Diario quotidiano del 23 ottobre 2015: Stabilità 2016: torna la Tasi maggiorata sulle seconde case?

Pubblicato il 23 ottobre 2015



se si decide di rivalutare, occorre procedere per tutti i beni mobili aziendali altrimenti niente benefit; per le società non operative non serve l’affitto d’azienda; tra gli elementi di difesa contro il redditometro non rientrano gli aiuti ricevuti dai familiari “non stretti”; torna la Tasi maggiorata sulle seconde case; voluntary: istanze inviate solo alla direzione centrale dell’Agenzia delle entrate; tax ruling: primi no dalla Ue; per i debiti tributari no all’ipoteca sul fondo patrimoniale; possibile l’invio massivo delle domande di variazione dell’indirizzo PEC al registro delle imprese; trasformazione delle DTA in credito d’imposta in presenza di perdite fiscali; detrazione IVA anche senza un diretto collegamento tra spese ed operazioni; soppressione dell’AspI per i lavoratori sospesi: chiarimenti del welfare; visto infedele: niente sanzione se è inferiore a 30 euro; Fisco: si riapre la possibilità di rateizzare le rate scadute; norma attuativa del Jobs Act: circolare della Fondazione studi del lavoro
 
 Indice:  1) Se si decide di rivalutare, occorre procedere per tutti i beni mobili aziendali altrimenti niente benefit  2) Per le società non operative non serve l’affitto d’azienda  3) Tra gli elementi di difesa contro il redditometro non rientrano gli aiuti ricevuti dai familiari “non   stretti”  4) Torna la Tasi maggiorata sulle seconde case  5) Voluntary: istanze inviate solo alla direzione centrale dell’Agenzia delle entrate  6) Tax ruling: primi no dalla Ue  7) Per i debiti tributari no all’ipoteca sul fondo patrimoniale  8) Possibile l’invio massivo delle domande di variazione dell’indirizzo PEC al registro delle imprese  9) Trasformazione delle DTA in credito d’imposta in presenza di perdite fiscali  10) Detrazione IVA anche senza un diretto collegamento tra spese ed operazioni  11) Soppressione dell’AspI per i lavoratori sospesi: chiarimenti del welfare  12) Visto infedele: niente sanzione se è inferiore a 30 euro  13) Fisco: si riapre la possibilità di rateizzare le rate scadute  14) Norma attuativa del Jobs Act: circolare della Fondazione studi del lavoro  

1) Se si decide di rivalutare, occorre procedere per tutti i beni mobili aziendali altrimenti niente benefit

Se si decide di rivalutare, occorre procedere per tutti i beni mobili aziendali (con esclusione di quelli registrati) altrimenti niente benefit.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21349 del 21 ottobre 2015, secondo cui a carico dell’azienda sussiste un obbligo di rivalutazione di tutti i beni materiali ammortizzabili appartenenti alla stessa categoria. In caso di violazione dell’onere nella redazione del bilancio il contribuente perde il beneficio fiscale.

E’ stato, quindi, accolto il ricorso proposto da parte dell’Agenzia delle entrate poiché, ai fini fiscali, la rivalutazione deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea.

Infatti, i beni materiali ammortizzabili, diversi dai beni immobili e dai mobili iscritti in pubblici registri, devono essere raggruppati in categorie omogenee per anno di acquisizione e coefficiente di ammortamento.

È quindi giusta la linea proposta dall’Agenzia delle entrate secondo la quale la rivalutazione dei beni appartenenti alla medesima “categoria omogenea” deve riguardare tutti i beni di quella categoria, con la conseguenza, in caso di violazione di tale obbligo del disconoscimento degli effetti fiscali della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria.

Infatti, il fine è quello di adeguare la rappresentazione contabile delle immobilizzazioni ai valori effettivi e, considerato anche il carattere volontario dell’operazione, l’obbligo di rivalutazione integrale dei beni secondo le categorie omogenee emergenti in bilancio risulta, secondo la Corte Suprema, coerente con la finalità di non alterare la capacità del bilancio di rappresentare la reale situazione patrimoniale.

Meno spese per la difesa per depositare in giudizio i documenti

Gli atti possono essere salvati su più supporti, come hard disk esterno, pen-drive, dvd e blue ray che pure non sono attualmente regolamentati a causa di un vuoto normativo. E per farlo basta pagare l’importo forfetario di 295,16 (vale a dire l’importo del diritto di copia) da versare una volta sola, coprendo così i costi sostenuti dall'amministrazione della giustizia per la memorizzazione dei dati richiesti e indipendentemente dalla capienza del supporto: salvare gli atti sulla chiavetta usb, non costa infatti all’Ufficio giudiziario più che quando lo fa sul cd. Lo rileva la sentenza 4408/2015 pubblicata dalla quarta sezione del Consiglio di Stato.

E’ possibile il rimborso dell’Iva in assenza del mancato riporto del credito

Il mancato riporto del credito nella dichiarazione può comunque permettere il rimborso dell’IVA. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20907 del 15 ottobre 2015.

L’istanza di rimborso era stata rigettata in virtù della sua tardività. Il ricorso avverso il diniego di rimborso era stato accolto dalla CTP, cosa confermata anche dalla CTR: secondo il Giudice di appello, infatti, l’indicazione del credito nella dichiarazione per il 1997 giustificava il diritto al rimborso anche in assenza di una ulteriore domanda.

2) Per le società non operative non serve l’affitto d’azienda

Ok all’accertamento del reddito presunto per le imprese che hanno un fatturato pari a zero o quasi perché hanno affittato l’azienda. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 21358 del 21 ottobre 2015, nel respingere il ricorso di una Srl, chiarisce l’ambito applicativo delle società di comodo introdotto dal decreto Bersani.

Dopo aver esaminato le norme introdotte nel 2006, non rilevando, peraltro, questioni di legittimità costituzionale, la Suprema Corte ha precisato che attraverso tale disciplina (poi più volte ulteriormente modificata) si intende disincentivare il fenomeno dell’uso improprio dello strumento societario, utilizzato come involucro per raggiungere scopi, anche di risparmio fiscale, diversi, quale l’amministrazione dei patrimoni personali dei soci, da quelli previsti dal legislatore per tale istituto (cosiddette società senza impresa, o di mero godimento, dunque “di comodo”). Ma non solo. per i giudici di legittimità, il meccanismo deterrente consiste nel fissare un livello minimo di ricavi e proventi correlato al valore di determinati beni patrimoniali, il cui mancato raggiungimento costituisce elemento sintomatico della natura non operativa della società, con conseguente presunzione di un reddito minimo, stabilito in base a coefficienti medi di redditività dei detti elementi patrimoniali di bilancio.

Spetta poi al contribuente fornire la prova contraria, dimostrando l’esistenza di oggettive situazioni di carattere straordinario, specifiche e indipendenti dalla sua volontà, che hanno impedito il raggiungimento della soglia di operatività e del reddito minimo presunto.

3) Tra gli elementi di difesa contro il redditometro non rientrano gli aiuti ricevuti dai familiari “non stretti”

Linea dura del giudice di legittimità sulle possibilità di difesa concesse ai contribuenti contro le richieste avanzate dal Fisco.

L’accertamento basato sul redditometro può essere annullato solo quando il contribuente riesce a dimostrare che l’acquisto della casa e dell’auto è avvenuto con l’aiuto del coniuge o dei figli conviventi, essendo del tutto irrilevante il contributo economico ricevuto da un altro familiare.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 21362 del 21 ottobre 2015, ha respinto il ricorso di una donna, destinataria di un atto impositivo basato sull’incongruenza tra i redditi bassi e l’acquisto di un immobile e di due automobili. La Corte Suprema ha motivato la decisione precisando che la determinazione sintetica del reddito complessivo netto in base ai coefficienti presuntivi individuati dai decreti ministeriali previsti dall’art. 38 del dpr 600/1973 n. 600 dispensa l’Erario da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice di capacità contributiva. Per la Cassazione da ciò deriva che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri, restando a carico del contribuente, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste. Dunque, nel caso di specie, viene osservato che il riferimento alla complessiva posizione dell’intero nucleo familiare va limitata alla sola famiglia naturale in senso stretto, costituita da coniugi conviventi ed eventualmente figli, non potendo desumersi dalla mera convivenza il possesso di redditi prodotti da un parente diverso o affine giacché estraneo al ristretto nucleo familiare.

4) Torna la Tasi maggiorata sulle seconde case

Riappare sullo scenario fiscale la super Tasi. L’addizionale dello 0,8 per mille che i comuni possono applicare alle seconde case, facendo così arrivare la soglia massima di prelievo complessivo sugli immobili (Tasi+Imu) dal 10,6 all’11,4 per mille, sarà in vigore anche per il 2016. Alla fine, dunque, hanno vinto i sindaci che da questa quota aggiuntiva di Tasi l’anno scorso hanno incassato circa 350 milioni di euro e che hanno vincolato il premier Matteo Renzi alla promessa fatta prima del varo della legge di stabilità: i comuni, aveva detto il premier, non avrebbero perso nemmeno un euro dall’abolizione delle tasse sulla prima casa. E così è stato. A farne le spese saranno come al solito i contribuenti per i quali il conto potrebbe essere molto più salato del gettito prodotto l’anno scorso dall’addizionale Tasi. Fino all’anno scorso, infatti, questa poteva essere applicata solo dai comuni che avevano previsto e finanziato detrazioni a favore dei proprietari di prime case. Ora, eliminata la Tasi sulle abitazioni principali, viene meno questa condizione. E dunque l’addizionale potrà essere applicata senza vincoli. Tranne quello di non superare il tetto dell’11,4 per mille. Confedilizia stima che il conto per i proprietari immobiliari potrebbe aggirarsi intorno ai 2 miliardi di euro.

La bozza riveduta e corretta della manovra, dopo il dietrofront annunciato da Renzi, conferma il ritorno dell’Imu sulle prime case di lusso (categorie A1, A8, A9) che continueranno a pagare anche la Tasi, abolita invece per le abitazioni principali appartenenti alle altre categorie catastali. La Tasi non sarà più pagata dagli inquilini ma solo se hanno destinato l’immobile ad abitazione principale. Diversamente dovranno pagarla. I proprietari che danno in affitto un’abitazione dovranno pagare la quota di Tasi stabilita dal comune con regolamento (può variare dal 70 al 90%). Nei municipi che nel 2015 non hanno deliberato nulla, i locatori pagheranno il 90% del tributo.

5) Voluntary: istanze inviate solo alla direzione centrale dell’Agenzia delle entrate

Sulla voluntary emerge la questione della privacy, con le istanze inviate tutte alla direzione centrale dell’Agenzia delle entrate e non più alle direzioni provinciali sparse sul territorio. Il governo, come anticipato da organi di stampa, sarebbe al lavoro per presentare un emendamento che contiene piccoli ritocchi all’atto senato, 2070, la legge di conversione del decreto legge 153 sulla proroga dei termini della procedura di collaborazione volontaria.

Il 21 ottobre 2015 la commissione bilancio del Senato ha espresso parere favorevole sul testo precisando che la facoltà di rateizzare il pagamento delle somme dovute non dovrà incidere in termini di effetti negativi di cassa, poiché l’acquisizione di gettito nel primo bimestre dell’anno 2016 sia idonea ad evitare squilibri finanziari. Per la commissione bilancio è imprescindibile che la misura sia correttamente considerata come una tantum ai fini del rispetto dei parametri europei e come tale utilizzata per la sola copertura degli effetti finanziari per l’anno 2015 della precedente clausola di salvaguardia di cui all’articolo 10, comma 9, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (cioè la clausola di aumento delle accise).

6) Tax ruling: primi no dalla Ue

Con due decisioni del 21 ottobre 2015, la Commissione europea ha stabilito l’incompatibilità con il diritto interno dei vantaggi fiscali selettivi concessi rispettivamente da Lussemburgo e Paesi Bass.

In particolare, i vantaggi fiscali concessi a Fiat Finance and Trade e a Starbucks Manufactoring sono incompatibili con le norme europee sugli aiuti di stato. La Commissione Ue si fa, quindi, sentire sul tax ruling e mette fuori gioco Lussemburgo e Paesi Bassi. Le due multinazionali, secondo la metodologia indicata dalla Commissione, dovranno dunque versare la differenza (pari almeno a 20 milioni di euro) tra le imposte saldate e quelle che sarebbero dovute essere effettivamente corrisposte al netto dei rulings fiscali. Nella pronuncia del 21 ottobre 2015, la commissaria per la concorrenza Ue, Margrethe Vestager, ha ricordato come “I tax rulings emanati dalle autorità nazionali allo scopo di ridurre artificiosamente l’onere fiscale di una società non sono conformi alle norme dell’Unione. Tutte le imprese”, ha quindi proseguito Vestager, “grandi o piccole, multinazionali o non, devono pagare la loro giusta quota di tasse”. Un primo caso che crea un precedente.

I tax rulings di Fiat e Starbucks

Con ruling fiscale si intende la lettera di patronage emessa dalle autorità fiscali nazionali che offrono a una impresa modalità agevolate o regimi speciali per il calcolo delle imposte societarie. Alla luce dell’accordo del 2012, il governo lussemburghese ha concesso alla società finanziaria di Fiat una riduzione ritenuta indebita dall’Ue dell’onere fiscale per un valore tra i 20 e i 30 milioni di euro (diversamente da quanto indicato martedì dal Financial Times, che stimava fino a 200 mln); ciò grazie a un adeguamento al ribasso (non giustificato) delle stime sul capitale e a una remunerazione applicata a quest’ultimo inferiore rispetto ai tassi di mercato.

7) Per i debiti tributari no all’ipoteca sul fondo patrimoniale

Il debito tributario scaturito dall’esercizio dell’attività imprenditoriale non giustifica l’iscrizione dell’ipoteca sul fondo patrimoniale. Questo poiché non può sé, essere ritenuto attinente ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21396 del 21 ottobre 2015, con la quale é tornata sul tema dell’iscrizione ipotecaria per debiti tributari su beni immobili oggetto di fondo patrimoniale, che peraltro si uniforma alla recente sentenza n. 3738/2015.

In particolare, secondo la Suprema Corte, per legittimare l’iscrizione ipotecaria su beni immobili costituiti in fondo patrimoniale non è sufficiente affermare che i debiti posti alla base dell’iscrizione ipotecaria derivino dall’attività lavorativa del contribuente, atteso che ciò non basta a provarne l’attinenza al soddisfacimento dei bisogni della famiglia (art. 170 c.c. ).

Come è noto, l’art. 170 c.c. dispone che “la esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”. Ciò comporta, quindi, che l’esecuzione dei beni del fondo patrimoniale possa, invece, avvenire per i debiti sorti per scopi inerenti ai bisogni della famiglia.

L’Amministrazione finanziaria ha interpretato questa disposizione nel senso che i debiti tributari legittimino l’escussione dei beni del fondo patrimoniale, essendo, per definizione, sorti per scopi inerenti ai bisogni della famiglia.

Tale tesi, tuttavia, non viene condivisa dalla più recente giurisprudenza, alla quale si è adeguata la anche la neo pronuncia n. 21396/2015.

In particolare, secondo la Corte, anche un debito di natura tributaria sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale potrebbe ritenersi contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, ma tale finalità “non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall’attività professionale o di impresa del coniuge”.

In concreto, quindi, secondo la Corte, l’iscrizione di ipoteca è subordinata all’accertamento concreto del fatto che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari.

8) Possibile l’invio massivo delle domande di variazione dell’indirizzo PEC al registro delle imprese

Il Ministero dello sviluppo economico, con la nota n. 209160 del 20 ottobre 2015, è intervenuto in merito all’iscrizione nel registro delle imprese della variazione dell’indirizzo PEC da parte delle imprese individuali e societarie. Possibilità di invio massivo delle domande.

Una Unione si è rivolta al MISE per segnalare che “la camera di commercio di Treviso si è rivolta all'Unioncamere e ad InfoCamere per segnalare che la locale Confartigianato ha avviato un'operazione, che dovrebbe concludersi nel mese di novembre, che comporterà la variazione degli indirizzi di posta elettronica certificata di circa 1500 loro associati, con il conseguente obbligo di modifica degli indirizzi nel registro delle imprese. E’ stato, quindi, chiesto se sia possibile consentire - con il supporto tecnico di InfoCamere - un invio massivo delle domande di modifica degli indirizzi di PEC in analogia a quanto fu fatto nel 2013 quando era necessario adempiere all'obbligo di legge di iscrizione delle caselle di PEC da parte delle imprese individuali.”

L’Unione chiede di riattivare la procedura di invio degli elenchi nelle modalità semplificate indicate nota di questo Ministero del 2 aprile 2013, ribadita per le imprese operanti nel settore agricolo con nota del 19 marzo 2014.

Considerata la finalità della norma, che consiste nel popolamento dell’INI PEC, a partire dagli indirizzi iscritti nel registro delle imprese, per le finalità previste dall’agenda digitale italiana e segnatamente per la esclusiva e definitiva telematizzazione dei rapporti tra imprese e P.A., il MISE ritiene di confermare quanto previsto nelle due note summenzionate del 2 aprile 2013 e del 19 marzo 2014, in termini di modalità semplificate di trasmissione massiva dei dati al registro delle imprese, tenuto conto che, come riferisce codesta Unione, l’adempimento comporta “una riduzione dei costi che graverebbero sull'impresa ed una riduzione dei tempi nella predisposizione delle domande, con l'ulteriore vantaggio di poter avere iscritte velocemente nel registro delle imprese e in INI PEC le nuove caselle di posta elettronica certificata valide ed attive.”

Tale risultato garantisce gli impegni assunti dal Governo in materia di implementazione dell’INI PEC strumentale, peraltro, al buon funzionamento del processo civile telematico, come da ultimo richiamati nella direttiva a firma del Ministro dello sviluppo economico, di concerto col Ministro della Giustizia, in data 27 aprile 2015.

MISE: Faq sul nuovo APE

Pronte le faq sulla certificazione energetica: come noto, il 26 giugno 2015, è stato emanato il Decreto Ministeriale avente ad oggetto le nuove metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche, che definisce le prescrizioni e i requisiti minimi che gli edifici devono possedere. In tale contesto, il 21 ottobre 2015 il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato una serie di chiarimenti, sotto forma di FAQ, relativi ai dubbi maggiormente riscontrati, in modo particolare da parte dei redattori degli attestati, in applicazione del suddetto Decreto.

Si ricorda che l’APE (Attestato di Certificazione Energetica) non produce più i suoi effetti non solo quando siano trascorsi 10 anni dal suo rilascio ma anche quando il proprietario o l’inquilino non pongono in essere attività di manutenzione agli impianti tecnici dell’edificio. Essi, infatti, sono obbligatori (D.P.R. n. 74/2013) ma è necessario, per quanto concerne la tempistica, far riferimento a quanto prescritto anche dalla legislazione regionale. In caso di inadempienza l’Ape decade il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è prevista la prima scadenza non rispettata.

Ecco di seguito alcuni degli interrogativi formulati e delle risposte fornite dai tecnici ministeriali: Cosa accade per le pratiche edilizie il cui permesso di costruire è anteriore all’entrata in vigore del decreto se non vi sono norme transitorie? La risposta è l’applicazione della normativa vigente alla data del permesso di costruire; l’APE si può riferire ad una o più unità immobiliari presenti nello stesso edificio? e se queste hanno destinazioni residenziali e non residenziali come si procede? Se le zone possono separarsi, occorreranno due attestati, in caso contrario si applica la normativa della destinazione prevalente.

9) Trasformazione delle DTA in credito d’imposta in presenza di perdite fiscali

Un’impresa che redige il bilancio secondo corretti principi contabili, se imputa a conto economico ammortamenti dell’avviamento o di altre attività immateriali eccedenti la quota deducibile, può rilevare le imposte anticipate (deferred tax assets o DTA) ricorrendone i presupposti. Al momento del riassorbimento – che può avvenire non solo a seguito del processo di ammortamento ma anche in sede di realizzo – l’impresa in presenza di una perdita fiscale può procedere alla trasformazione delle predette DTA.

E’ questa la massima n. 193 pubblicata il 22 ottobre 2015 sul proprio sito internet dalla Commissione norme di comportamento e di comune interpretazione in materia tributaria dell’AIDC, sezione di Milano.

L’art. 2, comma 56 bis del D.L. 225/2010, modificato dall’art. 9 comma 1del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, consente la conversione in credito di imposta di tutte o parte delle attività per imposte anticipate in caso di perdite fiscali.

La norma estende al caso di perdite fiscali la disciplina di cui all’art. 2 comma 55 bis dello stesso D.L. 225/2010, Che permette la conversione delle DTA in crediti di imposta a fronte di perdite civilistiche.

L’ambito soggettivo di applicazione delle norme richiamate comprende qualsiasi tipo di impresa indipendentemente dalle dimensioni e dall’attività esercitata ed è pertanto esteso a tutti i soggetti che presentino i requisiti previsti dalla norma per accedere alla trasformazione delle DTA in credito d’imposta.

La situazione contabile in cui la disciplina di cui al comma 56bis consente la conversione delle DTA in credito d’imposta è così riassumibile:

- iscrizione in bilancio di valori contabili dei crediti (con riguardo alle sole imprese bancarie e finanziarie), avviamento e altre attività immateriali inferiori a quelli fiscalmente riconosciuti, ad esempio per aver computato ammortamenti o svalutazioni superiori ai limiti fiscalmente consentiti;

- conseguente iscrizione di DTA, essendo integrato dalla disciplina in commento il cd. probability test richiesto da OIC 25.

- successiva formazione di una perdita fiscale riconducibile in tutto o in parte alla deduzione differita di componenti negativi relativi alle poste a fronte delle quali sono state iscritte le DTA secondo corretti principi contabili.

Le DTA originariamente iscritte sono infatti destinate ad essere annullate in corrispondenza di future variazioni in diminuzione quando, una volta esaurito il processo di ammortamento contabile, dovrà completarsi quello fiscale mediante l’imputazione di variazioni in diminuzione nel modello Unico.

Qualora in forza di tali variazioni in diminuzione si dovesse generare una perdita fiscale riportabile ex art. 84, è possibile sulla stessa – alle condizioni indicate da OIC 25 – iscrivere nuove ed autonome DTA.

Il comma 56-bis del DL 225 consente, in questi casi, di convertire tali nuove DTA, fino a concorrenza della parte di perdita fiscale generata dalle suddette variazioni in diminuzione, in un credito d’imposta riducendo coerentemente in Dichiarazione l’importo della perdita fiscale riportabile.

La norma non identifica in modo esclusivo le fattispecie che danno luogo alle variazione in diminuzione (cd. reversal) che consentono alle imprese di attivare la procedura di conversione, in linea con l’obiettivo di preservarne la finalità agevolativa.

La conversione spetta anzitutto in caso di ammortamenti rilevanti solo fiscalmente, che riassorbono progressivamente le DTA in corrispondenza con le variazioni in diminuzione apportate in dichiarazione dei redditi.

Alla stessa conclusione si deve tuttavia giungere anche qualora il reversal sia dovuto ad un evento realizzativo idoneo ad annullare integralmente la differenza temporanea residua su un bene immateriale attraverso una variazione in diminuzione.

Il realizzo determina minori plusvalenze o maggiori minusvalenze fiscali che rientrano tra i <<componenti negativi di reddito>> citati dal comma 56 bis. La trasformazione non è preclusa dalla circostanza che essa avviene in un unico periodo di imposta. La locuzione “deducibili in più periodi di imposta”, contenuta nel comma 55 bis cui fa rimando il comma 56 bis, serve infatti a qualificare le tipologie di eventi da cui deriva originariamente l’iscrizione di imposte anticipate, ma non il successivo evento che comporta il reversal ed il conseguente annullamento delle DTA.

La conclusione di cui sopra rileva anche in caso di cessione di azienda, la quale determina una plus/minusvalenza che consente di annullare integralmente le DTA residue sui componenti dell’azienda, ivi incluso l’avviamento. In base all’art. 86 comma 2 del TUIR la plus/minusvalenza da cessione di azienda è, infatti, determinata unitariamente come differenza tra prezzo ricevuto e valore fiscale delle attività cedute compreso l’avviamento.

Pertanto, anche nel caso di realizzo mediante cessione di azienda (plusvalente o minusvalente), il reversal delle DTA sull’avviamento/altre attività immateriali, darà origine alla conversione in crediti di imposta delle relative DTA fino a concorrenza della perdita fiscale.

10) Detrazione IVA anche senza un diretto collegamento tra spese ed operazioni

Un soggetto passivo ha il diritto di detrarre l’IVA assolta a monte per l’acquisto o per la fabbricazione di beni d’investimento intesi a un’attività economica progettata, di turismo rurale o ricreativo, i quali siano direttamente destinati all’utilizzo gratuito da parte del pubblico. Il caso deciso dalla Corte di Giustizia UE con la sentenza del 22 ottobre 2015,c ausa C126-14, è quello di un’impresa lituana che mette gratuitamente a disposizione dei visitatori un percorso ricreativo/di scoperta della mitologia baltica. Secondo la Corte di Giustizia, però, qualora vi sia un nesso diretto e immediato tra le spese connesse alle operazioni a monte e una o più operazioni a valle che danno diritto a detrazione, spetta al giudice nazionale verificare se assoggettare l’operazione all'IVA.

Non è in contrasto con la direttiva IVA (art. 168, direttiva n. 2006/112/CE) la normativa nazionale che riconosce a un soggetto passivo il diritto a detrarre l’IVA assolta a monte per l’acquisto o per la fabbricazione di beni d’investimento intesi a un’attività economica progettata, di turismo rurale o ricreativo, destinati all’utilizzo gratuito da parte del pubblico. Se vi è, però, un nesso diretto e immediato tra le spese connesse alle operazioni a monte e una o più operazioni a valle che danno diritto a detrazione, allora spetterà al giudice nazionale verificare se assoggettare l’operazione a imposta. Il principio è stato affermato dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea, con la sentenza del 21 ottobre 2015, nella causa C-126/14.

La questione è sorta nell’ambito di una controversia tra un'impresa lituana, che opera a scopo di lucro negli ambiti dell'accoglienza, ristorazione, organizzazione di convegni, fiere e tempo libero, ingegneria e connesse consulenze, e l'Ispettorato nazionale delle imposte in merito a una decisione che nega la detrazione dell’IVA che l’impresa ha assolto a monte nel contesto della realizzazione di un percorso ricreativo e di riscoperta della mitologia baltica.

In particolare, il 2 marzo 2012, l’impresa concludeva un accordo di finanziamento con l’Organismo pagatore nazionale presso il Ministero dell’Agricoltura lituano: in base a questo accordo l'impresa s’impegnava ad attuare il progetto “Percorso ricreativo (educativo) della mitologia baltica” e a metterlo gratuitamente a disposizione del pubblico. Dal canto suo, l’Organismo si accollava fino al 90% dei costi della realizzazione del progetto.

L’impresa ha, così, detratto l’IVA relativa all’acquisto ovvero alla fabbricazione di determinati beni d’investimento nell’ambito dei lavori di realizzazione del progetto e, nella dichiarazione IVA corrispondente al mese di giugno 2012, ha indicato l’imposta assolta a monte come detraibile. Poiché l’Ispettorato nazionale delle imposte ha respinto la richiesta di rimborso dell'IVA, ritenendolo non giustificato, l’impresa ha proposto un ricorso di annullamento della decisione di diniego.

La questione è finita dinanzi alla Corte amministrativa Suprema della Lituania, la quale ha sospeso il giudizio chiedendo alla Corte di Giustizia UE, in buona sostanza, se la direttiva IVA, nelle descritte circostanze, ammette la detrazione dell’IVA assolta a monte dall'impresa.

Al riguardo, la Quinta Sezione della Corte UE risponde affermativamente, riconoscendo al soggetto passivo il diritto a detrarre l’IVA assolta a monte per l’acquisto o per la fabbricazione di beni d’investimento intesi a un’attività economica progettata, di turismo rurale o ricreativo, destinati all’utilizzo gratuito da parte del pubblico.

Infatti, secondo la Corte, il diritto a detrazione - previsto dall’art. 168, lettera a), della direttiva IVA - fa parte integrante del meccanismo dell’IVA e, in linea di principio, non può essere limitato ed è esercitato immediatamente per la totalità delle imposte che hanno gravato sulle operazioni effettuate a monte.

In concreto, continua la Corte, occorre stabilire se l’impresa abbia agito come soggetto passivo al momento della costruzione del percorso ricreativo, ossia ai fini di un’attività economica, ai sensi dell’art. 9, paragrafo 1, comma 2, della direttiva IVA.

I giudici comunitari, richiamando una costante giurisprudenza, affermano che chiunque effettui spese d’investimento con l’intenzione, confermata da elementi oggettivi, di esercitare un’attività economica deve essere considerato un soggetto passivo e come tale ha il diritto di detrarre immediatamente l’IVA dovuta o assolta sulle spese d’investimento sostenute in vista delle operazioni che intende effettuare e che danno diritto a detrazione. Nel caso in questione, l’impresa ha acquistato o fabbricato i beni d’investimento con l’intenzione, confermata da elementi oggettivi, di esercitare un’attività economica nonostante si fosse impegnata a mettere tali beni a disposizione del pubblico gratuitamente per cinque anni dalla loro acquisizione. Pertanto, l’impresa, quale soggetto passivo d’imposta - afferma la Corte - ha il diritto di detrarre l’IVA assolta a monte e può realizzare operazioni soggette a imposta, sempre che sussista un nesso diretto e immediato tra le spese connesse alle operazioni a monte e una o più operazioni a valle che danno diritto a detrazione ovvero con il complesso delle attività economiche del soggetto passivo.

11) Soppressione dell’AspI per i lavoratori sospesi: chiarimenti del welfare

Il Ministero del lavoro, con la circolare n. 27 del 20 ottobre 2015, fornisce chiarimenti in merito alla soppressione dell’erogazione dell’AspI per i lavoratori sospesi dal 24 settembre 2015, data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 148/2015 recante il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro, in attuazione della L. 10 dicembre 2014, n. 183.

Si consente, quindi, ai lavoratori le cui sospensioni siano intervenute prima della predetta data, di continuare a percepire il predetto trattamento sino al 31 dicembre 2015, fermo restando le disponibilità finanziarie iniziali pari a 20 milioni di euro per l’anno 2015.

12) Visto infedele: niente sanzione se è inferiore a 30 euro

730 precompilato: L’Agenzia delle Entrate risponde ai quesiti dei Caf. Caf e professionisti chiamano, Fisco risponde. Arrivano le risposte delle Entrate alle ulteriori richieste di chiarimenti sulla dichiarazione precompilata. Con la circolare n. 34/E del 22 ottobre 2015, infatti, l’Agenzia delle entrate sgombra il campo dai dubbi sorti sul visto di conformità infedele e sulla tempistica di presentazione dei modelli 730 originario e rettificativo.

Visto infedele, la sanzione non scatta sotto i 30 euro

La disposizione secondo cui il contribuente non è soggetto ad attività di accertamento, iscrizione a ruolo e riscossione per crediti il cui ammontare non superi 30 euro vale anche ad escludere la punibilità per l’apposizione del visto infedele sulla relativa dichiarazione. L’ammontare di tale limite è stato innalzato a 30 euro a decorrere dal 1° luglio 2012. Il nuovo limite si applica anche per escludere la punibilità del visto infedele, per l’attività posta in essere dagli uffici a decorrere da tale data, anche se relativa a pregressi periodi d’imposta.

Come sfruttare la chance del modello rettificativo

Nel caso in cui il Caf o il professionista presentino la dichiarazione rettificativa entro il 10 novembre, pagheranno la sola sanzione ridotta e non anche imposte e interessi, purché il versamento venga effettuato entro la stessa data. Rimane fermo che, se il modello rettificativo sia presentato per correggere un 730 originario presentato tardivamente, ossia dopo la scadenza del 23 luglio, sarà dovuta anche la sanzione per la ritardata presentazione dello stesso.

Sulla tardività vale la proroga

E’ il 23 luglio 2015 il termine superato il quale la presentazione del modello 730 s’intende effettuata tardivamente. E’ sempre da questa data quindi che decorre il termine per regolarizzare la violazione della tardività. Le Entrate chiariscono che il riferimento temporale, nel caso della tardività dei modelli, coincide con il termine prorogato dal Dpcm del 26 giugno 2015 per la presentazione del 730. Scelta questa che, prevedendo più tempo per il corretto svolgimento dei relativi adempimenti e tendendo conto delle esigenze dei contribuenti e dell’Amministrazione finanziaria, ha consentito ai Caf e ai professionisti di completare la trasmissione in via telematica delle dichiarazioni presentate entro i termini previsti.

13) Fisco: si riapre la possibilità di rateizzare le rate scadute

Equitalia, possibilità fino al 21 novembre 2015 e su pagamenti degli ultimi 2 anni. I contribuenti che avevano perso la possibilità di rateizzare i debiti con il fisco, perchè erano decaduti, hanno adesso la possibilità di richiedere di nuovo un piano di rateizzazione. Lo reso noto Equitalia con una nota del 22 ottobre 2015. La domanda, che si può presentare da oggi fino al 21 novembre, riguarda i contribuenti “decaduti” negli ultimi 2 anni.

E’ di fatto diventato operativo il decreto legislativo che prevede le “Misure per la semplificazione e razionalizzazione delle norme di materie di riscossione” che, tra l’altro, prevede a regime anche la possibilità, per le nuove rateizzazione, di essere sempre riammesso alle rate (ma saldando subito le rate scadute) e lo stop ai pagamenti in caso di sospensione da parte di un giudice. Ecco come Equitalia spiega le novità

NUOVO PIANO RATE PER CHI E' DECADUTO: L'opportunità è di fatto una ''finestra'' temporale che fino al 21 novembre e che riguarda coloro che sono decaduti dal piano di rateizzazione tra il 22 ottobre 2013 e il 21 ottobre 2015. Il fisco consente un nuovo piano di dilazione delle somme non versate fino a un massimo di 72 rate mensili. I moduli sono disponibili allo sportello o nella sezione Rateizzazione - Modulistica presente nell'Area Cittadini e nell'Area Imprese del sito www.gruppoequitalia.it. Il sito contiene anche delle infografiche che spiegano i meccanismi. Ci sono però alcuni limiti alle regole generali sulla rateizzazione: il nuovo piano concesso non è prorogabile e si decade in caso di mancato pagamento di due rate anche non consecutive. - NUOVE RATEIZZAZIONI, RIAMMISSIONE SEMPRE POSSIBILE: Per i piani concessi a partire da ora, la rateizzazione decade con il mancato pagamento di cinque rate anche non consecutive. Tuttavia, pagando le rate che risultano scadute, si può chiedere un nuovo piano di dilazione e riprendere i pagamenti. Stop ai pagamenti in caso di sospensione. Il contribuente che ha ottenuto una sospensione giudiziale o amministrativa può interrompere i pagamenti delle rate, limitatamente ai tributi interessati, per tutta la durata del provvedimento. Allo scadere della sospensione può chiedere di rateizzare il debito residuo in un massimo di 72 rate.

STOP AI PAGAMENTI IN CASO DI SOSPENSIONE: Il contribuente che ha ottenuto una sospensione giudiziale o amministrativa può interrompere i pagamenti delle rate, limitatamente ai tributi interessati, per tutta la durata del provvedimento. Allo scadere della sospensione può chiedere di rateizzare il debito residuo fino a un massimo di 72 rate.

14) Norma attuativa del Jobs Act: circolare della Fondazione studi del lavoro

Il nuovo scenario politico e normativo esalta il ruolo delle politiche attive per il lavoro, collocandole in una posizione di centralità nell’ambito delle strategie occupazionali. Si tratta di un’inversione di tendenza rispetto alla politica assistenzialista degli ammortizzatori sociali, a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio, che oggi, invece, vengono vincolati ad una condizionalità rispetto ad un percorso attivo di ricerca di un nuovo impiego. L’attenzione è rivolta ai disoccupati ed ai soggetti fruitori di misure di sostegno al reddito che vengono presi in carica dai servizi accreditati, profilati ed accompagnati in un percorso finalizzato alla ricerca di occupazione che passa anche attraverso azioni di orientamento formazione, riqualificazione e ricollocazione.

Per capire come si evolverà lo scenario, la Fondazione Studi del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro con la circolare n. 22 del 22 ottobre 2015 ha analizzato, nella circolare n.22/2015, l’impianto normativo della Legge D.Lgs. n. 150/2015 attuativa del Jobs Act. Il complesso normativo entrerà in vigore a 2016 inoltrato, stante la serie di provvedimenti delegati all’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro che non sarà istituita prima del 1.1.2016.

Vincenzo D’Andò