Diario quotidiano del 27 agosto 2015 tra cui le novità in materia di crisi d’impresa e fallimento, processo di esecuzione e processo telematico

Pubblicato il 27 agosto 2015



Enti non commerciali: la vendita di materiale sportivo ai propri associati è soggetta alla SCIA e al REA; le novità in materia di diritto fallimentare e civile; deducibilità delle perdite derivanti da cancellazione di crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili; uso promiscuo autovetture agenti di commercio: detraibilità parziale Iva; INPS: dal 26 agosto trasmissione domande per sgravi di II livello – anno 2014; beni in lavorazione: recepita la disciplina IVA comunitaria

 Indice:

 1) Enti non commerciali: la vendita di materiale sportivo ai propri associati è soggetta alla SCIA e al REA

 2) Le novità in materia di diritto fallimentare e civile

 3) Deducibilità delle perdite derivanti da cancellazione di crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi   contabili

 4) Uso promiscuo autovetture agenti di commercio: detraibilità parziale Iva

 5) INPS: dal 26 agosto trasmissione domande per sgravi di II livello – anno 2014

 6) Beni in lavorazione: recepita la disciplina IVA comunitaria

 

 

1) Enti non commerciali: la vendita di materiale sportivo ai propri associati è soggetta alla SCIA e al REA

La vendita di materiale sportivo ai propri associati è soggetta alla SCIA e al REA. Non occorre, tuttavia, modificare lo statuto dell’ente non commerciale.

Lo ha precisato il Ministero dello Sviluppo Economico con la risoluzione n. 22710 del 2015.

Il chiarimento è scaturito a seguito di una richiesta fatta da un comune che chiedeva se una associazione sportiva dilettantistica, che svolge attività istituzionale nei confronti dei propri associati, e che intende svolgere anche l’attività di cessione di materiale sportivo, accessoria a quella istituzionale, debba presentare la Segnalazione Certificata di Inizio di Attività tramite il SUAP per l’esercizio di vicinato. Chiedendo, inoltre, se nell’atto costitutivo dell’associazione debba essere menzionata tale attività.

Ebbene su tale problematica, il MISE ha risposto che, con riferimento alla specifica richiesta dell’istituto applicabile ai fini dell’avvio dell’attività di cessione di materiale sportivo agli associati, tale attività, potendo ritenersi assimilabile ad una attività rivolta ad una cerchia determinata di soggetti, sia assoggettabile alla SCIA di cui all’articolo 16 del DLgs 31 marzo 1998, n. 114, così come modificato dall’articolo 66 del DLgs 26 marzo 2010, n. 59.

L’associazione in parola, inoltre, esercitando un’attività economica, anche se solo in via accessoria e sussidiaria, deve iscriversi al REA – Repertorio Economico Amministrativo – nell’ambito della provincia nella quale esercita l’attività.

Infine, il MISE ha precisato che l’esercizio di tale ulteriore attività di vendita, in quanto non prevalente e strumentale all’attività istituzionale, non comporta modifiche dell’atto costitutivo.

Normativa fiscale

Viene a tal fine richiamata, in via preliminare, quanto specificato dall’Agenzia delle Entrate con nota del 21 novembre 2013 (consulenza giuridica n. 954-17/2013) con riferimento ad un precedente quesito relativo alla possibilità, per un’associazione polisportiva dilettantistica, di svolgere l’attività di somministrazione di alimenti e bevande anche su aree pubbliche.

Nello specifico l’Agenzia ha evidenziato che: “Sotto il profilo fiscale si segnala, per quanto possa risultare utile, che le associazioni sportive dilettantistiche in via generale rientrano nell’ampia categoria degli “enti non commerciali” (in particolare tra gli enti di tipo associativo) i quali, ai sensi dell’articolo 73, comma 1, lettera c), del TUIR, si caratterizzano per il fatto che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale, intendendosi per tale l’attività che determina reddito d’impresa ai sensi dell’articolo 55 del TUIR.

Sono enti non commerciali, pertanto, non soltanto quegli enti che non svolgono affatto attività commerciale, ma anche quelli per i quali l’attività commerciale svolta non è l’attività esclusiva né l’attività principale (cfr. circolare n. 124/E del 12 maggio 1998).

In altri termini gli enti non commerciali possono svolgere anche attività commerciale a condizione che quest’ultima non sia prevalente.

Con specifico riferimento agli enti di tipo associativo viene fatto presente che gli stessi, relativamente alle attività rese all’interno della vita associativa, fruiscono del trattamento fiscale agevolato recato dall’articolo 148 del TUIR e dall’articolo 4, comma 4 del DPR 26 ottobre 1972, n. 6.

Peraltro, ai fini fiscali l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, anche se svolta dalle associazioni esclusivamente o prevalentemente nei confronti dei propri associati, assume in via generale, tranne specifiche eccezioni, rilevanza tributaria sia ai fini delle imposte dirette, sia ai fini dell’IVA”.

Riguardo alle norme citate dall’Agenzia, la scrivente richiama il comma 3, dell’articolo 148 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), il quale dispone, appunto, quanto segue: “Per le associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, assistenziali, culturali, sportive dilettantistiche, di promozione sociale e di formazione extra-scolastica della persona non si considerano commerciali le attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali, effettuate verso pagamento di corrispettivi specifici nei confronti degli iscritti, associati o partecipanti, di altre associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento, atto costitutivo o statuto fanno parte di un'unica organizzazione locale o nazionale, dei rispettivi associati o partecipanti e dei tesserati dalle rispettive organizzazioni nazionali, nonché le cessioni anche a terzi di proprie pubblicazioni cedute prevalentemente agli associati”.

Il successivo comma 4 recita, altresì, che: “La disposizione del comma 3 non si applica per le cessioni di beni nuovi prodotti per la vendita, per le somministrazioni di pasti, per le erogazioni di acqua, gas, energia elettrica e vapore, per le prestazioni alberghiere, di alloggio, di trasporto e di deposito e per le prestazioni di servizi portuali e aeroportuali né per le prestazioni effettuate nell'esercizio delle seguenti attività:

a) gestione di spacci aziendali e di mense;

b) organizzazione di viaggi e soggiorni turistici;

c) gestione di fiere ed esposizioni a carattere commerciale;

d) pubblicità commerciale;

e) telecomunicazioni e radiodiffusioni circolari”.

Pertanto, anche l’attività di cessione di materiale sportivo ai propri associati, sebbene accessoria a quella istituzionale, assume rilevanza tributaria ai fini fiscali.

Il MISE richiama, inoltre, quanto disposto dall’articolo 149, commi 1 e 2, del medesimo TUIR, con i quali si dispone che:

“1. Indipendentemente dalle previsioni statutarie, l’ente perde la qualifica di ente non commerciale qualora eserciti prevalentemente attività commerciale per un intero periodo d’imposta.

a) prevalenza delle immobilizzazioni relative all'attività commerciale, al netto degli ammortamenti, rispetto alle restanti attività;

b) prevalenza dei ricavi derivanti da attività commerciali rispetto al valore normale delle cessioni o prestazioni afferenti le attività istituzionali;

c) prevalenza dei redditi derivanti da attività commerciali rispetto alle entrate istituzionali, intendendo per queste ultime i contributi, le sovvenzioni, le liberalità e le quote associative;

d) prevalenza delle componenti negative inerenti all'attività commerciale rispetto alle restanti spese”.

Per completezza d’informazione viene richiamato, infine, quanto espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 11456 del 2010, sez. tributaria, ovvero che l’applicazione alle associazioni sportive dilettantistiche del trattamento agevolato previsto dagli articoli 111 del D.P.R. n. 917 del 1986 e 4 del D.P.R. n. 633 del 1972 deve ritenersi “ … soggetta alla condizione dell’inserimento, negli atti costitutivi o negli statuti, di tutte le clausole in tale norma dettagliatamente indicate (….) nonché, ovviamente, all’accertamento (….) che l’attività delle associazioni si svolga, in concreto, nel pieno rispetto delle prescrizioni contenute nelle clausole stesse. Non è affatto sufficiente, pertanto, al fine della fruizione del trattamento tributario di favore in esame, né la mera appartenenza dell’ente alla categoria delle associazioni in questione, né la conformità dello Statuto alle norme stabilite per il riconoscimento della relativa qualifica”.

 

 

2) Le novità in materia di diritto fallimentare e civile

Ecco le novità in materia di crisi d’impresa e fallimento, processo di esecuzione e processo telematico.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27 giugno 2015, il Decreto Legge 83/2015 rubricato: “Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”. Ecco di seguito le principali novità.

Il decreto è entrato in vigore il 27 giugno 2015 ma deve essere convertito in legge entro il 26 agosto (quindi, potrebbero ancora essere apportate alcune modifiche al provvedimento).

Crisi d’impresa e fallimento

Il D.L. 83/2015 introduce, nell’ambito degli strumenti negoziali di soluzione alla crisi d’impresa, di concordato preventivo e di fallimento, le seguenti novità:

- nuove disposizioni sui finanziamenti a favore di imprenditori che hanno presentato domanda di ammissione al concordato preventivo (anche in bianco) o domanda di omologa di un accordo di ristrutturazione: essi possono chiedere al tribunale un finanziamento urgente per la vita dell’impresa, depositando i documenti che dimostrano la necessità e la destinazione dei fondi a realizzare il piano di concordato o di ristrutturazione del debito. Il tribunale autorizza tali finanziamenti (entro 10 giorni) anche senza l’attestazione di un professionista, sentiti i creditori principali. Il finanziamento è protetto dal beneficio della prededuzione in caso di successivo fallimento;

- modifiche alla disciplina del concordato preventivo: quando il piano di concordato prevede un’offerta da parte di un soggetto già individuato (c.d. concordato chiuso); il tribunale, su richiesta del commissario giudiziale, può decidere di aprire un procedimento competitivo. Il decreto ha quindi introdotto la disciplina relativa alla presentazione e alla pubblicità delle offerte; in presenza di un piano di concordato presentato dal debitore si introduce la possibilità per i creditori, che rappresentino almeno il 10% dei crediti, di presentare una proposta alternativa di concordato; sono quindi state modificate molte norme per regolare la presentazione, l’approvazione e l’esecuzione di tali proposte; modifica alla disciplina dei contratti in corso di esecuzione: possibilità chiedere immediatamente lo scioglimento e la sospensione per non più di 60 giorni; disciplina delle restituzioni e dei versamenti in caso di scioglimento del leasing;

- previsione di un nuovo tipo di accordo di ristrutturazione dei debiti con le seguenti caratteristiche: vi può accedere l’impresa esposta nei confronti di creditori finanziari (banche e intermediari finanziari) per un ammontare pari almeno alla metà dell’indebitamento complessivo; l’accordo può concludersi con il 75% dei creditori finanziari, fermo l’integrale pagamento dei creditori non finanziari (ad es. i fornitori di beni e servizi) ed estendere la sua efficacia anche ai creditori finanziari non aderenti all’accordo;

- introduzione di un nuovo istituto che favorisce la risoluzione delle crisi di impresa: la convenzione di moratoria dei crediti, concluso tra una impresa debitrice e una o più banche o intermediari finanziari (i cui crediti rappresentino il 75% dei crediti della categoria). Essa produce effetti anche nei confronti dei creditori finanziari non aderenti (che però possono proporre opposizione) purché essi siano stati informati e purché un professionista attesti la correttezza dell’accordo;

- correzioni della norma che prevede la nomina del curatore fallimentare (art. 28 c. 2 L. Fall.): non si può nominare curatore chi ha concorso al dissesto dell’impresa nei 5 anni anteriori alla dichiarazione di fallimento (attualmente il termine è 2 anni); non può assumere l’incarico chi ha svolto la funzione di commissario giudiziale nella procedura di concordato per lo stesso debitore;

- nel fallimento, le vendite e gli altri atti di liquidazione posti in essere in esecuzione del programma di liquidazione possono prevedere un versamento del prezzo rateizzato;

- istituzione di un Registro informatico nazionale, istituito presso il Ministero della Giustizia, accessibile al pubblico, in cui confluiscono i provvedimenti di nomina dei curatori, dei commissari giudiziali e dei liquidatori giudiziali.

Processo di esecuzione

Il D.L. 83/2015 introduce nuove misure di tutela del creditore e del debitore e delle modifiche finalizzate ad accelerare il processo di esecuzione mobiliare e immobiliare.

In particolare:

- le misure di tutela del debitore hanno ad oggetto: la modifica del contenuto dell’atto di precetto: ad esso viene aggiunto un ulteriore avvertimento richiesto a pena di nullità, ossia la possibilità del debitore di accedere alla procedura di - sovraindebitamento; la modifica delle condizioni di pignorabilità di alcuni beni, in particolare gli stipendi e le pensioni potranno essere pignorati entro limiti più stringenti; la modifica dei criteri per determinare il valore dell’immobile, per avvicinarlo il più possibile al suo reale valore di mercato;

- le misure di tutela del creditore prevedono: l’introduzione di un nuovo sistema di pubblicità degli atti esecutivi, previsto a pena di estinzione del processo esecutivo, attraverso la creazione di un portale delle vendite pubbliche raggiungibile tramite il dominio giustizia; esso conterrà gli avvisi di tutte le vendite disposte dai tribunali italiani e consentirà a tutti gli interessati di acquisire le informazioni relative a tutte le vendite giudiziarie superando l’attuale frammentazione; la possibilità di accedere alla rateizzazione mensile del prezzo da pagare in caso di conversione del pignoramento e in caso di vendita; l’estensione della possibilità di chiedere l’istanza di assegnazione di un bene nel caso in cui la vendita non abbia luogo, anche all’ipotesi di vendita senza incanto; la possibilità di pignorare i beni su cui il debitore ha creato un vincolo di indisponibilità o che sono stati dal medesimo donati, in precedenza impignorabili fino a sentenza dichiarativa di revocatoria ordinario.

Quanto alla accelerazione del processo di esecuzione è prevista la diminuzione e in alcuni casi il dimezzamento di alcuni termini processuali come ad esempio i termini per il deposito della documentazione catastale che deve essere allegata all’istanza di vendita oppure i termini per presentare le offerte di acquisto in caso di vendita immobiliare.

Processo civile telematico

Si ammette il deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio (ad es. atto di citazione e comparse di costituzione e risposta) in tutti i procedimenti sia avanti al tribunale, sia in appello (ove il PCT è diventato obbligatorio dal 30 giugno).

Legittimato al deposito, oltre al difensore, è il dipendente di cui si avvale la P.A. per stare in giudizio personalmente, al quale il decreto conferisce anche poteri di autentica delle copie informatiche degli atti depositati, e di certificazione di conformità delle copie degli atti notificati. Modificate anche le modalità dell’attestazione di conformità.

Svalutazioni crediti e delle perdite su crediti degli enti creditizi

È stato, infine, modificato il regime di deducibilità ai fini IRES e IRAP delle svalutazioni crediti e delle perdite su crediti degli enti creditizi e finanziari e delle imprese di assicurazione. Si introduce la deducibilità integrale di tali componenti negativi di reddito nell’esercizio in cui sono rilevati in bilancio (al posto della deducibilità in misura di 1/5 per ciascun anno); per il periodo d’imposta 2015 la deduzione prevista dal provvedimento si limita al 75% con rinvio del restante 25% ai successivi esercizi. vengono previste disposizioni transitorie.

 

 

3) Deducibilità delle perdite derivanti da cancellazione di crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili

Le perdite su crediti, diverse da quelle deducibili per gli enti creditizi e finanziari (art. 106, co. 3 Tuir), sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso, per le perdite su crediti, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’art. 182-bis, R.D. 16.3.1942, n. 267.

Va, quindi, fatta una netta distinzione tra le perdite su crediti vantati nei confronti di debitori assoggettati a procedure concorsuali o ad accordi di ristrutturazione da quelle rilevate in assenza di tali condizioni.

In base alla norma (art. 101, co. 5, Tuir) è possibile individuare:

- l’ambito oggettivo, che ne costituisce anche presupposto per l’applicazione, individuato nelle «perdite su crediti»;

- le condizioni di deducibilità richieste per il riconoscimento fiscale delle perdite, gli «elementi certi e precisi».

La deducibilità della perdita deve essere:

- valutata caso per caso;

- supportata da elementi probatori volti alla dimostrazione della definitiva inesigibilità del credito.

Crediti di modesta entità

La norma prevede anche che gli elementi certi e precisi sussistono in ogni caso quando il credito sia di modesta entità e sia decorso un periodo di sei mesi dalla scadenza di pagamento del credito stesso.

Il credito si considera di modesta entità quando ammonta ad un importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione (art. 27, co. 10, D.L. 185/2008) e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese.

La modesta entità va individuata considerando il valore nominale del credito e prescindendo da eventuali svalutazioni effettuate in sede contabile e fiscale.

Laddove l’impresa sia subentrata nella titolarità del credito per effetto di atti traslativi, occorre far riferimento al corrispettivo riconosciuto in sede di acquisto del credito, essendo quest’ultimo il valore fiscalmente deducibile come perdita ai sensi dell’art. 106, co. 2, Tuir.

Deducibilità delle perdite su crediti prescritti

Viene anche previsto che gli elementi certi e precisi sussistono quando il diritto alla riscossione del credito è prescritto.

La prescrizione del diritto di esecuzione del credito iscritto nel bilancio del creditore ha come effetto quello di cristallizzare la perdita emersa e di renderla definitiva.

Poiché la norma non individua dei specifici limiti quantitativi, risulta desumibile che la deduzione possa trovare applicazione a prescindere dall’importo del credito prescritto (in tal senso si esprime la C.M. 26/E/2013).

In altri termini, la possibilità di dedurre la perdita per i crediti il cui diritto alla riscossione è prescritto opera sia con riferimento ai crediti di modesta entità (ossia quelli di importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese) che per quelli diversi.

Perdite su crediti derivanti da cancellazione di crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili

A seguito della modifica arrecata alla normativa dalla legge di Stabilità 2014, «gli elementi certi e precisi sussistono inoltre in caso di cancellazione dei crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili» (art. 101, co. 5, ultimo periodo Tuir).

La modifica (prima si faceva riferimento solo ai soggetti Ias/Ifrs adopter) è finalizzata a garantire parità di trattamento nei confronti di tutte le tipologie di imprese, a prescindere dagli standard contabili che adottano.

Ciò è stato attuato parificando, in linea di principio, gli effetti derivanti dalla cancellazione dei crediti iscritti in bilancio, indipendentemente dagli standard contabili adottati.

Si ricorda, comunque, che per i soggetti Ias/Ifrs adopter, resta ferma la possibilità per l’amministrazione finanziaria di sindacare la deducibilità della perdita su crediti di cui si tratta, ancorché sussistano gli elementi certi e precisi, in relazione all’inerenza della stessa quale costo sostenuto dall’imprenditore nel compimento dell’attività di gestione dell’azienda.

In particolare, in sede di attività di controllo, potrà essere dimostrata la non economicità delle operazioni dell’imprenditore da cui è scaturita la rilevazione della perdita, qualora la vicenda dissimuli un atto di liberalità.

 

 

4) Uso promiscuo autovetture agenti di commercio: detraibilità parziale Iva

La detrazione dell’autovettura è ammessa se:

- la spesa sostenuta è inerente all’attività d’impresa, in relazione anche ad attività occasionali purché effettuate nell’ambito dell’esercizio d’impresa;

- l’importo dell’imposta viene esposto separatamente in fattura a titolo di rivalsa;

- il contribuente sia in possesso della fattura di acquisto, bolletta doganale, fattura di acquisto intracomunitaria, autofattura, e cosi via.

L’agente o rappresentante di commercio, ai sensi dell’art. 19-bis1, co. 1, lett. c), D.P.R. 633/1972, recupera totalmente l’Iva assolta sull’acquisto dell’autovettura. Seguono la stessa sorte dell’automezzo cui si riferiscono, l’Iva relativa alle spese di impiego, manutenzione e riparazione, carburanti e lubrificanti e spese per pedaggi autostradali, e cosi via.

Per i veicoli utilizzati dagli agenti o rappresentanti di commercio valgono le regole di carattere generale in materia di diritto alla detrazione dell’Iva, che prevedono il diritto alla detrazione in base al principio di inerenza e quindi nella misura in cui possono dimostrare di utilizzarla per l’esercizio dell’attività.

In caso di utilizzo dell’autovettura anche per finalità personali o familiari, l’agente (o il rappresentante) di commercio può già, in sede di acquisto, effettuare una valutazione prospettica dell’automezzo e detrarre solo in parte l’imposta, ovvero, se ha provveduto al recupero totale di questa, dovrà operare in sede di dichiarazione annuale, ai sensi dell’art. 19-bis2, D.P.R. 633/1972, la rettifica della detrazione inizialmente operata.

L’art. 19, co. 4, D.P.R. 633/1972, prevede la detrazione parziale nel caso di acquisto di una macchina destinata in parte ad uso lavorativo, in parte ad uso privato o familiare. La quota di detraibilità viene determinata secondo un criterio di uso oggettivo del bene. Nel momento in cui si manifesta il diritto alla detrazione dell’imposta pagata per l’acquisizione dell’autovettura, pertanto, l’agente o rappresentante di commercio dovrà effettuare una «valutazione prospettica», al fine di determinare in quale misura l’impiego stesso si collegherà ad operazioni soggette all’Iva (o ad esse assimilate ai fini della detrazione) e in quale misura invece, ad operazioni escluse dal campo di applicazione dell’imposta (ad es. l’uso privato), in modo da calcolare in definitiva la quota d’imposta detraibile.

Per l’agente o rappresentante di commercio potrebbe essere calcolata la parte di utilizzo personale tenendo in considerazione i giorni non lavorativi (due su sette) al fine di calcolare poi la quota di Iva effettivamente detraibile.

Si ricorda che l’importo dell’Iva indetraibile per l’utilizzo della macchina ai fini privati va determinato tenendo in considerazione oltre al costo del mezzo anche le spese di carburante, lubrificante, ricambi e manutenzioni, ecc., per la parte imputabile all’uso personale.

 

 

5) INPS: dal 26 agosto trasmissione domande per sgravi di II livello – anno 2014

L’INPS ricorda che dalle ore 15.00 di mercoledì 26 agosto 2015 e fino alle ore 23.00 di giovedì 24 settembre 2015, potranno essere trasmesse via internet – sia singolarmente che tramite i flussi XML – le domande utili a richiedere lo sgravio per l’anno 2014.

Al fine di consentire la verifica e l’eventuale aggiornamento delle domande inviate, sarà possibile annullare e trasmettere nuovamente le domande fino alle ore 23.00 di venerdì 25 settembre 2015.

Eventuali richieste di chiarimento potranno essere inoltrate all’indirizzo di posta elettronica SgraviContrattazione.IILivello@inps.it.

 

 

6) Beni in lavorazione: recepita la disciplina IVA comunitaria

Dal 18 agosto 2015, la disciplina nazionale dei beni spediti in un altro Stato UE o ricevuti da un altro Stato UE per subire delle lavorazioni è coerente con la disciplina comunitaria, così come interpretata dalla Corte di Giustizia UE (C. Giust. UE 6 marzo 2014 C–606/12 e C-607/12).

Le modifiche interessano sia gli acquisti intracomunitari (IC) che le cessioni intracomunita­rie (IC).

Acquisti IC

L’introduzione in Italia di beni, oggetto di perizie, operazioni di perfezionamento o di manipo­lazioni usuali non costituisce acquisto IC soltanto se detti i beni siano successivamente trasportati o spediti al committente, soggetto passivo, nello Stato UE di provenienza.

Se invece i beni sono successivamente trasportati o spediti in altri Stati (UE o extra UE), l’introduzione in Italia è assimilata ad un acquisto IC, e dunque è soggetta ad IVA. Pertanto, il committente comunitario deve identificarsi in Italia al fine di autofatturare l’operazione.

Cessioni IC

Coerentemente con la modifica precedente, i trasferimenti di beni, in un altro Stato UE, oggetto di perizie, operazioni di perfezionamento o di manipolazioni usuali non costituis­cono cessioni IC soltanto se detti beni sono successivamente trasportati o spediti al commit­tente, soggetto passivo, nello Stato UE di provenienza.

Se invece i beni sono successivamente trasportati o spediti in altri Stati (UE o extra UE), il trasferimento originario nello Stato UE realizza una cessione IC; pertanto il committente italiano deve identificarsi nello Stato in cui invia la merce in conto lavorazione e fatturare a se stesso la cessione in regime di non imponibilità.

Regime IVA delle cessioni di beni lavorati esclusi dal regime sospensivo

L’art. 13 della Legge n. 115/2015 (Legge europea 2014), nel riformulare la disciplina IVA dei trasferimenti intracomunitari di beni a scopo di lavorazione nulla ha previsto in ordine al regime impositivo applicabile alle cessioni di beni risultanti dalla lavorazione. Secondo la Corte di giustizia nella causa C-446/13 del 2 ottobre 2014 (Fonderie 2A), tali cessioni si considerano effettuate nel Paese membro dell’Unione europea in cui i beni sono stati lavorati, a meno che questi ultimi siano stati inviati ne Paese di origine prima di essere trasportati/spediti nel Paese di destinazione.

La Corte di giustizia, nella sentenza relativa alla causa C-446/13 del 2 ottobre 2014, ha affermato che non ha natura intracomunitaria la cessione di beni trasportati/spediti in altro Paese membro per essere lavorati, per conto del cedente italiano, prima di essere consegnati al cliente identificato ai fini IVA nello stesso Paese membro.

La cessione non può, infatti, considerarsi effettuata in Italia, beneficiando del regime di non imponibilità di cui all’art. 41, comma 1, lett. a), del D.L. n. 331/1993, se il contratto di compravendita ha per oggetto i beni risultanti dalla lavorazione, che siano “fisicamente” presenti nel Paese membro del terzista al momento iniziale del trasporto o spedizione a destinazione del cessionario. Sotto il profilo territoriale, questa conclusione trova conferma nell’art. 32 della Direttiva n. 2006/112/CE, in base al quale le cessioni di beni con trasporto/spedizione si considerano territorialmente rilevanti nel luogo in cui il bene si trova nel momento iniziale del trasporto/spedizione a destinazione del cessionario.

Dalla sentenza in esame si desume che, dal punto di vista del cedente italiano, l’applicazione del regime di non imponibilità di cui al citato art. 41, comma 1, lett. a), del D.L. n. 331/1993 presuppone che i beni lavorati siano trasportati/spediti al cessionario comunitario a partire dall’Italia.

Questa condizione risulta soddisfatta sia in caso di lavorazione “interna”, cioè in Italia, sia in caso di lavorazione “esterna”, cioè in altro Paese membro, purché – in quest’ultima ipotesi – i beni risultanti dalla prestazione ritornino in Italia prima di essere trasportati/spediti al cessionario comunitario.

Per conseguenza, in caso di lavorazione:

- “interna” o “esterna”, se i beni lavorati ritornano in Italia prima di essere trasportati/spediti al cessionario comunitario, il cedente italiano emette fattura non imponibile IVA di cui all’art. 41, comma 1, lett. a), del D.L. n. 331/1993;

- “esterna”, se i beni ottenuti dalla lavorazione non ritornano in Italia, ai fini dell’individuazione degli obblighi IVA del cedente italiano, occorre ulteriormente distinguere a seconda che il terzista sia stabilito nello stesso Paese membro del cessionario, oppure in un Paese membro diverso.

In entrambi i casi, in considerazione del fatto che i beni, una volta lavorati, non ritornano in Italia, è indispensabile che il cedente si identifichi ai fini IVA nel Paese membro del terzista direttamente o per mezzo di un proprio rappresentante fiscale, in quanto il trasferimento dei beni in tale Paese dà luogo (Corte di giustizia, 6 marzo 2014, cause riunite C-606/12 e C-607/12):

- in Italia, ad una cessione intracomunitaria, non imponibile ai sensi dell’art. 41, comma 2, lett. c), del D.L. n. 331/1993;

- nel Paese membro del terzista, al corrispondente acquisto intracomunitario, ivi imponibile ai sensi dell’art. 21 della Direttiva n. 2006/112/CE.

Trattamento IVA della cessione dei beni lavorati

Se il cessionario comunitario è stabilito nello stesso Paese membro del terzista, la cessione si considera ivi territorialmente rilevante (artt. 31 e 32 della Direttiva n. 2006/112/CE).

Tuttavia, per individuare gli obblighi IVA del cedente italiano occorre verificare se il Paese membro del cessionario abbia o meno esercitato la facoltà prevista dall’art. 194 della Direttiva n. 2006/112/CE, che consente agli Stati membri di prevedere che l’imposta sia dovuta dal cessionario, soggetto IVA, attraverso il meccanismo del reverse charge.

In sostanza, ove il suddetto Paese membro abbia previsto l’obbligo di inversione contabile, il cedente italiano deve, ai sensi dell’art. 21, comma 6-bis, lett. a), del D.P.R. n. 633/1972, emettere fattura al cessionario con l’indicazione, in luogo dell’ammontare dell’imposta, dell’annotazione “inversione contabile” e dell’eventuale norma comunitaria o nazionale di riferimento.

Laddove, invece, il Paese membro del cessionario non abbia previsto l’obbligo di inversione contabile, la posizione IVA italiana del cedente deve:

- emettere fattura con addebito dell’IVA locale nei confronti del cessionario;

- adempiere agli ulteriori obblighi IVA previsti dalla legislazione locale.

Se, invece, il cessionario non è stabilito nello stesso Paese membro del terzista, fermo restando che il luogo della cessione coincide con il Paese membro del terzista (art. 31 della Direttiva n. 2006/112/CE), la posizione IVA del cedente italiano deve:

- emettere fattura in regime di non imponibilità ai sensi dell’art. 138, par. 1, della Direttiva n. 2006/112/CE;

- adempiere gli ulteriori obblighi IVA previsti dalla legislazione locale, compresa la presentazione dell’elenco riepilogativo delle cessioni intracomunitarie.

 

Vincenzo D’Andò