Diario quotidiano del 16 ottobre 2015: l’anteprima della Legge di Stabilità 2016

Pubblicato il 16 ottobre 2015



costi black list: é nullo l’accertamento emesso prima dei 90 giorni; in scadenza il versamento dell’acconto IMU agricoli; agevolazioni fiscali: monitoraggio ogni cinque anni; cambia volto la riscossione esattoriale; riforma del diritto di interpello: come è cambiata la procedura; quando occorre comunicare il luogo di conservazione delle fatture elettroniche; F24: istituito il codice tributo per l’uso in compensazione del credito d’imposta a favore delle agenzie di viaggi; applicazione del redditometro semplificata per il Fisco, non occorrono motivazioni; l’ammortamento fiscale è condizionato dalle regole del bilancio civilistico; fissati i tassi di interesse semestrale per il pagamento differito dei diritti doganali; tassazione forfettaria del reddito derivante dalla produzione e dalla cessione di energia elettrica da impianti fotovoltaici; indice TFR del mese di settembre 2015; quotazioni immobiliari: sul sito delle Entrate tutti i dati del I semestre 2015; MEF – consultazione sull’attuazione della “nuova” Transparency (direttiva 2013/50/UE); consiglio dei ministri: varata la legge di stabilità 2016

 

 Indice:

 1) Costi black list: é nullo l’accertamento emesso prima dei 90 giorni

 2) In scadenza il versamento dell’acconto IMU agricoli

 3) Agevolazioni fiscali: monitoraggio ogni cinque anni

 4) Cambia volto la riscossione esattoriale

 5) Riforma del diritto di interpello: come è cambiata la procedura

6) Quando occorre comunicare il luogo di conservazione delle fatture elettroniche

 7) Modello F24: istituito il codice tributo per l’uso in compensazione del credito d’imposta a favore delle   agenzie di viaggi

 8) Applicazione del redditometro semplificata per il Fisco, non occorrono motivazioni

 9) L’ammortamento fiscale è condizionato dalle regole del bilancio civilistico

 10) Fissati i tassi di interesse semestrale per il pagamento differito dei diritti doganali

 11) Tassazione forfettaria del reddito derivante dalla produzione e dalla cessione di energia elettrica da   impianti fotovoltaici

 12) Indice TFR del mese di settembre 2015

 13) Quotazioni immobiliari: sul sito delle Entrate tutti i dati del I semestre 2015

 14) MEF – Consultazione sull’attuazione della “nuova” Transparency (direttiva 2013/50/UE)

 15) Consiglio dei ministri: varata la legge di stabilità 2016

 

 

1) Costi black list: é nullo l’accertamento emesso prima dei 90 giorni

In caso di contestazioni su acquisti da società black list, l’inosservanza da parte dell’Agenzia delle entrate del termine dilatorio di 90 giorni previsto dall’articolo 110 del D.P.R. n. 917/86 determina l’invalidità dell’avviso di accertamento emanato prematuramente.

Tale inosservanza non costituisce infatti una mera irregolarità priva di conseguenze esterne, ma dà luogo ad un vizio di legittimità dell’atto impositivo, che può essere fatto valere dal contribuente al fine di ottenere, per ciò solo, l’annullamento dell’atto stesso.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20033 del 7 ottobre 2015.

In tema di accertamento tributario, la mancata concessione del termine di 90 giorni da parte dell’Ufficio al contribuente che compie acquisti in Paesi black list per fornire la prova in via amministrativa dell’effettivo compimento dell’operazione e dell'esistenza di un effettivo interesse a compierla al fine di superare la regola di non deducibilità stabilita dal TUIR, ancorché non abbia adempiuto all’obbligo di indicare specificamente i costi asseritamente sostenuti nella dichiarazione dei redditi, non costituisce una mera irregolarità sostanzialmente priva di conseguenze esterne, ma dà luogo ad un vizio di legittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus, che può essere fatto valere dal contribuente al fine di ottenere, per ciò solo, in sede contenziosa, l'annullamento dell'atto stesso.

Il mancato rispetto dei 90 giorni per provare l’effettività dell’operazione eseguita nei Paesi black list legittima la richiesta di annullamento dell’atto impositivo.

Il fatto

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra l’Agenzia delle entrate ed una società. La CTR, in una controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento per IVA, IRPEG e IRAP in relazione all'anno di imposta 2003, confermava la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso della società. In particolare i giudici d’appello, per quanto in questa sede rileva, in ordine alla indeducibilità dei costi relativi ad acquisti da soggetti residenti nell’Oman (paese rientrante nella black list) per non avere la società adempiuto alla separata indicazione in dichiarazione dei predetti costi, e con riguardo alla efficacia o meno della corrispondente dichiarazione integrativa, hanno rilevato che risultava ampiamente dimostrata dalla società l’inerenza dei costi alla propria attività e che l’Ufficio, prima di emettere l’avviso opposto non aveva inviato un apposito avviso col quale si dava alla società la possibilità di controdedurre.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate, in particolare, da un lato, chiedendo alla Corte Suprema di dire se - in base alla disciplina vigente nell'anno 2004, in cui fu presentata la dichiarazione dei redditi per cui era causa - la mancata indicazione separata dei costi sostenuti in Stati non appartenenti alla UE e con regimi fiscali favorevoli comportasse l’impossibilità di ottenere il riconoscimento dei costi stessi, senza che il contribuente possa giovarsi della facoltà di presentare una dichiarazione integrativa dopo l’inizio di una attività di verifica da parte dell’Ufficio impositore, e senza possibilità di invocare il più favorevole regime secondo cui la violazione contestata comporta la sola applicazione di una sanzione pecuniaria e non pure l’indeducibilità dei costi relativi alle operazioni intercorse con i fornitori esteri e non specificamente indicati in sede di dichiarazione; dall’altro, l’Agenzia chiedeva alla Cassazione di chiarire se il contribuente che compie acquisti nei Paesi della black list sia tenuto a fornire la prova dell’effettivo compimento di operazioni commerciali da parte del fornitore estero o dell’effettivo compimento dell’operazione e dell’esistenza di un effettivo interesse a compierla al fine di superare la regola di non deducibilità stabilita dal TUIR (art. 110) e se si possa esonerare da tale onere probatorio adducendo la circostanza che l’Ufficio non gli abbia assegnato il termine di 90 giorni per fornire la prova in via amministrativa, ancorché non avesse adempiuto all’obbligo di indicare specificamente i costi asseritamente sostenuti nella dichiarazione dei redditi.

La decisione

La Corte di Cassazione ha così respinto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. Orbene, quanto al primo profilo, osservano i massimi giudici, va ribadita la recente giurisprudenza di legittimità secondo la quale l’abolizione del previgente regime di indeducibilità dei costi relativi ad operazioni commerciali intercorse con soggetti domiciliati in Paesi a fiscalità privilegiata (cd. black list) ha carattere retroattivo, sicché la deducibilità risulta subordinata solo alla prova dell’operatività dell'impresa estera contraente e della effettività della transazione commerciale, mentre la separata indicazione di detti costi è degradata ad obbligo di carattere formale, passibile unicamente di sanzione amministrativa.

Quanto, invece, al secondo profilo, gli stessi giudici ritengono che l’invalidità dell'atto conclusivo del procedimento, pur non espressamente prevista, derivi necessariamente dal sistema ordinamentale, comunitario e nazionale, nel quale la norma opera e, in particolare, dal rilievo che il vizio del procedimento si traduce, nella specie, in una divergenza dal modello normativo di non lieve entità, considerata la rilevanza della funzione, di diretta derivazione da principi costituzionali, alla quale la disposizione in esame assolve e la forza impediente, rispetto al pieno svolgimento di tale funzione, che assume il fatto viziante.

In altri termini, la Corte ritiene che siano riferibili anche al termine dilatorio di 90 giorni le considerazioni espresse dalle Sezioni unite della stessa Cassazione nella sentenza relativa alle conseguenze dell'inosservanza del termine dilatorio di 60 giorni previsto dallo Statuto del contribuente. Secondo tale sentenza, pur nel silenzio della norma, tale inosservanza non costituisce una mera irregolarità sostanzialmente priva di conseguenze esterne, ma dà luogo ad un vizio di legittimità dell'atto impositivo emesso ante tempus, che può essere fatto valere dal contribuente al fine di ottenere, per ciò solo, in sede contenziosa, l’annullamento dell’atto stesso.

 

2) In scadenza il versamento dell’acconto IMU agricoli

Scade il prossimo 30 ottobre il termine per pagare l’acconto Imu 2015 dei terreni agricoli, come previsto dalla L. 125/2015. Il rinvio è dovuto alle difficoltà applicative causate dalle modifiche intervenute tra la fine del 2014 e gli inizi del 2015, da ultimo con il D.L. 4/2015, conv. L. 34/2015.

Prima di effettuare il calcolo dell’imposta occorre individuare tutte le fattispecie esenti, risultanti in particolare dalla nuova mappatura dei Comuni introdotta dal D.L. 4/2015, che fa riferimento ad un apposito elenco Istat. Si tratta però di una classificazione sulla quale pendono alcuni ricorsi al Tar Lazio che saranno esaminati il 4 novembre prossimo, quindi la situazione potrebbe ulteriormente cambiare: per questo motivo il Governo ha annunciato l’eliminazione dal 2016 dell’Imu agricola.

Prepariamoci pertanto ad effettuare l’acconto entro il 30 ottobre 2015, individuando i terreni soggetti all’imposta escludendo prima quelli esenti. Per il saldo di dicembre è opportuno invece attendere, perché ci potrebbero essere ulteriori sviluppi giurisprudenziali e/o normativi.

Terreni esenti

Il D.L. 4/2015, conv. in L. 34/2015 introduce, a decorrere dall’anno 2015, l’esenzione dall’Imu:

- per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, ubicati nei Comuni classificati come

totalmente montani, indicati nell’elenco dei Comuni italiani predisposto dall’Istat;

- per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, posseduti e condotti dai coltivatori diretti (CD) e dagli imprenditori agricoli professionali (Iap) di cui all’art. 1, D.Lgs. 99/2004, iscritti nella previdenza agricola, ubicati nei Comuni classificati come parzialmente montani, indicati nell’elenco dei Comuni italiani predisposto dall’Istat;

- per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, ubicati nei Comuni delle isole minori di cui all’allegato A della L. 28.12.2001, n. 448.

Occorre poi aggiungere una particolare fattispecie di esonero, introdotta nel 2014 e confermata per gli anni successivi, costituita dai terreni ad «immutabile destinazione agro-silvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile ed inusucapibile», a prescindere dalla loro ubicazione. In sostanza tali terreni sono esenti dall’Imu anche se ubicati nei territori dei Comuni «non montani» o «parzialmente montani».

Elenco dei Comuni e classificazione Istat

L’elenco dei Comuni italiani predisposto dall’Istat è reperibile al link http://www.istat.it/it/archivio/6789 ed è denominato «Elenco dei comuni italiani al 1° gennaio 2015». Per conoscere la classificazione di un Comune è necessario consultare la «colonna S», ove:

- NM = Non montano;

- T = Totalmente montano;

- P = Parzialmente montano.

In particolare, degli 8.048 Comuni italiani sono considerati «non montani» (codice «NM») 3.880 Comuni, «parzialmente montani» (codice «P») 652 Comuni e «totalmente montani» (codice «T») 3.516 Comuni.

In base ai criteri stabiliti dal D.L. 4/2015 conv. L. 34/2015, pertanto, i terreni agricoli ubicati nei Comuni:

- non montani («NM») sono assoggettati all’Imu, indipendentemente dal soggetto che li possiede e conduce;

- parzialmente montani («P») sono esenti dall’Imu soltanto se posseduti e condotti da coltivatori diretti (CD) e imprenditori agricoli professionali (Iap), iscritti nella previdenza agricola;

  • totalmente montani («T») sono sempre esenti dall’imposta, a prescindere dal soggetto che li possiede e conduce.

Terreni ubicati in Comuni parzialmente montani (codice «P»)

In ordine ai terreni agricoli (compresi quelli non coltivati) ubicati nei Comuni classificati come parzialmente montani («P»), sono espressamente esentati dal pagamento dell’Imu quelli:

- posseduti e condotti dai coltivatori diretti (CD) e dagli imprenditori agricoli professionali (Iap) di cui all’art. 1, D.Lgs. 99/2004, iscritti nella previdenza agricola;

- posseduti dai coltivatori diretti (CD) e dagli imprenditori agricoli professionali (Iap) di cui all’art. 1, D.Lgs. 99/2004, iscritti nella previdenza agricola, che sono concessi in comodato o in affitto ad altri coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali di cui all’art. 1, D.Lgs. 99/2004, iscritti nella previdenza agricola.

Terreni concessi in comodato o in affitto a CD e Iap

Con l’adozione del D.L. 4/2015 è sorto il dubbio sull’applicabilità dell’esonero anche in caso di terreni agricoli (nei Comuni «P») concessi in affitto o in comodato ai predetti CD e Iap, a prescindere dalla qualifica soggettiva del possessore.

In particolare, non era chiaro se l’esenzione valesse anche nel caso in cui il possessore fosse un soggetto diverso da CD o Iap. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la R.M. 3.2.2015, n. 2/DF, aveva fornito un’interpretazione restrittiva della disposizione contenuta nel co. 2, art. 1, D.L. 4/2015 precedentemente alla sua conversione in legge. Nello specifico, il Dipartimento delle Finanze ha ritenuto che «in base al combinato disposto di cui alla lett. b), co. 2, art. 1», per poter beneficiare dell’esenzione dall’Imu il soggetto che concede i terreni in affitto o in comodato a coltivatori diretti (CD) o imprenditori agricoli professionali (Iap), iscritti alla previdenza agricola, debba essere anch’esso un coltivatore diretto o un imprenditore agricolo professionale, iscritto alla previdenza agricola.

Con le modifiche apportate in sede di conversione (L. 34/2015), tuttavia, la norma contenuta nel suddetto co. 2 è stata riformulata in conformità all’interpretazione della R.M. 2/2015/DF sopra descritta, fugando così i dubbi sorti inizialmente sul D.L. 4/2015.

Terreni agricoli in comproprietà

Nell’ipotesi in cui il terreno sia in comproprietà di più persone, tra cui solo alcune in possesso delle qualifiche professionali e altre no, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la suddetta R.M. 2/2015, ha precisato che l’Imu è dovuta solo dai comproprietari sprovvisti della qualifica, in base alla loro percentuale di possesso.

Terreni agricoli nelle isole minori

Ai sensi dell’art. 1, co. 1, lett a-bis), D.L. 4/2015, inserita dalla L. 34/2015, dal 2015 sono esenti da Imu i terreni agricoli, nonché quelli non coltivati, che sono ubicati nei Comuni delle Isole minori di cui all’Allegato A della L. 28.12.2001, n. 448.

Si tratta delle:

- Isole Tremiti: San Nicola, San Domino, Capraia, Pianosa;

- Pantelleria;

- Isole Pelagie: Lampedusa, Lampione, Linosa;

- Isole Egadi: Favignana, Levanzo, Marettimo, Formica, Ustica;

- Isole Eolie: Lipari, Vulcano, Alicudi, Filicudi, Stromboli, Panarea, Salina;

- Isole Sulcitane: Sant’Antioco, San Pietro;

- Isole del Nord Sardegna: La Maddalena, Caprera, Santo Stefano, Spargi, Santa Maria,

Budelli, Razzoli, Mortorio, Tavolara, Molara, Asinara;

- Isole Partenopee: Capri, Ischia, Procida, Nisida, Vivara;

- Isole Ponziane: Ponza, Palmarola, Zannone, Ventotene, Santo Stefano;

- Isole Toscane: Elba, Pianosa, Montecristo, Isola del Giglio, Giannutri, Formiche di

Grosseto, Capraia, Gorgona, Secche della Meloria;

- Isole del Mare Ligure: Palmaria, Tino, Tinetto.

Detrazione di 200 euro per i CD e Iap - Allegato OA

Il co. 1-bis, art. 1, D.L. 4/2015, inserito dalla L. 34/2015, prevede che, a decorrere dall’anno 2015, per i terreni agricoli ubicati nei Comuni di cui all’Allegato OA e posseduti e condotti dai coltivatori diretti (CD) e dagli imprenditori agricoli professionali (Iap) di cui all’art. 1, D.Lgs. 99/2004, iscritti nella previdenza agricola, si detraggono 200 euro dall’imposta dovuta ai sensi dell’art. 13, co. 8-bis, D.L. 201/2011, conv. con L. 214/2011, cioè secondo le modalità che saranno di seguito indicate, fino a concorrenza del suo ammontare.

Come evidenziato dall’Ifel nella nota del 6.3.2015, il nuovo co. 1-bis, art. 1, D.L. 4/2015 convertito si riferisce ai terreni di «collina svantaggiata» che si trovano in quei Comuni che erano in precedenza esenti, in quanto inclusi nella C.M. 9/E/1993 e che, nella classificazione riportata dall’Istat, risultano totalmente assoggettati all’Imu in quanto né montani, né parzialmente

montani. Tale detrazione, in definitiva, va letta come un riconoscimento a favore dei terreni ubicati in comuni ex montani, che quindi hanno perso l’esenzione; riconoscimento che comunque va a favore solo dei soggetti che posseggono i requisiti di coltivatore diretto o Iap, per i terreni da questi posseduti e condotti.

Determinazione dell’Imu per i terreni imponibili

Per i terreni agricoli che devono essere assoggettati all’Imu, escludendo cioè tutte le fattispecie esenti sopra indicate, rimane ferma l’applicazione della disciplina vigente per la determinazione dell’imposta dovuta.

Sono pertanto applicabili le norme relative:

- alla determinazione della base imponibile (art. 13, co. 5, D.L. 201/2011);

- alla riduzione dell’imposta dovuta nel caso in cui i terreni siano posseduti e condotti da CD o da Iap, iscritti nella previdenza agricola (art. 13, co. 8-bis, D.L. 201/2011).

Si ricorda, inoltre, che, ai sensi dell’art. 2, co. 1, lett. b), D.Lgs. 504/1992, non sono comunque considerati fabbricabili i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli che esplicano la loro attività a titolo principale, sui quali persiste l’utilizzazione agro-silvopastorale mediante l’esercizio di attività dirette alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, alla funghicoltura ed all’allevamento di animali (tali terreni, per finzione giuridica, si considerano comunque agricoli).

Per i terreni agricoli, la base imponibile Imu è pari al prodotto del reddito dominicale risultante in catasto alla data del 1° gennaio dell’anno di imposizione, rivalutato del 25%, per il previsto coefficiente moltiplicatore.

Il valore dei terreni agricoli, quindi, viene così determinato: VC = RD × 125/100 x M dove:

VC = valore catastale

RD = reddito dominicale

M = coefficiente moltiplicatore

A decorrere dal 2014 il coefficiente moltiplicatore per i terreni agricoli è pari a:

- 75 (in luogo di 110 per gli anni 2012 e 2013), per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, posseduti e condotti da un coltivatore diretto (CD) o da un imprenditore agricolo professionale (Iap), iscritto nella previdenza agricola;

- 135 per i terreni agricoli posseduti da altri soggetti.

Ai fini dell’applicazione del coefficiente ridotto (75), il terreno deve essere, nello stesso tempo, posseduto (es. a titolo di proprietà, usufrutto, enfiteusi) e condotto (per l’esercizio delle attività agricole di cui all’art. 2135, c.c.), da un coltivatore diretto o da un Iap, iscritto nella previdenza agricola.

Riduzioni d’imposta per i terreni dei CD e Iap

Oltre all’applicazione del coefficiente ridotto (75), per i coltivatori diretti (CD) e gli imprenditori agricoli professionali (Iap), iscritti nella previdenza agricola, è prevista un disciplina agevolata

(franchigia e imposta a scaglioni) nel caso in cui si posseggano i seguenti requisiti:

- deve trattarsi di terreni agricoli;

- devono essere posseduti e condotti da CD o da Iap, iscritti nella previdenza agricola.

In tal caso, i soggetti di cui sopra, in relazione ai terreni agricoli posseduti e condotti direttamente, devono versare l’imposta soltanto sulla parte del valore complessivo di detti terreni che eccede 6.000 euro.

Inoltre, sulla parte di valore complessivo dei terreni eccedente 6.000 euro, l’imposta è ridotta:

- del 70%, per l’imposta gravante sulla parte di valore eccedente i 6.000 euro ma non oltre i 15.500 euro;

- del 50%, per l’imposta gravante sulla parte di valore eccedente i 15.500 euro ma non oltre i 25.500 euro;

-del 25%, per l’imposta gravante sulla parte di valore eccedente i 25.500 euro ma non oltre i 32.000 euro.

Sulla parte di valore eccedente 32.000 euro non si beneficia più di alcuna riduzione e l’imposta deve essere versata per intero.

Termini e modalità di versamento per l’anno 2015

Diversamente dall’Imu 2014, che è stata versata in un’unica rata entro il 31.3.2015, per il 2015 vengono ripristinate le due rate, ma la prima scade il 30 ottobre 2015 (rispetto al termine ordinario del 16 giugno).

Di regola l’acconto deve essere eseguito sulla base delle aliquote e delle detrazioni previste per l’anno precedente (2014) ed eventuali variazioni deliberate dai Comuni hanno rilevanza solo in sede di versamento del saldo, entro il 16 dicembre, con eventuale conguaglio sulla prima rata.

È tuttavia possibile versare l’acconto Imu 2015 con le aliquote deliberate dai Comuni, sulla base degli atti pubblicati sul sito informatico del Dipartimento delle Finanze nell’apposita sezione del Portale del federalismo fiscale alla data del 28.10.2015.

Il versamento dell’imposta può essere effettuato mediante modello F24 oppure utilizzando l’apposito bollettino postale centralizzato. Nel primo caso (F24) è possibile compensare l’imposta dovuta con eventuali crediti fiscali o contributivi disponibili, nei limiti delle vigenti disposizioni. Il bollettino postale (conto corrente unico nazionale «1008857615») può essere invece utilizzato solo se si tratta di immobili situati nello stesso comune e non consente la compensazione degli importi da versare con crediti d’imposta o contributivi disponibili.

Nell’indicazione degli importi (F24 o bollettino) si applica la regola dell’arrotondamento all’euro per difetto se la frazione e inferiore o uguale a 49 centesimi, ovvero per eccesso se superiore a detto importo (art. 1, co. 166, L. 296/2006, Mef circolare 3/DF/2012). L’arrotondamento deve essere effettuato per ciascun rigo del modello F24 e del bollettino, poiché a ciascuna tipologia di immobile è associato un differente codice tributo (Mef circolare 3/DF/2012), che nel caso dei terreni è il 3914.

Occorre infine considerare l’importo minimo esigibile, al di sotto del quale non si effettua alcun versamento: il minimo è pari a 12 euro, in assenza di diverso importo stabilito dal singolo Comune.

 

3) Agevolazioni fiscali: monitoraggio ogni cinque anni

Agevolazioni fiscali al “tagliando” ogni cinque anni dall’introduzione. La valutazione sarà contenuta in un rapporto annuale da presentare alle Camere insieme alla Nota di aggiornamento del DEF. In tale sede verranno analizzati gli effetti sull’economia reale e le ricadute sul contesto sociale, valutando la conferma o l’eventuale cancellazione delle misure agevolative. La novità è contenuta nel D.Lgs. n. 160 del 24 settembre 2015, attuativo della legge delega fiscale in materia di stima e monitoraggio dell’evasione, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2015.

Si tratta del D.Lgs. relativo al monitoraggio dell’evasione e riordino delle agevolazioni fiscali, in attuazione degli articoli 3 e 4 della delega fiscale (legge n. 23/2014).

L’art. 1 del decreto, in particolare, prevede che “le spese fiscali per le quali sono trascorsi 5 anni dall’entrata in vigore sono oggetto di specifiche proposte di eliminazione, riduzione, modifica o conferma”. L’obiettivo è di valutare in modo organico e strutturale gli impatti economici delle singole misure, nella prospettiva di una loro rimodulazione.

In sede di pianificazione è espressamente previsto che sia data priorità alla tutela dei contribuenti a basso reddito (dipendenti, autonomi e imprese minori), della famiglia, della salute, delle persone economicamente o socialmente svantaggiate, del patrimonio artistico e culturale, della ricerca e dell’istruzione, nonché dell’ambiente e dell’innovazione tecnologica.

Per quanto concerne il monitoraggio dell’evasione fiscale il Governo avrà il compito di presentare annualmente un rapporto in Parlamento. Diversamente dalla prima versione del decreto, tale rapporto sarà presentato come documento autonomo rispetto alla Nota di aggiornamento al DEF. In esso dovranno essere altresì recepite le valutazioni effettuate dall’ISTAT sull’economia sommersa.

Il rapporto annuale conterrà i risultati delle misure di contrasto all’evasione, distinguendo tra imposte accertate e riscosse, nonché tra le diverse tipologie di avvio delle procedure di accertamento; evidenzierà, inoltre, i risultati del recupero delle somme dichiarate e non versate e della correzione degli errori di liquidazione sulla base delle dichiarazioni.

I risultati della lotta all’evasione dovranno essere misurati sulla base di una separata valutazione delle entrate risultanti dalle attività di verifica e accertamento effettuate dalle amministrazioni e dell’andamento degli adempimenti spontanei.

La Commissione chiamata a redigere la relazione sarà composta da 15 esperti, di cui un rappresentante della Presidenza del Consiglio, quattro rappresentanti del MEF, due rappresentanti dell’ISTAT, tre professori universitari e rispettivamente un rappresentante per il Ministero del lavoro, l’INPS, l’ANCI, la Conferenza delle regioni e Banca d’Italia. La Commissione potrà avvalersi del contributo di esperti delle associazioni di categoria, sindacati e ordini professionali.

Le maggiori entrate derivanti dalle eliminazione o modifica delle tax expenditure confluiranno nel Fondo per la riduzione della pressione fiscale. Resta fermo il diverso utilizzo delle maggiori entrate derivanti dall’eliminazione, riduzione o modifica delle agevolazioni previste dalle disposizioni di legge vigenti alla data di entrata in vigore del decreto.

 

4) Cambia volto la riscossione esattoriale

Stop all’anatocismo fiscale, cartelle di pagamento via PEC, ampliata la dilazione dei ruoli, lieve inadempimento e ravvedimento operoso, riduzione del termine concesso al contribuente per chiedere la sospensione legale delle cartelle ritenute indebite e revisione radicale dei criteri di remunerazione del sistema nazionale della riscossione. Sono queste le principali novità della nuova disciplina di riforma della riscossione, prevista dal D.Lgs. n. 159 del 24 settembre 2015, in attuazione della legge delega fiscale, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2015.

La riforma della riscossione giunge, finalmente, al traguardo e cambia volto. E’, infatti, ormai andato in Gazzetta il D.Lgs. n. 159/2015, recante “misure per la semplificazione e razionalizzazione delle norme in materia di riscossione”, attuativo della delega fiscale.

Cartelle di pagamento: potenziata la notifica via PEC

Tra le novità di maggior rilievo, apportate dalla riforma, spicca, anzitutto, il nuovo art. 14, finalizzato a potenziare la diffusione dell’utilizzo della posta elettronica certificata nell’ambito delle procedure di notifica, nell’ottica della riduzione dei costi amministrativi e della tempestiva conoscibilità degli atti da parte del contribuente.

Dal 1° giugno 2016, sarà, infatti, consentito ad Equitalia notificare le cartelle di pagamento mediante invio telematico,all’indirizzo risultante dagli elenchi a tal fine previsti dalla legge. In particolare, per le ditte individuali, le società e i professionisti iscritti in albi o elenchi, la notifica avverrà esclusivamente con tale modalità, mentre per i privati cittadini, l’utilizzo dello strumento telematico rimarrà opzionale.

Viene, altresì, previsto che in caso di indirizzo PEC non valido o disattivato, la notifica andrà effettuata mediante deposito presso gli uffici della Camera di Commercio competenti per territorio; analogamente si procederà in caso di casella certificata satura, previo espletamento, dopo almeno 15 giorni, di un secondo tentativo di invio da parte dell’Agente della Riscossione.

Stop all’anatocismo

Cade, definitivamente, l’anatocismo fiscale; rispetto alla vecchia versione del decreto, la nuova disciplina elimina, infatti, a vantaggio del contribuente, la disposizione che prevedeva, in caso di dilazione di pagamento delle somme iscritte a ruolo, il pagamento degli interessi di mora su sanzioni ed interessi.

Nuova apertura alla dilazione dei ruoli

Al fine di ampliare le potenzialità dell’istituto della rateazione dei debiti, con conseguente agevolazione per i debitori in difficoltà, l’Agente della riscossione potrà ora concedere, dietro semplice richiesta del contribuente che dichiari di versare in temporanea situazione di obbiettiva difficoltà, la ripartizione del pagamento delle somme iscritte a ruolo (art. 19, comma 1, D.P.R. n. 602/1973) fino ad un massimo di 72 rate mensili, salvo il caso in cui la predetta richiesta abbia ad oggetto pagamenti di importo superiore a 50.000 euro; in tale evenienza, la dilazione sarà, infatti, concessa, solo a fronte di comprovata documentazione fornita, a tal fine, dal contribuente.

Quest’ultimo potrà, inoltre, richiedere, in relazione a piani decaduti nei 24 mesi antecedenti l’entrata in vigore del decreto,una seconda rateazione, fino ad un massimo di 72 rate, a condizione, tuttavia, che al momento della presentazione della relativa istanza, da effettuarsi entro 30 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento in oggetto, le rate relative al primo piano, già scadute alla data di tale presentazione, vengano integralmente saldate.

Al fine, comunque, di evitare che la citata disposizione di favore possa condurre ad un uso strumentale ed elusivo dell’istituto, viene ridimensionato il numero delle rate non pagate che importano decadenza, contenendolo in 2, anche non consecutive, in luogo delle 8, contemplate dalla precedente disciplina.

Lieve inadempimento e ravvedimento operoso

Non meno rilevanti la previsioni in materia di lieve inadempimento e di ravvedimento operoso contenute nel nuovo art. 15-ter del D.P.R. n. 602/1973.

In coerenza con la finalità di lotta all’evasione fiscale e contributiva e con quella di garantire la certezza, l’efficienza e la efficacia dell’attività di riscossione, il provvedimento di riforma ha, infatti, proceduto alla revisione del sistema sanzionatorio in materia di rateizzazione dei debiti tributari, prevedendo che ritardi di breve durata ovvero errori di limitata entità non comportino l’automatica decadenza dal beneficio della rateazione.

Tale conseguenza sarà, infatti, esclusa, sia in caso di insufficiente versamento di una rata, per una frazione non superiore al 3% del dovuto, con un limite massimo pari a 10.000 euro, sia in caso di tardivo versamento della prima rata non superiore a sette giorni. Il debitore potrà, infine, evitare l’iscrizione a ruolo ravvedendosi entro il termine di pagamento della rata successiva ovvero, nei casi di versamento in un’unica soluzione, entro 90 giorni dalla scadenza.

Sospensione legale della riscossione

Previsioni meno garantiste per quanto concerne, invece, la disciplina della sospensione legale della riscossione che vede, infatti, una riduzione da 90 a 60 giorni del termine concesso, a pena di decadenza, al contribuente, per attivare la proceduradi sospensione dalla riscossione; ciò, al fine di scongiurare il possibile uso strumentale dell’istituto, invocando la pendenza di ricorsi per i quali non è stata richiesta o ottenuta sospensione alcuna.

Al debitore sarà, comunque, consentito, in caso di provvedimento amministrativo o giudiziale di sospensione parziale o totale della riscossione, emesso in relazione alle somme oggetto della dilazione, non versare, limitatamente alle stesse, le successive rate del piano concesso.

Scaduta la sospensione, il medesimo potrà chiedere, altresì, la dilazione del debito residuo, comprensivo di interessi, nello stesso numero di rate non versate del piano originario, ovvero in altro numero, fino ad un massimo di settantadue rate.

Aggio

Vengono rimodulati e modificati, radicalmente, i criteri di remunerazione del sistema nazionale di riscossione. Si continua a prevedere l’esistenza di un onere di riscossione che grava sui contribuenti iscritti a ruolo, tale onere viene, tuttavia, significativamente, ridotto dall’8% al 6%, a decorrere dal 2016.

L’aggio sarà ulteriormente ridotto al 3% in caso di pagamento delle somme pretese entro 60 giorni dalla ricezione della cartella e all’1% nei casi di riscossione spontanea.

Anche gli enti creditori provvederanno alla remunerazione del sistema, attraverso una quota del 3% delle somme riscosse entro il 60° giorno dalla notifica della cartella.

Con decreto ministeriale, verranno, inoltre, fissati, annualmente, gli oneri relativi alle spese di procedure esecutive e cautelari da parte degli Agenti della riscossione nonché le somme che gli enti creditori saranno tenuti a corrispondere in tutti i casi di inesigibilità o sgravio del ruolo per cause non imputabili all’agente.

Da ultimo, al fine di preservare, nel passaggio tra il vecchio e il nuovo regime, l’equilibrio di bilancio di Equitalia, è stata inserita, una norma transitoria con la quale si prevede che, in relazione al triennio 2016-2018, l’Agenzia delle Entrate eroghi in favore dell’Agente della Riscossione una quota pari a 125 milioni di euro complessivi.

 

5) Riforma del diritto di interpello: come è cambiata la procedura

Interpelli sprint: Risposta in 90 giorni. In particolare, interpelli ordinari con risposta abbreviata, 90 giorni in luogo di 120, e silenzio-assenso esteso a tutte le tipologie. Il decollo però sarà graduale, in base alla tipologia dell’ente destinatario. Per le agenzie fiscali rimane tempo fino al 21 novembre per l'emanazione dei provvedimenti attuativi. È ormai stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 settembre 2015 il Decreto Legislativo n. 156 del 24 settembre 2015, concernente il contenzioso fiscale e la riforma del diritto di interpello, come prescritto dall'art. 6, comma 6 della legge 23/2014 di delega al governo per la realizzazione di un sistema fiscale più equo e orientato alla crescita, che entra, in vigore dal prossimo 22 ottobre (15 giorni dopo la pubblicazione).

L’applicazione delle novità è graduale, giacché le agenzie fiscali avranno ulteriori 30 giorni di tempo, dal 22 ottobre prossimo, per stabilire le modalità di presentazione delle istanze e indicare gli uffici destinatari delle stesse, mentre gli enti locali avranno sei mesi di tempo per adeguare i propri statuti e le regioni a statuto speciale e le province autonome avranno un anno di tempo per adeguare i propri ordinamenti; a tutte le istanze di interpello presentate anteriormente alla data di emanazione del provvedimento si rendono applicabili le vecchie procedure.

Interpello accelerato

Come disposto dal comma 3, del novellato art. 11, legge 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente) per gli interpelli ordinari i nuovi termini di risposta si riducono a 90 giorni (in luogo degli attuali 120), alla stessa stregua di quelli qualificatori (branca degli interpelli ordinari), restando fermo il termine di 120 giorni per le ulteriori fattispecie. La risposta, per iscritto e motivata, vincola l'amministrazione soltanto con riferimento al contribuente che ha formulato l'istanza e limitatamente ai contenuti della stessa, con estensione del vincolo a tutti gli organi della stessa Amministrazione finanziaria. Il silenzio-assenso viene esteso a tutte le tipologie d'interpello, con l'ulteriore certezza che gli effetti del parere ottenuto resteranno validi anche per gli atteggiamenti ulteriori del contribuente. E cioè, se il contribuente ottiene un parere favorevole per una determinata situazione, lo stesso parere dovrà essere ritenuto valido per le medesime fattispecie nel tempo, senza la necessità di ripresentare un'ulteriore istanza avente per oggetto la medesima fattispecie.

Categorie di interpello

Individuate almeno cinque categorie d’interpello, anche se una di queste, quello ordinario-qualificatorio, deve essere considerata all’interno dell’interpello ordinario (si tratta di due tipologie complementari), giacché ha sempre l’obiettivo di scongiurare l’incertezza di applicazione delle norme tributarie, cercando di qualificare le fattispecie incerte. L’interpello ordinario si pone in linea di continuità con le disposizioni statutarie ed è usufruibile per ottenere un parere nelle ipotesi di obiettive condizioni di incertezza della norma, mentre il qualificatorio si rende necessario per inquadrare correttamente la fattispecie.

L’interpello probatorio permette al contribuente di ottenere un parere sulla sussistenza delle condizioni e sull’idoneità degli elementi probatori offerti dal contribuente ai fini dell’adozione di un determinato regime fiscale. Si devono ricondurre in tale fattispecie, le domande aventi a oggetto le operazioni con imprese localizzate in territori a fiscalità privilegiata, la disciplina sulle imprese controllate estere (Cfc), il regime delle partecipazioni degli enti creditizi (artt. 87 e 113, dpr 917/86), la disciplina di continuazione del consolidato (art. 124, dpr 917/86) e di accesso al consolidato mondiale (art. 132, dpr 917/86), nonché la disciplina concernente il riconoscimento dell’aiuto alla crescita economica (Ace). Con l’interpello anti-abuso, invece, il contribuente potrà chiedere se le operazioni che intende realizzare possono essere ricondotte nell’ambito delle ipotesi di abuso del diritto; con la stessa tipologia si potranno ottenere pareri riferibili a fattispecie di interposizione, di cui al comma 3, dell'art. 37, dpr 600/1973. L’ultima tipologia riguarda il cosiddetto interpello disapplicativo con il quale il contribuente potrà richiedere la disapplicazione di norme tributarie, poste a presidio e contrasto di comportamenti elusivi.

 

6) Quando occorre comunicare il luogo di conservazione delle fatture elettroniche

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 81/E del 25 settembre 2015 è intervenuta in merito ad uno dei casi in cui non occorre comunicare il luogo di conservazione delle fatture elettroniche. Peraltro, la fatturazione elettronica verso la Pubblica Amministrazione è obbligatoria dal 31 marzo 2015. Ma il tema della comunicazione del luogo in cui queste fatture vengono conservate ha creato diversi dubbi e perplessità, tanto che l’Agenzia delle Entrate ha dovuto affrontare la questione con più risoluzioni e pareri. Adesso sembre che si sia giunti ad una soluzione.

La circolare 18/E del 24 giugno 2014 dell’Agenzia delle Entrate, recante “IVA. Ulteriori istruzioni in tema di fatturazione”, infatti, afferma al paragrafo 1.5 (Conservazione della fattura elettronica), che: “…qualora il soggetto passivo scelga di conservare la propria documentazione presso altro Stato, dovrà, in ogni caso: applicare le regole di tenuta e conservazione previste dalle disposizioni italiane; consentire alle autorità competenti (Amministrazione finanziaria italiana) di accedere ai documenti e acquisirli anche per via elettronica. A tal fine, il soggetto passivo, residente o domiciliato nel territorio nazionale:

a) Ai fini della comunicazione del luogo di conservazione elettronica dei documenti fiscalmente rilevanti, deve riportare nei modelli di comunicazione AA7 e AA9, nel rispetto dei termini previsti dall’articolo 35 del D.P.R. n.633 del 1972, gli estremi identificativi dei luoghi di giacenza fisica dei server dove sono conservati i documenti, anche se essi risiedono all’estero; …”

Si potrebbe quindi desumere che si debba inviare all’Agenzia delle Entrate una pratica telematica attraverso Comunicazione Unica ai soli fini IVA per comunicare il luogo di conservazione delle scritture contabili, ovvero l’indirizzo in cui è situato il server per la conservazione elettronica.

Come accennato, il 25 settembre 2015, però, l’Agenzia delle Entrate si è nuovamente espressa, a seguito di numerosi interpelli sull’argomento, pubblicando il suo parere e chiarendo alcuni punti importanti:

Il contribuente comunica che effettua la conservazione in modalità elettronica dei documenti rilevanti ai fini tributari nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di riferimento (rigo RS140 del Modello Unico PF).

In caso di controlli e verifiche, l’obbligo di rendere leggibili ed accessibili i documenti (fatture in primis) tanto dalla sede presso cui il contribuente svolge la propria attività, quanto dal diverso luogo in cui gli stessi sono fisicamente collocati, previa apposita dichiarazione da effettuare ai sensi del citato articolo 35, comma 2, lettera d), del D.P.R. n. 633 del 1972 (comunicazione di inizio attività).

I modelli AA7 e AA9, al quadro F, sezione 1, relativa a “soggetti depositari e luoghi di conservazione delle scritture contabili” vanno compilati quando i depositari stessi sono “diversi dal soggetto indicato nel quadro C (titolare)”, tanto “nel caso in cui debba essere comunicata la sostituzione di un depositario”, quanto “nel caso in cui debba essere comunicata esclusivamente la variazione di uno o più luoghi di conservazione delle scritture contabili già comunicati”, dando poi eventuale e separata indicazione nella Sezione 2 dei “luoghi di conservazione delle fatture all’estero”.

Viene poi chiarito anche il concetto di “conservazione elettronica”; esso infatti non deve essere confuso con la conservazione delle scritture contabili che, invece, rileva ai fini fiscali. La conservazione elettronica prevede un processo di dematerializzazione dei documenti fiscalmente rilevanti e il soggetto che gestisce solo tale processo non deve essere comunicato mediante modello AA9.

In pratica, a seguito dell’ultimo intervento delle Entrate, secondo parere di dottrina, si sono venute a creare le seguenti tre possibili ipotesi (peraltro, non esaustive):

- il soggetto che invia le fatture elettroniche coincide con il soggetto che conserva le scritture contabili (es. commercialista): nessuna ulteriore comunicazione oltre a quella già fatta per comunicare il luogo di conservazione delle scritture contabili;

- il soggetto che invia le fatture elettroniche (es. commercialista) non coincide con il soggetto che conserva le scritture contabili (es. titolare ditta): nessuna ulteriore comunicazione oltre a quella già fatta per comunicare il luogo di conservazione delle scritture contabili;

- il soggetto che invia le fatture elettroniche (es. commercialista) non coincide con il soggetto che effettua la conservazione elettronica (es. software house) e nemmeno le scritture contabili (es. titolare ditta): comunicazione del luogo di conservazione delle fatture elettroniche e quindi della software house, attraverso un pratica di Comunicazione Unica ad hoc rivolta solo all’Agenzia delle entrate.

 

7) MF24: istituito il codice tributo per l’uso in compensazione del credito d’imposta a favore delle agenzie di viaggi

E’ stato istituito il codice tributo per l’utilizzo in compensazione, mediante il modello F24, del credito d’imposta a favore degli esercizi ricettivi, delle agenzie di viaggi e dei tour operator per la digitalizzazione del settore (art. 9 del D.L. n. 83 del 31 maggio 2014).

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 85/E del 14 ottobre 2015, in attuazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 14 ottobre 2015 (si veda ne “il diario quotidiano del 15 ottobre 2015”) ha definito le modalità e i termini di fruizione della predetta misura agevolativa.

Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta in parola, tramite il modello F24, l’Agenzia ha, infatti, istituito il seguente codice tributo:

- “6855” denominato “Tax credit digitalizzazione esercizi ricettivi, delle agenzie di viaggi e dei tour operator – art. 9 del D.L. n. 83/2014”.

In sede di compilazione del modello di pagamento F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati” ovvero, nei casi in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”.

Il campo “anno di riferimento” è valorizzato con l’anno di sostenimento della spesa, nel formato “AAAA”.

 

8) Applicazione del redditometro semplificata per il Fisco, non occorrono motivazioni

L’Amministrazione finanziaria non è tenuta a spiegare al contribuente come ha applicato il redditometro, può, quindi, facilmente emettere il recupero a tassazione con tale accertamento sintetico.

Infatti, secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20649 del 14 ottobre 2015, é valido l’avviso di accertamento contenente soltanto gli indici di capacità contributiva anche se non motivato. Non solo: per contestare l’atto impositivo non è sufficiente dichiarare che le spese di gestione troppo alte sono sostenute prevalentemente dal coniuge con reddito maggiore. È necessario documentare il contributo economico, in questo caso, del marito.

In tal modo, la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una contribuente che aveva ricevuto un accertamento basato sul redditometro, privo di qualsiasi motivazione se non l’indicazione dei parametri di capacità contributiva. In relazione all’obiezione della difesa che contestava la carenza di motivazione dell’atto impositivo, i giudici supremi hanno risposto che in presenza di dati certi e incontestati, considerati indici di capacità contributiva, non è consentito pretendere una motivazione specifica dei criteri in concreto adottati per pervenire alle poste di reddito fissate in via sintetica nel cosiddetto redditometro, in quanto esse, proprio per fondarsi su parametri fissati in via generale, si sottraggono all’obbligo di motivazione, secondo il principio stabilito dalla Legge n. 241/1990: quindi, il Fisco resta dispensato da qualunque ulteriore prova rispetto ai fatti indicativi di capacità contributiva, individuati dal redditometro stesso e posti a base della pretesa tributaria.

 

9) L’ammortamento fiscale è condizionato dalle regole del bilancio civilistico

Le regole del bilancio civilistico battono quelle previste ai fini fiscali, almeno questo in relazione all’ammortamento dei cespiti aziendali.

E’ quanto sostanzialmente ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20678 del 14 ottobre 2015.

In particolare, non ha diritto alle deduzioni il contribuente che, senza spiegarlo nella nota integrativa, aumenta le quote di ammortamento. Così facendo la Corte Suprema ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate ribaltando il verdetto della Commissione Tributaria Regionale. Difatti, l’impresa aveva innalzato al 100% le quote di ammortamento di beni strumentali senza fornire delucidazioni nella nota integrativa del bilancio.

L’Erario ha quindi emesso l’accertamento con il recupero a tassazione convalidato dalla C.T.P. e poi momentaneamente annullato dalla citata Commissione regionale. Infatti, per ultimo, la Cassazione ha ritenuto legittimo l’atto impositivo chiudendo definitivamente la querelle.

Sulla vicenda accaduta, i supremi giudici hanno motivato che ai fini della determinazione del reddito di impresa, la deduzione delle quote di ammortamento del costo dei beni strumentali deve avvenire sulla base di inderogabili regole civilistiche di redazione del bilancio, operanti, in difetto di disposizioni specifiche di segno contrario, anche a fini fiscali.

Con la conseguenza che, in sede di dichiarazione, il contribuente non può procedere discrezionalmente alla determinazione delle quote di ammortamento, giacché l’ammortamento deve essere necessariamente improntato a criterio di sistematicità e le quote non possono, in assenza di adeguata esposizione della relativa giustificazione economica nella nota integrativa di bilancio, variare in relazione alle diverse annualità.

 

10) Fissati i tassi di interesse semestrale per il pagamento differito dei diritti doganali

Per i diritti doganali, pagamento differito con interessi allo 0,213%. Il saggio di interesse per il pagamento differito dei diritti doganali, effettuato oltre un periodo di 30 giorni, è confermato nella misura dello 0,213% annuo per il periodo dal 13 luglio 2015 al 12 gennaio 2016. Lo ha disposto il Ministero dell’Economia con Decreto 16 settembre 2015, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 239 del 14 ottobre 2015, che provvede alla fissazione semestrale dei tassi di interesse per il pagamento differito dei diritti doganali.

Il provvedimento conferma la misura del tasso di interesse allo 0,213%, che resta invariato rispetto a quello del primo semestre del 2015.

La misura del saggio di interesse è fissata semestralmente sulla base del rendimento netto dei buoni ordinari del Tesoro a tre mesi.

11) Tassazione forfettaria del reddito derivante dalla produzione e dalla cessione di energia elettrica da impianti fotovoltaici

A partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015 (periodo d’imposta 2016 per i soggetti che hanno l’esercizio coincidente con l’anno solare), la determinazione del reddito imponibile derivante dalla produzione e cessione di energia elettrica e calore da fonti rinnovabili agroforestali e fotovoltaiche, nonché di carburanti prodotti da coltivazioni vegetali provenienti prevalentemente dal terreno effettuata dagli imprenditori agricoli avverrà, salvo opzione per la determinazione dello stesso nei modi ordinari, applicando ai corrispettivi delle operazioni soggette a registrazione il coefficiente di redditività del 25%.

Pertanto, a partire dal periodo d’imposta 2016, come chiarito nella circolare n. 32/E del 2009, la produzione e la cessione di energia elettrica da impianti fotovoltaici da parte di imprenditori agricoli sarà automaticamente assoggettata alla tassazione forfettaria introdotta dall’articolo 22, comma 1, del decreto legge n. 66 del 2014 soltanto per la parte generata dai primi 200 KW di potenza nominale installata.

Oltre tale limite, in assenza di uno dei requisiti di connessione previsti dalla circolare n. 32/E del 2009, l’energia prodotta in eccesso rispetto a quella che sarebbe derivata da un impianto di potenza fino a 200 KW, sarà considerata come produttiva di reddito d’impresa.

Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 86/E del 15 ottobre 2015,emessa di una istanza di interpello posta da una società.

Le nuove regole previste dal comma 1 dell’articolo 22 del D.L. n. 66 del 2014 dovranno già essere applicate in sede di determinazione degli acconti delle imposte sui redditi dovute per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015 (periodo d’imposta 2016 per i soggetti che hanno l’esercizio coincidente con l’anno solare).

Per gli anni 2014 e 2015, è stata prevista, invece, una disciplina transitoria.

In particolare, il comma 1-bis dell’articolo 22 del decreto legge n. 66 del 2014 ha circoscritto l’ambito di applicazione della nuova tassazione forfettaria alla sola produzione e cessione di energia elettrica da fonti fotovoltaiche oltre i 260.000 kWh anno.

Ciò, naturalmente, a condizione che risultino rispettati i criteri di connessione individuati dalla circolare n. 32/E del 2009.

In caso contrario, troveranno applicazione, per la parte di reddito derivante dall’energia prodotta in eccesso, le regole ordinarie in materia di reddito d’impresa.

Entro il limite dei 260.000 kWh (il riferimento, come si desume dal maxiemendamento al disegno di legge di conversione del decreto legge n. 66 del 2014, è agli “impianti di potenza superiore a 200 KW”) la produzione e la cessione di energia da fonti fotovoltaiche costituiranno attività connesse a quella agricola e si considereranno produttive di reddito agrario.

In definitiva, nel caso di specie, l’Agenzia delle entrate ritiene che la società istante possa assoggettare a tassazione catastale, per il periodo d’imposta 2014, il reddito derivante dall’attività agricola principale “di produzione cereali e altri prodotti agricoli” nonché il reddito scaturente dalla produzione e dalla cessione di energia fotovoltaica entro il limite dei 260.000 kWh.

Non sussistendo, invece, come riportato dalla stessa società istante, i criteri di connessione con l’attività agricola principale previsti dalla circolare n. 32/E del 2009, il reddito derivante dalla cessione dell’energia fotovoltaica prodotta in eccesso dovrà essere tassato mediante l’applicazione delle ordinarie regole in materia di reddito d’impresa.

 

12) Indice TFR del mese di settembre 2015

L’indice TFR del mese di settembre 2015 è pari a 1,125000%.

L’Istituto centrale di statistica ha reso noto che l’indice dei prezzi al consumo per il mese di settembre 2015 è pari a 107,0 punti.

L’incidenza percentuale della differenza rispetto all’indice in vigore al 31 dicembre 2014 è pari a 0,000000; il calcolo del coefficiente di rivalutazione si esegue sommando il 75% di tale valore con un tasso fisso dell’1,5% annuo, per cui si avrà un indice di rivalutazione del TFR pari a 1,125000%.

 

 

13) Quotazioni immobiliari: sul sito delle Entrate tutti i dati del I semestre 2015

Il valore di case, negozi e uffici aggiornato al primo semestre dell’anno. Sono online da oggi, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, le quotazioni Omi con l’indicazione aggiornata dei prezzi al metro quadro per diverse tipologie di immobili. I dati sono consultabili per semestre, Provincia, Comune, zona Omi e destinazione d’uso.

Le quotazioni viaggiano su pc e smartphone - Oltre alla ricerca testuale, è possibile accedere alle banche dati Omi tramite il servizio di navigazione territoriale Geopoi, il framework cartografico realizzato da Sogei che consente a cittadini, istituzioni e operatori del settore di conoscere le quotazioni navigando su una vera e propria mappa interattiva di tutto il territorio nazionale.

Le quotazioni Omi relative ai comparti residenziale, commerciale, terziario e produttivo sono anche “a portata di mano”: chi utilizza uno smartphone o un tablet può, infatti, accedere ad Omi Mobile, l’applicazione dell’Agenzia disponibile all’indirizzo http://m.geopoi.it/php/mobileOMI/index.php.

Sul sito delle Entrate, www.agenziaentrate.it, nella sezione Documentazione > Osservatorio del Mercato Immobiliare > Banche dati > Quotazioni immobiliari, sono sempre disponibili anche le quotazioni relative ai semestri precedenti (a partire dal secondo semestre 2012).

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 160 del 15 ottobre 2015)

 

14) MEF – Consultazione sull’attuazione della “nuova” Transparency (direttiva 2013/50/UE)

Il 12 ottobre 2015, il MEF ha pubblicato, un documento di consultazione per l’attuazione della direttiva 2013/50/UE sugli obblighi di trasparenza delle società quotate, cd. nuova Transparency (su cui si veda la nostra news del 6 agosto 2013) in conformità ai criteri di delega previsti dalla legge di delegazione europea del 2014 (su cui si veda la nostra news del 10 luglio 2015).

Tra le principali modifiche proposte si segnalano:

- l’innalzamento dal 2% al 3% della soglia di partecipazione al capitale per gli obblighi di comunicazione della partecipazione rilevante; la soglia per le PMI rimane al 5% (art. 120 Tuf);

- l’eliminazione del resoconto intermedio di gestione e l’attribuzione alla Consob della facoltà di richiedere, con regolamento, obblighi di pubblicazione delle informazioni finanziarie periodiche con frequenza maggiore, nel rispetto delle condizioni previste dalla direttiva 2013/50/UE, che richiedono la realizzazione di una valutazione d’impatto volta a verificare che la richiesta non comporti un onere finanziario sproporzionato, in particolare per gli emittenti piccoli e medi, e che il contenuto delle informazioni sia proporzionato ai fattori che contribuiscono alle decisioni di investimento degli investitori (art. 154-ter Tuf); - l’estensione a 3 mesi del termine per la pubblicazione della relazione semestrale (art. 154-ter, Tuf)

- la modifica della nozione di PMI quotate (art. 1, lettera w-quater.1, Tuf);- l’eliminazione dell’obbligo di pubblicazione su giornali quotidiani nazionali delle informazioni regolamentate (artt. 113-ter, comma 3 e 114);

- la trasparenza dei pagamenti ai governi (in conformità a quanto già previsto dal d.lgs. 139/2015) sul sito internet e secondo le modalità previste per le informazioni regolamentate (art. 154-quater)

- la definizione di emittenti quotati, per includere le associazioni di imprese registrate prive di personalità giuridica e trust e per effetto delle nuove norme sulla scelte dello Stato membro d’origine (art. 1, Tuf);

- alcune modifiche alle disposizioni sulla scelta dello Stato di origine e il relativo regime transitorio (artt. 91 e 93, Tuf);

- le modifiche alle disposizioni in materia di sanzioni (artt. 192-bis; 193 e 195-bis, Tuf).

Il documento contiene una tabella di comparazione del testo vigente del Tuf e delle modifiche poste in consultazione. La consultazione si chiude il 27 ottobre 2015.

 

15) Consiglio dei ministri: varata la legge di stabilità 2016

Al via la legge di stabilità 2016: Oltre al confermato addio alla Tasi, le altre misure riguardano un piano contro la povertà infantile, l'innalzamento della soglia del contante da mille a 3mila euro, il “gruzzoletto” per richiamare in patria i professori universitari. Restano sul tavolo del Consiglio dei ministri come ipotesi la sperimentazione di un part time per gli over 63, il canone Rai in bolletta e l’anticipo del taglio dell’Ires. Intervento quest’ultimo in particolare, legato alla soluzione del rebus coperture, “appese” anche al via libera di Bruxelles alla nuova richiesta di flessibilità da 14-17 miliardi (con la clausola migranti). L’obiettivo della Legge di Stabilità 2016, secondo Palazzo Chigi, resta comunque “il taglio delle tasse, avviata lo scorso anno e la lotta contro la povertà e la tutela delle fasce più deboli della popolazione”.

Una manovra da 27-30 miliardi organizzata intorno a quattro assi, per un’Italia «forte, semplice, giusta e orgogliosa». Il Consiglio dei ministri, cominciato intorno all’una e concluso un’ora e mezza dopo, ha varato la legge di stabilità 2016. Ben 16,2 miliardi serviranno a disinnescare le clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’Iva e delle accise soltanto per l’anno prossimo. Un’eredità ingombrante, quella delle vecchie clausole, che nel totale del triennio raggiunge i 70 miliardi.

La manovra dovrà garantire innanzitutto il finanziamento con misure strutturali di spending review dei 5 miliardi necessari al “pacchetto fiscale” annunciato dal premier Matteo Renzi: via le tasse sulla prima casa, abitazioni di lusso comprese, e addio all’Imu in agricoltura e sui cosiddetti “imbullonati”. Ma in pole position ci sono anche gli interventi per le imprese: un primo taglio dell’Ires (dal 27,5% al 26%) nel 2016, condizionato però al via libera dell’Ue alla flessibilità per i costi dell’emergenza migranti, e il super ammortamento del 140% del valore fiscale dei macchinari acquistati nell’ultimo trimestre 2015 e nel corso del 2016.

In pista anche il rifinanziamento parziale degli sgravi contributivi per i nuovi assunti e il pacchetto anti-povertà, con una dote di 600 milioni per ampliare il sostegno ai nuclei familiari indigenti. Senza dimenticare le pensioni: dovrebbe debuttare un part time agevolato per tutti i dipendenti over 63 del settore privato, da instaurare tramite accordi individuali, senza alcun vincolo per le aziende ad assumere e senza penalizzazioni per chi lo sceglie: il datore di lavoro verserà in busta paga l’intera contribuzione netta che avrebbe destinato all’Inps in caso di orario pieno, mentre la contribuzione figurativa sarà a carico della fiscalità generale.

 

Vincenzo D’Andò