 29 dicembre 2000. In caso contrario, di regola, scatta l'applicazione della norma generale di chiusura, a garanzia dell’Amministrazione finanziaria, che impone il termine di decadenza di due anni.

La richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale e non a quello biennale, applicabile in via sussidiaria e residuale, in mancanza di disposizione specifiche; proprio perché l'attività non prosegue, osserva la Cassazione, non sarebbe infatti possibile portare l'eccedenza in detrazione l’anno successivo.

Precisa la Corte che la normativa, laddove dispone che i contribuenti, che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito IVA si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d'imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti ed importazioni nel corso delle future operazioni imponibili.

In tal senso, dunque, deve tenersi distinta la domanda di rimborso o restituzione del credito d'imposta maturato dal contribuente, da considerarsi già presentata con compilazione nella dichiarazione annuale del quadro relativo che configura formale esercizio del diritto, rispetto alla presentazione altresì del modello VR, che costituisce solo presupposto per l’esigibilità del credito e, dunque, adempimento per dar inizio al procedimento di esecuzione del rimborso.

Ne consegue che, una volta esercitato tempestivamente in dichiarazione il diritto al rimborso (attraverso la indicazione della somma nel quadro RX - imposta di cui si chiedeva il rimborso) esso non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale.

 

7) Il ricorso è valido anche se è stato notificato ad un altro Ufficio delle Entrate

È valida l’impugnazione notificata all’Ufficio delle Entrate sbagliato. Dunque, l’errata notifica del ricorso presso un diverso Ufficio delle Entrate non ne invalida l’impugnazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21593 del 23 ottobre 2015.

La società aveva presentato domanda per il recupero di credito di imposta per incremento occupazionale in relazione all’assunzione di lavoratori svantaggiati, respinto con silenzio-rifiuto dall’Agenzia delle entrate. In conseguenza di ciò, la contribuente aveva presentato ricorso, e la CTP lo aveva respinto sostenendo che il credito di imposta richiesto non potesse essere accordato poiché superiore al limite massimo usufruibile nel triennio, come da regola “de minimis” dell’art. 7, comma 10 del D.Lgs. n. 388/2000. Nuovamente, la CTR aveva respinto il ricorso della contribuente, senza però entrare nel merito. La CTR aveva principalmente rigettato il ricorso per un errore di notifica, in quanto era stato erroneamente notificato all’Ufficio locale delle Entrate.

Secondo i massimi giudici della Cassazione, tale difetto è irrilevante, poiché “la notifica presso l’ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate non comporta l’invalidità dell’impugnazione”. La Suprema Corte ha osservato che in tema di contenzioso tributario, la notifica dell’impugnazione avverso il silenzio-rifiuto presso un locale Ufficio delle Entrate, diverso da quello che avrebbe dovuto eseguire il rimborso in base all’istanza presentata, “non incide sulla validità dell’impugnazione del silenzio-rifiuto medesimo, stante il carattere unitario dell’Agenzia delle entrate competente per territorio e la natura impugnatoria del processo tributario, che attribuisce qualità di parte all’ente-organo (e non alle sue singole articolazioni) che ha emesso o, in caso di diniego, non ha emesso l’atto di cui si controverte”.

 

8) Assunzioni congiunte in agricoltura: rilasciate le implementazioni al modello di Denuncia Aziendale

L’INPS, con il messaggio n. 6605 del 28 ottobre 2015, comunica l’avvenuto rilascio delle necessarie implementazioni al modello di Denuncia Aziendale (D.A.) trasmessa tramite il sito internet dell’Istituto, al fine di consentire al Referente Unico di poter presentare la denuncia con le modalità già descritte al punto 3.1. della suddetta circolare.

Peraltro, le istruzioni per gli adempimenti previdenziali - connessi alla fattispecie delle assunzioni congiunte in agricoltura, di cui all’art. 9, comma 11, del D.L. 28 Giugno 2013, n.76, convertito con modificazioni dalla Legge 9 Agosto 2013, n. 99 – sono già state impartite con la circolare 131 del 2 Luglio 2015.

In particolare, il Referente Unico, nella compilazione del quadro “B” (Anagrafica aziendale del modello DA), dovrà avvalorare con un “SI” il nuovo campo “assunzioni congiunte” e, ai fini della comunicazione delle informazioni relative alle aziende co-datrici, dovrà compilare il nuovo quadro “I” (assunzioni congiunte) indicando, per ogni co-datore, le informazioni elencate al punto 3 della circolare n.131/2015.

Poi l’Istituto precisa che tali informazioni dovranno essere riportate anche per l’azienda individuata quale referente unico.

Approvata la Denuncia Aziendale da parte dell’operatore, sarà rilasciato il codice CIDA e attribuito, alla nuova posizione, il codice tipo ditta 1: “55-aziende congiunte”.

All’interno del “Cassetto previdenziale aziende agricole”, nella sezione relativa all’anagrafica, il Referente Unico, a breve, potrà visualizzare tutte le informazioni contenute nella D.A. approvata.

Gli operatori di sede potranno visualizzare tutti gli elementi afferenti ai co-datori all’interno della procedura 5 A che è stata implementata con l’introduzione di una nuova “Scheda” denominata “Dati Assunzioni Congiunte” all’interno della quale sono riportati:

- nella posizione del Referente unico, i dati riepilogativi di tutti i co-datori;

- nella posizione di ciascun co-datore, i dati riepilogativi del Referente Unico.

Infine, l’INPS rende noto che anche l’applicativo UNILAV Intranet è stato aggiornato consentendo la consultazione del nuovo modello Unilav Cong, introdotto, a decorrere dal 7 gennaio 2015, dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con Decreto Direttoriale 85/2014.

 

9) Ex Enpals: a breve l’aggiornamento della procedura telematica per la richiesta del certificato di agibilità

Servizi ex Enpals per le imprese, consulenti e professionisti sul portale INPS: rilasciato l’aggiornamento della procedura telematica per la richiesta del certificato di agibilità.

Lo rende noto l’INPS, con il messaggio n. 6603 del 28 ottobre 2015. Difatti, in relazione alla procedura telematica di richiesta certificati di agibilità per le imprese del settore spettacolo, l’Istituto comunica che, a decorrere dal 02/11/2015, sarà rilasciato in produzione un aggiornamento che prevede una nuova funzione di “Trasmissione massiva delle richieste di Certificato di agibilità in formato xml”, oltre ad alcuni interventi adeguativi e correttivi minori.

Tra gli interventi minori viene evidenziata la generazione del Certificato di agibilità in formato pdf statico, per consentire la sua fruizione anche da dispositivi mobili (smartphone, tablet).

vengono poi allegati:

- Il manuale utente della procedura di richiesta Certificato di agibilità aggiornato (Versione 1.1);

- il documento con le specifiche tecniche del tracciato XML per la trasmissione massiva (Versione 1.0).

Gli Schema XSD che descrivono:

- il tracciato della richiesta massiva (Versione 1.0)

- il tracciato della risposta con l’esito della elaborazione delle richieste (Versione 1.0).

Home Care 2014: il termine delle prestazioni viene differito al 30 giugno

L’INPS comunica agli attuali beneficiari delle prestazioni di Home Care Premium 2014 che il termine del progetto, originariamente fissato al 30 novembre 2015, è stato differito al 30 giugno 2016.

(INPS, nota del 28 ottobre 2015)

 

10) Interpelli revisionati

È stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2015, il D.Lgs. n. 156 del 24 settembre 2015 recante “Misure per la revisione della disciplina degli interpelli e del contenzioso tributario, in attuazione degli articoli 6, comma 6, e 10, comma 1, lettere a) e b), della legge 11 marzo 2014, n. 23”. Il Decreto, composta da 13 articoli, è entrato in vigore il 22 ottobre 2015.

E’ stata rivista completamente la disciplina degli interpelli preventivi individuando quattro tipolo­gie fondamentali e introducendo una serie di regole comuni volte a ottenere una maggiore omogeneità tra le varie fattispecie.

Contestualmente, è stata abrogata la norma (art. 21 L. 413/91) che rego­lava il c.d. interpello “antielusivo”.

Ecco di seguito le varie tipologie di interpello:

Ordinario

Sostanzialmente analogo all’interpello ordinario generalizzato già contenuto nello Statuto del contribuente, è previsto per la richiesta di parere in casi di obiettive condiz­ioni di incertezza sull’interpretazione di disposizioni tributarie, in relazione a casi concreti e personali diversi dalle ipotesi rientranti nell’ambito di applicazione del nuovo ruling interna­zionale e dell’interpello per nuovi investimenti che sono previsti da apposite norme (artt. 1 e 2 D.Lgs. 147/2015). Tale interpello può essere attivato anche nelle ipotesi di interposizione fittizia.

Probatorio

E’ attivabile nei casi espressamente previsti, ossia quando la norma stessa fa rinvio alla possibilità di ricorrere a tale tipologia; si tratta, ad esempio, del caso di dimostrazi­one delle condizioni esimenti in materia di costi black list e di Cfc, o in materia di società non operative e riconoscimento dei benefici ACE.

Anti-abuso

Tramite questo tipo di interpelli il quale il contribuente può chiedere all’Amministrazione se l’operazione che intende realizzare costituisce fattispecie di abuso del diritto.

Disapplicativo

Con l’interpello disapplicativo il contribuente può chiedere un parere all’Amministrazione Finanziaria sulla sussistenza delle condizioni che consentono la disapplicazione di norme tributarie che, allo scopo di contrastare comportamenti elusivi, limitano deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta, o altre posizioni soggettive. La mancata presentazione dell’istanza non pregiudica la possibilità di fornire comunque la dimostrazione della spettanza della disapplicazione anche nelle successive fasi dell’accertamento amministrativo e contenzioso. In caso di ris­posta negativa, a differenza delle altre tipologie di interpello per le quali è ribadita la non impugnabilità, è prevista la possibilità di proporre ricorso unitamente all’atto impositivo. Nei casi in cui è fornita una risposta all’istanza, l’eventuale atto di accertamento è preceduto, a pena di nullità, dalla notifica di una richiesta di chiarimenti (notificata entro i termini e con le modalità previsti per l’atto di accertamento) da fornire entro il termine di 60 giorni. Se tra la data di ricevimento dei chiarimenti, ovvero di inutile decorso del termine assegnato al con­tribuente per rispondere alla richiesta, e quella di decadenza dell’amministrazione dal potere di notificazione dell’atto impositivo intercorrono meno di 60 giorni, il termine di decadenza per la notificazione dell’atto di accertamento è automaticamente prorogato, in deroga a quello ordinario, fino a concorrenza dei 60 giorni. L’atto di accertamento deve essere specifi­camente motivato, a pena di nullità, anche in relazione ai chiarimenti forniti dal contribuente.

Sono state, inoltre, meglio disciplinati i termini di risposta alle istanze da parte dell’Amministrazione finanziaria (90 giorni per l’interpello ordinario e 120 per gli altri) ed è stata confermata, estenden­dola a tutte le tipologie di interpello, la regola del silenzio-assenso. Pertanto, in tutti i casi in cui la ris­posta non viene fornita entro il termine stabilito si consolida la soluzione prospettata dal contribuente.

Le regole procedurali (quali modalità di presentazione delle istanze, uffici competenti a riceverle e a fornire le risposte, modalità di comunicazione delle stesse) verranno definite con appositi provvedi­menti.

 

Vincenzo D’Andò