Diario fiscale quotidiano del 28 ottobre 2015: le novità sui rimborsi IVA semplificati

Pubblicato il 28 ottobre 2015

indeducibilità dei costi da reato; vendita simulata di immobili: il giudicato civile innesca quello penale; Iva: i passaggi interni tra le attività separate; beni dati in uso a soci o familiari: ultimi giorni per la comunicazione al Fisco; legge stabilità 2016: prorogato l’esonero contributivo per l’anno 2016; possibilità di cedere ferie e permessi; rimborsi Iva “semplificati”: ampliate le correzioni al modello TR, nuova circolare dalle Entrate; F24: istituita nuova codifica nel flusso Uniemens
 
 Indice:  1) Indeducibilità dei costi da reato  2) Vendita simulata di immobili: il giudicato civile innesca quello penale  3) Iva: i passaggi interni tra le attività separate  4) Beni dati in uso a soci o familiari: ultimi giorni per la comunicazione al Fisco  5) Prorogato l’esonero contributivo per l’anno 2016  6) Possibilità di cedere ferie e permessi  7) Rimborsi Iva “semplificati”: ampliate le correzioni al modello TR, nuova circolare dalle Entrate  8) Modello F24: istituita nuova codifica nel flusso Uniemens  

1) Indeducibilità dei costi da reato

Non sono deducibili i costi relativi a false fatture. Si tratta, infatti, di spese che mancano del requisito fondamentale, ovvero quello dell’inerenza con l’attività imprenditoriale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42994 del 26 ottobre 2015, sezione penale, ribadendo il proprio orientamento in materia di fatturazione per operazioni inesistenti.

Il fatto

E’ stato scoperto un meccanismo di frode basato sul classico schema delle “frodi carosello”: Prima, l’acquisto fittizio di merce senza imponibile IVA da parte di alcune società “cartiere” e la conseguente cessione della stessa, sempre senza imponibile, a società c.d. “di primo filtro” che la introducevano nei depositi IVA in Italia; la merce poi ne fuoriusciva per vendita con imponibile IVA a società c.d. “di secondo filtro” non versando, peraltro, quelle (“di primo filtro”) all’erario l’IVA riscossa dalle seconde (“di secondo filtro”); le quali ultime, infine, cedevano i beni, con imponibile IVA, alle società destinatarie finali italiane, tra le quali quella relativa al caso di specie, che immettevano gli stessi sul mercato. Pure le società “di secondo filtro” omettevano il versamento dell’IVA, riscossa in rivalsa dalle destinatarie finali che, portando in compensazione o detrazione l’imposta versata alle società “di secondo filtro”, conseguivano l’evasione.

La decisione

Secondo la Suprema Corte, l’utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti integra pienamente la fattispecie di cui all’art. 2 DLgs. 74/2000 e legittima il sequestro, anche per equivalente, finalizzato alla confisca del prezzo, del prodotto o del profitto del reato.

Ne consegue che l’emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello autore della cessione o prestazione non è collegabile alla nozione di “operazione effettuata” (art. 19 comma 1, DPR 633/1972) e quindi non consente la detraibilità dell’IVA difettandone il presupposto.

L’imposta sarà, pertanto, ex art. 21 comma 7 del DPR 633/1972 da considerarsi “fuori conto”, “estraniata” dal meccanismo di compensazione tra IVA “a valle” ed IVA “a monte” su cui si fonda la detrazione di imposta.

Tuttavia, la detraibilità del tributo rimane consentita qualora il committente/cessionario ignori in buona fede di aver partecipato con il proprio acquisto all’illecito fiscale (Corte di Giustizia, sentenza del 21 giugno 2012 relativa alle cause riunite C-80/11 e C-142/11).

Tanto premesso in tema di IVA, la Corte è poi passata all’ambito delle imposte dirette, affermando che, in tema di reati tributari, ai fini della determinazione del reddito tassabile ex art. 14 comma 4-bis della L. 537/1993, come modificato dall’art. 8 del D.L. n. 16/2012, non è consentita la deducibilità di costi e spese per beni o prestazioni direttamente utilizzati per la commissione di delitti non colposi (Cass. n. 40559/2012), estendendosi tale nozione anche a ricomprendere più generali attività criminose alle quali l’impresa non sia estranea e per il cui perseguimento abbia fittiziamente contabilizzato costi pur realmente sostenuti (Cass. n. 22108/2014).

Pertanto, nei casi di operazioni soggettivamente inesistenti nell’ambito delle c.d. “frodi carosello”, sono indeducibili, ai fini delle imposte sui redditi, i costi che il contribuente abbia consapevolmente assunto in contrasto con i principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza, determinabilità.

2) Vendita simulata di immobili: il giudicato civile innesca quello penale

Se il giudice, nell’ambito civilistico, perviene alla conclusione che l’atto di vendita dell’immobile sia stato solo simulato, allora questo giustifica l’apertura del giudizio penale con la conseguente condanna alle sanzioni penali del reo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42966 del 26 ottobre 2015, sezione penale, che ha considerato inesistente una fattura relativa alla compravendita di un complesso immobiliare.

Nel caso di specie, l’amministratore unico di una S.r.l. aveva dichiarato elementi passivi fittizi nel Modello Unico per l’anno d’imposta 2006. Per tale motivo, la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dall’imputato, principalmente, per il reato di cui all’art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000.

La Cassazione ha, in realtà, accertato che l’operazione immobiliare, peraltro del tutto fittizia, serviva solo come espediente, come prima era già stato rilevato dal giudice in sede civile, per distrarre dal patrimonio della citata S.r.l. un complesso di beni immobili costituenti garanzia per i creditori.

E’, dunque, bastata la sentenza del giudice ai fini civilistici per condannare anche con sanzioni penali l’imputato per l’avvenuta