Diario quotidiano del 21 luglio 2015: quando il professionista paga l’Irap?

Pubblicato il 21 luglio 2015

quando il professionista paga l’Irap?; scuole paritarie dell’infanzia: spese detraibili ai fini Irpef a seguito della riforma della scuola; prescrizione reati tributari: il raddoppio dei termini vale solo per gli accertamenti notificati entro il 31 dicembre; S.p.A.: non è elusiva la riduzione del capitale sociale con successivo prestito obbligazionario; apprendistato e lavoro accessorio: novità dalla Fondazione Studi; congedo parentale: elevazione dei limiti di fruibilità del congedo parentale; il commercialista può fare il curatore solo se è iscritto nella sezione A dell’Albo professionale; school bonus: il nuovo credito di imposta per le erogazioni liberali in denaro effettuate in favore della scuola

 

 Indice:

 1) Quando il professionista paga l’Irap ?

 2) Scuole paritarie dell’infanzia: spese detraibili ai fini Irpef a seguito della riforma della scuola

 3) Prescrizione reati tributari: il raddoppio dei termini vale solo per gli accertamenti notificati entro il 31   dicembre

 4) S.p.A.: non è elusiva la riduzione del capitale sociale con successivo prestito obbligazionario

 5) Apprendistato e lavoro accessorio: novità dalla Fondazione Studi

 6) Congedo parentale: elevazione dei limiti di fruibilità del congedo parentale

 7) Il Commercialista può fare il curatore solo se è iscritto nella sezione A dell’Albo professionale

 8) School bonus: il nuovo credito di imposta per le erogazioni liberali in denaro effettuate in favore della scuola

 

 

1) Quando il professionista paga l’Irap ?

Secondo il parere della Corte di Cassazione, contenuto nella recente sentenza n. 13471 del 2015, non paga l’Irap il professionista (nel caso di specie, un cantante) che produce un reddito riconducibile alle sole personali capacità professionali, in assenza di una struttura organizzativa e di personale dipendente. Per converso, quindi, il professionista è soggetto ad Irap solo quando utilizza personale dipendente ovvero utilizza particolari beni strumentali (magari di valore eccessivo a quanto consentito per l’espletamento dell’esercizio della propria attività professionale).

In particolare, la Suprema Corte ritiene che non ricorre il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione dell’Irap qualora nella produzione di reddito, incentrato sulle sole capacità personali del professionista, manchi una parte aggiuntiva di profitto derivante da una struttura organizzativa cioè di un complesso di fattori che per numero, importanza e valore economico possano ritenersi suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale, supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al know-how del professionista.

Come è noto, il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre qualora il contribuente:

- sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;- impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione;

- si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

Il predetto requisito viene stravolto in caso di indispensabilità dell’apporto del contribuente/cantante nella sua attività svolta e di emersione di modesti importi di costi, beni strumentali e nessun costo di personale dipendente, e quindi in assenza di quei elementi potenziatori e aggiuntivi ai fini della produzione del reddito.

Pertanto, in presenza di reddito riconducibile alle sole capacità del cantante, quest’ultimo è escluso dall’assoggettabilità ad Irap, venendo a mancare il presupposto impositivo del tributo.

Il professionista senza dipendenti non paga l’IRAP

Non paga IRAP il consulente che non ha dipendenti. Lo ha adesso ribadito la Corte di Cassazione con una ulteriore nuova decisione (sentenza n. 15010 del 20159.

Non deve, quindi, pagare l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive il consulente che svolge l’attività senza dipendenti o collaboratori e con beni strumentali impiegati nella sola misura del minimo indispensabile.

Già la Commissione Tributaria Regionale del Lazio aveva annullato il provvedimento di silenzio/rifiuto dell’Agenzia delle entrate su un’istanza di rimborso IRAP avanzata da un professionista per gli anni dal 2002 al 2004, sul presupposto che l’attività era stata esercitata in difetto dei requisiti organizzativi di cui all’articolo 2 D.Lgs. n. 446 del 1997.

In particolare, la CTR capitolina aveva sostenuto l’assenza di “organizzazione di beni e persone” in quanto la contribuente, negli anni oggetto dell’istanza di rimborso, aveva esercitato l’attività senza strumenti di entità elevata, nella carenza di personale dipendente e comunque in una dimensione minimale.

Ebbene, la Suprema Corte ha condiviso il verdetto del Giudice territoriale disattendendo, così, il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Irap, esclusa se gli alti compensi derivano solo dal proprio know-how

Il fatto di avere alti compensi non costituisce di per se elemento valido a determinare l’assoggettamento ad Irap del professionista. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14886 del 16 luglio 2015, ha stabilito che resta esclusa dal tributo la capacità produttiva del professionista (nel caso specifico un medico) derivante unicamente dal proprio know-how, poiché l’Irap coinvolge una capacità produttiva "impersonale ed aggiuntiva" rispetto a quella propria del professionista.

Così i giudici della Suprema Corte hanno riformato la decisione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia che aveva rilevato la sussistenza del presupposto impositivo dall’analisi della dichiarazione dei redditi, da cui risulta la percezione di compensi elevati, un ammontare di beni strumentali per euro 16.636,00, rilevanti importi di spese sostenute e di quote di ammortamento, nonché la possibilità di utilizzo di uno studio, allocato in una unità immobiliare utilizzata promiscuamente, di superficie complessiva pari a mq. 30.

Sollecitata dal contribuente per omessa, illogica ed incoerente motivazione in ordine a questioni di fatto decisive per la controversia, la Corte di Cassazione ha affermato che l’Irap coinvolge una capacità produttiva “impersonale ed aggiuntiva” rispetto a quella propria del professionista (determinata dalla sua cultura e preparazione professionale) e colpisce un reddito che contenga una parte aggiuntiva di profitto, derivante da una struttura organizzativa “esterna”, cioè da “un complesso di fattori che, per numero, importanza e valore economico, siano suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al know-how del professionista (lavoro dei collaboratori e dipendenti, dal numero e grado di sofisticazione dei supporti tecnici e logistici, dalle prestazioni di terzi, da forme di finanziamento diretto ed indiretto etc..”), cosicché è “il surplus di attività agevolata dalla struttura organizzativa che coadiuva ed integra il professionista ... ad essere interessato dall’imposizione che colpisce l'incremento potenziale, o quid pluris, realizzabile rispetto alla produttività auto organizzata del solo lavoro personale”.

I giudici hanno sottolineato, inoltre, con riguardo all’attività di un professionista, che la sola disponibilità di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature che rientrino nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale e siano obbligatorie ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, in assenza di personale dipendente, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini del presupposto impositivo.

Secondo i giudici di legittimità, poi, con riguardo all’ipotesi di medico chirurgo che si avvale delle strutture messegli a disposizione da una Clinica, ai fini della soggezione ad Irap dei proventi, non è sufficiente che il lavoratore si avvalga di una struttura organizzata, ma è anche necessario che questa struttura sia autonoma, cioè faccia capo al lavoratore stesso, non solo ai fini operativi bensì anche sotto i profili organizzativi.

 

2) Scuole paritarie dell’infanzia: spese detraibili ai fini Irpef a seguito della riforma della scuola

Secondo quanto viene stabilito dalla Legge n. 107 del 13 luglio 2015, ai fini Irpef sono ora detraibili le spese per la frequenza delle scuole paritarie dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e delle scuole paritarie e statali secondarie di secondo grado

Il comma 151 dell’articolo 1 della citata legge recante “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” ha, infatti, introdotto nell’articolo 15 del Testo Unico delle imposte sui redditi una nuova spesa detraibile contenuta nella lettera “e-bis”:

“Dall’imposta lorda IRPEF è possibile detrarre un importo pari al 19% delle spese per la frequenza di scuole dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione di cui all'articolo 1 della legge 10 marzo 2000, n. 62, per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno o studente.”

La precedente lettera “e” che, invece, prevedeva la detrazione solo per le spese universitarie è stata così sostituita:

“le spese per frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi degli istituti statali;”.

Credito d’imposta per le regalie alle scuole

Ai fini delle agevolazioni fiscali, inoltre, i commi 145 a 150 dell’articolo 1 della Legge 107 prevedono per le erogazioni liberali in denaro destinate agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione, per la realizzazione di nuove strutture scolastiche, la manutenzione e il potenziamento di quelle esistenti e per il sostegno a interventi che migliorino l’occupabilità degli studenti, la spettanza di un credito d'imposta pari al 65 % delle erogazioni effettuate in ciascuno dei due periodi d'imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2014 e pari al 50 % di quelle effettuate nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Il credito d'imposta viene riconosciuto alle persone fisiche nonché agli enti non commerciali e ai soggetti titolari di reddito d’impresa e non è cumulabile con altre agevolazioni previste per le medesime spese, viene ripartito in tre quote annuali di pari importo. Le spese sono ammesse al credito d’imposta nel limite dell’importo massimo di euro 100.000 per ciascun periodo d'imposta. Per i soggetti titolari di reddito d’impresa, il credito d’imposta, ferma restando la ripartizione in tre quote annuali di pari importo, è utilizzabile tramite compensazione ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 e non rileva ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive.

La nuova legge, che é stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 162 del 15 luglio 2015, è entrata in vigore il giorno successivo.

 

3) Prescrizione reati tributari: il raddoppio dei termini vale solo per gli accertamenti notificati entro il 31 dicembre

Per gli accertamenti di natura fiscale si applica il raddoppio dei termini se notificati entro fine anno. Dunque, raddoppio dei termini di accertamento possibile solo se la denuncia all’autorità giudiziaria da parte dell’Amministrazione finanziaria è inviata entro i termini ordinari dell’accertamento. Salvi gli effetti degli avvisi di accertamento e dei provvedimenti che irrogano sanzioni amministrative notificati alla data di entrata in vigore del decreto. Salvi anche gli effetti degli inviti a comparire e dei PVC a condizione che i relativi atti siano notificati entro il 31 dicembre 2015. Possono accedere alla voluntary le attività e le imposte riferite ad annualità per le quali siano scaduti i termini per l’accertamento fiscale. Sono queste alcune delle novità contenute nel decreto sulla certezza del diritto su cui il governo il 17 luglio 2015 ha effettuato il secondo esame preliminare. Si attende adesso solo il varo definitivo.

L’intento è quello di potenziare e razionalizzare l’istituto per dare ai contribuenti certezza circa i tempi di risposta da parte dell’amministrazione finanziaria e circa l’applicazione dei pareri che vengono forniti.

Sulla materia era sorto un notevole contenzioso con esiti incerti. In particolare, le Commissioni tributarie hanno ritenuto illegittimo il raddoppio dei termini qualora in giudizio non sia stata prodotta una copia della denuncia: tale mancata allegazione impedirebbe infatti al giudice di verificare la sussistenza dei presupposti per la denuncia (tra le altre Ctr Milano n. 118/19/13; Ctr Bari n. 68/13; Ctp Milano nn. 231/11 e 372/11; Ctp Reggio Emilia n. 135/12). Altri giudici (Ctr Umbria nn. 237/11 e 41/12; Ctp Ancona n. n. 102/13 e 152/13) hanno poi ritenuto che, in caso di reato prescritto, non sussiste il presupposto per il raddoppio dei termini.

Si è pensato, quindi, con il decreto delegato di riforma del sistema fiscale di intervenire per dare maggiore certezza ai contribuenti.

Pertanto, viene introdotto un limite alla disciplina del raddoppio dei termini per l’accertamento in caso di reato tributario.

In particolare, modificando l’art. 43, comma 3 D.P.R. n. 600/1973 (per le imposte dirette) e l’art. 57, comma 3 D.P.R. n. 633/1972 (per l’IVA), viene disposto che il raddoppio non opera qualora la denuncia da parte dell’Amministrazione finanziaria sia presentata o trasmessa oltre la scadenza ordinaria dei termini.

In sostanza, il raddoppio può operare solo se la violazione penale è stata denunciata dall’Amministrazione finanziaria all’autorità giudiziaria entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione o, in caso di presentazione omessa o nulla, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo.

Gli effetti degli atti impositivi notificati sulla base dell’attuale disciplina del raddoppio sono fatti salvi espressamente dalla norma in esame.

Pertanto, qualora non sia stato notificato un atto impositivo alla data di entrata in vigore del decreto, opera la decadenza per i periodi di imposta fino al 2009 compreso.

La norma considera espressamente solo il caso in cui la denuncia sia presentata o trasmessa dall’amministrazione finanziaria, mentre non considera il caso in cui la notizia del reato tributario oltre i termini ordinari di accertamento provenga non dalla stessa amministrazione finanziaria, ma nel corso delle indagini della Procura o della polizia giudiziaria.

Su questo punto è stato sottolineato che sarebbe opportuno chiarire se, nel caso in cui fossero la Procura o altri soggetti diversi dall’Amministrazione finanziaria a segnalare una violazione che comporta obbligo di denuncia per un reato tributario, sia applicabile il nuovo limite ai fini del raddoppio dei termini, ovvero continuino ad applicarsi le vigenti norme.

Pertanto, il raddoppio dei termini scatta solo per i casi di presentazione della notizia di reato da parte dell’amministrazione finanziaria entro gli ordinari termini.

In pratica, il raddoppio potrà operare se la violazione penale sarà comunicata dall’Amministrazione finanziaria entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (ovvero quinto in caso di dichiarazione omessa).

Viene prevista anche una disciplina transitoria: la nuova norma sul raddoppio dei termini troverà applicazione per gli atti impositivi notificati dopo l’entrata in vigore del decreto.

Infatti, in aderenza a quanto prescritto dalla norma di delega, sono fatti comunque salvi gli effetti degli atti impositivi già notificati alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi.

Infine, l’intento del goverbo é anche quello di generare una più diffusa adesione alla voluntary disclosure: si prevede, infatti, che il raddoppio dei termini scatta solo per i casi di presentazione della notizia di reato entro gli ordinari termini (sostanzialmente, salvo i casi di omessa dichiarazione, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione).

Ciò comporterà automaticamente la neutralizzazione, ai fini del rientro dei capitali, dei periodi di imposta anteriori al 2010, in quanto gli eventuali reati tributari commessi dal 2006 al 2009, in conseguenza delle modifiche normative, non potranno fare scattare il raddoppio dei termini, in assenza della denuncia penale entro il 31 dicembre 2014.

Ulteriori novità

Il Consiglio dei Ministri, nel corso del secondo esame preliminare della norma, ha effettuato alcune modifiche per tener conto delle richieste espresse nei pareri di Camera e Senato.

In particolare, la sesta Commissione finanze e tesoro del Senato e la sesta Commissione finanze della Camera dei deputati, nei pareri resi, hanno espresso parere favorevole a condizione che tali fattispecie comprendano anche le denunce presentate dalla Guardia di finanza.

Pertanto, la norma è stata modificata in tal senso, specificando che nell’Amministrazione finanziaria è compresa anche la Guardia di finanza.

In particolare, in ottemperanza ai pareri parlamentari, ora si stabilisce:

- la salvezza degli avvisi di accertamento, dei provvedimenti che irrogano le sanzioni amministrative tributarie e degli altri atti impugnabili con i quali l’Agenzia delle entrate fa valere una pretesa impositiva o sanzionatoria, notificati alla data di entrata in vigore del decreto;

- che sono fatti salvi gli effetti degli inviti a comparire (art. 5 D.Lgs. n. 218/1997) notificati alla data di entrata in vigore del decreto, nonché dei PVC dei quali il contribuente abbia avuto formale conoscenza entro la stessa data, sempre che i relativi atti recanti la pretesa impositiva o sanzionatoria (e cioè gli avvisi di accertamento) siano notificati entro il 31 dicembre 2015.

In pratica, limitatamente agli inviti e ai PVC riferiti ad anni di imposta per i quali non sia stata inoltrata la notizia di reato entro l’ordinario termine di decadenza, il raddoppio potrà operare solo se:

- l’invito a comparire e/o il PVC venga notificato prima dell’entrata in vigore del decreto;

- il successivo accertamento venga notificato entro il 31 dicembre 2015.

Infine, un’ultima novità introdotta con il secondo esame preliminare del decreto riguarda una specifica modifica agli effetti in tema di voluntary disclosure: A tal fine, si prevede che possano accedere alla voluntary e quindi beneficiare della riduzione delle sanzioni amministrative tributarie e della non punibilità penale le attività e le imposte riferite ad annualità per le quali siano scaduti i termini per l’accertamento fiscale.

 

4) S.p.A.: non è elusiva la riduzione del capitale sociale con successivo prestito obbligazionario

La riduzione del capitale sociale con successivo prestito obbligazionario non è elusiva.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14761 del 15 luglio 2015.

La Suprema Corte ha, così, chiarito che la riduzione del capitale sociale di una S.p.A. con distribuzione ai soci e sottoscrizione, da parte degli stessi, di un prestito obbligazionario nei confronti della società non è elusiva.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, la sola scelta del contribuente di non seguire l’opzione fiscalmente più onerosa non costituisce abuso del diritto.

 

5) Apprendistato e lavoro accessorio: novità dalla Fondazione Studi

Il decreto legislativo 15 giugno 2015, n.81, nell’ambito del riordino dei contratti di lavoro previsto dalla Jobs act è intervenuto in materia di apprendistato e lavoro accessorio.

La Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, con la circolare n. 16 del 17 luglio 2015 analizza le novità previste dal decreto che peraltro non stravolgono i due istituti, ma si limitano a pochi interventi finalizzati a prendere atto delle esigenze richieste in alcuni casi dallo scarso utilizzo del contratto e dall’altro dalla necessità di puntualizzare e modificare disposizioni oggetto di interpretazioni foriere di contenzioso. In materia di apprendistato le modifiche non sono profonde e si concentrano in particolare sulla prima e sulla terza tipologia.

Modifiche poco significative al contratto di apprendistato professionalizzante, ma perché in realtà l’esecutivo era già intervenuto lo scorso anno col D.L. n. 34/2014 con le prime misure in materia di lavoro. Sul lavoro accessorio si tratta di pochi ritocchi alla previgente disciplina. Viene innalzato il limite di svolgimento della prestazione da parte del lavoratore che sale da 5 mila a 7 mila euro. Il riferimento diventa l’anno civile e non più l’anno solare ed inoltre viene espressamente vietato l’utilizzo nell’ambito degli appalti. Stabilizzata, invece, la possibilità, per coloro che percepiscono somme per il sostegno al reddito, di svolgere attività fino ad un limite di 3 mila euro.

 

6) Congedo parentale: elevazione dei limiti di fruibilità del congedo parentale

L’Inps, con la circolare n. 139 del 17 luglio 2015, fornisce le istruzioni in ordine alla modifica degli artt. 32, 34 e 36 del T.U. maternità/paternità (D.Lgs. n. 151/2001), in materia di estensione dei limiti di fruizione ed indennizzo del congedo parentale per lavoratori e lavoratrici dipendenti.

Le lavoratrici ed i lavoratori dipendenti possono fruire dell’eventuale periodo di congedo parentale ancora spettante fino al compimento dei 12 anni di età del figlio oppure fino a 12 anni dall’ingresso in famiglia del minore adottato/affidato. La novità riguarda periodi fruiti entro il 2015. I periodi di congedo fruiti fino a 6 anni di età del figlio, oppure fino a 6 anni dall’ingresso in famiglia del minore adottato/affidato, sono indennizzati al 30% della retribuzione media giornaliera a prescindere dalle condizioni di reddito del genitore richiedente. La novità riguarda i periodi fruiti entro il 2015.

La fruizione del congedo parentale tra il 25 giugno 2015 e il 31 dicembre 2015 è coperta da contribuzione figurativa fino al 12° anno del bambino ovvero fino al 12° anno di ingresso del minore in caso di adozione o affidamento; nei limiti temporali ai quali è sottoposta la riforma in oggetto, l’allungamento della fruibilità del congedo parentale si applica anche al beneficio di cui al comma 5 dell’art.35 del D.Lgs. n. 151/2001.

Le domande all’INPS, anche per i periodi fruibili in base alla riforma, sono presentate on line, fatto salvo il periodo transitorio dal 25 giugno alla data dell’aggiornamento della procedura di presentazione delle domande.

Istruzioni per il Bonus Bebè

L’Inps, con il messaggio n. 4845 del 17 luglio 2015, fornisce le istruzioni operative sull’assegno di natalità, previsto dall’articolo 1, commi da 125 a 129 della Legge 23 dicembre 2014, n. 190.

L’Istituto, riprendendo quanto detto nella circolare n. 93/2015, precisa che l’assegno può essere concesso a vantaggio di uno stesso nucleo familiare e per lo stesso figlio per un massimo di 36 mensilità, secondo le indicazioni presenti nel messaggio stesso.

 

7) Il commercialista può fare il curatore solo se è iscritto nella sezione A dell’Albo professionale

Procedure concorsuali: Per gli incarichi l'iscrizione nella sezione A dell'Albo è necessaria.

Il CNDCEC, con un Pronto Ordini del 13 luglio 2015, ha risposto al quesito posto con riferimento all’attribuzione degli incarichi previsti dalla Legge fallimentare agli iscritti nella Sezione B dell'Albo.

Il Consiglio Nazionale dei Commercialisti ha prima definito le competenze degli iscritti nella sezione A dell’Albo, indicando alla lettera d) l’incarico di curatore, commissario giudiziale e commissario liquidatore nelle procedure concorsuali, giudiziarie e amministrative, e nelle procedure di amministrazione straordinaria, nonché l’incarico di ausiliario del giudice, di amministratore e di liquidatore nelle procedure giudiziali.

Tali competenze, così come stabilito da previsioni di legge, sono riservate agli iscritti nella sezione A dell'Albo.

Nel caso dell’incarico di curatore, il CNDCEC evidenzia che la norma di riferimento contenuta nella Legge fallimentare, prevede che i soggetti che possono essere chiamati a svolgere le funzioni di curatore sono “avvocati, dottori commercialisti, ragionieri e ragionieri commercialisti”.

Ne consegue che l’esercizio delle attività previste dalla Legge fallimentare richiede il requisito professionale dell’iscrizione nella sezione A dell’Albo.

 

8) School bonus: il nuovo credito di imposta per le erogazioni liberali in denaro effettuate in favore della scuola

Anche Assonime con la nota del 17 luglio 2015 si sofferma sulla Legge 13 luglio 2015, n. 107 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti) che si compone di un unico articolo di ben 212 commi ed intende, com’è noto, disciplinare l’autonomia delle istituzioni scolastiche dotandole di materiali, risorse umane e finanziarie, nonché della flessibilità necessaria per la realizzazione delle scelte formative e organizzative.

In questo contesto normativo, il legislatore ha previsto nei commi da 145 a 150 anche un’interessante misura a carattere fiscale (c.d. School bonus): è stato, infatti, introdotto un nuovo credito di imposta in favore delle persone fisiche, degli enti non commerciali nonché dei soggetti titolari di reddito di impresa che effettuino erogazioni liberali in denaro destinate agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione, per la realizzazione di nuove strutture scolastiche, la manutenzione e il potenziamento di quelle esistenti e per il sostegno a interventi che migliorino l’occupabilità degli studenti.

Riprendendo un modello già sperimentato con il c.d. Art bonus, il nuovo credito spetta, nel limite dell’importo massimo di 100 mila euro per ciascun periodo d’imposta, in misura pari al:

- 65% delle erogazioni effettuate, rispettivamente, nel 2015 e nel 2016;

- 50% di quelle effettuate nel 2017.

Lo School bonus è ripartito in tre quote annuali di pari importo ed è fruibile dai titolari di reddito d’impresa tramite compensazione ai sensi dell’art. 17 del D. Lgs. 9 luglio 1997, n. 241. Non rileva ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP e non è cumulabile con altre agevolazioni previste per le medesime spese. Il credito è riconosciuto a condizione che le somme siano versate in apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato. La disciplina attuativa è demandata ad un successivo decreto interministeriale.

Assonime poi segnala, tra l’altro, che il legislatore ha previsto al comma 151 un’apposita detrazione IRPEF in relazione alle spese sostenute per la frequenza di scuole dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione; la nuova detrazione è stata inserita nella lett. e-bis dell’art. 15 del TUIR (si veda sopra nel numero 2 del diario fiscale quotidiano).

 

Vincenzo D’Andò