Diario quotidiano del 5 ottobre 2015: società cessate, nulla la notifica al liquidatore

Pubblicato il 5 ottobre 2015



risoluzioni ministeriali contrastanti: non si applicano sanzioni al contribuente; bilanci 2016: non devono più risultare le poste contabili “straordinarie”, possibili ripercussioni ai fini Irap?; disciplina antiriciclaggio: IV direttiva (UE) e “giusto processo”, FNC a tutto campo; cessazione società: i rapporti pendenti con il Fisco continuano nei confronti dei soci, nulla la notifica al liquidatore; decreto per le imprese in amministrazione straordinaria in G.U.; detrazione spese di pubblicità facile; cessione quinto pensioni: aggiornati i tassi praticati dalle banche

 Indice:

 1) Risoluzioni ministeriali contrastanti: non si applicano sanzioni al contribuente

 2) Bilanci 2016: non devono più risultare le poste contabili “straordinarie”, possibili ripercussioni ai fini Irap ?

 3) Disciplina antiriciclaggio: IV direttiva (UE) e “giusto processo”, FNC a tutto campo

 4) Cessazione società: i rapporti pendenti con il Fisco continuano nei confronti dei soci, nulla la notifica al liquidatore

 5) Decreto per le imprese in amministrazione straordinaria in G.U.

 6) Detrazione spese di pubblicità facile

 7) Cessione quinto pensioni: aggiornati i tassi praticati dalle banche

 

 

1) Risoluzioni ministeriali contrastanti: non si applicano sanzioni al contribuente

Se il contenuto di risoluzioni ministeriali provoca confusione ed incertezza, allora al contribuente non possono essere applicate sanzioni.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 19412 del 30 settembre 2015, ha accolto la tesi difensiva presentata da una società che aveva usufruito della detrazione fiscale in occasione di alcuni sconti praticati ai clienti.

La Suprema Corte, sezione tributaria, ha preso una posizione netta decidendo nel merito la causa e togliendo le sanzioni al contribuente accusato ingiustamente di avere indebitamente percepito il beneficio fiscale.

In particolare, ad avviso del giudice di legittimità, la valutazione della obiettiva incertezza sulla portata applicativa della norma tributaria, non deve essere riferita al dubbio soggettivo prospettato dall’interpellante, o ancora alla valutazione di incertezza effettuata dall’Agenzia fiscale interpellata, e dunque a circostanze fattuali suscettibili di variare in relazione alle diverse fattispecie concrete dedotte in giudizio, ma sussiste errore esimente, determinato dalla incertezza normativa, proprio per non sconfinare nell’arbitrio interpretativo dei singoli contribuenti o degli Uffici finanziari, soltanto quando la disciplina normativa da applicare si articoli in una pluralità di prescrizioni, con un coordinamento concettualmente difficoltoso per equivocità di contenuto, derivante da elementi positivi di confusione, il cui onere di allegazione grava sul contribuente, e che deve dare luogo ad insicurezza del risultato interpretativo ottenuto, riferibile non già ad un contribuente generico o professionalmente qualificato o all’Ufficio finanziario, bensì al giudice, unico soggetto dell'ordinamento cui è attribuito il potere-dovere di accertare la ragionevolezza di una determinata interpretazione.

 

2) Bilanci 2016: non devono più risultare le poste contabili “straordinarie”, possibili ripercussioni ai fini Irap ?

Ai fini Irap dal prossimo anno ci potrebbero essere ulteriori novità, eventualmente legata alla circostanza che nel conto economico del bilancio dal 2016 non ci sarà più la sezione straordinaria. Difatti, il D.L. n. 139/2015 ha modificato gli schemi di stato patrimoniale e di conto economico, intervenendo sugli artt. 2424 e 2425 c.c.. Tra le modifiche apportate al conto economico, assume particolare rilevanza l’eliminazione della sezione straordinaria.

Si ricorda che nell’attuale versione di schema di conto economico i proventi e gli oneri straordinari vanno evidenziati nell’aggregato E), il cui contenuto é disciplinato dall’OIC 12 “Composizione e schemi del bilancio d’esercizio”. Il principio contabile n. 12 precisa che sono da considerare di natura straordinaria:

- le plusvalenze, le minusvalenze e le sopravvenienze attive e passive derivanti da fatti per i quali la fonte del provento o dell’onere è estranea alla gestione ordinaria dell’impresa;

- i componenti positivi e negativi relativi ad esercizi precedenti;

- i componenti reddituali che costituiscono l’effetto di variazioni dei criteri di valutazione.

Nello specifico l’OIC 12 distingue costi e ricavi straordinari nelle seguenti categorie:

- Oneri, plusvalenze e minusvalenze derivanti da operazioni con rilevanti effetti sulla struttura dell’azienda;

- Plusvalenze e minusvalenze derivanti dall’alienazione di immobili civili ed altri beni non strumentali all’attività produttiva e non afferenti la gestione finanziaria;

- Plusvalenze e minusvalenze da svalutazioni e rivalutazioni di natura straordinaria;

- Sopravvenienze attive e passive derivanti da fatti naturali o da fatti estranei alla gestione dell’impresa;

-Componenti di reddito relativi ad esercizi precedenti;

- Componenti straordinari conseguenti a mutamenti nei principi contabili adottati;

- Imposte relative ad esercizi precedenti.

Per effetto delle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 139/2015 che entreranno in vigore dal bilancio 2016, le suddette fattispecie dovranno essere riclassificate nell’ambito degli altri elementi di costo e di ricavo, con un evidente impatto sul risultato operativo societario.

Le novità del decreto impatteranno anche sul principio contabile OIC 29, dedicato alle correzioni di errori e ai cambiamenti di principi e stime contabili.

Infatti per effetto dell’eliminazione dell’area straordinaria, viene abrogato il comma 4 dell’art. 2435-bis, secondo cui “nel conto economico del bilancio in forma abbreviata nella voce E20 non è richiesta la separata indicazione delle plusvalenze e nella voce E21 non è richiesta la separata indicazione delle minusvalenze e delle imposte relative a esercizi precedenti”.

Dovrà poi essere chiarito se tale modifica al conto economico avrà delle ripercussioni anche nel calcolo della determinazione della base imponibile Irap.

Almeno, per i soggetti che determinano il valore della produzione in base alle risultanze da bilancio.

 

3) Disciplina antiriciclaggio: IV direttiva (UE) e “giusto processo”, FNC a tutto campo

Sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 5 giugno 2015 è stata pubblicata la direttiva (UE) 2015/849, nota anche come “IV direttiva”, che riscrive in buona parte la disciplina antiriciclaggio a livello comunitario.

La direttiva, che dovrà essere recepita dagli stati membri entro il 26 giugno 2017, comporterà significative modifiche alle normative domestiche che regolano la materia. Incluso, per quanto riguarda l’Italia, il testo del D.Lgs. n. 231/2007 attualmente in vigore.

A tale proposito, nei giorni scorsi la Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha pubblicato un documento di approfondimento che analizza le principali novità della IV direttiva in materia di antiriciclaggio, sia dal lato normativo sia da quello pratico, dal momento che le modifiche impatteranno sulle pratiche quotidiane dei commercialisti.

Uno degli interventi più significativi riguarda indubbiamente l’inclusione dei reati fiscali tra i reati presupposto del riciclaggio. La norma europea non stabilisce però che cosa si debba intendere per “reato fiscale”, limitandosi a specificare che si tratta delle attività criminose in materia di imposte dirette e/o indirette punibili con una pena di durata massima superiore ad un anno ovvero, per gli Stati membri il cui ordinamento giuridico prevede una soglia minima per i reati, tutti i reati punibili con una pena di durata minima superiore a sei mesi.

In assenza di una identificazione uguale per tutti, toccherà ai legislatori nazionali recepire questa previsione nell’ordinamento. Con il rischio, evidenzia però la FNC, «che le definizioni di reati fiscali previste dalle normative nazionali possano divergere». Per tale motivo, non essendo prevista l’armonizzazione a livello comunitario della nozione di reato fiscale, la direttiva invita i governi a consentire, per quanto possibile ai sensi delle rispettive legislazioni interne, lo scambio di informazioni ovvero la prestazione di assistenza tra le Unità di informazione finanziaria dell’Ue.

L’inserimento dei reati tributari tra i presupposti del riciclaggio era stata in passato raccomandata anche dal GAFI, il gruppo di azione internazionale che fissa gli standard per il contrasto del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo.

In Italia la rilevanza ai fini antiriciclaggio delle violazioni fiscali è già conclamata, ancora di più dopo l’introduzione del reato di “autoriciclaggio” (in cui l’utilizzatore dei proventi è lo stesso soggetto che commette il reato presupposto, quindi in questo caso l'evasore) avvenuta a partire dal 1° gennaio 2015. I professionisti, in presenza di situazioni che potrebbero innescare il sospetto che il denaro utilizzato in una determinata transazione possa avere provenienza illecita, sono già oggi obbligati a effettuare la segnalazione (Sos) alla UIF.

Ma in futuro, per effetto della direttiva, tale incombenza potrebbe assumere una dimensione ancora maggiore, dal momento che la disciplina europea non fa distinzione tra delitti contrassegnati da dolo (per esempio una frode carosello in materia di IVA) o meno. Ai sensi del quadro normativo italiano, l’unico elemento rilevante per configurare la punibilità penale di una determinata condotta è il superamento delle soglie economiche (assolute o percentuali) fissate dal D.Lgs. n. 74/2000. Pertanto, prosegue lo studio della Fondazione, «ai fini della segnalazione rilevano non solo gli illeciti che sottendono comportamenti artificiosi e fraudolenti, ma anche quelli non connotati da un intento frodatorio, dei quali costituisce esempio tipico l’omesso versamento di IVA e ritenute». Nel nostro ordinamento, infatti, non ha mai trovato accoglimento la tesi restrittiva, secondo la quale il concetto di “provenienza” del denaro dovrebbe essere inteso in senso riduttivo, vale a dire limitatamente al denaro che effettivamente ha fatto ingresso nelle casse dell’impresa e non, al contrario, esteso anche al mero risparmio d’imposta

A ben vedere, in passato il Consiglio nazionale dei commercialisti aveva sollevato la necessità di distinguere i reati fiscali di natura fraudolenta, che fanno affluire indebitamente del denaro nelle casse societarie (per esempio tramite emissione di fatture false), da quelli che danno luogo “solo” a un risparmio d’imposta. Auspicando, evidentemente, la rilevanza ai fini antiriciclaggio solo della prima categoria e riducendo in questo modo il peso degli adempimenti di verifica e dell’obbligo di Sos.

Tale linea interpretativa non ha però trovato accoglimento. Lo scenario che ne emerge vede quindi gli studi professionali sempre più oberati di attività antiriciclaggio, che possono essere svolte in maniera appropriata solo mediante adeguate procedure e risorse dedicate. Il criterio del “risk based approach” raccomandato da Bruxelles presuppone infatti una grande attenzione nel valutare la posizione dei clienti, sia in fase di adeguata verifica preliminare sia durante lo svolgimento del mandato (e talvolta anche dopo).

I commercialisti chiedono tuttavia al legislatore di sfruttare l’occasione del recepimento della IV direttiva per fare chiarezza in materia una volta per tutte, tenendo conto delle peculiarità del mondo professionale rispetto agli altri soggetti obbligati (banche, assicurazioni, ecc.).

Il “giusto processo” è anche quello tributario?

Può definirsi “giusto” un processo in cui sono rilevabili d’ufficio solo le decadenze in cui sia incorso il contribuente? In cui non è rilevabile d’ufficio alcuna illegittimità commessa dall’Amministrazione? Mentre è rilevabile d’ufficio l’abuso di diritto (almeno fino alla entrata in vigore delle norme delegate)? In cui le violazioni di legge in cui sia incorsa l’Amministrazione assumono rilievo solo in tassative limitate ipotesi? In cui la raccolta degli elementi probatori (ed in particolare delle dichiarazioni di persone informate dei fatti) è appannaggio, pressoché esclusivo della parte pubblica?

Sono questi gli interrogativi sollevati da Mario Cicala, già Presidente della Sezione Tributaria della Corte Suprema di Cassazione, ora componente del Comitato Scientifico della Fondazione Nazionale dei Commercialisti, in un documento incentrato sulla tematica del “giusto processo”pubblicato nei giorni scorsi dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti. Dubbi che risalgono nel tempo e che sono ora rafforzati dalla recente pronuncia della Cassazione n. 18488 del 18 settembre 2015, con cui viene richiesta al contribuente, ai fini della nullità dell’atto di cui all’art. 42 del D.P.R. n. 600/73, la tempestiva e specifica deduzione dei vizi già nel ricorso introduttivo. Una pronuncia che, in sostanza, impedisce al contribuente di invocare l'irregolarità durante il giudizio e al giudice rilevarla d'ufficio. Secondo gli Ermellini, inoltre, alle contestazioni tributarie non sarebbe applicabile la disciplina di diritto sostanziale e processuale dell'atto amministrativo contenuta nella Legge n. 241/1990 che considera, in linea di principio, automaticamente invalidi (cioè annullabili) tutti gli atti amministrativi “adottati con violazione di legge”.

Un’interpretazione che per Cicala induce e rende necessaria “una sistematica riflessione sui rapporti fra il processo tributario quale plasmato dalla prassi e il principio secondo cui ogni processo deve risultare “giusto”, come prescrive l’ art. 111 della Costituzione”.

 

4) Cessazione società: i rapporti pendenti con il Fisco continuano nei confronti dei soci, nulla la notifica al liquidatore

E’ nulla la notifica eseguita esclusivamente nei confronti del liquidatore: Nell’ipotesi di Srl cessata la notifica fiscale va effettuata a tutti i soci, non solo al liquidatore.

Dunque, l’accertamento fiscale alla Srl estinta va notificato a tutti i soci e non solo al liquidatore. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19611 del 1 ottobre 2015, che ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

Secondo la Suprema Corte con l’estinzione della società si determina un fenomeno di tipo successorio in forza del quale i rapporti obbligatori facenti capo al soggetto giuridico non si estinguono ma si trasferiscono ai soci i quali subentrano nella legittimazione processuale facente capo alla società nelle situazioni di litisconsorzio. Per i collegio il recupero a tassazione è invalido in quanto notificato solo al liquidatore della società.

Sequestro dei beni al manager solo se non vi sia disponibilità in azienda

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39536 del 1 ottobre 2015, ha stabilito che il sequestro dei beni dell’amministratore della società esterovestita è possibile solo nel caso in cui non ci sia disponibilità nelle casse dell’impresa. In particolare, i giudici hanno affermato che “è legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l’ente una persona estranea al reato”. Per la confisca diretta del profitto nei confronti della persona giuridica è necessario che ci sia disponibilità (denaro da aggredire) nelle casse dell’impresa prima di aggredire il patrimonio del manager.

Registro in misura fissa sul concordato preventivo

Si applica l’imposta di registro nella misura fissa (e non, quindi, in misura proporzionale) sulla sentenza di omologazione di un concordato preventivo con cessione di beni ai creditori. Questo poiché viene ad essere inserita nella previsione di cui alla lettera g) dell’articolo 8, della tariffa, parte 9, allegata al D.P.R. n. 131/1986 che comprende, genericamente, gli atti di omologazione.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 19596 depositata il 1 ottobre 2015)

 

5) Decreto per le imprese in amministrazione straordinaria in G.U.

Imprese in amministrazione straordinaria con più tempo per evitare il fallimento. E’ stato, infatti, pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 228 del 1 ottobre 2015, il D.L. n. 154 del 1 ottobre 2015 avente ad oggetto disposizioni urgenti in materia economico - sociale.

Tra le misure emerge quella dell’introduzione di una modifica all’art. 57 del D.Lgs. 270/1999 finalizzata a favorire il risanamento delle aziende poste in amministrazione straordinaria.

Per evitare che nel caso di mancata realizzazione, totale o parziale, del programma approvato dal Ministero dello sviluppo economico alla scadenza del termine normativamente previsto (12 mesi se orientato alla cessione, 24 se orientato alla ristrutturazione economico-finanziaria) sia automaticamente dichiarato il fallimento della società, è stata prevista la facoltà per il MISE di prorogare, una sola volta, la scadenza del programma di cessione dei complessi aziendali per un massimo di 12 mesi, in modo tale da consentire la prosecuzione dell’esercizio d’impresa senza pregiudizio per i creditori.

In particolare, l’art. 2 del decreto introduce una disposizione in materia di esecuzione dei programmi di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, finalizzata a evitare che, al termine della scadenza del programma approvato dal Ministero dello Sviluppo economico (12 mesi se indirizzato alla cessione, 24 mesi se finalizzato alla ristrutturazione economico-finanziaria), si arrivi all’automatico fallimento dell’azienda nel caso di mancato realizzo del programma in tutto o in parte.

Dunque, il provvedimento, inserendo il comma 4-bis all’art. 57 del DLgs. 270/99, prevede che, se in prossimità della scadenza del programma, anche in caso di proroga dei termini di cui al successivo art. 66, la cessione non è ancora intervenuta, in tutto o in parte, il Ministro dello Sviluppo economico possa disporre, per una sola volta, un’ulteriore proroga del termine di esecuzione del programma per un periodo non superiore a 12 mesi.Ciò può avvenire quando, sulla base di una specifica relazione, predisposta dal Commissario straordinario, sentito il comitato di sorveglianza, l’attuazione del programma richiede la prosecuzione dell’esercizio dell’impresa, senza pregiudizio per i creditori. Il provvedimento ministeriale di proroga è comunicato al Tribunale competente ai fini dell’esercizio delle proprie attribuzioni.

 

6) Detrazione spese di pubblicità facile

Le spese di pubblicità sono detraibili anche se manca l’inerenza. Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale di Firenze, con la sentenza n. 873/2015.

In tema di diritto alla detrazione Iva, relativa a costi di sponsorizzazione sostenuti dal contribuente, una recente pronuncia della C.T.R. Toscana, in linea con quanto già sancito in ambito comunitario dalla Corte di Giustizia, ha osservato che “il diritto alla detrazione rimane acquisito se non vi è dimostrazione di circostanze fraudolente o abusive” imputabili al soggetto interessato.

Il fatto

La controversia nasce dall’annosa questione circa il disconoscimento Iva inerente alle spese pubblicitarie ai danni di una società, per gli anni di imposta dal 2006 al 2009, poiché – secondo “la linea accusatoria” dell’Ufficio – vi era assenza del presupposto dell’inerenza e l’operazione aziendale in questione risultava antieconomica.

La Commissione Tributaria di primo grado cure respingeva il ricorso, confermando la tesi dell’Agenzia delle entrate.

A fronte della citata decisione, il contribuente presentava appello, nel quale, oltre ad evidenziare la sussistenza dell’inerenza, nonché dell’aumento dei ricavi e dell’acquisizione di nuova clientela nei successivi periodi, osservava che, ai fini Iva, era illegittimo un disconoscimento automatico della detrazione.

La decisione

I giudici toscani, accogliendo parzialmente l’appello del contribuente sul punto in parola, hanno motivato in tal modo: “l’Ufficio mai ha contestato la reale effettuazione del costo di sponsorizzazione e poiché non vi sussistono comportamenti fraudolenti non può essere disconosciuto la detrazione Iva”.

Come noto, il diritto alla detrazione dell’Iva rappresenta uno degli elementi essenziali dell’imposta, ispirato al criterio di neutralità nei confronti dei soggetti che esercitano attività economiche.

La Corte di Giustizia ha osservato che il diritto alla detrazione “costituisce parte integrante del meccanismo dell’Iva e non può essere soggetto a limitazioni”, salvo nei casi di “frode conclamata”, in modo da garantire la neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività economiche.

Non solo: il diritto alla detrazione rimane acquisito se non vi è dimostrazione di circostanze fraudolente o abusive a carico del contribuente; diversamente, il disconoscimento di tale prerogativa rappresenterebbe una grave violazione al meccanismo Iva, ossia la propria neutralità (l’imposta non può costituire un costo “a valle” senza possibilità del contribuente di “recuperare” la spesa sostenuta senza la presenza di alcuna irregolarità tributari).

Ebbene, proprio sul punto in parola, si rammenta un consolidato orientamento giurisprudenziale comunitario (il quale rappresenta una fonte del diritto vincolante anche per il nostro ordinamento), in cui è stato sancito che per negare il diritto alla detrazione, grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere della prova di dimostrare (con elementi certi) che il contribuente abbia partecipato alla frode fiscale a danno dell’Erario (cfr. Corte di Giustizia, n. 285/11, n. 80/11 e n. 142/11).

Le motivazioni addotte dalla Corte UE, nelle vertenze processuali affrontate, sono estremamente chiare (ed avulse da qualsivoglia interpretazioni capziose): il diniego alla detrazione è un’eccezione all’applicazione del principio fondamentale in materia di Iva.

Su tale interpretazione si è allineata anche la Corte di Cassazione, n. 18466/2012.

Ma non solo: una recente pronuncia sempre della Corte di Giustizia (C-18/2013) ha confermato lo stesso orientamento, ossia è inammissibile la detrazione Iva per prestazioni “realmente ricevute” (su tale punto, ossia sulla veridicità dell’evento sponsorizzato, l’Agenzia delle entrate mai ha sollevato alcuna contestazione di merito), poiché il meccanismo del diritto alla detrazione costituisce di fatto il “cuore” dell’Iva, salvo che l’Amministrazione Finanziaria dimostri con “elementi oggettivi” che l’operazione si inserisce in un’evasione fiscale suffragata da prove valide.

(Altalex, nota del 2 ottobre 2015)

 

7) Cessione quinto pensioni: aggiornati i tassi praticati dalle banche

Con decreto del 24 settembre 2015, il Ministero dell’Economia e delle Finanze - Dipartimento del Tesoro - ha indicato i tassi effettivi globali medi (TEGM) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, determinati ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge n. 108/1996, recante disposizioni in materia di usura, come modificata dal decreto legge n. 70/2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 106/2011, rilevati dalla Banca d’Italia e in vigore per il periodo di applicazione 1° ottobre – 31 dicembre 2015. Per quanto sopra, per i prestiti contro cessione del quinto dello stipendio e della pensione il valore dei tassi applicati nel periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2015 sono i seguenti:

Classi di importo in euro:

Tassi medi

Tassi soglia usura

   

fino   a € 5.000,00

11,96

18,9500

oltre   € 5.000,00

11,06

17,8250

Ne consegue che i tassi soglia TAEG da utilizzare per i prestiti con cessione del quinto della pensione, di cui all’articolo 10 della convenzione INPS, approvata con determinazione presidenziale n. 76 del 5 aprile 2013, finalizzata alla concessione di prodotti di finanziamento a pensionati, variano come segue: TASSI SOGLIA CONVENZIONALI PER CLASSE DI ETA' DEL PENSIONATO E CLASSE DI IMPORTO DEL PRESTITO

Classi di età del pensionato*    

Fino a € 5.000,00

Oltre € 5.000,00

fino   a 59 anni

8,93

8,75

60-69

10,53

10,35

70-79

13,13

12,95

* Le classi di età comprendono il compleanno dell’età minima della classe; l’età si intende a fine piano.

Le suddette modifiche sono operative con decorrenza 1° ottobre 2015.

(INPS, messaggio n. 6083 del 2 ottobre 2015)

 

Vincenzo D’Andò