Unico 2015: dal 2014 perdite deducibili per crediti cancellati dal bilancio: le condizioni necessarie affinché si possa dedurre fiscalmente la perdita realizzata su un credito

di Redazione

Pubblicato il 4 luglio 2015

negli ultimi anni le norme sulla deducibilità delle perdite su crediti hanno subito notevoli modifiche: oltre alla deducibilità in presenza di crediti di modesta entità, di crediti prescritti e di perdite derivanti da accordi di ristrutturazione dei debiti e piani attestati, anche in presenza di cancellazione dei crediti dal bilancio è possibile dare rilevanza fiscale ad eventuali differenze negative

 

L’articolo 101 del testo unico delle imposte sui redditi, rubricato “Minusvalenze patrimoniali, sopravvenienze passive e perdite”, al quinto comma stabilisce quali sono le condizioni necessarie affinché si possa dedurre fiscalmente la perdita realizzata su un credito.

Prima di analizzare la portata delle norma, soffermandoci, in particolar modo, sul concetto di “cancellazione dei crediti dal bilancio”, è bene sottolineare che da un punto di vista civilistico è obbligo dell’organo amministrativo effettuare, perlomeno a fine esercizio, un excursus generale sulla possibilità, o meno, di incassare tutti i crediti iscritti a bilancio.

In ossequio, infatti, al principio della prudenza, l’articolo 2423-bis del codice civile, stabilisce che nella redazione del bilancio “la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell'attività, nonché tenendo conto della funzione economica dell'elemento dell'attivo o del passivo considerato”, e ancora che “si possono indicare esclusivamente gli utili realizzati alla data di chiusura dell’esercizio”, mentre per quanto riguarda gli oneri di competenza, di essi se ne deve tenere conto “indipendentemente dalla data dell’incassi o del pagamento”. Inoltre, viene stabilito che “si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell'esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura di questo”.

Il principio contabile nazionale, OIC n. 11 “Postulati di bilancio”, proprio con riferimento al principio della prudenza, ha chiarito che esso “si estrinseca essenzialmente nella regola secondo la quale profitti non realizzati non devono essere contabilizzati, mentre tutte le perdite anche se non definitivamente realizzate devono essere riflesse in bilancio…”.

In base a tale principio, nonché in considerazione anche del fatto che l’articolo 2426 sempre del codice civile, al primo comma, n. 8), stabilisce che “i crediti devono essere iscritti secondo il valore presumibile di realizzazione”, è semplice immaginare che, se nulla fosse stato detto da un punto di vista fiscale, facile sarebbe stata l’applicazione di quelle che vengono definite “politiche di bilancio”.

Di fronte, infatti, ad esercizi particolarmente proficui, gli amministratori sarebbero portati a valutazioni, sia in termini di perdite che di svalutazioni su crediti vere e proprie, molto più che prudenti; viceversa, in presenza di esercizi non molto brillanti se non addirittura in perdita, la tendenza sarebbe stata quella di non imputare ulteriori perdite o svalutazioni oltre