Diario quotidiano del 31 agosto 2015: la detrazione spese per interventi edilizi nel piccolo condominio: la detrazione non si perde a condizione che venga richiesta l’attribuzione del codice fiscale “cumulativo”

Pubblicato il 31 agosto 2015



detrazione spese per interventi edilizi nel piccolo condominio; voluntary disclosure: ratificato accordo tra Italia e Svizzera-Principato di Monaco-Santa Sede-Principato del Liechtenstein; no all’accertamento induttivo per la ricarica media del settore difforme; transfer pricing: é possibile finanziare la controllata; voluntary disclosure: nuova circolare delle Entrate; come esercitare l’attività di commercio elettronico diretto con il regime fiscale di vantaggio; patent box, pronto il decreto di attuazione con le modalità applicative; precisazioni dell’INPS sulla procedura di pagamento della NASpI; fatturazione elettronica: dal 2016 software dalle Entrate; aliquota IVA applicabile alla cessione di carni di quaglia congelate

 

Indice:

 1) Detrazione spese per interventi edilizi nel piccolo condominio

 2) Voluntary Disclosure: ratificato accordo tra Italia e Svizzera - Principato di Monaco - Santa Sede - Principato del Liechtenstein

 3) No all’accertamento induttivo   per la ricarica media del settore difforme

 4) Transfer pricing: é possibile finanziare la controllata

 5) Voluntary disclosure: nuova circolare delle Entrate

 6) Come esercitare l’attività di commercio elettronico diretto con il regime fiscale di vantaggio

7) Patent box, pronto il decreto di attuazione con le modalità applicative

 8) Precisazioni dell’INPS sulla procedura di pagamento della NASpI

9) Fatturazione elettronica: dal 2016 software dalle Entrate

 10) Aliquota IVA applicabile alla cessione di carni di quaglia congelate

 

 

1) Detrazione spese per interventi edilizi nel piccolo condominio

Ristrutturazione condomini minimi: il codice fiscale salva il bonus fiscale. Quando i bonifici sono stati effettuati direttamente dai singoli proprietari, la detrazione non si perde a condizione che venga richiesta l’attribuzione del codice fiscale “cumulativo”.

Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 74/E del 27 agosto 2015, emanata a seguito di una istanza di interpello posta per chiarire la seguente problematica.

Tre fratelli, un edificio con tre appartamenti (ognuno di proprietà esclusiva di ciascuno di essi) e parti comuni, su cui nel 2014 sono stati effettuati interventi di recupero, pagati dai proprietari pro-quota con bonifico bancario. Ma, riguardo a tale tipologia di lavori, già nel 1998, quindi fin dall’entrata in vigore della legge istitutiva (la 449/1997), l’allora ministero delle Finanze aveva precisato che la fruizione dell’agevolazione è subordinata alla circostanza che sia il condominio l’intestatario delle fatture e l’esecutore, tramite l’amministratore o uno dei condòmini, degli adempimenti richiesti dalla normativa.

Nel caso di specie, quindi, l’accesso allo sconto fiscale sembrerebbe precluso. Non è così: la soluzione è nella risoluzione n. 74/E del 27 agosto 2015, dove l’Agenzia delle entrate osserva che, avendo i contribuenti in questione eseguito i pagamenti con la procedura giusta per la fruizione del bonus ristrutturazioni, cioè con apposito bonifico “parlante”, è stato regolarmente rispettato l’obbligo, in capo all’istituto bancario o a Poste, di operare la prescritta ritenuta dell’8% sulle somme accreditate (articolo 25 del Dl 78/2010).

Però, la stessa Agenzia, nella circolare 11/2014, aveva ribadito che, per fruire della detrazione relativa a spese su parti comuni, anche i condomìni minimi, quelli con non più di otto condòmini (che non hanno l’obbligo di nominare un amministratore), devono richiedere l’attribuzione del codice fiscale.

Tanto premesso, appare chiaro che il tassello mancante al buon fine è soltanto il codice fiscale del condominio. Pertanto, entro il termine della presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno 2014, in cui sono state sostenute le spese, è necessario:

- presentare a un ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate la domanda di attribuzione del codice fiscale al condominio, tramite modello AA5/6;

- versare mediante F24 (codice tributo 8912), a nome del condominio, con indicazione del cf attribuito, la sanzione minima di 103,29 euro, per omessa richiesta del codice fiscale;

- inviare una comunicazione in carta libera all’ufficio delle Entrate competente in relazione all’ubicazione del condominio.

Nella comunicazione, unica per tutti i condòmini, devono essere specificati, distintamente per ciascuno di essi:

- le generalità e il codice fiscale;

- i dati catastali delle rispettive unità immobiliari;

- i dati dei bonifici dei pagamenti effettuati per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio;

- la richiesta di considerare il condominio quale soggetto che ha effettuato gli interventi;

- le fatture emesse dalle ditte nei confronti dei singoli condòmini, da intendersi riferite al condominio.

Infine, ogni condomino potrà inserire le spese sostenute nel periodo d’imposta 2014 nel modello Unico Pf 2015 da presentare entro il prossimo 30 settembre o, se ha utilizzato il 730, nel modello 730 integrativo da presentare entro il 26 ottobre 2015.

Infine, la risoluzione ricorda che, non essendo necessario nel caso in esame nominare un amministratore, i contribuenti non sono tenuti a compilare l’apposito quadro AC del modello Unico Pf, in cui è prevista l’indicazione, tra l’altro, dei dati catastali degli immobili condominiali: andranno specificati nella comunicazione unica per tutti i condòmini.

 

2) Voluntary Disclosure: ratificato accordo tra Italia e Svizzera - Principato di Monaco - Santa Sede - Principato del Liechtenstein

Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra la Repubblica italiana e la Confederazione svizzera in materia di imposte su reddito e sul patrimonio (disegno di legge): Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, e di quello dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, il 27 agosto 2015, ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione del Protocollo, firmato a Milano il 23 febbraio 2015, che modifica la convenzione tra la Repubblica italiana e la Confederazione svizzera per evitare le doppie imposizioni e per regolare talune altre questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio. Con il Protocollo, conforme allo standard Ocse, si determina un ampliamento del perimetro dello scambio di informazioni, che può riguardare imposte di qualsiasi natura, e si prevede il superamento del segreto bancario. Sono inoltre definite procedure di cooperazione amministrativa tra i due Paesi che garantiranno uno scambio di informazioni effettivo e agevole, senza tuttavia ricorrere a ricerche generalizzate e indiscriminate. Tali modifiche , che accrescono il livello di cooperazione tra i due Paesi, rendono più efficace il contrasto a meccanismi di elusione e evasione fiscale, con conseguenti effetti positivi per l’erario.Il Protocollo entrerà in vigore dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge di ratifica, Sarà comunque possibile richiedere informazioni sulle posizioni dei contribuenti in essere a partire dalla data della firma il Protocollo (23 febbraio 2015).

Ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il governo del Principato di Monaco sullo scambio di informazioni in materia fiscale (disegno di legge)

Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, e di quello dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il governo del Principato di Monaco sullo scambio di informazioni in materia fiscale, e del Protocollo che regolamenta le richieste di informazioni di gruppo, entrambi firmati a Monaco il 2 marzo 2015.

L’Accordo è basato sui più aggiornati standard Ocse in quanto conforme al Modello di Tax Information Exchange Agreement (TIEA) e assieme al Protocollo (che ne è parte integrante), costituisce un avanzamento molto significativo del livello di cooperazione amministrativa tra i due Paesi. Entrambi forniscono la base giuridica, finora inesistente, per poter attivare lo scambio di informazioni di natura fiscale con Monaco. Il Protocollo, una volta entrato in vigore, consentirà di effettuare richieste di gruppo su elementi esistenti alla data della firma. Con la ratifica dell’Accordo e del Protocollo, con cui Monaco integra i requisiti previsti dalla normativa italiana in materia di rientro dei capitali (la cosiddetta Voluntary Disclosure), il Principato sarà escluso dalle black list e questo consentirà ai contribuenti italiani che aderiranno al programma di collaborazione volontaria, di fruire di una più agevole regolarizzazione in termini di riduzione delle sanzioni amministrative. Importante inoltre l’introduzione di disposizioni finalizzate ad eliminare eventuali casi di doppia imposizione e l’applicazione del credito d’imposta, secondo la formazione standard utilizzata generalmente dell’Italia nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni. Vengono anche regolamentati i casi di doppia residenza fiscale.

Ratifica ed esecuzione della Convenzione tra il Governo della Repubblica italiana e la Santa Sede in materia fiscale (disegno di legge)

Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, e di quello dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione tra il Governo della Repubblica italiana e la Santa Sede in materia fiscale, fatta a Roma il 1° aprile 2015.La Convenzione, in linea con il processo in atto verso l’affermazione a livello globale della trasparenza nel campo delle relazioni finanziarie, recepisce il più aggiornato standard internazionale in materia di scambio di informazioni di natura fiscale previsto dall’Ocse, al fine disciplinare la cooperazione amministrativa tra le autorità competenti delle due Parti contraenti. Lo scambio di informazioni riguarderà i periodi d’imposta a partire dal 1° gennaio 2009.La Convenzione, dalla data di entrata in vigore, consentirà anche il pieno adempimento, con modalità semplificate, degli obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede, da talune categorie di contribuenti, persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia, mentre per il passato è prevista, per le stesse attività, una procedura di regolarizzazione avente i medesimi effetti stabiliti dalla legge n. 186/2014 (la Voluntary Disclosure)

Ratifica dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo del Principato del Liechtenstein sullo scambio di informazioni in materia fiscale (disegno di legge)

Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, e di quello dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato il disegno di legge Ratifica dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo del Principato del Liechtenstein sullo scambio di informazioni in materia fiscale, e il protocollo aggiuntivo sulle richieste di informazioni di gruppo, siglati a Roma il 26 febbraio 2015. Analogamente a quello con la Svizzera, anche l’Accordo con il Liechtenstein pone fine al segreto bancario. L’Accordo sullo scambio di informazioni e il Protocollo aggiuntivo si applicano dopo la ratifica ma decorrere della data della firma. Di conseguenza lo scambio di informazioni potrà riguardare elementi in essere alla data del 26 febbraio 2015.

Il Protocollo aggiuntivo, integrando i requisiti previsti dalla normativa italiana in materia di rientro dei capitali (la Voluntary Disclosure), consentirà ai contribuenti italiani di fruire di una più agevole regolarizzazione in caso di adesione alla procedura di collaborazione volontaria.

(Governo, comunicato del 27 agosto 2015)

 

3) No all’accertamento induttivo per la ricarica media del settore difforme

E’ giustificabile la difformità della percentuale di ricarico rispetto alla media del settore.

Difatti, tale circostanza non basta per legittimare l’accertamento induttivo eseguito dal Fisco.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16597 del 2015.

Ai fini dell’accertamento di un maggior reddito d’impresa, non è sufficiente il solo rilievo dell’applicazione, da parte del contribuente, di una percentuale di ricarico diversa dalla media riscontrata nel medesimo settore commerciale, dovendo lo scostamento essere di proporzioni assolutamente rilevanti; ne consegue che, al di fuori di tale ipotesi, occorre che risulti qualche elemento ulteriore incidente sull’attendibilità complessiva della dichiarazione e la concreta ricorrenza di circostanze gravi, precise e concordanti.

E’ dunque illegittimo l’accertamento induttivo se basato solo sull’applicazione, da parte del contribuente, di una percentuale di ricarico diversa dalla media riscontrata nel medesimo settore commerciale.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra l’Agenzia delle Entrate e un professionista. Con avviso di accertamento ritualmente notificato ad un architetto, l’Agenzia delle Entrate accertava a carico del contribuente maggiori compensi nella misura di ex lire 39.994.000, con conseguenti maggiori imposte ai fini IRPEF, IRAP ed IVA, in conseguenza della difformità della percentuale di ricaricoapplicata dal contribuente rispetto a quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza.

La CTR, confermando la sentenza di primo grado, respingeva il ricorso del contribuente. Il giudice di appello, in particolare, premesso che lo scostamento tra la percentuale di ricarico e quella media del settore giustificava l’accertamento analitico-induttivo, osservava che il contribuente aveva sottoscritto un accertamento con adesione, che prevedeva un abbattimento dell’imponibile in misura del 50%, e che detto accertamento era stato disatteso per mancato versamento di quanto ivi stabilito. Rilevava inoltre che il contribuente nulla aveva eccepito in ordine alle deduzioni dell’Ufficio, secondo cui gli stessi conteggi presentati dal contribuente nell’ambito del c.d. studio di settore recavano maggiori compensi per oltre 7.000 euro rispetto ai redditi dichiarati.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il contribuente, in particolare sostenendo la mancata considerazione da parte della CTR degli specifici rilievi che erano stati sollevati dal medesimo e che inficiavano le risultanze dell’accertamento induttivo effettuato dall’Ufficio; la CTR aveva richiamato un accertamento con adesione che non si era di fatto perfezionato e che era stato disatteso dall’Ufficio; la CTR, infine, aveva di fatto attribuito efficacia di presunzione assoluta alle risultanze dei parametri, omettendo di prendere in considerazione la contraria prova fornita dal contribuente. La Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente.

La CTR ha affermato che l’accertamento è stato effettuato sulla base dello scostamento tra i ricavi dichiarati e quelli presunti, sulla base della c.d. media di settore prevista dal D.P.C.M. 29 marzo 1997.

Resta come orientamento consolidato della Cassazione che l’accertamento induttivo del reddito è consentito, anche in presenza di scritture contabili formalmente corrette, qualora la contabilità possa essere considerata complessivamente inattendibile in quanto confliggente con regole fondamentali di ragionevolezza. In particolare è stato affermato che l’accertamento di maggiori ricavi d’impresa può essere affidato alla considerazione della difformità della percentuale di ricarico applicata dal contribuente rispetto a quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza, soltanto ove tale difformità aggiunga livelli di abnormità ed irragionevolezza tali da privare appunto la documentazione contabile di ogni attendibilità. Le medie di settore, infatti, non costituiscono un fatto noto, storicamente provato, dal quale argomentare quello ignoto da provare, ma il risultato di una mera estrapolazione statistica di una pluralità di dati disomogenei che fissa una regola d’esperienza: dette medie, pertanto, non sono idonee, di per sé stesse, ad integrare gli estremi di una prova per presunzioni.

L’Amministrazione finanziaria pertanto non è legittimata a procedere all’accertamento induttivo, al di fuori delle ipotesi tipiche previste dalla normativa (articoli 39, comma 1, lettera d, D.P.R. n. 600/1973 e 54, D.P.R. n. 633/1972), allorché si verifichi uno scostamento non significativo tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore ma solo quando venga ravvisata una "grave incongruenza".

Ai fini dell’accertamento di un maggior reddito d’impresa, dunque, non basta il solo rilievo dell’applicazione, da parte del contribuente, di una percentuale di ricarico diversa dalla media riscontrata nel medesimo settore commerciale, dovendo lo scostamento essere di proporzioni assolutamente rilevanti. Al di fuori di tale ipotesi occorre che risulti qualche elemento ulteriore incidente sull’attendibilità complessiva della dichiarazione e la concreta ricorrenza di circostanze gravi, precise e concordanti.

 

4) Transfer pricing: é possibile finanziare la controllata

Transfer pricing: Non è elusivo finanziare gratuitamente la controllata. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15005 del 2015, ha rimarcato un principio analogo già espresso in precedenti sentenze, ovvero che non rientra tra i comportamenti elusivi, ai fini della disciplina sui prezzi di trasferimento, di cui all’art. 110, comma 7 D.P.R. 917/1986 (ex art. 76, comma 5, D.P.R. 917/1986) il finanziamento infruttifero di una controllata non residente, necessario a finalizzare un acquisto da parte di quest’ultima.

Nel caso di specie, l’Ufficio aveva emesso un avviso d’accertamento per le annualità 2002 e 2003, riprendendo a tassazione i presunti proventi che sarebbero derivati dagli interessi attivi incassati sul medesimo finanziamento, se fosse stato effettuato a valori normali, contestando pertanto un comportamento elusivo da parte della casa madre residente.

Di parere contrario le Commissioni tributarie, infatti sia la Commissione Tributaria Provinciale di Torino sia quella Regionale del Piemonte avevano dato ragione al contribuente ricorrente, confermando che non si trattava di transfer pricing, in quanto è legittima l’erogazione di un mutuo infruttifero di interessi e di fatto annullando in toto l’atto impositivo.

L’Agenzia delle entrate è quindi ricorsa alla Suprema Corte, ribadendo che il caso in oggetto sia da ricondurre alla disciplina dei prezzi di trasferimenti, di cui all’art. 110, comma 7, D.P.R. n. 917/1986.

La Cassazione coglie quindi l’occasione per riepilogare la corretta applicazione della normativa sul transfer pricing, rilevando come anche le sentenze precedenti sul medesimo tema siano tutte concordi nel rilevare che in casi analoghi non vi fossero le condizioni per ricondurre tale operazione ad un comportamento elusivo.

Per la Suprema Corte “… la mancata produzione di un reddito tassabile, stante la gratuità del mutuo tra società transfrontaliere appartenenti allo stesso gruppo, fa venire meno lo stesso elemento costitutivo della fattispecie abusiva dell’indebito risparmio fiscale”.

Inoltre, i giudici supremi rilevano come l’Amministrazione Finanziaria non abbia neppure dimostrato come “ … l’operazione sottenda un uso distorto di strumenti giuridici idonei ad ottenere vantaggi, in difetto di ragioni economiche diverse dalla mera aspettativa di quei benefici”. Per tali motivi il ricorso viene respinto, ma inspiegabilmente le spese sono compensate tra le parti.

 

5) Voluntary disclosure: nuova circolare delle Entrate

Voluntary disclosure, in una nuova circolare le risposte dell’Agenzia ai dubbi degli operatori. Pubblicate le ulteriori spiegazioni dell’Agenzia delle Entrate ai quesiti presentati dai professionisti e dalla stampa specializzata in tema di collaborazione volontaria. Dopo le prime indicazioni contenute nelle circolari n. 10/E del 13 marzo, n. 27/E del 16 luglio e n. 30/E dello scorso 11 agosto, l’Agenzia delle entrate ha pubblicato un nuovo documento di prassi che fornisce ulteriori precisazioni per l’applicazione delle misure introdotte dalla Legge n. 186/2014 in materia di emersione e rientro di capitali illecitamente detenuti all’estero.

Accesso alla procedura per i contribuenti presenti nella Lista Falciani

La circolare n. 31/E del 28 agosto 2015 chiarisce che l’indicazione di un contribuente all’interno della Lista, in mancanza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, per violazione di norme tributarie, relativi all’ambito oggettivo di applicazione della procedura di collaborazione volontaria, non preclude la possibilità di accedere alla voluntary disclosure.

Detenzione di attività nella Repubblica di San Marino

In caso di regolarizzazione nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria di attività detenute nella Repubblica di San Marino, la normativa di favore prevista, sia con riguardo all’ambito temporale che ai profili sanzionatori, trova applicazione anche in mancanza del rilascio del waiver.

La relazione non sostituisce l’obbligo di compilazione del quadro Rw di Unico 2015

L’obbligo di indicare le attività nel quadro Rw del modello Unico 2015 non può

considerarsi assolto mediante l’evidenziazione delle stesse nella relazione di accompagnamento alla richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria.

Redditi derivanti dalle attività finanziarie rimpatriate

Fino al perfezionamento del rimpatrio giuridico, gli obblighi di monitoraggio fiscale relativi alle attività e agli investimenti detenuti all’estero, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, ricadono unicamente sul contribuente, il quale deve adempiere agli eventuali obblighi dichiarativi per le annualità 2014 e 2015.

Le altre novità della circolare

In tema di rimpatrio giuridico delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, il documento di prassi chiarisce che l’attestazione rilasciata dall’intermediario può essere idonea a dimostrare l’avvenuto affidamento allo stesso delle attività rimpatriate. La circolare spiega inoltre che i benefici previsti dalla disclosure possono essere riconosciuti anche per il contributo di solidarietà e che le società fiduciarie cosiddette statiche non possono applicare il regime di risparmio gestito in relazione alle attività oggetto di emersione nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria.

Vengono, infine, fornite ulteriori precisazioni con riguardo all’integrazione della richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria successivamente alla scadenza dei termini di presentazione della stessa, ai prelievi non giustificati operati su conti correnti esteri, alla regolarizzazione dei valori contenuti nelle cassette di sicurezza e alla verifica della provenienza della richiesta dei dati concernenti le attività oggetto di collaborazione volontaria.

 

6) Come esercitare l’attività di commercio elettronico diretto con il regime fiscale di vantaggio

Commercio elettronico: Come assolvere l’Iva nel regime fiscale di vantaggio. Intervento chiarificatore dell’Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 75/E del 28 agosto 2015.

Nei rapporti B2B, l’imposta sui servizi elettronici resi da un “nuovo minimo” deve essere assolta dal committente nel proprio Paese, poiché l’operazione è fuori campo Iva in Italia.

L’articolo 1 del Dlgs 42/2015 ha modificato l’articolo 7-sexies, comma 1, lettere f) e g), del Dpr 633/1972, fissando nel territorio dello Stato il luogo di rilevanza territoriale Iva per specifiche prestazioni di servizi, rese da soggetti passivi a committenti non soggetti passivi d’imposta, (rapporti Business to Consumer o B2C).

Si tratta, in particolare:

- delle prestazioni di servizi rese tramite mezzi elettronici, quando il committente è domiciliato nel territorio dello Stato o ivi residente senza domicilio all’estero;

- delle prestazioni di telecomunicazione e di teleradiodiffusione, quando il committente è domiciliato nel territorio dello Stato o ivi residente senza domicilio all’estero e sempre che siano utilizzate nel territorio dell’Unione europea.

Pertanto, dal 1° gennaio 2015, per effetto dell’entrata in vigore delle nuove regole in materia di territorialità Iva dei servizi di telecomunicazione, di teleradiodiffusione e di quelli prestati per via elettronica, resi a persone non soggetti passivi di imposta, il luogo delle prestazioni di tali servizi si considera quello in cui il consumatore finale è stabilito, ha il proprio indirizzo permanente o la propria residenza abituale, con conseguente rilievo dell’operazione nel paese di destinazione della prestazione.

Dal punto di vista operativo, a seguito di tali modifiche, per l’assolvimento dei relativi adempimenti Iva, gli operatori nazionali sono tenuti a identificarsi in ciascuno Stato membro in cui prestano i servizi in questione a consumatori finali, per assolvere l’Iva ivi dovuta, oppure, in alternativa, possono avvalersi del regime Mini one stop shop (Moss).

L’adesione al regime Moss consente ai soggetti passivi stabiliti in Italia, per ciò che in tale sede rileva, di adempiere i relativi obblighi Iva senza doversi identificare nei diversi Paesi Ue di residenza dei committenti privati. Infatti, l’operatore nazionale che opta per tale regime si registra in Italia, trasmette telematicamente le dichiarazioni Iva trimestrali (infatti, il contribuente che si avvale del regime Moss è tenuto a presentare una dichiarazione trimestrale presso lo Stato membro di identificazione, in cui evidenzia l’Iva dovuta in ciascuno Stato membro di consumo e relativa esclusivamente ai servizi resi nell’ambito dello speciale regime) e provvede a versare l’imposta dovuta. Lo Stato membro di identificazione, dal canto proprio, ripartisce l’Iva tra i singoli Stati membri di consumo sulla base dei dati indicati nelle dichiarazioni trimestrali.Dopo avere delineato le caratteristiche principali del regime Moss per i soggetti passivi stabiliti in Italia, la risoluzione n. 75/E del 28 agosto 2015 risolve la seguente problematica: i contribuenti che operano nel regime fiscale di vantaggio (“nuovi minimi”) possono avvalersi delle regole del Moss per le sole operazioni che rientrano nell’ambito dello speciale regime, in parziale deroga a quelle proprie del regime fiscale prescelto?

Rinviando per una completa trattazione delle regole applicabili al regime alla circolare 17/2012, si ricorda che il regime fiscale di vantaggio si caratterizza per una serie di semplificazioni negli adempimenti Iva che, prima facie, risultano non pienamente compatibili con quelli Moss, tra cui, in particolare, l’esonero dall’obbligo di:

- liquidazione e versamento dell’Iva;

- tenuta, registrazione e conservazione dei documenti previsti dal Dpr 633/1972;

- comunicazione annuale e presentazione della dichiarazione ai fini Iva.

Nella risoluzione, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che al contribuente in regime di vantaggio possono essere applicate anche le regole Moss ma, per giungere a tale conclusione, è chiamata a risolvere la pregiudiziale questione della “soggettività Iva” del contribuente in regime di vantaggio nelle operazioni con l’estero.Tale aspetto, in passato, era stato già affrontato – in relazione al diverso regime dei “minimi” – nella circolare 36/2010, le cui conclusioni erano la risultante della peculiare disciplina prevista dalle disposizioni sui “minimi” in relazione alle operazioni da questi effettuate con l’estero, disciplina che non sempre si muoveva in piena continuità con le ordinarie regole di territorialità Iva per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi.

Se, infatti, per i servizi resi dal “minimo” nei confronti di committenti non soggetti passivi residenti o domiciliati nel territorio della Comunità non si ponevano particolari criticità perché l’operazione, resa a un consumatore finale da soggetto passivo stabilito nel territorio dello Stato, si considerava effettuata in Italia, con conseguente applicazione delle regole generali di assolvimento del tributo da parte del minimo, con riferimento ai rapporti B2B la questione risultava più complessa, in assenza di una norma espressa di coordinamento tra le regole di territorialità Iva e quelle di soggettività Iva proprie del minimo.

Infatti, il “minimo” italiano, quando avesse ricevuto servizi da un soggetto passivo di imposta di altro Stato membro, in assenza di una specifica disposizione normativa e alla luce del principio giuridico generale secondo il quale la tassazione degli scambi intracomunitari avveniva, per i servizi, nel luogo di stabilimento del committente, era considerato debitore d’imposta e, quindi, tenuto – analogamente all’ipotesi di acquisti di beni – a integrare la fattura ricevuta dal prestatore estero con l’indicazione dell’aliquota e dell’imposta, senza esercitare il diritto a detrazione.

Diversamente, per i servizi resi dal “minimo” italiano a un soggetto passivo di imposta di altro Stato membro, in assenza di un’analoga previsione e in considerazione delle peculiari caratteristiche Iva riferibili a tale regime, il minimo non poneva in essere una operazione intracomunitaria, ma un’operazione interna, senza diritto di rivalsa, per la quale l’Iva non doveva essere evidenziata in fattura. In altri termini, nel lato attivo, l’operazione estera del “minimo” si poneva in deroga alle regole generali di territorialità – che voleva l’operazione rilevante nel Paese del committente secondo le regole generali – in considerazione della particolare tipologia di soggettività Iva riconosciuta a tale contribuente.

Si ricorda che il regime dei minimi è stato, dapprima, assorbito e sostituito dal regime fiscale di vantaggio introdotto dall’articolo 27, commi 1 e 2, del Dl 98/2011 e, successivamente, soppresso dalla legge 190/2014 (Stabilità 2015), che ha introdotto un nuovo regime forfetario per i contribuenti di minori dimensioni.Venuto meno il quadro normativo dei minimi, in assenza di diverse disposizioni relative alle modalità di assolvimento del tributo nei rapporti con l’estero per i contribuenti nel regime di vantaggio, l’Agenzia delle Entrate ritiene che possa soccorrere la dettagliata disciplina contenuta nel nuovo regime forfetario, introdotto a decorrere dal 1° gennaio 2015.

Con riferimento alle prestazioni di servizi, in particolare, per il regime forfetario è disposta l’applicazione delle ordinarie regole sulla territorialità Iva, essendo previsto che “Ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, i contribuenti … applicano alle prestazioni di servizi ricevute da soggetti non residenti o rese ai medesimi gli articoli 7-ter e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e successive modificazioni”.

È, pertanto, alle regole generali Iva che può farsi riferimento anche per il regime fiscale di vantaggio ed è a tale sistema di regole che l’Agenzia delle Entrate rinvia, nel presupposto che il regime forfetario ha molti punti in comune con il regime di vantaggio.

Per concludere, la risoluzione afferma due importanti principi:

- in relazione ai servizi resi verso l’estero, al regime fiscale di vantaggio si applicano le regole ordinarie sulla territorialità, così come espressamente previsto per il nuovo regime forfetario;

- è possibile la convivenza tra le regole procedurali semplificate previste, ai fini Iva, per il regime fiscale di vantaggio e quelle proprie del sistema Moss.

Per conseguenza, anche quando i servizi elettronici sono resi nell’ambito del regime agevolato:

- nei rapporti B2B, la relativa Iva deve essere assolta dal committente nel proprio Paese, poiché l’operazione è fuori campo Iva in Italia;

- nei rapporti B2C, il prestatore è tenuto a identificarsi in ciascuno Stato membro in cui presta tali servizi o, in alternativa, può avvalersi del regime Moss, applicando le regole procedurali previste per tali operazioni.

 

7) Patent box, pronto il decreto di attuazione con le modalità applicative

E’ in corso di registrazione dalla Corte dei Conti e di prossima pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il decreto di attuazione del cosiddetto ‘Patent Box’ (PDF, 1.1Mb), firmato dal Ministro per lo Sviluppo Economico, Federica Guidi, e dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan. Le norme sul Patent Box, introdotte nella legge di stabilità per il 2015, prevedono una tassazione agevolata sui redditi derivanti da opere di ingegno e rientrano nella strategia messa a punto dal Tavolo ‘Finanza per la Crescita’ a cui partecipano le strutture dei due ministeri. Lo sgravio fiscale riguarda quindi brevetti, marchi, software protetto da copyright, disegni e modelli giuridicamente tutelati. L’agevolazione consiste in una deduzione pari al 30% nel 2015, al 40% nel 2016 e al 50% dal 2017 di tali redditi. Il decreto di attuazione stabilisce l’ambito di applicazione delle misure, i soggetti beneficiari, fissa i criteri per la determinazione del reddito agevolabile e le modalità per l’opzione del regime fiscale agevolato che dura cinque anni ed è rinnovabile.

E’ già in vigore, invece, il decreto che rende operativo il credito d’imposta sulle spese in ricerca e sviluppo (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 29 luglio scorso), che rientra anch’esso nella strategia di ‘Finanza per la crescita’. L’agevolazione è fruibile da tutte le imprese senza limiti di fatturato, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano e dal regime contabile adottato. Lo sgravio fiscale, utilizzabile a compensazione, è pari al 25 per cento delle spese incrementali sostenute annualmente nel periodo 2015-2019 rispetto alla media realizzata nei tre anni precedenti. La quota è elevata al 50 per cento per le spese relative all’impiego di personale qualificato e per quelle relative a contratti di ricerca con università o altri enti equiparati e con start-up innovative.

L’investimento minimo per accedere allo sgravio fiscale è pari a 30 mila euro mentre il beneficio massimo annuale è ammesso fino a 5 milioni di euro per ciascun soggetto.

(MEF, comunicato del 28 agosto 2015)

 

8) Precisazioni dell’INPS sulla procedura di pagamento della NASpI

Alla data del 27 agosto 2015, a fronte di 513.861 domande relative alla nuova indennità mensile di disoccupazione denominata “Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego” (NASpI) pervenute, l’Inps ne ha definite 211.692, con una conclusione delle istruttorie ed erogazione dei relativi pagamenti che si attesta intorno ad una media giornaliera di 7.056 domande.

Con particolare riferimento alla gestione delle indennità di disoccupazione NASpI 2015 a favore del personale precario della Scuola, da fine giugno al 27 agosto sono pervenute 115.834 domande e ne sono state definite e pagate 53.957.

L’introduzione della nuova prestazione - istituita dall’art. 1 del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 22 in sostituzione delle precedenti indennità ASpI e mini ASpI – ha richiesto da parte dell’Istituto la soluzione di problemi applicativi attraverso implementazioni procedurali molto articolate, a causa delle complessità operative dovute alla gestione del nuovo calcolo.

In conseguenza di ciò, la procedura di istruttoria e pagamento delle domande è stata rilasciata il 15 luglio 2015, con la necessità di gestire le domande di disoccupazione intanto pervenute a partire dal 1° maggio 2015, data di entrata in vigore della nuova prestazione (si ricorda che dal 1° maggio è stato possibile inoltrare all’INPS la relativa domanda utilizzando i consueti canali telematici).

(INPS, comunicato del 28 agosto 2015)

 

9) Fatturazione elettronica: dal 2016 software dalle Entrate

E’ stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 190 del 18 agosto 2015, il D.Lgs, n. 127del 5 agosto 2015 sulla fatturazione elettronica. Il decreto pone le basi, in attuazione alla legge delega n. 23/14, per l’uso della fatturazione elettronica anche per le transazioni tra privati.

Dal 1° luglio 2016 l’Agenzia delle Entrate metterà a disposizione dei contribuenti un servizio gratuito per la “generazione, la trasmissione e la conservazione delle fatture elettroniche”.

Dal 1° gennaio 2017 sarà messo a disposizione dal Ministero dell’economia di tutti i soggetti passivi Iva il Sistema di interscambio (Sdi), che ora è usato solo per le fatture in cui è interessata una PA.

 

10) Aliquota IVA applicabile alla cessione di carni di quaglia congelate

Si applica l’aliquota nella misura ridotta del 10%. La cessione di carne di quaglia surgelata é compresa tra le operazioni che, in base al numero 7 della Tabella A, Parte III, allegata al D.P.R. n. 633 del 1972, scontano l’IVA con applicazione dell’aliquota nella misura del 10%.

(Agenzia delle entrate, risoluzione n. 76/E del 28 agosto 2015)

 

Vincenzo D’Andò