Contratto di appalto a corpo e computo metrico: il diritto ad un maggior compenso

 

Con la sentenza in questione oggetto del presente commento si ritorna ad affrontare la vexata quaestio del cosiddetto appalto a corpo (nota 1), già trattata innumerevoli volte dalla Corte di legittimità anche se sotto profili diversi da quello che in questa sede si prende in esame.

La recente sentenza n. 5262/2015 della I sezione civile della Suprema Corte di Cassazione fa il punto in ordine al rilievo che in un appalto a corpo ha il computo metrico ed inserendosi a pieno titolo nell’alveo della precedente produzione giurisprudenziale della Suprema Corte ribadisce che in tali casi ciò che effettivamente finisce per contare è solo il prezzo finale che, dopo che è stato accettato, è vincolante per l’appaltatore nei confronti della stazione appaltante, mentre il richiamo ai prezzi unitari e ai calcoli contenuti nell’ambito del computo metrico non ha altro valore se non quello di semplice traccia indicativa delle modalità con cui si è venuto a formare il prezzo globale che è destinata a restare fuori dal contenuto del contratto.

 

Nell’appalto a corpo, infatti, il prezzo convenuto è fisso e invariabile, e grava integralmente sull’appaltatore il rischio relativo alla maggiore quantità di lavoro che potrebbe rendersi necessaria rispetto a quella inizialmente prevista nella documentazione progettuale: ciò a condizione, afferma nella sua sentenza la Corte, che siano correttamente rappresentati tutti quegli elementi che possono influire sulla previsione di spesa dell’appaltatore, in quanto soltanto in tal caso si può ritenere che l’eventuale maggiore onerosità relativa all’esecuzione della prestazione rientri nell’alea normale del contratto, tenuto conto che, a norma dell’articolo 1175 del Codice civile, le parti coinvolte nel rapporto obbligatorio devono comportarsi secondo buona fede (“Il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza in relazione ai principi della solidarietà corporativa”). L’elemento che nel caso di un appalto a corpo può condurre ad una revisione del prezzo pattuito in sede contrattuale viene dunque ad essere costituito dalla prevedibilità o meno dell’opera (in più) che viene richiesta, fermo restando tuttavia il principio di carattere generale che, in un appalto a corpo, l’appaltatore è tenuto ad eseguire tutte le opere necessarie indipendentemente dalle previsioni del computo metrico.

 

Nel caso preso in considerazione dalla Suprema Corte nella sentenza in commento è accaduto che l’impresa appaltatrice aveva contestato alla committenza di non essere obbligata ad eseguire una determinata prestazione (consistente nella realizzazione di una pavimentazione in acciottolato), in considerazione del fatto che la prestazione di cui sopra non era prevista nel computo metrico allegato alla documentazione contrattuale.

I Giudici di merito, ricostruendo la comune intenzione dei contraenti, attraverso un’operazione di interpretazione del contratto ai sensi dell’articolo 1362 del Codice civile (Nell’interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole. Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto) hanno accertato come da un documento presente in atti (e precisamente da un documento in cui un rappresentante dell’impresa appaltatrice richiedeva alla stazione appaltante l’assenso alla sostituzione della pavimentazione realizzata in acciottolato con uno strato bituminoso), era plausibilmente desumibile che l’acciottolato fosse, appunto, il tipo di pavimentazione originariamente previsto dal contratto. A questo proposito è senz’altro da notare che nel caso di specie i Giudici di merito hanno attribuito rilievo ad un documento, in applicazione del richiamato articolo 1362 del Codice civile, che richiede al giudice, nell’interpretare il contratto, di indagare quale sia stata la comune intenzione…

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