Diario quotidiano del 22 luglio 2015: le conseguenze del mancato versamento delle ritenute previdenziali

Pubblicato il 22 luglio 2015



mancato versamento delle ritenute previdenziali: conseguenze, la sanzione raddoppia; accertamento in base agli studi di settore: nuovo intervento della Cassazione; é stata pubblicata nella G.U. la Legge di conversione del decreto Pensioni; fattura on line per la cessione di energia al GSE; pubblicati i principi italiani di valutazione; esteso il modello F24EP per il versamento delle somme dovute per l’attribuzione d’ufficio della rendita presunta; contributi soci: come chiedere il rimborso all’Inps; trattamenti CIGS: imprese della ristorazione collettiva

 

 Indice:

 1) Mancato versamento delle ritenute previdenziali: conseguenze, la sanzione raddoppia

 2) Accertamento in base agli studi di settore: nuovo intervento della Cassazione

 3) E’ stata pubblicata nella G.U. la Legge di conversione del decreto Pensioni

 4) Fattura on line per la cessione di energia al GSE

 5) Pubblicati i principi italiani di valutazione

 6) Esteso il modello F24EP per il versamento delle somme dovute per l’attribuzione d’ufficio della rendita   presunta

7) Contributi soci: come chiedere il rimborso all’Inps

 8) Trattamenti CIGS: imprese della ristorazione collettiva

 

 

1) Mancato versamento delle ritenute previdenziali: conseguenze, la sanzione raddoppia

Linea dura sull’omesso versamento delle ritenute previdenziali. È infatti lecita la doppia sanzione (civile e condanna penale), esulando il ristoro verso l’Inps dal reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 31378 del 20 luglio 2015, ha reso definitiva la condanna per il reato fiscale a carico di un imprenditore di Brescia. In particolare il reo era stato condannato a sei mesi di reclusione e alla sanzione civile. Per questo la difesa, in applicazione del principio del ne bis in idem, aveva chiesto l’eliminazione di una delle due sanzioni. La tesi non é stata accolta dai giudici supremi che hanno, invece, precisato come in coerenza con i principi esposti nella sentenza Grande Stevens c. Italia, va verificato allora, al di là del nomen iuris attribuito alla sanzione prevista dall’art. 116 comma 8, della legge 689 del 1981, se essa assuma una natura intrinsecamente penale o meno: la risposta, a giudizio del Collegio di legittimità, è negativa poiché mentre la sanzione prevista dall’art. 2 comma 1 bis della Legge 683/38 mira a tutelare il diritto del lavoratore in danno del quale il datore di lavoro si è appropriato delle somme a lui riservate (tanto che comunemente il delitto previsto dalla legge sopra ricordata viene accostato alla figura dell’appropriazione indebita), la sanzione contemplata nell’art. 116 citato ha effetti ristoratori verso l’Inps e dunque assume caratteri sostanzialmente, e non solo formalmente, civilistici.

 

2) Accertamento in base agli studi di settore: nuovo intervento della Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14787 del 15 luglio 2015, chiarisce che gli studi di settore integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni.

Ovviamente, tutto questo presuppone che venga attivata la fase del contraddittorio con il contribuente, fatto questo poi l’Ufficio non è tenuto ad assolvere nessun ulteriore onere probatorio per dimostrare la legittimità della propria pretesa.

Il tutto è scaturito dal contenzioso instaurato tra una società e l’Agenzia delle entrate.

In particolare, detta Agenzia faceva notificare ad una Srl, società svolgente l’attività di elaborazione elettronica dei dati, un avviso di accertamento con cui, in applicazione degli studi di settore riferiti al gruppo omogeneo di appartenenza nel quale era stata inserita la società, provvedeva in ragione degli scostamenti reddituali riscontrati tra i ricavi dichiarati e quelli puntuali, a rettificare le dichiarazioni IVA, IRPEG ed IRAP della parte per l’anno 2004, determinando il maggior carico fiscale e liquidando imposte, interessi e sanzioni.

Avverso la sentenza di primo grado (che aveva respinto il ricorso della società ritenendo che questa non avesse provato né l’errore nella individuazione dello studio di settore né, malgrado il grave evento traumatico che aveva colpito un dipendente, figlio dell’amministratore unico e preposto al coordinamento delle attività aziendali, la presenza di fatti in grado di giustificare lo scostamento rilevato), la società presentava appello avanti alla CTR chiedendo la riforma dell’impugnata sentenza.

I giudici di appello, nell’accogliere il ricorso, preliminarmente hanno osservato che l’applicazione degli studi di settore non dispensa l’Ufficio dall’onere di provare “la presenza di presunzioni di tale gravità e concordanza da giustificare” la legittimità della ripresa, si sono detti convinti che “nei fatti l’Ufficio non ha in nessun caso né comprovato la sussistenza di elementi fondanti le sue pretese, ma anzi ... non ha in alcun modo voluto vagliare nel concreto la situazione - sia pure anomala - venutasi a verificare in conseguenza del gravissimo incidente occorso ad un lavoratore che non soltanto rivestiva un ruolo nell'azienda, ma che, peraltro, quale figlio dell’amministratore unico ... ha di fatto costituito per la ditta un evento disastroso ed anomalo tale da giustificare un’attenta revisione della situazione della contribuente”.

Poiché “da quanto sopra appare evidente che la situazione che si è venuta a creare nel concreto certamente non può rientrare nelle condizioni di normale attività”, in presenza delle quali è legittimo l'accertamento fondato sugli studi di settore, nella specie “l’operato dell’Ufficio non appare corretto e non si appalesa condivisibile”, sicché la sentenza dei primi giudici andava conseguentemente riformata.

Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’Agenzia delle entrate, in particolare sostenendo l’erroneità della decisione della CTR, da un lato, perché la CTR, “avrebbe accolto l’appello spiegato dalla contribuente sull’implicito ed errato presupposto per il quale fosse onere dell’Ufficio quello di provare, pur in presenza di un reddito della contribuente inferiore a quello derivante dai parametri stessi, l’origine del maggior reddito accertato”; dall’altro, poiché, parimenti, la CTR avrebbe errato non considerando idonei a fondare la pretesa impositiva del fisco gli strumenti parametrici di cui agli studi di settore, con i conseguenti corollari in materia di riparto dell’onere della prova, essendo noto che i parametri sono fonte di presunzioni semplici e che essi determinano un’inversione nell'onere della prova. Ebbene, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

In particolare, ricordano gli Ermellini che, secondo l’insegnamento ormai costante della Cassazione, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel quadro dei generali principi che governano l’onere della prova, spetta all’Amministrazione finanziaria dimostrare l’esistenza dei fatti costitutivi della maggiore pretesa tributaria azionata, fornendo quindi la prova di elementi e circostanze a suo avviso rivelatori dell’esistenza di un maggiore imponibile, mentre grava sul contribuente l’onere della prova circa l’esistenza dei fatti che danno luogo ad oneri o a costi deducibili, ed in ordine al requisito dell’inerenza degli stessi all’attività professionale o d’impresa svolta.

Nel caso di specie, secondo i giudici supremi, la CTR avrebbe errato una prima volta, poiché, pur dando atto che nella specie l’Ufficio aveva proceduto a rettificare il reddito di impresa della parte in applicazione della procedura di accertamento induttivo, aveva tuttavia omesso di considerare, decretando l’illegittimità della pretesa fiscale, che l’accertamento non era stato compiuto in applicazione degli ordinari criteri operativi indicati da dette norme, bensì provvedendo alla determinazione dei ricavi puntuali in applicazione degli studi di settore riferiti al cluster di inquadramento del contribuente, di modo che non è conseguentemente corretto scrutinare l’operato dell’Ufficio alla stregua della concludenza degli elementi indiziari da esso addotti, gravandolo perciò di un onere probatorio superfluo se l’accertamento si fondi sull'applicazione degli studi di settore.

La CTR avrebbe errato peraltro pure una seconda volta, allorché, ritenendo appunto che nella specie la legittimità della pretesa non fosse suffragata da “elementi fondanti”, mostrava di prescindere dalla valenza probatoria che, in linea di principio, l’ordinamento tributario attribuisce agli studi di settore, atteso che l’accertamento di maggiori ricavi non dichiarati, sia pure con il filtro della preventiva attivazione del contraddittorio con il contribuente, può essere utilmente argomentata anche in base alla loro applicazione, trattandosi come sì è visto di strumenti di accertamenti presuntivi del reddito.

Ed invero, secondo la tesi offerta dalla Suprema Corte, da un lato, i parametri o gli studi di settore, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, sicché, fermo restando che il relativo procedimento presuppone l’attivazione del contraddittorio con il contribuente, l’Ufficio non è tenuto ad assolvere nessun ulteriore onere probatorio per dimostrare la legittimità della propria pretesa; dall’altro, la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici in grado di legittimare la pretesa tributaria, allorchè all’esito del contraddittorio con il contribuente da instaurarsi obbligatoriamente, questa risulti provvista dei requisiti di gravità, precisione e concordanza previsti dalla legge.

 

3) E’ stata pubblicata nella G.U. la Legge di conversione del decreto Pensioni

E’ stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 166 del 20 luglio 2015, la Legge n. 109 del 17 luglio 2015, di conversione del D.L. n. 65 del 21 maggio 2015, recante disposizioni urgenti in materia di pensioni, di ammortizzatori sociali e di garanzie TFR.

Dal 1° agosto 2015 i pensionati riceveranno l’una tantum relativa al biennio 2012-2013, come stabilito dalla sentenza della Corte costituzionale sull’adeguamento delle pensioni. E’, infatti, in vigore dal 21 luglio il decreto recante disposizioni urgenti in materia di pensioni, di ammortizzatori sociali e di garanzie TFR, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 166 del 20 luglio 2015. Gli adeguamenti saranno pari al 40% dell’inflazione per gli assegni di importo compresi tra tre e quattro volte il trattamento minimo; al 20% per gli assegni di importo superiore a quattro volte ma inferiore a cinque volte il trattamento minimo e al 10% per quelli di importo superiore ma inferiore a sei volte il trattamento minimo.

 

4) Fattura on line per la cessione di energia al GSE

Dal 20 luglio 2015 è attivo il servizio di fatturazione elettronica per la cessione di energia elettrica al GSE (Gestore dei servizi energetici).

Il Gestore dei servizi energetici, con un avviso esposto sul proprio sito web ha comunicato ai propri utenti che sul portale da loro utilizzato, sono state integrate le nuove funzionalità destinate alla fatturazione elettronica: dal 20 luglio 2015 gli operatori che dovranno fatturare la cessione dell’energia in base al prezzo di vendita, ovvero applicando la tariffa omnicomprensiva, potranno gestire la fatturazione elettronica direttamente dal portale GSE.

Gli utenti, ossia i fornitori di energia del GSE, in sostanza continueranno a utilizzare il portale del gestore come in precedenza: il GSE renderà disponibile la “proposta di fattura” sul proprio sito dedicato, la quale, una volta completata con l’attribuzione della data e del numero ad opera dell’utente, verrà trasformata in formato XML dal gestore, per conto del fornitore, provvedendo inoltre a firmarla digitalmente e a trasmetterla al Sistema di Interscambio (SDI).

Restano in capo agli operatori i seguenti adempimenti:

- effettuare la conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche e delle notifiche del Sistema di Interscambio;

- numerare le fatture elettroniche distintamente dalle fatture cartacee.

Il gestore dei servizi energetici chiarisce inoltre che gli operatori dovranno completare il processo di fatturazione entro l’ultimo giorno del mese, al fine di rispettare le tempistiche di pagamento ad oggi previste.

 

5) Pubblicati i principi italiani di valutazione

Sono stati pubblicati i Piv (Principi italiani di valutazione) sul sito della Fondazione Oiv (www.fondazioneoiv.it).

Sono stati creati quale guida per periti e valutatori. Questo al fine di ridurre, il più possibile, la presenza di comportamenti difformi sulle valutazioni peritali.

Ci sono voluti tre anni di lavoro, oltre a due consultazioni pubbliche, per disporre dei principi nazionali di valutazione, coerenti con i principi internazionali (Ivs). I Piv coprono le tematiche di valutazione relative a diverse tipologie di attività (aziende, rami di azienda, strumenti finanziari, beni immateriali, immobili, impianti e macchinari) e di passività (passività finanziarie, passività senza attività corrispondenti, passività potenziali).

La struttura dei principi segue uno schema collaudato adottato da altri standard (Uspap, Rics, ecc.) secondo cui i principi sono accompagnati da un commento. Solo i principi sono vincolanti, i commenti forniscono una guida interpretativa del principio.

I Piv contengono anche la traduzione in italiano del Codice Etico del valutatore professionale emesso dall’Ivsc, la cui adesione è richiesta a chi intenda applicare i Piv nelle proprie valutazioni.

I Piv entreranno in vigore il 1 gennaio 2016 (naturalmente ne è consentita l’early adoption).

Il sito della fondazione consente di consultare i Piv, ma non di scaricarli o stamparli.

 

6) Esteso il modello F24EP per il versamento delle somme dovute per l’attribuzione d’ufficio della rendita presunta

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 66/E del 21 luglio 2015, ha esteso la modalità di versamento F24 Enti pubblici (F24EP) dei codici tributo per il versamento delle somme dovute a titolo di tributi speciali catastali, interessi, sanzioni e oneri accessori per l’attribuzione d’ufficio della rendita presunta e delle somme accertate a seguito dell'inosservanza della normativa catastale.

Con le risoluzioni n. 19/E del 27 febbraio 2012 e n. 50/E del 13 maggio 2015 sono stati istituiti, rispettivamente, i codici tributo per il versamento, tramite modello F24, delle somme dovute a seguito dell’attribuzione d’ufficio della rendita presunta e delle somme accertate dall’Agenzia delle entrate a seguito dell’inosservanza della normativa catastale.

Per consentire il versamento, tramite il modello F24 Enti pubblici (F24EP), delle suddette somme, sono utilizzati i codici tributo di seguito indicati, già in uso con la modalità di versamento F24:

- “T001” denominato “Tributi speciali catastali - rendita presunta”;

- “T002” denominato “Sanzione per mancato adempimento catastale – rendita presunta”;

- “T003” denominato “Interessi – rendita presunta”;

- “T004” denominato “Oneri accessori connessi alla determinazione della rendita presunta”;

- “T009” denominato “Tributi speciali catastali – accertamento catastale”;

- “T010” denominato “Sanzioni per mancati adempimenti catastali – accertamento catastale”;

- “T011” denominato “Interessi sui tributi speciali catastali – accertamento catastale”;

- “T012” denominato “Imposta di bollo – accertamento catastale”;

- “T013” denominato “Recupero spese per volture – accertamento catastale”;

- “T014” denominato “Oneri accessori per operazioni catastali – accertamento catastale”;

- “T015” denominato “Altre spese per operazioni catastali – accertamento catastale”.

Si precisa che il codice tributo 806T, esteso alla modalità F24EP, è utilizzato per il versamento delle spese di notifica in relazione agli atti emessi dagli Uffici, a seguito dell’inosservanza della normativa catastale.

In sede di compilazione del modello di versamento F24EP, i suddetti codici tributo sono esposti in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.

Il campo “sezione” è valorizzato con “Erario” (valore F); il campo “codice atto” e il campo “riferimento B” sono valorizzati con il codice atto e l’anno cui si riferisce il versamento, nel formato “AAAA”, riportati nell’atto emesso dall’Ufficio.

(Agenzia delle entrate, risoluzione n. 66/E del 21 luglio 2015)

 

7) Contributi soci: come chiedere il rimborso all’Inps

La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro con la circolare n. 15/2015 ha predisposto due documenti operativi con cui opporsi alla rivendicazione da parte dell’Inps dei contributi previdenziali sui redditi da partecipazione a società di capitali. Il primo fac-simile è per la richiesta di rimborso per chi ha già pagato. Il secondo fac-simile è per il ricorso amministrativo avverso provvedimento di recupero dell'Inps, nell'ipotesi in cui lo stesso non si adeguasse all'indirizzo giurisprudenziale.

La possibilità di ricorrere arriva dopo i chiarimenti della Corte di Appello di L’Aquila che, con le sentenze n. 752 e 774/2015 del 25 giugno scorso, ha smentito quanto sostenuto dall’Inps (circolare n. 102 del 12/6/2003) ed avallato la tesi da sempre sostenuta dai Consulenti del Lavoro: nessun contributo obbligatorio da versare sui redditi da Srl.

In considerazione del rinvio alle norme fiscali per l’individuazione del reddito d’impresa è necessario far riferimento al DPR 917/1986 (TUIR), che all’art. 44 ricomprende tra i redditi di capitale gli utili da partecipazione alle società  soggette ad IRES.

Diversamente, per i soci di società di persone il DPR prevede l’applicazione del principio della trasparenza fiscale, in forza della quale i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice sono imputati a ciascun socio indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione (art. 5 DPR 917/1986). È altresì previsto (art. 6 DPR 917/86) che tali redditi sono considerati redditi di impresa.

Quindi la normativa previdenziale (art. 3 bis L. 438/1992) individua come base imponibile contributiva la totalità dei redditi di impresa, così come definita dalla

disciplina fiscale.

Ne deriva che il concetto di “totalità dei redditi di impresa denunciati ai fini Irpef” deve essere riferito esclusivamente all’impresa commerciale o artigiana in relazione alla quale l’assicurato è iscritto nella relativa gestione, non essendo necessariamente soggette a contribuzione ai fini previdenziali eventuali altre fonti di reddito da partecipazione”.

Conciliazione vita-lavoro: si cambia

Il decreto 80/2015 interviene sul testo unico a tutela della maternità (n. 151 del 26 marzo 2001), con la duplice finalità di estendere la tutela della maternità delle lavoratrici e di ampliare le tutele che favoriscono la conciliazione dei tempi di vita e lavoro alla generalità dei lavoratori.

Nel testo vi sono alcune importanti novità, che la Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro esamina nella circolare n. 17 del 21 luglio 2015. Si parte dalla parificazione dei padri lavoratori rispetto alle madri lavoratrici: il Legislatore, infatti, riconosce i diritti di cui tradizionalmente sono titolari quest'ultime anche ai padri nel caso in cui la madre non possa fruirne, anche perché lavoratrice autonoma.

Sotto questo profilo si collocano, altresì, alcune altre innovazioni del decreto che riguardano i diritti dei genitori che siano iscritti alla gestione separata o che siano lavoratori autonomi. Inoltre, il Decreto prosegue l'opera di equiparazione della genitorialità biologica alla genitorialità derivante da affidamento o adozione, estendendo i diritti e i congedi anche ai genitori affidatari o adottivi. Interessanti anche gli incentivi previsti in favore dell'utilizzo del Telelavoro quale forma flessibile di gestione dei tempi di vita e lavoro. Assolutamente innovativo, infine, il congedo previsto per le donne vittime di violenza di genere che partecipino a percorsi ad hoc. Questi ultimi due aspetti (telelavoro e violenza di genere) sono gli unici che trovano la loro fonte normativa nel D.lgs. 80/2015 che, per il resto, va a modificare ed integrare il T.U. sulla genitorialità.

 

8) Trattamenti CIGS: imprese della ristorazione collettiva

Il Ministero del Lavoro, con interpello n. 19 del 20 luglio 2015 ha risposto ad un quesito del FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), in merito alla possibilità di concedere i trattamenti di integrazione salariale straordinaria in favore dei dipendenti di imprese del settore della ristorazione collettiva, appaltatrici di servizi di mensa presso imprese industriali committenti, per un periodo superiore al limite di 36 mesi nel quinquennio fissato dall’art. 1, comma 9, L. n. 223/1991.

In particolare, l’istante chiede se la suddetta deroga trovi o meno applicazione per le menzionate imprese appaltatrici della ristorazione, nell’ipotesi in cui i trattamenti in questione siano stati riconosciuti ai dipendenti delle aziende industriali committenti per un periodo superiore ai 36 mesi.

“…Ciò premesso, si fa presente che l’art. 23, comma 1, L. n. 155/1981, richiamato dall’istante, estende il trattamento straordinario di integrazione salariale “con le modalità e procedure vigenti nel settore stesso, ai dipendenti di aziende appaltatrici di servizi di mensa o ristorazione, addetti in modo prevalente e continuativo a tale attività, sospesi dal lavoro o che effettuano prestazioni di lavoro ad orario ridotto in conseguenza di situazioni di crisi e di difficoltà anche temporanee dell’impresa industriale, presso cui vengono svolti i servizi di mensa o ristorazione, purchè dette situazioni diano luogo all’applicazione del trattamento a carico della Cassa per l’integrazione guadagni ordinaria o straordinaria“.

La norma in questione introduce una specifica causale che consente l’accesso al trattamento di integrazione salariale straordinaria alle aziende appaltatrici di servizi di mensa in tutti i casi in cui l’azienda industriale presso la quale viene reso il servizio versi in situazioni di crisi o di difficoltà che abbiano comportato la concessione del trattamento di CIGO o di CIGS.

In proposito il D.M. n. 31347 del 2002 recante “Criteri generali di concessione del trattamento CIGS alle aziende appaltatrici di servizi di mensa presso aziende industriali, ai sensi dell’art. 23 primo comma, della l. 23 aprile 1981 n. 155“, nel procedere ad una ricognizione dei requisiti di carattere soggettivo ed oggettivo che devono sussistere ai fini dell’estensione del trattamento di integrazione salariale de qua, interviene per specificare alcuni aspetti (es. il requisito dimensionale della azienda che eroga il servizio di mensa – art. 1 lett. a3) e per ribadire espressamente che la “contrazione dell’attività dell’azienda di mensa debba essere in diretta connessione con la contrazione dell’attività dell’impresa committente” (art 1, lett. b1), e che “le difficoltà dell’impresa committente devono essere già state oggetto di specifici provvedimenti di integrazione salariale” (art. 1 lett. b2).

Dal complessivo quadro normativo riportato, emerge che l’estensione del trattamento di integrazione salariale ai dipendenti delle imprese appaltatrici dei servizi di mensa si giustifica in ragione delle conseguenze che dette imprese subiscono per effetto della contrazione dell’attività dei committenti.

Tale principio di portata generale vale, sino alla scadenza del contratto di appalto, sia nel caso in cui i trattamenti di integrazione salariale abbiano una durata massima di 36 mesi che nel caso in cui abbiano una durata superiore ai sensi dell’art. 1, comma 9, della L. n. 223/1991.”.

Sostituzione di lavoratrici e lavoratori in congedo di maternità o paternità: sgravio contributivo

Il Ministero del Lavoro, con interpello n. 18 del 20 luglio 2015 ha risposto ad un quesito del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, in merito alla corretta interpretazione dell’art. 4, D.Lgs. n. 151/2001, concernente l’applicazione dello sgravio contributivo del 50% nelle ipotesi di assunzione di personale a tempo determinato in sostituzione di lavoratrici/lavoratori in congedo di maternità/paternità.

In particolare, l’istante chiede se il suddetto beneficio contributivo possa essere riconosciuto anche nei confronti dei lavoratori, iscritti alla gestione previdenziale istituita presso l’INPGI, laddove vengano assunti in sostituzione di personale in congedo.

“…In ragione di quanto sopra, con riferimento alla problematica sollevata, si ritiene pertanto che la disposizione sugli sgravi contributivi di cui all’art. 4 commi 3 e 5 D.Lgs. n. 151/2001 trovi applicazione anche nei confronti dei lavoratori assunti a tempo determinato, in sostituzione di personale in congedo di maternità/paternità, iscritti alla gestione previdenziale istituita presso l’INPGI, ferma restando la facoltà dell’Istituto di modularne il contenuto attraverso proprie delibere.”.

Cooperative sociali di tipo b): calcolo dei soggetti svantaggiati

Il Ministero del Lavoro, con interpello n. 17 del 20 luglio 2015, ha risposto ad un quesito di AGCI – Confcooperative – Legacoop, in merito alle modalità di computo da seguire per la corretta determinazione della percentuale minima del 30% dei soggetti svantaggiati ex art. 4 della L. n. 381/1991, recante la disciplina delle cooperative sociali.

In particolare, l’istante chiede se il suddetto calcolo debba essere effettuato per “teste” ovvero in base alle ore lavorate dai soggetti che svolgono l’attività presso le cooperative in questione.

“…Ciò premesso, per quanto attiene alla diversa questione dei criteri di computo per la corretta determinazione della percentuale in argomento, oggetto dell’istanza proposta, va osservato che l’art. 4, comma 2 della L. n. 381/1991, utilizza le locuzioni “persone svantaggiate” e “lavoratori della cooperativa” ai fini della individuazione della percentuale stessa, non richiamando in alcun modo criteri afferenti all’orario di lavoro effettivamente svolto dai soggetti disagiati.

La ratio della legge, del resto, risiede nel creare opportunità lavorative per quelle persone che, proprio a causa della loro condizione di disagio psichico, fisico e sociale, trovano difficoltà all’inserimento nel mercato del lavoro, anche e soprattutto laddove si richieda loro una prestazione lavorativa a tempo pieno.

Per le ragioni sopra indicate, in risposta al quesito avanzato, si ritiene che la determinazione del 30% dei soggetti svantaggiati vada effettuata per “teste” e non in base alle ore effettivamente svolte dai lavoratori stessi.”.

Interdizione posticipata lavoratrici madri rientranti nella categoria dei lavori usuranti

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con interpello n. 16 del 20 luglio 2015, ha risposto ad un quesito dell’Orsa trasporti, in merito alla corretta interpretazione degli artt. 7, D.Lgs. n. 151/2001, concernente la disciplina dei divieti di adibizione delle lavoratrici madri allo svolgimento di determinate attività.

In particolare, l’istante chiede se le disposizioni normative di cui sopra possano trovare applicazione nell’ipotesi in cui la lavoratrice madre espleti attività di “conducente di linea” nell’ambito di servizio pubblico di trasporto collettivo, stante la riconducibilità di quest’ultimo nella categoria dei lavori usuranti, ex art. 1, D.Lgs. n. 67/2011.

“…In linea con le osservazioni sopra svolte ed in risposta al quesito avanzato, si ritiene pertanto che per la lavoratrice madre, conducente di linea nel servizio pubblico di trasporto collettivo, il divieto di cui all’art. 7 trovi applicazione esclusivamente durante la gestazione e fino al periodo di astensione obbligatoria.

Resta ad ogni modo ferma la possibilità di riscontrare nella specifica situazione lavorativa ogni eventuale rischio di esposizione ad agenti, processi e condizioni di lavoro, per i quali è prevista l’interdizione fino a sette mesi dopo il parto in base a quanto contenuto negli allegati B e C, del D.Lgs. n. 151/2001.

In proposito, si ricorda che ai sensi dell’art. 28, D.Lgs. 81/2008 il datore di lavoro deve effettuare la valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori, tra cui le lavoratrici madri, esposti a rischi particolari; di conseguenza, anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei preparati chimici impiegati, nonché nella sistemazione dei luoghi di lavoro, occorre valutare le relative ripercussioni sulla gravidanza o sull’allattamento, inclusi i rischi da stress lavoro-correlato.”.

 

Vincenzo D’Andò