Diario quotidiano del 10 agosto 2015: é operativo il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo

Pubblicato il 10 agosto 2015



trattamento contabile e fiscale di software e siti web aziendali; é operativo il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo; deposito IVA irregolare: niente raddoppio dell’imposta; non imponibilità delle cessioni intracomunitarie: se mancano le condizioni essenziali, la buona fede salva il contribuente; bilanci: deposito semplificato; governo: è definitiva l’approvazione dell'internazionalizzazione delle imprese; osservatorio partite IVA: on line i dati di giugno 2015; FATCA: reso noto il testo del decreto del MEF; funzioni di verifica dell’INPS: le attività per l’anno 2015; sovraindebitamento: arrivano le linee guida del Consiglio Nazionale dei commercialisti

 

 Indice:

 1) Trattamento contabile e fiscale di software e siti web aziendali

 2) E’ operativo il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo

 3) Deposito IVA irregolare: niente raddoppio dell’imposta

 4) Non imponibilità delle cessioni intracomunitarie: se mancano le condizioni essenziali, la buona fede salva il   contribuente

 5) Bilanci: deposito semplificato

 6) Governo: è definitiva l’approvazione dell'internazionalizzazione delle imprese

 7) Osservatorio partite IVA: on line i dati di giugno 2015

 8) FATCA: reso noto il testo del decreto del MEF

 9) Funzioni di verifica dell’INPS: le attività per l’anno 2015

 10) Sovraindebitamento: arrivano le linee guida del Consiglio Nazionale dei commercialisti

 

 

1) Trattamento contabile e fiscale di software e siti web aziendali

La contabilizzazione degli oneri sostenuti per l’acquisto di software e la realizzazione di siti web non risulta sempre agevole dal punto di vista operativo, richiedendo un attento esame delle caratteristiche tecniche del prodotto o delle finalità del sito.

La realizzazione di tali beni immateriali, inoltre, impone il sostenimento di costi la cui entità è fortemente variabile in funzione del livello di servizio offerto agli utenti, della complessità tecnica di realizzazione, nonché delle relative procedure di gestione e aggiornamento.

Tale circostanza rende necessario uno sforzo interpretativo che, da un lato, tenga conto delle specifiche finalità del bene oggetto di valutazione e dall’altro non trascuri l’impatto delle novità frutto della rapida evoluzione della tecnica informatica. Lo rileva l’Accademia di Ragioneria presieduta dal Prof. Moretti con la nota operativa n. 11/2015 che riguarda un tema complesso e di non facile applicazione pratica: il trattamento contabile e fiscale di software e siti web aziendali.

L’utilizzo di software e siti web aziendali, nel pieno dell’era digitale, rappresenta un’esigenza pressoché irrinunciabile per la quasi totalità dei soggetti economici.

Risulta pertanto di estrema rilevanza la relativa disciplina sotto il profilo contabile e tributario.

Tuttavia, la contabilizzazione dei relativi costi si presenta non agevole dal punto di vista operativo, in ragione delle diverse caratteristiche che in concreto possono qualificare tali componenti di costo.

Inoltre, se da un lato il trattamento contabile dei costi sostenuti per l’acquisto o lo sviluppo di applicativi software trova una disciplina specifica sul piano normativo e dei principi contabili nazionali, altrettanto non può dirsi con riferimento agli oneri sostenuti per la realizzazione dei siti web aziendali.

Scopo della presente nota operativa è quello di fornire la corretta interpretazione delle indicazioni fornite dalla normativa civilistica e fiscale e dai principi contabili nazionali ed internazionali.

Software: definizioni

L’individuazione del trattamento contabile e fiscale degli oneri sostenuti per l’acquisto dei software passa per la distinzione tra software di base e software applicativi.

Rientrano nella prima categoria le procedure e i programmi necessari per il funzionamento degli elaboratori come, ad esempio, i sistemi operativi (es. Windows, Mac OS, ecc.).

I software applicativi, invece, sono costituiti dall’insieme di procedure e istruzioni che consentono alla macchina di assolvere specifiche funzioni in grado di rispondere alle esigenze dell’utente.

Rientrano in questa categoria di software, ad esempio, gli applicativi riguardanti gli elaboratori di testo, i database, i fogli di calcolo, e così via.

Software di base

L’istallazione del software di base rappresenta un requisito essenziale per il funzionamento dell’hardware, ossia dell’insieme dei componenti della macchina.

Il relativo costo di acquisto, pertanto, deve essere considerato unitamente a quello del cespite sui cui è installato e pertanto rientra nell’ambito di applicazione dell’OIC 16 “Immobilizzazioni materiali”.

In buona sostanza, il costo di acquisto dei software applicativi deve essere capitalizzato insieme all’elaboratore cui si riferisce quale onere accessorio.

Sul piano fiscale, i criteri di determinazione delle quote di ammortamento sono quelli previsti dall’art. 102 del TUIR.

L’ammortamento del software di base può iniziare, insieme al bene cui si riferisce, dopo l’entrata in funzione nel processo produttivo. Deve essere inoltre ragguagliato alla durata del periodo d’imposta se inferiore o superiore ai dodici mesi.

Va ricordato che, per i beni di costo unitario non superiore a 516,46 euro, è consentita la deduzione integrale delle spese di acquisizione nell’esercizio in cui sono state sostenute.

Software applicativo

Il trattamento contabile e fiscale dei software applicativi è decisamente più articolato.

Alla stregua di qualsiasi altra immobilizzazione, il software può essere acquistato da soggetti terzi (a titolo di proprietà o licenza d’uso), oppure può essere autoprodotto all’interno della realtà aziendale.

Nello specifico, ai fini della corretta imputazione in bilancio è necessario distinguere tra le seguenti ipotesi.

Software acquistato a titolo di proprietà o in licenza d’uso a tempo indeterminato

In questo caso il software deve essere iscritto nell’attivo patrimoniale, all’interno della voce B.I.3 tra i “Diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno”, attenendosi alle indicazioni contenute nell’OIC 24 “Immobilizzazioni immateriali”.

Sul piano fiscale, i criteri di determinazione delle quote di ammortamento sono quelli previsti dall’art. 103, comma 1, del TUIR.

Il legislatore ha previsto come unico limite alla deduzione degli ammortamenti in questione un importo massimo che non può essere superato in ciascun esercizio.

Le quote annuali non possono infatti superare il 50% del costo complessivo sostenuto, pertanto, nel rispetto del predetto limite, l’impresa è libera di determinare le quote di ammortamento con i criteri ritenuti più appropriati.

Gli stessi criteri si rendono applicabili anche nell’ipotesi in cui il software sia prodotto internamente e giuridicamente tutelato.

Software acquistato a titolo di licenza d’uso a tempo determinato

Dal punto di vista civilistico la licenza d’uso a tempo determinato deve essere iscritta in bilancio nella voce B.I.4 “Concessioni, licenze, marchi e diritti simili”.

In questo caso, l’articolo 103 comma 2 del TUIR impone che la durata dell’ammortamento sia rapportata al periodo durante il quale si estende la licenza d’uso.

L’ammortamento del software applicativo decorre dal momento in cui il costo sostenuto è iscritto in bilancio. È possibile, tuttavia, che l’impresa, in luogo di un pagamento effettuato una tantum, sia tenuta a corrispondere un canone periodico.

In questo caso i relativi costi devono essere imputati al conto economico in base al principio di competenza.

Software autoprodotto per uso interno e non giuridicamente tutelato

Nel caso in cui il software applicativo sia realizzato all’interno dell’azienda, senza richiederne il riconoscimento della tutela giuridica, i relativi costi possono essere imputati al conto economico relativo all’esercizio di effettivo sostenimento.

Tuttavia, qualora i programmi siano utilizzabili all’interno della realtà aziendale per un certo numero di anni, tali costi devono essere necessariamente capitalizzati ed iscritti nella voce B.I.7 “Altre immobilizzazioni immateriali”.

Si ricorda che il software autoprodotto e giuridicamente tutelato deve essere invece iscritto nella voce B.I.3 “Diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno”, con la conseguente applicazione dei criteri illustrati in precedenza.

Siti web e portali aziendali

Ai sensi dell’art. 2575 del Codice civile, un sito internet può essere annoverato tra le opere dell’ingegno di carattere creativo, rappresentando il risultato di una creazione intellettuale dell’autore.

In linea generale, i costi sostenuti per la realizzazione e l’implementazione del sito internet devono essere capitalizzati, a condizione che ne sia dimostrata l’utilità futura (ad esempio in termini di incremento dell’efficienza e della competitività) e che sia stimabile, con ragionevole certezza, la loro recuperabilità, tenendo conto del principio di prudenza.

Tuttavia, né le norme civilistiche né i principi contabili nazionali contengono disposizioni specifiche sulla contabilizzazione e l’iscrizione in bilancio dei costi sostenuti per la realizzazione dei siti web aziendali.

Allo stesso modo, la normativa fiscale non contiene una norma ad hoc sulla deducibilità dei costi relativi ai siti internet.

È dunque lasciato alla discrezionalità dei redattori del bilancio il compito di interpretare le regole generali tenendo conto delle molteplici fattispecie rinvenibili nella pratica in ragione sia dall’evoluzione della tecnica informatica, sia dalle molteplici finalità che possono sottostare alla realizzazione di un sito web.

In particolare, il trattamento dei costi in esame è strettamente correlato alle caratteristiche del sito, a seconda che lo stesso possa considerarsi un mero espositore delle novità aziendali (c.d. “sito vetrina”), ovvero un effettivo strumento di lavoro nell’esercizio dell’attività d’impresa.

Sulla base di tali premesse è possibile distinguere almeno le seguenti tre macrocategorie di siti web.

Sito web realizzato con la sola finalità di descrivere le attività commerciali dell’impresa (c.d. “sito vetrina)

Nel caso in cui il sito web si limiti a illustrare l’attività svolta dall’azienda o i prodotti e servizi offerti, i relativi costi di realizzazione sono assimilabili alle spese di pubblicità e nella generalità dei casi, pertanto, andranno spesati nel Conto economico dell’esercizio stesso in cui sono sostenuti.

I costi di pubblicità, infatti, come precisato dall’OIC 24, possono essere capitalizzati solo al ricorrere di determinate condizioni.

In particolare, tali costi per poter essere iscritti nell’attivo patrimoniale devono avere carattere eccezionale e non ricorrente. Essi, inoltre, devono essere relativi ad azioni dalle quali l’impresa ha la ragionevole aspettativa di importanti e duraturi ritorni economici.

Nella sostanza, quindi, i costi di pubblicità possono essere capitalizzabili solo in casi eccezionali, e cioè quando siano assimilabili ai costi di impianto e ampliamento, essendo a tal fine necessaria una stretta correlazione, ad esempio, al lancio di prodotti innovativi o all’avvio di una nuova attività produttiva.

Solamente in questo caso, le spese sostenute andranno indicate nell’attivo patrimoniale alla voce B.I.2 “Costi di ricerca, sviluppo e di pubblicità”.

La capitalizzazione di tali costi, inoltre, soggiace alle condizioni previste dall’articolo 2426, numero 5, del Codice civile che impone l’acquisizione del consenso, ove esistente, del Collegio sindacale e l’ammortamento entro un periodo di cinque anni.

La suddetta limitazione temporale, del tutto convenzionale, si giustifica per la peculiarità di tali costi, la cui valutazione si presenta particolarmente incerta e il cui contenuto non ha alcun valore di mercato autonomo.

Fino a che l’ammortamento non è completato, inoltre, la distribuzione di dividendi è possibile solo se residuano riserve disponibili sufficienti a coprire l’ammontare dei costi non ammortizzati.

Sul piano fiscale, la disciplina di riferimento è contenuta nell’art. 108, comma 2, del TUIR.

In particolare, il legislatore attribuisce la facoltà di scegliere tra la deducibilità integrale degli oneri nello stesso esercizio in cui sono stati sostenuti, ovvero in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro successivi.

In via residuale, nell’ipotesi in cui l’unica finalità del sito sia quello di fornire agli utenti-navigatori un’immagine positiva dell’impresa e della sua attività, gli oneri di realizzazione assumono la qualifica di spese di rappresentanza.

Dal punto di vista civilistico si rileva che la capitalizzazione di tali spese non è consentita. Sul piano fiscale, invece, la deducibilità soggiace ai limiti previsti dall’articolo 108, comma 2, del TUIR restando ferma la totale indetraibilità ai fini IVA (ex. art. 19-bis1, lett. h), del DPR 633/1972).

Sito web dedicato allo svolgimento di transazioni commerciali (c.d. “sito e-commerce”)

In questa fattispecie il sito web realizzato consente l’acquisto dei beni e/o servizi che formano oggetto dell’attività d’impresa direttamente online, attraverso una piattaforma e-commerce che consente la gestione di molteplici dati e informazioni (caricamento dell’anagrafica dei clienti, gestione dei flussi finanziari, ciclo di fatturazione e così via).

È del tutto evidente che nel caso in cui il sito internet abbia la finalità di sviluppare l’attività commerciale dell’impresa, i relativi costi debbano essere trattati come oneri pluriennali.

Nel caso di specie, il trattamento contabile e fiscale seguirà, in linea generale, le indicazioni già fornite con riferimento alla disciplina dei software applicativi acquistati a titolo di proprietà.

I costi di realizzazione andranno pertanto iscritti nella voce B.I.3 “Diritti di brevetto industriale e utilizzazione delle opere dell’ingegno”.

Dal lato fiscale, si ricorda che l’articolo 103 comma 1 del TUIR dispone che le quote di ammortamento del costo di utilizzazione delle opere dell’ingegno sono deducibili in misura non superiore al 50% del costo stesso.

Nella diversa ipotesi in cui la realizzazione del sito web sia configurabile come un’espansione dell’attività aziendale in direzioni precedentemente non perseguite le spese sostenute dovranno essere indicate nella voce B.I.1 tra i “Costi di impianto e di ampliamento”.

I costi di impianto e di ampliamento capitalizzati tra le immobilizzazioni immateriali, secondo quanto previsto dall’OIC 24, devono essere ammortizzati sulla base di un piano di ammortamento rivisto annualmente per accertarne la congruità e comunque entro un periodo non superiore a cinque anni (art. 2426, primo comma, del Codice civile).

Anche in questo caso, l’art. 2426 n. 5 del c.c. prevede che tali costi siano capitalizzabili solo con il consenso del collegio sindacale.

La disciplina fiscale dei costi di impianto e ampliamento è contenuta nell’art. 108, comma 3, del TUIR, essendone ammessa la deducibilità entro i limiti della quota attribuibile a ciascun esercizio.

Le medesime spese, non capitalizzabili per effetto dei principi contabili internazionali, sono deducibili in quote costanti nell’esercizio in cui sono state sostenute e nei quattro successivi.

Portali aziendali “integrati”

È sempre più frequente, soprattutto in presenza di realtà aziendali strutturate, l’integrazione delle categorie dei siti tradizionali, precedentemente illustrate, con sistemi gestionali fruibili mediante accesso, previa autenticazione, in un’area riservata del portale aziendale.

Si pensi, ad esempio, alla realizzazione di un sito web istituzionale integrato con un sistema gestionale accessibile in mobilità, via tablet, dai dipendenti aziendali.

In questo caso, ai fini di una corretta rilevazione contabile, è necessario ripartire il costo complessivo tra le due componenti. Sarà quindi opportuno, nel caso di appalto dei lavori a terzi, richiedere al soggetto incaricato della realizzazione del sito il rilascio di una lettera di attestazione che certifichi la quota di costo riferibile all’implementazione del “sito vetrina”, rispetto al costo di implementazione del sistema gestionale (avente natura di software applicativo).

I costi di manutenzione e gestione del sito devono essere iscritti, in ragione della specifica tipologia, nel conto economico dell’esercizio stesso in cui sono sostenuti.

Si tratta dei costi per l’aggiornamento periodico dei contenuti del sito e il mantenimento nei server (ad es. costi di rinnovo del dominio, canoni di utilizzo dello spazio web, ecc.).

Principi contabili internazionali (IAS 38 - SIC 32)

A differenza dei principi contabili nazionali, la prassi internazionale dedica una trattazione specifica ai costi per la realizzazione dei siti Internet.

La SIC 32 “Attività immateriali – Costi connessi a siti web” chiarisce che tali costi rappresentano un’attività immateriale autoprodotta, soggetta alle regole generali dello IAS 38.

Ne consegue che i costi di sviluppo dovranno essere capitalizzati solo nel caso in cui sia probabile che l’attività generi futuri benefici economici specificamente attribuibili (IAS 38 par. 21) e che il costo sia individuabile in modo attendibile.

È inoltre esclusa la possibilità di iscrivere nell’attivo patrimoniale gli oneri sostenuti per la realizzazione di siti web aventi funzione pubblicitaria, poiché lo IAS 38 esclude la possibilità di capitalizzare le spese di pubblicità.

 

2) E’ operativo il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo

E’ stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 174 del 29 luglio 2015, il Decreto 27 maggio 2015, che rende finalmente operativo il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo (R&S).

Il credito interessa tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore eco­nomico in cui operano nonché dal regime contabile adottato, che effettuano gli investimenti di seguito indicati e per i relativi costi sostenuti.

Investimenti agevolabili

Sono agevolabili gli investimenti effettuati dal 2015 al 2019 per:

a) lavori sperimentali o teorici aventi quale principale finalità l’acquisizione di nuove conoscenze sui fondamenti di fenomeni e di fatti osservabili, senza che siano previste appli­cazioni o usi commerciali diretti;

b) ricerca pianificata o indagini critiche miranti ad acquisire nuove conoscenze, da utilizzare per mettere a punto nuovi prodotti, processi o servizi o permettere un miglioramento dei pro­dotti, processi o servizi esistenti ovvero la creazione di componenti di sistemi complessi, necessaria per la ricerca industriale, ad esclusione dei prototipi di cui alla lettera c);

c) acquisizione, combinazione, strutturazione e utilizzo delle conoscenze e capacità esistenti di natura scientifica, tecnologica e commerciale allo scopo di produrre piani, progetti o disegni per prodotti, processi o servizi nuovi, modificati o migliorati; può trattarsi anche di altre attività destinate alla definizione concettuale, alla pianificazione e alla documentazione con­cernenti nuovi prodotti, processi e servizi; tali attività possono comprendere l’elaborazione di progetti, disegni, piani e altra documentazione, inclusi gli studi di fattibilità, purché non siano destinati a uso commerciale; realizzazione di prototipi utilizzabili per scopi commer­ciali e di progetti pilota destinati a esperimenti tecnologici o commerciali, quando il pro­totipo è necessariamente il prodotto commerciale finale e il suo costo di fabbricazione è troppo elevato per poterlo usare soltanto a fini di dimostrazione e di convalida;

d) produzione e collaudo di prodotti, processi e servizi, a condizione che non siano impiegati o trasformati in vista di applicazioni industriali o per finalità commerciali.

Le modifiche ordinarie o periodiche apportate a prodotti, linee di produzione, processi di fabbricazione, servizi esistenti e altre operazioni in corso, anche quando rappresentano migliora­menti non rientrano fra gli investimenti agevolabili.

Per le imprese con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, si tratta degli investimenti effettuati dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019.

Credito spettante

L’impresa, fino al massimo annuale di 5 milioni di euro, ha diritto ad un credito pari al 25% o 50% dei costi riportati in tabella, sostenuti per gli investimenti agev­olabili in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei 3 periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015.

Costi rilevanti per il credito

Misura del credito

a)   costi relativi al personale altamente qualificato in possesso di un titolo di   dottore di ricerca, ovvero iscritto ad un ciclo di dottorato presso una   università italiana o estera, ovvero in possesso di laurea magistrale in   determinate discipline di ambito tecnico o scientifico, che sia:

1)   dipendente dell’impresa, impiegato nelle attività di R&S ammissibili, con   esclusione del personale con mansioni amministrative, contabili e   commerciali, ovvero

2)   in rapporto di collaborazione con l’impresa, compresi gli esercenti arti e   professioni, impiegato nelle attività medesime attività di R&S, a   condizione che svolga la propria attività presso le strutture della medesima   impresa; (1)

50%

b)   quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di   strumenti e attrezzature di laboratorio, nei limiti dell’importo risultante   dall’applicazione dei determinati coefficienti, in relazione alla misura e al   periodo di utilizzo per l’attività di R&S e comunque con un costo   unitario non inferiore a 2.000 euro al netto dell’IVA; (1)

25%

c)   spese relative a contratti di ricerca stipulati con università, enti di   ricerca e organismi equiparati, e con altre imprese, comprese le start-up   innovative, diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano   l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che   controlla l’impresa; (1)

50%

d)   competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione   industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o   a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne;

25%

e)   costi sostenuti per l’ottenimento della certificazione contabile necessaria   ai fini del riconoscimento del credito (2).

100%  

max   € 5.000

(1) Sono previste regole particolari per la corretta   quantificazione di questi costi.

(2) Solo per le imprese che non sono soggette a   revisione legale o che sono prive di collegio sindacale.

 

Il credito è riconosciuto a condizione che la spesa sostenuta per R&S in ciascun periodo in cui si intende fruire dell’agevolazione sia almeno pari a 30.000 euro ed ecceda la media degli stessi investimenti realizzati nei 3 periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicem­bre 2015.

Regole particolari riguardano in proposito le imprese in attività da meno di 3 periodi d’imposta.

L’agevolazione è cumulabile con quella già prevista in tema di assunzione di profili altamente qualificati.

L’impresa deve predisporre apposita documentazione contabile, certificata da un revisore legale o dal collegio sindacale e che va allegata al bilancio per documentare gli oneri soste­nuti ai fini dell’agevolazione. Sono esentate le imprese già dotate di bilancio certificato.

Modalità di utilizzo

L’impresa può utilizzare il credito spettante esclusivamente in com­pensazione orizzontale nel mod. F24, dal periodo d’imposta successivo a quello in cui i costi sono stati sostenuti, senza i limiti ordinariamente previsti e deve indicarlo nella dichiarazione dei redditi relativa al medesimo periodo d’imposta.

Il credito non concorre alla formazione del reddito e della base imponibile IRAP e non rileva ai fini del pro-rata generale di indeducibilità degli interessi passivi e delle altre spese.

Controlli

L’AE effettua specifici controlli finalizzati a verificare la sussistenza delle con­dizioni di accesso al beneficio e la conformità delle attività e dei costi di R&S effettuati a quanto previsto dalla relativa disciplina.

In caso di indebita fruizione, anche parziale, del credito d’imposta per il mancato rispetto delle condizioni richieste ovvero a causa dell’inammissibilità dei costi sulla base dei quali lo stesso è stato determinato, l’AE provvede al recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni.

Il Mef effettua, con cadenza mensile, il monitoraggio delle fruizioni del credito d’imposta per verificare che avvengano nei limiti stabiliti.

 

3) Deposito IVA irregolare: niente raddoppio dell’imposta

Nell’ipotesi dell’utilizzo irregolare del deposito l’IVA non raddoppia. Difatti, non è legittima la pretesa dell’IVA all’importazione quando i beni sono stati estratti applicando il reverse charge.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16109 del 29 luglio 2015, che segue la pronuncia della sentenza della Corte di Giustizia Ue, sul regime fiscale e sanzionatorio derivante dall’irregolare immissione della merce nel deposito IVA.

L’Agenzia delle Entrate, in assenza di materiale introduzione della merce nel deposito ai sensi dell’art. 50-bis del DL 331/93, richiede il pagamento dell’IVA all’importazione, senza tenere conto del successivo assolvimento dell’imposta all’atto dell’estrazione dei beni dal deposito, con il meccanismo del reverse charge.

La Suprema Corte, facendo applicazione dei principi affermati dalla Corte di Giustizia Ue nella sentenza del 17 luglio 2014 (causa C-272/13), sconfessa l’Agenzia e afferma che non può essere pretesa l’IVA all’importazione qualora il contribuente abbia successivamente assolto l’imposta con la modalità applicativa del reverse charge.

Come già deciso dai giudici europei, una soluzione come quella adottata dall’Agenzia sortirebbe l’effetto di disconoscere la detrazione dell’IVA, contrariamente al principio di neutralità previsti per tale imposta.

La Cassazione si sofferma dettagliatamente sul tema della necessità di una custodia reale della merce nel deposito IVA, principio ribadito anche nella sentenza della Corte UE.

I giudici di legittimità evidenziano che “la necessità dell’esistenza di appositi spazi destinati alla custodia dei beni si desume, anzitutto, dall’esplicito riferimento ai locali contenuto nel comma 1 dell’art. 50-bis, nonché dalla necessità ivi prevista – comma 4, lett. a) – che i beni vengano materialmente introdotti nel deposito”. La necessità della materiale introduzione dei beni nel deposito si evince anche dal comma 6 dello stesso art. 50-bis del DL 331/93, nella misura in cui tale norma, descrivendo le operazioni di estrazione dei beni dal deposito IVA, fa riferimento agli acquisiti operati sui beni prima dell’estrazione “durante la giacenza fino al momento dell’estrazione”.

Ancora, il comma 5 dell’art. 50-bis prevede che i controlli doganali si effettuino attraverso la “vigilanza dell’impianto”. Da ultimo, i giudici, richiamando la dottrina prevalente, osservano che nell’istanza di autorizzazione alla gestione del deposito IVA, ai sensi dell’art. 2 del DM 419/97, i soggetti legittimati a gestire il deposito devono previamente individuare i locali di cui hanno la disponibilità destinati alla custodia dei beni loro affidati.

Dunque, il requisito della materiale introduzione dei beni nel deposito (da ritenersi sostanziale per poter fruire del regime agevolativo), laddove non sia soddisfatto, non può comportare la pretesa dell’Amministrazione di riscuotere l’IVA all’importazione, quando l’imposta è stata assolta con il meccanismo del reverse charge.

Uno dei passaggi più significativi della sentenza di Cassazione sta nel riconoscimento della natura di tributo interno dell’IVA all’importazione. La sentenza n. 16109/2015 giunge a importanti conclusioni anche sul piano sanzionatorio.Difatti, asserendo che l’IVA all’importazione ha natura di tributo interno, non può applicarsi il disposto dell’art. 70 del DPR 633/72 (il quale rinvia al Testo Unico delle Leggi Doganali, DPR 43/1973 per la disciplina sanzionatoria), in quanto relativo ai soli diritti di confine.

La sanzione applicabile all’importatore che si avvale del sistema di sospensione d’imposta concesso dall’istituto del deposito IVA, senza immettere materialmente la merce nel deposito stesso, è quella di cui all’art. 13 comma 2 del DLgs. 471/97, pari al 30% dell’imposta non versata.

Quest’ultima disposizione, rispetto a quella specifica per i diritti doganali, difatti, come rileva la Corte, è “inserita all’interno della legge organica di settore concernente le sanzioni amministrative in materia tributaria” ed è applicabile, salvo diversa espressa previsione, all’omesso o ritardato versamento di qualunque tributo.

 

4) Non imponibilità delle cessioni intracomunitarie: se mancano le condizioni essenziali, la buona fede salva il contribuente

Per la non imponibilità delle cessioni intracomunitarie quello che più conta è la buona fede del contribuente.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15639 del 24 luglio 2015, ha stabilito che la non imponibilità IVA delle cessioni intracomunitarie presuppone, in assenza delle condizioni sostanziali per applicare il principio di tassazione nel Paese di destinazione, la buona fede dell’operatore italiano, che, tuttavia, non sussiste quando quest’ultimo non abbia verificato la validità del codice identificativo del cessionario non residente, risultato cessato da alcuni anni.

Alle cessioni intracomunitarie di beni si applica il regime di non imponibilità se il cessionario non residente ha comunicato il proprio numero di identificazione (art. 50, comma 1, del D.L. n. 331/1993). Allo stesso tempo, l’imponibilità degli acquisti intracomunitari presuppone che il cessionario italiano abbia comunicato alla controparte estera il proprio numero di partita IVA (art. 50, comma 3, del D.L. n. 331/1993).

In questo ambito le eventuali infrazioni comportano delle penalità rilevanti, infatti, per le operazioni intra-UE, al cedente viene irrogata la sanzione dal 100% al 200% dell’imposta.

La giurisprudenza della Corte di giustizia ha messo in luce che il principio impositivo che caratterizza gli scambi intracomunitari di beni, basato sulla tassazione nel Paese di destinazione, presuppone che il cessionario sia un soggetto passivo che agisce in quanto tale in altro Paese comunitario, anche se privo di codice identificativo (sent. 27 settembre 2012, causa C-587/10, VSTR; sent. 6 settembre 2012, causa C-273/11, Mecsek-Gabona). Anche la più recente giurisprudenza nazionale è in linea con la posizione dei giudici comunitari, avendo affermato che, ai fini del riconoscimento della non imponibilità delle cessioni intracomunitarie, la procedura di attribuzione del codice identificativo del cessionario, pur rimanendo centrale ai fini della qualificazione dell’operazione nell’ambito della disciplina degli scambi intracomunitari di cui al D.L. n. 331/1993, “non può determinare, se mancante, il venir meno della possibilità di inquadrare la cessione nell’ambito di quelle intracomunitarie, allorché l’operatore provi in modo rigoroso tutti i requisiti sostanziali dalla normativa di settore sulla base degli elementi ritualmente prodotti nel corso del procedimento” (Cass., 29 luglio 2014, n. 17254 e Cass., 27 settembre 2013, n. 22127). Secondo l’Amministrazione finanziaria, il cedente, al quale sia stato comunicato il codice identificativo del proprio cessionario, deve verificarne la validità (R.M. 122 febbraio 1997, n. 25/E). Tuttavia, in base alle indicazioni della giurisprudenza comunitaria, è possibile ritenere che anche questo requisito, in quanto formale, non sia idoneo a precludere il trattamento di non imponibilità se l’operatore nazionale è in grado di dimostrare che il cessionario ha acquistato i beni in veste di soggetto passivo IVA. In merito a questo aspetto è intervenuta la Corte di Cassazione nella sentenza n. 15639 del 24 luglio 2015, affermando che la cessione mantiene carattere intracomunitario quando il cedente, oltre a non essere a conoscenza dell’assenza delle condizioni sostanziali per l’applicazione della non imponibilità, non possa rendersene conto in base ai canoni dell’ordinaria diligenza. Nel caso di specie, è stata esclusa la buona fede del fornitore italiano, avendo posto in essere cessioni di beni nei confronti di una società lussemburghese cessata da alcuni anni, senza avere verificato la validità del proprio numero identificativo, confidando esclusivamente nella qualità di rappresentante della società estera di un soggetto presentatosi come tale, ma senza alcuna verifica dell’effettiva operatività della controparte.

 

5) Bilanci: deposito semplificato

Obbligo di rendiconto finanziario inserito a corredo del bilancio di esercizio, ma esonero dalla nota integrativa per le imprese minori tenute al bilancio abbreviato. Sono alcune delle novità scaturite a seguito dell’approvazione in consiglio dei ministri, del Dlgs di recepimento della direttiva 34/2013 su bilanci di esercizio, bilanci consolidati e relative relazioni, con applicazione delle nuove regole a partire dai prospetti per l’esercizio 2016, avvenuta il 6 agosto 2015.

Bilancio ad hoc per le microimprese

Possibilità di redigere un bilancio «semplificato», a beneficio delle cosiddette «società minori» mediante l’introduzione del nuovo art. 2435-ter nel codice civile. Tali società (vedi limiti dimensionali in tabella) applicheranno, di fatto, la stessa disciplina del bilancio abbreviato, che resterà sempre soggetto a deposito presso il Registro imprese, ma saranno esonerate dalla redazione:

- del rendiconto finanziario;

- della nota integrativa, a condizione che, in calce allo stato patrimoniale risultino apposito informazioni aggiuntive (importo complessivo degli impegni, delle garanzie e delle passività potenziali non risultanti dallo stato patrimoniale, con indicazione della natura delle garanzie reali prestate e altri impegni; ammontare dei compensi, delle anticipazioni e dei crediti concessi agli amministratori e ai sindaci, cumulativamente per ciascuna categoria precisando il tasso di interesse, le principali condizioni e gli importi eventualmente rimborsati, cancellati o oggetto di rinuncia, nonché gli impegni assunti per loro conto per effetto delle garanzie di qualsiasi tipo prestate).

Riforma dei bilanci d’esercizio

Oltre ad essere approvato in via definitiva il Decreto sull’internazionalizzazione delle imprese (chiudendo così la triade, insieme ai provvedimenti sull’abuso del diritto e sulla fatturazione elettronica), il 6 agosto 2015 il Governo ha licenziato anche i due Decreti Legislativi che modificano la disciplina civilistica del bilancio d’esercizio e di quello consolidato, in attuazione della direttiva europea 2013/34/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013. Ecco brevemente il contenuto dei due decreti.

Bilanci d’esercizio, consolidati e imprese

Il Decreto integra e modifica il codice civile e il D.Lgs. n. 127/1991 al fine di allineare le disposizioni in materia di bilancio di esercizio e consolidato alle disposizioni della direttiva e altri provvedimenti legislativi già esistenti. Inoltre, introduce la nuova disciplina circa gli obblighi di trasparenza posti a carico delle imprese operanti nel settore estrattivo o in quello dello sfruttamento delle aree forestali e apporta modifiche a diversi provvedimenti legislativi per adeguarne il contenuto alle prescrizioni della Direttiva o per esigenze di coordinamento in materia di conti annuali e consolidati delle imprese di assicurazione e di revisione legale dei conti.

Conti annuali e consolidati delle banche

Il Decreto disciplina i bilanci degli intermediari finanziari redatti sulla base delle previsioni della direttiva 86/635/CEE oltre ai casi in cui un intermediario bancario o finanziario vigilato dalla Banca d’Italia è tenuto a redigere il bilancio consolidato sulla base dei principi contabili internazionali emanati dall’organo incaricato di emanare i principi contabili (IASB) e adottati dalla Commissione Europea. Come specificato dal Governo nel comunicato stampa emesso alla fine del Consiglio, il provvedimento riconosce alla Banca d’Italia il potere di emanare disposizioni relativamente alle forme tecniche dei bilanci e delle situazioni dei conti destinate al pubblico nonché alle modalità e ai termini della pubblicazione delle situazioni dei conti, prevedendo opportune forme di coordinamento con la Consob.

 

6) Governo: è definitiva l’approvazione dell'internazionalizzazione delle imprese

Il Consiglio dei ministri, il 6 agosto 2015, ha approvato in via definitiva lo schema di decreto di attuazione della delega fiscale per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese. Il provvedimento è finalizzato a rimuovere gli ostacoli allo sbocco sui mercati internazionali e a definire un quadro normativo più semplice e trasparente per gli investitori esteri. Tra le principali novità si prevede l’introduzione di un bonus fiscale per il rientro di lavoratori qualificati, con una riduzione del reddito imponibile del 30% per cinque anni.

Il governo ha, quindi, dato il via libera definitivo al decreto legislativo recante “Misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese”, in attuazione dei principi stabiliti dalla delega fiscale.

Il provvedimento definitivo, secondo le intenzioni del CDM, recepisce quasi tutte le osservazioni formulate dalle Commissioni parlamentari competenti con riferimento allo schema modificato in seconda lettura nella seduta del 17 luglio scorso. Tra queste, ad esempio, si prevede una maggiorazione del bonus per il rientro dei cervelli nelle aree svantaggiate del Paese e una estensione della platea dei soggetti interessati.

Per il resto il provvedimento conferma le norme sul rafforzamento del ruling internazionale, con la possibilità di definire accordi preventivi con il fisco. I principali ambiti di operatività degli accordi preventivi riguardano la disciplina dei prezzi di trasferimento infragruppo, l’attribuzione di utili e perdite alle stabili organizzazioni, la valutazione preventiva dei requisiti che configurano una stabile organizzazione, l’individuazione, nel caso concreto specifico, delle norme sull’erogazione o la percezione di dividendi, royalties, interessi e altri componenti reddituali a o da soggetti non residenti.

Gli accordi vincolano le parti per il periodo d’imposta nel corso del quale sono stipulati e per i quattro successivi. Per il periodo intercorrente tra la data di presentazione dell’istanza e quella di conclusione dell’accordo il contribuente ha comunque la possibilità di presentare dichiarazione integrativa, senza applicazione di sanzioni a condizione che in tale periodo ricorrano le circostanze di fatto e di diritto a base dell’accordo. Tali circostanze, viene specificato accogliendo le osservazioni dei pareri parlamentari, devono sussistere congiuntamente per uno o più periodi di imposta precedenti alla stipula del contratto ma non anteriori a quello in corso alla data di presentazione dell’istanza.

Il decreto istituisce anche una nuova forma di interpello per le società che effettuano nuovi investimenti, per dare certezza in merito ai profili fiscali del piano di sviluppo che si intende attuare. Fondamentale a tal fine è la presentazione da parte dell’investitore di un business plan con la descrizione dell’ammontare dell’intervento, i tempi e le modalità di realizzazione dello stesso, l’incremento occupazionale e i riflessi sul sistema fiscale interno. Per l’accesso all’istituto è prevista una soglia minima di 30 milioni di euro per l’investimento, che può consistere anche nella ristrutturazione di imprese in crisi qualora ci siano effetti positivi sull’occupazione.

Accogliendo le indicazioni formulate dalle Commissioni parlamentari, il Consiglio dei Ministri ha introdotto una norma volta ad incentivare fiscalmente il rientro in Italia di lavoratori con qualifiche elevate. La disposizione prevede che il reddito prodotto in Italia da lavoratori che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato italiano beneficiano per cinque anni di una riduzione del reddito imponibile del 30%.

Potranno accedere all’incentivo i soggetti che nei cinque anni precedenti non siano stati residenti in Italia, che svolgano una attività lavorativa prevalentemente nel territorio italiano e che rivestano una qualifica per la quale sia richiesta una alta specializzazione e il titolo di laurea.

Il Decreto tocca diversi punti. Innanzi tutto, il Fisco ridurrà i vincoli alle operazioni transfrontaliere, creando al contempo un quadro normativo più certo e trasparente. Sono confermate le norme sul rafforzamento dei ruling internazionali: tali accordi preventivi con il fisco, tra le altre cose, agiranno nell'ambito dei prezzi di trasferimento infragruppo, riguarderanno l'attribuzione degli utili e delle perdite alle stabili organizzazioni. Accordi, quindi, che vincoleranno le parti per cinque anni: il periodo di imposta nel quale sono stipulati e i quattro successivi.

Passando brevemente in rassegna le principali novità, emerge, tra le altre, la modifica ai criteri di deducibilità dei costi c.d. black list.

L’attuale presunzione relativa di indeducibilità dei costi viene sostituita da una presunzione legale di deducibilità delle spese, se effettivamente sostenute, nei limiti del loro valore normale, da determinarsi ai sensi dell’art. 9 del TUIR. Resta salva la possibilità di dedurre anche l’extra-costo previa dimostrazione dell’unica esimente rimasta, ossia che l’operazione risponde a un effettivo interesse economico e ha avuto concreta esecuzione.

Viene rafforzata, per le imprese con attività internazionale, la possibilità di avviare accordi preventivi con le Entrate su numerose tematiche: prezzi dei trasferimenti infragruppo con controparti estere, valori di uscita o di ingresso in caso di trasferimento della residenza, valore normale delle transazioni con fornitori paradisiaci, valutazione preventiva di casi di stabile organizzazione in Italia, criteri di attribuzione dei redditi tra stabile organizzazione e casa madre, questioni inerenti i principali elementi di reddito transnazionale (dividendi, interessi e royalties).

In materia di stabili organizzazioni sono due le novità principali.Da un lato viene disposta l’esplicita abrogazione del principio della forza di attrazione della stabile organizzazione, ridefinendo i limiti applicativi del criterio della “separate entity approach” nei rapporti tra la casa madre estera e la sua stabile organizzazione italiana.

Dall’altro lato viene concessa alle case madri residenti in Italia la possibilità di derogare al principio di tassazione sul reddito mondiale, non facendo assumere rilevanza fiscale in Italia agli utili ed alle perdite realizzati da tutte le stabili organizzazioni estere (“branch exemption”).

Per quanto riguarda la normativa CFC, si interviene dapprima sull’interpello disapplicativo, che da obbligatorio diventa facoltativo. La dimostrazione delle esimenti potrà avvenire, a scelta del contribuente, in via preventiva tramite l’attivazione dell’interpello oppure successivamente in fase di eventuale controllo.Viene poi abolito il regime di tassazione per trasparenza delle società collegate black list, mentre vengono chiarite le regole di determinazione del reddito prodotto dalla partecipata estera e attratto a tassazione per trasparenza in Italia.

In materia di consolidato fiscale, allineandosi alla giurisprudenza europea e per evitare censure a livello comunitario, viene ampliato il novero dei soggetti legittimati a consolidare le basi imponibili. Vengono così ammesse al consolidato anche le società figlie di una medesima controllante non residente, ancorché questa sia priva di una stabile organizzazione in Italia. Del pari, sono ammesse al consolidato le stabili organizzazioni in Italia di società controllate non residenti, purché produttive di reddito d’impresa.

Inoltre, con una norma d’interpretazione autentica, viene chiarita l’inapplicabilità del transfer pricing alle transazioni interne tra soggetti residenti in Italia.

Transfer pricing inapplicabile a transazioni interne tra residenti in Italia

Un’altra norma di interpretazione autentica precisa che, in ipotesi di cessioni di immobili, di azienda (o di rami) nonché di trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo rilevante ai fini delle imposte dirette e dell’IRAP non è presumibile solo sulla base del valore dichiarato o accertato fini dell’imposta di registro ovvero ai fini delle imposte ipotecarie e catastali.

Il DLgs apporta modifiche anche alla disciplina degli interessi passivi.

Ai fini del calcolo del ROL si potrà altresì tenere conto dei dividendi incassati relativi a partecipazioni detenute in società non residenti che risultino controllate ex art. 2359, comma 1, n. 1) c.c..

Sempre in tema di interessi passivi e, in particolare, di regime di piena deducibilità per quelli relativi a finanziamenti garantiti da ipoteca su immobili destinati alla locazione, viene specificato che questa deve spettare per le società che svolgono in via effettiva e prevalente attività immobiliare e che, all’interno di queste, vanno comprese anche le società i cui ricavi sono rappresentati per almeno i due terzi da canoni di affitto di aziende il cui valore complessivo sia prevalentemente costituito dal valore normale di fabbricati.

Nell’ambito della fiscalità specialistica, viene chiarita, in ipotesi di trasferimento della residenza in Italia, la preferenza per il valore normale quale criterio con cui valorizzare attività e passività del patrimonio in entrata, se proveniente da Stati white list.

Per i patrimoni provenienti da paradisi fiscali, sarà necessario presentare un interpello, pena l’adozione del valore (tra il costo di acquisto, il valore di bilancio e il valore normale) maggiormente penalizzante per il contribuente.

Infine, il regime di sospensione della riscossione della tassazione in caso di trasferimento all’estero (c.d. tax deferral) viene reso possibile non solo in ipotesi di trasferimento di una stabile organizzazione italiana in un altro Stato membro Ue, ma anche per il trasferimento di parte della stabile organizzazione italiana, sempreché i cespiti trasferiti costituiscano un ramo aziendale e siano destinati a un altro Stato della Ue o appartenente allo SEE.

Infine, nel decreto si introduce anche l'interpello per le società che hanno operato nuovi investimenti, per dare certezza ai profili fiscali del piano di sviluppo che si intende intraprendere.

 

7) Osservatorio partite IVA: on line i dati di giugno 2015

Sono stati pubblicati il 7 agosto 2015 sul sito del Dipartimento delle Finanze i dati relativi all'Osservatorio sulle partite IVA aggiornati al mese di Giugno 2015.

Nel mese di giugno 2015 sono state aperte 40.845 nuove partite Iva. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente si osserva un discreto aumento percentuale, pari a +5%, in larga parte dovuto, analogamente a quanto verificatosi a maggio, alle nuove aperture nel settore dell’agricoltura, localizzate soprattutto al Sud e nelle Isole.

8) FATCA: reso noto il testo del decreto del MEF

Il Ministero dell’Economia ha reso disponibile il 7 agosto 2015, sul proprio sito internet, il testo del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze di attuazione della legge 18 giugno 2015, n. 95, di ratifica dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo degli Stati Uniti d'America finalizzato a migliorare la compliance fiscale internazionale e ad applicare la normativa FATCA, con Allegati, fatto a Roma il 10 gennaio 2014, corredato da relazione illustrativa.

 

 

9) Funzioni di verifica dell’INPS: le attività per l’anno 2015

L’INPS, con la circolare n. 147 del 7 agosto 2015 ha fornito ulteriori indicazioni amministrative e organizzative per la concreta attuazione della funzione di Verifica Amministrativa per l’anno 2015.

In pratica, i controlli hanno progressivamente abbandonato ogni originaria impostazione di carattere consulenziale/formale e si sono concentrati su fenomeni caratterizzati da una irregolarità sostanziale attraverso specifiche operazioni che hanno puntato ad un risultato, in termini di accertato/riscosso, economicamente rilevante.

Accanto alla funzione “tradizionale” di controllo ex-post dei comportamenti aziendali, finalizzato all’aumento dell’accertato, saranno sviluppati e resi operativi una serie di nuovi presidi finalizzati non solo a contrastare ma anche a prevenire fenomeni elusivi della contribuzione, prima che il comportamento si sia consolidato ed abbia prodotto i suoi danni.

INPS: concordato preventivo omologato e modalità di rilascio del DURC

L’Inps, con il messaggio n. 5223 del 6 agosto 2015, fornisce alcuni chiarimenti in merito all’eventuale concordato preventivo omologato con previsione di soddisfazione parziale o di retrocessione a chirografo dei crediti privilegiati di Inail e Inps e la modalità di rilascio del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC).

In particolare, l’Istituto, riprendendo la nota del 21 luglio 2015 della Direzione generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, afferma l’obbligo di rilascio del DURC alle imprese che abbiano conseguito l’omologazione del concordato preventivo anche laddove il relativo piano non contempli l’integrale soddisfazione dei crediti di INPS e INAIL muniti di privilegio.

In tale ambito, nel citato parere è stato evidenziato che, in considerazione della circostanza che il concordato è approvato dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto (art. 177 L.F.), può verificarsi in concreto che il decreto di omologazione di cui all’art. 180 L.F. non preveda l’integrale soddisfazione dei crediti previdenziali muniti di privilegio.

Per queste ragioni è stato specificato che, anche qualora i crediti privilegiati Inps e Inail risultino soddisfatti in misura parziale o retrocessi al rango di crediti chirografari in base al decreto di omologazione, trova applicazione la previsione di cui all’art. 184 L.F. secondo cui “il concordato omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori alla pubblicazione nel registro delle imprese del ricorso di cui all’articolo 161”.

Pertanto, dopo il decreto di omologazione, pur in presenza di una parziale soddisfazione dei crediti previdenziali muniti di privilegio, e fino a quando non sia adempiuto il concordato, a parere del Ministero si verifica la situazione prevista dall’art. 3, co. 2, lett. b), del D.M. 30 gennaio 2015, ossia la “sospensione dei pagamenti in forza di disposizioni legislative” già contemplata all’art. 5, co. 2, lett. b), del D.M. 24 ottobre 2007 con la conseguenza che deve essere dichiarata la regolarità contributiva.

Ciò in quanto, fino a quando non viene adempiuto il concordato, rispetto ai crediti privilegiati per la parte eccedente quella riconosciuta dal concordato omologato, l’Ente creditore non può attivarsi per il recupero né il debitore può procedere ad effettuare spontaneamente alcun pagamento giacché, al contrario, verrebbe violata la par condicio creditorum.

Il Ministero ha altresì precisato che, ai fini della verifica della regolarità contributiva, non può avere rilevanza l’eventuale proposizione del reclamo alla Corte di appello avverso il decreto di omologazione del Tribunale da parte degli Istituti ai sensi dell’art. 183 L.F

 

10) Sovraindebitamento: arrivano le linee guida del Consiglio Nazionale dei commercialisti

E la Fondazione Adr mette a disposizione degli Ordini territoriali della categoria un capitolato di polizza per gli Occ a condizioni concorrenziali.

Il Consiglio Nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili ha pubblicato le “Linee guida sul sovraindebitamento”. Il documento, elaborato dalla Commissione di studio istituita in seno al Consiglio nell’ambito dell’area di delega dei consiglieri nazionali Felice Ruscetta e Maria Rachele Vigani, esamina la normativa vigente e fornisce utili indicazioni per gli Organismi di composizione della crisi e per i professionisti chiamati a ricoprire i ruoli e le funzioni disciplinate, sia dalla legge n. 3 /2012, sia dal decreto n. 202/2014 che ne reca il regolamento di attuazione.

Le Linee guida si soffermano su tutta la normativa effettuando i necessari coordinamenti tra le disposizioni della legge n. 3/2012 e, in particolar modo, sulle procedure in essa descritte. Ne emerge un documento completo che mette in luce come quella del sovraindebitamento sia materia del tutto peculiare rispetto alle tradizionali procedure concorsuali o agli oramai noti istituti di composizione negoziale previsti nella legge fallimentare.

“Nonostante il quadro normativo di riferimento non si distingua per chiarezza e soprattutto per omogeneità di previsioni e semplificazione degli adempimenti - afferma il presidente del consiglio nazionale dei commercialisti, Gerardo Longobardi - le Linee guida effettuano una “riorganizzazione sistematica” delle differenti disposizioni e più che altro delle procedure, soffermandosi anche e soprattutto sui requisiti di professionalità e indipendenza e sulle rilevanti funzioni attribuite a referenti, gestori e liquidatori”.

Nel frattempo, a seguito della recente pubblicazione sul sito del Ministero della Giustizia del modulo di domanda per l’iscrizione all’apposito registro degli Organismi di composizione della crisi da sovraindebitamento, la Fondazione Adr commercialisti, presieduta da Ruscetta, rende noto che, al fine di facilitare l’ottenimento da parte di tutti gli Ordini territoriali della categoria di una adeguata copertura assicurativa, ha predisposto, attraverso il mercato Lloyd’s, in collaborazione con i Broker AON s.p.a & Acros s.r.l., un capitolato di polizza dedicato alla copertura dell’organismo di composizione della crisi e del suo referente, a premi e condizioni concorrenziali.

L’obbligo di sottoscrizione di una polizza con massimale non inferiore a 1.000.000 di euro per le conseguenze patrimoniali derivanti dallo svolgimento del servizio di gestione della crisi rientra tra i requisiti fondamentali in capo agli Organismo di composizione della crisi. Collegandosi al sito di Adr sarà possibile visionare il capitolato di polizza e il questionario tecnico assuntivo.

(CNDCEC, comunicato del 7 agosto 2015)

 

Vincenzo D’Andò