L’abolizione della TASI sulle abitazioni principali e l’assegno del Governo


 

In un Paese dove più o meno il 70% delle famiglie vive in case di proprietà e dove, secondo i dati dell’OMI, vi sono circa 60 milioni di unità immobiliari è inevitabile che il tema della fiscalità edilizia sia particolarmente delicato e che si presti sia a discorsi ragionevoli e razionali, quali la promessa revisione del catasto (che, nonostante fosse prevista da una legge delega, la Legge 11 marzo 2014, n. 23, non a caso, è stata accantonata e rinviata, probabilmente, sine die) sia a proclami più o meno ad effetto da leggersi, quasi sempre, in chiave elettoralistica. Ed infatti è nuovamente arrivata, seguendo un copione piuttosto ben collaudato, la promessa da parte del Governo di eliminare la tassazione sulla “prima casa” (anche se sarebbe più corretto dire “abitazione principale”).

A parte alcune considerazioni che si potrebbero fare in merito alla correlazione esistente tra i risultati elettorali e le successive scelte (o non scelte) di politica economica e fiscale è interessante da un lato ripercorrere le tormentate (e tormentose) vicende della fiscalità immobiliare degli ultimi trent’anni e dall’altro interrogarsi sugli effetti che una eventuale eliminazione dell’imposizione fiscale sull’abitazione principale potrebbe avere e su come il Governo potrebbe effettivamente finanziare una misura del genere senza per questo strangolare le amministrazioni comunali (che, non per nulla, immediatamente dopo l’annuncio dell’intenzione di eliminare l’odiatissima TASI, si sono fatti abbondantemente sentire attraverso la loro associazione lamentando di avere, come si suol dire, “già dato”).

 

Ma andiamo con ordine e, per prima cosa, ripercorriamo per sommi capi le contorsioni del legislatore nell’ambito dell’imposizione sugli immobili. In origine, per non risalire troppo indietro nel tempo era l’ICI, nata come imposta straordinaria sugli immobili (ISI) con il Decreto Legge 11 luglio 1992, n. 333 (convertito con modificazioni dalla Legge 8 agosto 1992, n. 359) del Governo Amato, l’ICI prese la sua forma definitiva con il Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 e si è rapidamente evoluta divenendo una delle entrate più importanti nel bilancio dei comuni italiani, sostituendo trasferimenti di fondi dallo Stato centrale. Per una quindicina d’anni le cose sono rimaste sostanzialmente ferme, con una norma che bene o male funzionava, che prevedeva un trattamento “privilegiato” per la prima casa (sotto forma di detrazioni),aveva generato un corpus interpretativo consolidato e rispondeva alle esigenze che avevano portato il legislatore a produrla. Tuttavia, il 21 dicembre 2007, il governo Prodi, poco prima della sua caduta, approvò, con la Legge Finanziaria 2008, uno sconsiderato provvedimento (sconsiderato perché con esso si diede il via ad aspettative che non avrebbero potuto essere esaudite senza creare disastri) che ne ridusse ulteriormente l’incidenza, introducendo un’ulteriore detrazione della base imponibile dell’1,33 per mille (sino a un massimo di 200 euro). Il successivo governo, con l’emanazione del Decreto-Legge n. 93/2008, entrato in vigore il 29 maggio 2008, poi convertito in Legge n. 126/2008, pubblicata sulla G.U. 174 del 26 luglio 2008, abolì del tutto l’imposta ICI sull’abitazione principale. Con il brillante risultato di scavare una voragine nei conti delle Amministrazioni comunali che si videro così venire meno una delle maggiori fonti di gettito, gettito solo parzialmente ripianato dall’incremento delle addizionali comunali all’IRPEF (con una mano ti do con l’altra ti tolgo), con la cessione di cespiti e, soprattutto, con l’indebitamento, visto che di un incremento dei trasferimenti da parte del Governo centrale non si vedeva traccia.

 

Solo che, raschiato il barile delle dismissioni e raggiunto il livello di guardia dell’indebitamento (impegni comunitari, patto di stabilità, spending review si chiami la situazione come si vuole), volenti o nolenti alle Amministrazioni comunali si è dovuto rendere una autonomia impositiva un poco meno risicata (vista la diffusione a macchia d’olio della proprietà dell’abitazione principale): a questo ci ha pensato il brillante e salvifico “governo dei tecnici”, inventando quel pasticciaccio brutto dell’IMU, introdotta con Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (Gazzetta Ufficiale n. 284 del 6 dicembre 2011, supplemento ordinario n. 251) poi convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 214 del 22 dicembre 2011 (G.U. n. 300 del 27 dicembre 2011, supplemento ordinario n. 276), la cui applicazione era estesa anche alle abitazioni principali.

 

A questo punto inizia un tourbillon di “togli-metti-togli-aggiungi-inventa qualche cosa di nuovo” che porta alla situazione attuale: una teorica “Imposta Unica Comunale”, che non è né unica né imposta, perché dentro ha delle vere e proprie tasse, in cui la tanto sbandierata (a suo tempo) abolizione dell’IMU sulle residenze principali è resuscitata sotto forma di TASI, acronimo che, nonostante voglia significare Tassa sui Servizi Indivisibili, è semplicemente, al di là delle finzioni di bilancio, il modo che i Comuni hanno per tappare i buchi che si aprono nelle loro instabili contabilità. O per meglio dire avevano, perché, con l’ennesimo voltafaccia, l’attuale esecutivo ha comunicato che il 16 dicembre prossimo si celebreranno i funerali dell’imposizione fiscale sulla “prima casa” (confondendo il concetto di prima casa” con quello, ben più stringente di “abitazione principale”).

 

Esaminato, seppur sommariamente, il primo aspetto del problema che ormai si pone in modo ineludibile, passiamo al secondo: l‘abolizione della TASI (perché è di questo che si tratta) sulla residenza principale pone alcuni problemi di soluzione non certo facilmente riassumibili sinteticamente nel seguente quesito: le Amministrazioni comunali dove andranno a prendere i 5/7 miliardi di euro che verranno loro a mancare abolendo la TASI sulle residenze principali?

Lasciare loro la quota di competenza dello Stato di IMU purtroppo non è sufficiente e poi se togliamo allo Stato la quota di IMU di sua competenza trasferiamo semplicemente un ammanco di introiti fiscali dalle Amministrazioni locali a quella centrale come dire che tutta l’operazione si tradurrebbe semplicemente nel solito spostamento di poste contabili.

L’altra strada potrebbe essere quella di ridurre le spese di una misura analoga ma ridurre la spesa pubblica, specialmente quella delle Amministrazioni locali (a parte che in alcuni ben precisi settori che sono poi sempre gli stessi) in Italia è cosa che fa irresistibilmente pensare alla mitica fenice “che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa”.

Una terza strada, che però diciamo subito è sostanzialmente impraticabile, sarebbe quella di consentire ritocchi verso l’alto delle aliquote IRPEF di competenza dei comuni, cosa questa che da un lato sarebbe semplicemente una sorta di gioco delle tre carte, con una mano ti do con l’altra ti tolgo, senza contare dall’altro il fatto che quasi tutte le Amministrazioni comunali hanno già imposto le aliquote massime.

 

E di conseguenza si ritorna punto e a capo: dove trovare questi soldi? Il Governo si è affannato a dire in tutte le sedi ed attraverso i suoi più autorevoli rappresentanti, che le Amministrazioni comunali avranno i soldi ma si è ben guardato dal chiarire in modo preciso e cifre alla mano sia il come, sia il quanto che il quando. Tutte cose che francamente fanno dormire assai male gli amministratori locali che, a meno di sorprese dell’ultima ora si troveranno nella spiacevole situazione di inventarsi come pagare gli stipendi ai propri dipendenti senza avere certezza delle risorse disponibili. Si è fatto cenno agli effetti della mitica “spending review” (che sembra essere la panacea a tutti i mali), si è fatto cenno a dismissioni di quote di partecipazioni in società quotate di proprietà del Tesoro, di razionalizzazioni di spesa, di incrementi di gettito imprevisti derivanti dalla “voluntary disclosure”, ma nulla di concreto.

Ed anche se effettivamente tali ipotizzate entrate (o risparmi) dovessero effettivamente realizzarsi, e per di più nella misura necessaria per coprire l’ammanco di introiti nelle casse delle amministrazioni locali, in che tempi tali risorse si renderebbero disponibili? Tanto per citare un esempio, ammesso e non concesso, che si stia verificando un’adesione di proporzioni inattese alle misure in materia di “voluntary disclosure” gli immediati incassi per il Tesoro sarebbero nell’ordine delle centinaia di milioni di euro e non dei miliardi di cui c’è necessità e la maggiore materia imponibile emersa genererebbe introiti per l’erario non così ravvicinati, mentre il buco da coprire è già a partire dal 1° gennaio 2015…. Oppure creando ulteriore debito, che fornisce risorse immediatamente, nella speranza che la, relativa, ripresa economica attualmente in corso consenta una crescita del PIL sufficiente a non sfondare, per l’ennesima volta, il fatidico 3 per cento del rapporto PIL/deficit che ci impone l’Unione Europea. Infatti se andiamo a controllare le emissioni di titoli di Stato ed il conseguente andamento del debito pubblico italiano nell’arco degli ultimi dodici mesi ci accorgiamo che il fabbisogno è sempre cresciuto e che il debito non è mai stato più alto (oltre 2.200 miliardi di euro ad aprile).

Viene quindi piuttosto forte la preoccupazione che il finanziamento dei provvedimenti agevolativi adottati negli ultimi mesi, a partire dagli 80 euro in più al mese nelle tasche degli italiani, per arrivare agli sgravi contributivi previsti per le assunzioni a tempo indeterminato, passando dalla riduzione dell’IRAP, sia realtà largamente derivato dal debito (che presto o tardi andrà pagato: Grecia insegna) e che anche l’eliminazione della TASI sulle residenze principali verrà finanziato nello stesso modo, il che è una versione un po’ più sofisticata del gioco delle tre carte perché i soldi presi a prestito costano interessi (attualmente assai poco, ma costano, e non è detto che il denaro resti sempre così a buon prezzo come ora) e questi interessi qualcuno li dovrà pur ben pagare (oltre al capitale): ovvero il contribuente italiano, magari non quello attuale ma quello futuro (che non votando attualmente non conta nulla) ma pur sempre il contribuente italiano.

 

14 settembre 2015

Massimo Pipino


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