Diario quotidiano del 16 luglio 2015: commercialista impossibilitato ad esibire la contabilità: le conseguenze per il cliente

Pubblicato il 16 luglio 2015



revisione generale periodica delle macchine agricole/operatrici: decreto in G.U.; mediatore: chiariti i profili dell’incompatibilità; credito d’imposta da indicare in Unico 2015: non ammesse distrazioni; la fattura falsa giustifica il sequestro dei beni del contribuente; enti locali: differito il termine di presentazione del DUP degli enti locali al 31 ottobre 2015; novità in tema di reverse charge; commercialista impossibilitato ad esibire la contabilità: conseguenze per il cliente; principi di revisione: ecco il documento applicativo sullo SA Italia 250B; in crescita le entrate tributarie; accertamento tributario: prelievi e incassi tramite Pos ottimi strumenti per il Fisco


 

 Indice:

 1) Revisione generale periodica delle macchine agricole/operatrici: decreto in G.U.

 2) Mediatore: chiariti i profili dell’incompatibilità

 3) Credito d’imposta da indicare in Unico 2015: non ammesse distrazioni

 4) La fattura falsa giustifica il sequestro dei beni del contribuente

 5) Enti locali: differito il termine di presentazione del DUP degli enti locali al 31 ottobre 2015

 6) Novità in tema di reverse charge  

 7) Commercialista impossibilitato ad esibire la contabilità: conseguenze per il cliente

 8) Principi di revisione: ecco il documento applicativo sullo SA Italia 250B

 9) In crescita le entrate tributarie

 10) Accertamento tributario: prelievi e incassi tramite Pos ottimi strumenti per il Fisco

 

 

1) Revisione generale periodica delle macchine agricole/operatrici: decreto in G.U.

L’obbligo di revisione generale delle macchine agricole viene introdotto a decorrere dal 31 dicembre 2015 e poi ogni 5 anni.

E’ stato, infatti, pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 149 del 2015, il Decreto 20 maggio 2015 che introduce indicazioni sulle modalità e i tempi di revisione delle macchine agricole e operatrici in circolazione.

Viene, quindi, introdotta a decorrere dal 31 dicembre 2015, la revisione obbligatoria delle macchine agricole in circolazione sottoposte a immatricolazione in ragione del relativo stato di vetustà e con precedenza per quelle immatricolate antecedentemente al 1° gennaio 2009.

In particolare, l’art. 1 ha disposto per le macchine agricole (art. 57 del DLgs. 285/1992) la revisione generale, con periodicità di cinque anni. Le macchine in questione sono le seguenti:

- trattori agricoli, come definiti dalla direttiva n. 2003/37/CE del 26 maggio 2003 e sue modificazioni;

- macchine agricole operatrici semoventi a due o più assi;

- rimorchi agricoli aventi massa complessiva a pieno carico superiore a 1,5 tonnellate e con massa complessiva inferiore a 1,5 tonnellate, se le dimensioni d’ingombro superano i quattro metri di lunghezza e i due metri di larghezza.

Anche per le macchine operatrici (art. 58 del DLgs. 285/1992) è stata disposta la revisione generale, con periodicità di cinque anni (art. 2).

Si tratta di:

- macchine impiegate per la costruzione e la manutenzione di opere civili o delle infrastrutture stradali o per il ripristino del traffico;

- macchine sgombraneve, spartineve o ausiliarie, quali spanditrici di sabbia e simili;- carrelli, quali veicoli destinati alla movimentazione di cose.

I tempi di revisione variano a seconda delle tipologie di macchine agricole e operatrici in circolazione.

I trattori agricoli sono sottoposti a revisione generale a decorrere dal 31 dicembre 2015 e successivamente ogni cinque anni, entro il mese corrispondente alla prima immatricolazione, secondo l’anno stabilito nella tabella “Allegato 1” del decreto e precisamente:

- trattori agricoli immatricolati entro il 31 dicembre 1973: revisione entro il 31 dicembre 2017;

- trattori agricoli immatricolati dal 1° gennaio 1974 al 31 dicembre 1990: revisione entro il 31 dicembre 2018;

- trattori agricoli immatricolati dal 1° gennaio 1991 al 31 dicembre 2010: revisione entro il 31 dicembre 2020;

- trattori agricoli immatricolati dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2015: revisione entro il 31 dicembre 2021;

- trattori agricoli immatricolati dopo il 1° gennaio 2016: revisione al 5° anno entro la fine del mese di prima immatricolazione.

Le macchine agricole operatrici semoventi a due o più assi e i rimorchi agricoli aventi massa complessiva a pieno carico superiore a 1,5 tonnellate e con massa complessiva inferiore a 1,5 tonnellate, se le dimensioni d’ingombro superano i quattro metri di lunghezza e i due metri di larghezza, dovranno essere sottoposti a revisione generale entro il 31 dicembre 2017. Le macchine operatrici, infine, sono sottoposte a revisione generale entro il 31 dicembre 2018.

Per quanto concerne invece le modalità di esecuzione della visita a revisione, gli artt. 3 e 4 del decreto interministeriale hanno stabilito, rispettivamente, la visita di revisione per le macchine agricole in circolazione e per le macchine operatrici (artt. 111 e 114 del DLgs. 285/1992).

In particolare, l’art. 3 ha stabilito al comma 5 che, per le macchine agricole immatricolate in data antecedente al 1° gennaio 2009, il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, con proprio decreto, stabilisce procedure semplificate di aggiornamento dei documenti di circolazione.

(Gazzetta Ufficiale n. 149 del 30.06.2015, Decreto 20.05.2015)

 

2) Mediatore: chiariti i profili dell’incompatibilità

Ove sia ravvisata l’incompatibilità dell’avvocato, l’organismo addetto ai controlli deve rifiutare le istanze di mediazione, in particolare, se si profilano ipotesi di incompatibilità di cui all’art. 14-bis del DM 180/2010. Il Ministero della Giustizia, con la circolare del 14 luglio 2015, è tornato sul tema del regime di incompatibilità e dei conflitti di interesse del mediatore di cui al DLgs. 28/2010 (mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali). In particolare, visti i quesiti ricevuti e i principali profili di incertezza applicativa sottoposti, ha specificato che il divieto di cui all’art. 14-bis del DM 180/2010 si applica anche nei confronti del difensore di fiducia della parte chiamata in mediazione, che rivesta al contempo la qualifica di mediatore presso l’organismo adito; inoltre, l’incompatibilità è estesa ai mediatori di altri organismi che lavorano in convenzione. Infine, il Ministero della Giustizia ha anche precisato che le parti non possono derogare consensualmente al divieto di cui all’art. 14-bis e che all’organismo di mediazione è riconosciuto il potere-dovere di rifiutare istanze nelle quali si profilano ipotesi di evidente violazione di tale norma.

La citata circolare esamina, innanzitutto, la ratio dell’art. 14-bis del DM 180/2010 (inserito dall’art. 6, comma 1 del DM 139/2014) che garantisce la sussistenza dei requisiti di terzietà e imparzialità dell’organismo di mediazione e dei suoi mediatori.

Quella della mediazione, infatti, è un’“attività delicata e significativa”, riguardando, nell’ambito di un percorso alternativo alla giurisdizione, la definizione di una controversia mediante l’intervento di un terzo in posizione di assoluta equidistanza rispetto alle parti in lite. Tale articolo ha l’obiettivo di assicurare lo svolgimento dell’attività di mediazione da parte di un soggetto che offra garanzie, anche sul piano dell’apparenza, di indipendenza e terzietà. Precisa ancora il Ministero che le norme sull’incompatibilità esprimono proprio lo standard minimo indispensabile per garantire l’imparzialità del mediatore.

Premesso ciò, il Ministero ha chiarito, innanzitutto, che l’art. 14-bis opera anche nei confronti del difensore di fiducia della parte chiamata in mediazione, che rivesta al contempo la qualifica di mediatore presso l’organismo adito. Una soluzione diversa rischierebbe di mettere le parti in posizioni ingiustificatamente differenziate, senza garantire, inoltre, alla parte istante l’imparzialità dello svolgimento del procedimento di mediazione.

Poi, il Ministero passa ad esaminare l’operatività del divieto qualora l’organismo si avvalga delle strutture, del personale e dei mediatori di altri organismi con i quali abbia raggiunto a tal fine un accordo, anche per singoli affari di mediazione, ex art. 7, comma 2, lett. c) del DM 180/2010.

Infine, il documento di prassi chiude la propria disamina affermando che l’incompatiblità non può che estendersi ai mediatori dell’organismo con cui si è concluso un tale accordo, anche per evitare una facile elusione della norma. Appare evidente, sottolinea il Ministero, che “in tali casi l’organismo «condivide», tra l’altro, i mediatori di un altro organismo di mediazione che si trovano, pertanto, nella medesima posizione formale dei mediatori iscritti presso l’organismo «delegante»”.

Inoltre, si ritiene che la questione dell’incompatibilità sia sottratta alla disponibilità delle parti, per cui non è possibile per le parti chiamate in mediazione sottoscrivere accordi derogatori del divieto di cui all’art. 14-bis del DM 180/2010. Infine, viene esaminata la questione del potere dell’organismo di rifiutare eventuali istanze di mediazione, laddove gli avvocati delle parti siano iscritti, quali mediatori, presso l’organismo medesimo.

Il Ministero della Giustizia sottolinea la funzione di vigilanza e controllo che la normativa attribuisce all’organismo e conclude che, nel caso di una domanda proposta in evidente violazione di norma, all’organismo vada riconosciuto il potere-dovere di rifiutare di ricevere le istanze di mediazioni nelle quali si profilano ipotesi di incompatibilità di cui all’art. 14-bis del DM 180/2010.

(Ministero della Giustizia, circolare del 14.07.2015)

 

3) Credito d’imposta da indicare in Unico 2015: non ammesse distrazioni

Anche la Cassazione, oltre all’Agenzia delle entrate, stabilisce che non è ammissibile l’errore di distrazione, ovvero non avere indicato nel quadro RU del Modello Unico il credito d’imposta ricevuto e poi speso, con il modello F24, in compensazione. Non è, quindi, ammesso l’errore formale, poiché si tratta di un onere espressamente indicato dalla legge.

In particolare, secondo la Corte di Cassazione (ordinanza n. 14534 del 13 luglio 2015) la normativa fiscale ha introdotto l’obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi l’intenzione di avvalersi del credito di imposta relativo ad incentivi per lo sviluppo.

Nel caso di specie, una cooperativa non aveva indicato, nel quadro RU della dichiarazione, il credito di imposta relativo ad incentivi per la ricerca scientifica, in compensazione per l’importo di 50mila euro.

In maniera equitativa, la Commissione Tributaria Regionale aveva ritenuto questa svista come un mero “errore formale”, poiché vi era il dato “certo ed inequivocabile” dell’esistenza del credito di imposta, peraltro autorizzato con decreto ministeriale. La perdita di tale credito non era dunque da prendere in considerazione.

La Cassazione ha, invece, accolto le tesi rigida e punitiva dell’Agenzia delle entrate, confermando che “in tema di agevolazioni tributarie, il credito di imposta di cui all’art. 11 della Legge 27 dicembre 1997, n. 449 (nella quale si trattano gli incentivi di sviluppo e sostegno alle categorie svantaggiate) utilizzato in compensazione dal contribuente, deve essere indicato, a pena della decadenza, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta durante il quale è stato concesso il beneficio”.

Non si sfugge, quindi alla legge (più o meno astrusa): Anche in presenza di un mero errore formale, secondo la Suprema Corte, va rispettato l’obbligo (i giudici non hanno disquisito sulla sussistenza o meno dei presupposti per beneficiare di un credito), stabilito dalla legge, e cioè quello di indicare “nella dichiarazione dei redditi l’intenzione di avvalersi di detto beneficio ai fini della complessiva determinazione della base imponibile nonché di documentare, a vantaggio dell’Erario che ne deve effettuare il controllo, la sussistenza dei presupposti per il godimento del beneficio fiscale”.

 

4) La fattura falsa giustifica il sequestro dei beni del contribuente

In presenza di fatture false il profitto illecito giustifica il sequestro?. Ebbene è proprio così. Il profitto illecito giustifica il sequestro preventivo nei confronti di chi emette fatture false. Così, almeno, ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 30168 del 14 luglio 2015. A due contribuenti veniva contestata l’emissione di false fattura in concorso con altri soggetti ritenuti formali emittenti. Il Gip, su richiesta della Procura, aveva sequestrato per un’eventuale confisca per equivalente beni nei confronti dei due contribuenti per un importo commisurato alla imposta ritenuta evasa. La difesa aveva impugnato il provvedimento innanzi al Tribunale del riesame eccependo che l’emittente le fatture false in realtà non aveva evaso alcuna imposta. Il Tribunale confermava la misura cautelare. La Cassazione ha evidenziato che il reato di emissione di falsi documenti fiscali non è incompatibile con il sequestro e la confisca per equivalente ma il reato va quantificato sulla base del’eventuale profitto realizzato dall’emittente le fatture e non sull’eventuale imposta evasa.

Sanzione pecuniaria Iva: é pari all’importo dell’imposta

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14685/2015 ha, inoltre, stabilito che la sanzione pecuniaria Iva può essere dello stesso importo dell’imposta dovuta.

Da ciò deriva che la sentenza che non esamina tale questione pregiudiziale da inviare alla Corte di giustizia non può essere revocata. Ad una società era stata applicata una sanzione pecuniaria Iva pari all'importo del debito con il fisco. Nel ricorso alla Suprema corte la contribuente aveva sollevato una questione pregiudiziale secondo cui la sanzione Iva non poteva superare la misura del debito. I giudici di legittimità non avevano risposto sul punto tanto che la difesa aveva chiesto la revocazione della sentenza per errore di fatto. Ma tutti i motivi sono stati dichiarati inammissibili.

 

5) Enti locali: differito il termine di presentazione del DUP degli enti locali al 31 ottobre 2015

Sul differimento del termine di presentazione del DUP degli enti locali al 31 ottobre 2015 è intervenuta l’Ifel con la nota del 14 luglio 2015.

L’Ifel rende noto che con Decreto del Ministero dell’interno del 3 luglio 2015, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 157 del 9 luglio 2015, è stato prorogato, per il 2015, il termine per la presentazione del Documento unico di programmazione (Dup) degli enti locali, riferito ad un orizzonte temporale almeno triennale decorrente dall'anno 2016, al 31 ottobre 2015.

Essendo, infatti, stata concessa una proroga per la presentazione dei bilanci di previsione al 30 luglio 2015, il termine per la presentazione del DUP avrebbe quasi coinciso con questa, non consentendo in tal modo una corretta attività di programmazione almeno triennale degli enti locali, così come previsto dai nuovi principi contabili.

Sulla base di tale considerazione, ed acquisito il parere favorevole della Conferenza Stato-città ed autonomie locali nella seduta del 18 giugno 2015, previa intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministero dell’interno ha proceduto alla proroga per la presentazione del DUP.

Si ricorda che il DUP si articola in due sezioni: la sezione strategica e la sezione operativa.

La sezione strategia del DUP definisce gli indirizzi strategici dell’amministrazione sviluppando e concretizzando le linee programmatiche di mandato di cui all’articolo 46, comma 3 del TUEL. L’Amministrazione non opera in modo indipendente in una sorta di “vuoto interorganizzativo” che prescinde da vincoli ed opportunità imposti e offerti dal contesto giuridico e socio-economico. Conseguentemente, gli indirizzi strategici dell’ente devono orientare e guidare l’operato della singola amministrazione durante il mandato ed esprimerne il volere strategico, ma devono a loro volta coerenti con il quadro normativo di riferimento; le linee di indirizzo della programmazione regionale; gli obiettivi di finanza pubblica definiti in ambito nazionale in coerenza con le procedure e i criteri stabiliti dall'Unione europea.

La sezione operativa del DUP concerne, invece, la programmazione operativa pluriennale e annuale dell’Ente e si pone in continuità e complementarietà organica con la sezione strategica quanto a struttura e contenuti. In tale sezione viene definita, relativamente all'arco temporale di riferimento del DUP, la programmazione dettagliata delle opere pubbliche, del fabbisogno di personale e delle alienazioni e valorizzazioni del patrimonio.

Tanto la sezione strategica che quella operativa devono essere declinati con riferimento all’ente e al gruppo amministrazione pubblica.

Infine, come previsto dal decreto interministeriale contenente aggiornamenti ai principi contabili applicati allegati al decreto legislativo n. 118 del 2011 del 20 maggio 2015, i Comuni con meno di 5mila abitanti potranno presentare un DUP semplificato secondo le indicazioni contenute nel decreto stesso.

(Ifel con la nota del 14 luglio 2015)

 

6) Novità in tema di reverse charge

Il reverse charge, o inversione contabile, è una particolare modalità di assolvimento dell’ IVA, prevista per particolari operazioni individuate dal D.P.R. 633/1972, che esonera il cedente/prestatore da alcuni obblighi connessi al tributo.

La Fondazione di Ragioneria GIORGIO DI GIULIOMARIA, con la nota operativa n. 2/2015 interviene sulle novità introdotte in tema di reverse charge. La Legge di stabilità 2015 (legge n. 190/2014) ha ampliato le operazioni per le quali risulta obbligatoria l’applicazione dell’inversione contabile.

Un’altra interessante novità, per i contribuenti che applicano la normativa in oggetto, deriva da una sentenza della Corte di Giustizia Europea (sentenza c-272/13), recentemente commentata dall’Amministrazione Doganale. A seguito della citata sentenza, infatti, l’Agenzia delle Dogane non potrà pretendere l’IVA non assolta in dogana, se questa è stata assolta con il meccanismo del Reverse charge.

Modalità applicative e scritture contabili

Con il reverse charge, gli obblighi relativi all’assolvimento dell’IVA sono adempiuti non dal cedente/prestatore, come avviene nella maggior parte dei casi, ma dai cessionari/committenti.

Il motivo dell’introduzione di questa particolare norma sta nell’esigenza di prevenire frodi relative al versamento dell’IVA. In alcuni particolari settori, infatti, era frequente che il soggetto normalmente tenuto al versamento dell’IVA si rendesse irreperibile prima che il Fisco riuscisse a recuperare le somme dovute Nei casi espressamente previsti dalla legge, dunque, il cedente/prestatore non deve addebitare l’imposta in fattura, annotando, sul documento fiscale, che l’operazione è soggetta ad “inversione contabile”. La fattura di vendita dovrà poi essere registrata nel registro Iva con le altre fatture emesse.

Il cessionario/committente, una volta ricevuta la fattura, deve integrarla indicando l’imposta dovuta mediante l’applicazione dell’aliquota relativa alla tipologia di prestazione ricevuta.

La fattura integrata, dunque, dovrà essere registrata sia sul registro degli acquisti sia su quello delle fatture emesse. In questo modo l’IVA a credito registrata sarà esattamente pari all’IVA a debito rendendo, di fatto, l’operazione neutrale per il soggetto passivo tenuto alla doppia annotazione (a meno che non ci siano dei limiti di detraibilità, oggettivi o soggettivi).

Questa procedura appena indicata è valida per tutte le operazioni soggette a reverse charge ad eccezione delle cessioni di beni o prestazioni di servizi rese da soggetti stabiliti fuori dalla comunità europea.

Gli acquisti di servizi e beni da soggetti Extra-UE, nei casi in cui tali operazioni siano territorialmente rilevanti in Italia, dovranno essere rilevati mediante l’emissione di un’autofattura (e non mediante l’integrazione del documento emessa dal cedente/prestatore).

Con l’autofatturazione il cessionario/committente emette un vero e proprio documento fiscale a sé intestato, con l’indicazione dell’imponibile e dell’imposta (sempre che non si tratti di operazioni non imponibili).

L’autofattura, così come avviene per le altre operazioni soggette a Reverse charge, sarà poi registrata sia sul registro vendite che sul registro acquisti.

Da un punto di vista contabile il cedente prestatore dovrà semplicemente rilevare la voce di ricavo e il credito verso il cessionario/committente in quanto non viene attuato il meccanismo della rivalsa.

Credito   verso cliente “A”

A  

Ricavi  

xxx  

Il cessionario/committente rileverà invece il costo, il debito verso il fornitore e contemporaneamente sia l’IVA a credito che l’IVA a debito generata dalla doppia annotazione.

Diversi  

Costi  

Iva   a credito

A  

A  

A  

Diversi  

Debito   v/s fornitore “B”

Iva   a debito

XXX  

YYY  

XXX  

YYY  

Va evidenziato, infine, che il reverse charge si applica esclusivamente alle operazioni effettuate tra soggetti esercenti attività d’impresa, arti o professioni.

Non deve essere mai applicato se l’acquirente è un privato.

APPLICAZIONE   DELL’IVA CON REVERSE CHARGE

(Compravendita   tra soggetti passivi)

ADEMPIMENTI   CEDENTE

ADEMPIMENTI   CESSIONARIO

 

-Emissione fattura senza IVA con indicazione   “inversione contabile”

-Registrazione fattura nel registro vendite

-Nessuna rilevazione di IVA a debito

-Nessun versamento IVA (sulla specifica   operazione)

 

 

-Integrazione fattura del cedente o autofattura  

-Registrazione fattura nel registro acquisti e   vendite

-Rilevazione IVA a credito e a debito

-Versamento dell’IVA(sull’operazione) solo in   caso di indetraibilità

 

Operazioni soggette al Reverse charge

Le operazioni sottoposte ad inversione contabile sono state ampliate a decorrere dal 01/01/2015. L’intento del Legislatore è quello di ampliare il più possibile questa metodologia di assolvimento dell’imposta al fine ostacolare l’attuazione di frodi ai danni del Fisco.

Di seguito sono elencate le vecchie e le nuove operazioni da sottoporre a reverse charge previste dall’art. 17 comma 2, del D.p.r. 633/1972.

Ai sensi del comma 2, del citato articolo, sono soggette a Reverse charge le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, territorialmente rilevanti in Italia, se rese da soggetti non residenti a soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato.

Come visto in precedenza se il cedente/prestatore è un soggetto EXTRA-UE si dovrà emettere un’autofattura, mentre se il cedente/prestatore è un soggetto UE basterà integrare la fattura ricevuta.

Non rientrano in questa casistica le seguenti operazioni:

i sensi del comma 5 sono assoggettate a Reverse charge le cessioni di oro industriale.

Le cessioni di oro da investimento, invece, sono soggette ad inversione contabile solo se il cedente ha esercitato l’opzione per l’imponibilità. In assenza di tale opzione, infatti, la cessione di oro da investimento è un’operazione esente.

Le fatture emesse dal soggetto passivo dovranno sempre avere la dicitura “inversione contabile” ovvero “operazione esente ex-art.10”.

Il comma 6 dell’art. 17, alla lettera a), disciplina invece il Reverse charge in edilizia. Sono tenuti ad applicare l’inversione contabile i subappaltatori che prestano servizi ad imprese appaltatrici che svolgono attività di costruzione, o ad altre imprese subappaltatrici.

La circolare 11/2007 dell’Agenzia delle Entrate ha chiarito che rientrano in questa categoria le attività edilizie comprese nella sezione F della tabella ATECO 2007.

Dunque, il Reverse charge si applica se sussistono entrambi i requisiti:

L’appaltatore, invece, fatturerà normalmente (con IVA) al cliente finale appaltante (a meno che l’attività non rientri nei casi di cui alla lettera a-ter)).

La lettera a-bis), del comma 6, del citato art.17, fa riferimento, invece, alle cessioni di fabbricati o porzioni di fabbricati per le quali il cedente abbia scelto di applicare l’IVA, mediante opzione nell’atto di vendita.

L’opzione è esercitabile sulle cessioni di fabbricati abitativi effettuate dalle imprese di costruzione e di ristrutturazione, se trascorsi 5 anni dall’ultimazione dei lavori, e sulle cessioni di fabbricati strumentali per natura (anche se il cedente non è l’impresa che ha costruito o ristrutturato l’immobile).

Di nuova introduzione la lettera a-ter) che prevede l’applicazione del Reverse charge alle prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici.

Questa disposizione si applica a partire dal 1° gennaio 2015; ciò significa che dovranno essere fatturate con Reverse charge tutte le operazioni effettuate e fatturate da tale data.

Le prestazioni di servizi effettuate antecedentemente a tale data ma fatturate nel 2015 dovranno comunque essere soggette ad inversione contabile in quanto l’operazione si considera effettuata, ai sensi dell’art.6, al momento del pagamento ovvero al momento dell’emissione della fattura.

Per quanto riguarda le prestazioni di servizi di pulizia si deve sottolineare che queste devono riguardare edifici o porzioni di essi. Quindi, la disposizione si applicherà anche a prestazione di pulizie effettuate nei confronti di uffici professionali a condizione che la prestazione sia posta in essere nei confronti di un soggetto passivo IVA.

I servizi di pulizia erogati a privati, tra cui i condomini, rimangono sottoposti alla normativa ordinaria così come i servizi di pulizia non eseguiti su edifici (es. autolavaggio).

Con riferimento alle prestazioni di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici è necessario confrontare la disposizione di cui alla lettera a).

La lettera a) infatti prevede l’applicazione del Reverse charge in edilizia, per tutte le attività di cui alla sezione F (ATECO 2007), in presenza di contratti di subappalto.

La nuova disposizione, invece, a prescindere dall’esistenza di contratti di subappalto, amplia il Reverse charge a tutte le attività di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici effettuati tra soggetti passivi d’imposta.

I codici attività interessati dalla nuova normativa sono i seguenti:

- 43.1.. : Demolizione e preparazione del cantiere edile.

- 43.2.. :Installazione di impianti elettrici, idraulici ed altri lavori di costruzione e installazione.

- 43.3.. : Completamento e finitura di edifici.

La nuova disposizione dovrà essere applicata, comunque, anche se l’attività prevalente del prestatore è diversa da quelle indicate.

In assenza di chiarimenti ufficiali non pare certa l’applicazione della norma in esame anche alle attività di manutenzione ordinaria/straordinaria degli edifici.

Le lettere b) c) d), del comma 6, già introdotte dalla Legge Finanziaria 2007 riguardano:

- telefoni cellulari e accessori;

- personal computer e accessori;

- materiali e prodotti lapidei provenienti direttamente da cave e miniere.

Per l’applicazione del Reverse charge a queste tipologie di operazioni era necessaria l’autorizzazione della Commissione Europea.

Tale autorizzazione è stata ottenuta, tuttavia, solo per le seguenti cessioni:

- Telefoni cellulari in grado di connettersi ad una rete munita di licenza e funzionanti a frequenze specifiche (agenzia delle entrate circolare n.59/E 2010).

- Dispositivi a circuito integrato, quali microprocessori e unità centrali di elaborazione prima della loro installazione in prodotti destinati a consumatori finali.

Per le cessioni di personal computer e materiali e prodotti lapidei, invece, l’applicazione del Reverse charge non è stata autorizzata dalla Commissione. Per queste fattispecie, dunque, la disposizione normativa non è applicabile.

Di nuova introduzione sono anche le disposizioni di cui alle lettere d-bis), d-ter), d-quater) dell’articolo in rassegna.

Queste individuano le seguenti operazioni:

- trasferimenti di quote emissione di gas a effetto serra;

- trasferimenti di altre unità che possono essere utilizzate dai gestori per conformarsi alla Direttiva 2003/87/CE e di certificati relativi al gas e all’energia elettrica;

- alle cessioni di gas e di energia elettrica a un soggetto passivo rivenditore.

L’Agenzia delle Entrate, in occasione del video forum di Italiaoggi del 22 gennaio 2015, ha specificato che le cessioni di certificati verdi, titoli di efficienza energetica e delle garanzie di origine rientrano nella disposizione di cui alla lettera d-ter).

Per queste operazioni l’applicazione del Reverse charge è prevista per 4 anni a partire dal 2015.

La disposizione che prevede l’applicazione dell’inversione contabile alle cessioni di beni effettuate nei confronti degli ipermercati (codice attività 47.11.1), supermercati (codice attività 47.11.2) e discount alimentari (codice attività 47.11.3) entrerà in vigore solo dopo l’approvazione della Commissione Europea.

Per queste operazioni dunque la norma non è ancora applicabile. Peraltro, essa non incontra il favore di molti produttori che si troverebbero sistematicamente a credito d’imposta e con conseguenti problemi di liquidità.

Per completare l’analisi delle principali operazioni soggette ad inversione contabile va menzionato l’art.74, comma 7, che dispone l’applicazione del Reverse charge anche ad altre particolari operazioni (cessioni di rottami, avanzi di materiali ferrosi ecc.).

La legge di stabilità 2015 ha ampliato anche questa categoria di operazioni introducendo le cessione di bancali in legno (pallet) recuperati ai cicli di utilizzo successivo al primo.

Reverse charge e depositi IVA dopo la sentenza c-272/13

In tema di Reverse charge risulta interessante commentare brevemente la sentenza c-272/13 della Corte di Giustizia Europea che è stata recentemente trattata nella Circolare 16/2014 dell’Agenzia delle Dogane.

La sentenza in oggetto riguarda l’utilizzo del Reverse charge in caso di importazione mediante depositi IVA. Tuttavia, il principio alla base della pronuncia dei giudici europei potrebbe avere degli effetti anche in altri ambiti di applicazione.

Con i depositi IVA è possibile custodire e sottoporre a lavorazione dei beni, senza che questi siano assoggettati ad IVA, fino a quando non vengano estratti dal deposito.

Quando i beni sono estratti da un cessionario Italiano e i beni sono venduti da un cedente Extra-Ue il cessionario è tenuto ad emettere autofattura e ad utilizzare il meccanismo del Reverse charge per assolvere l’IVA.

In sostanza, in questo modo anziché versare l’imposta in dogana, come avviene normalmente per le importazioni di beni, si assolve l’IVA mediante inversione contabile.

L’Agenzia delle Dogane, fino all’emanazione della sentenza citata, riteneva di poter richiedere il pagamento dell’IVA qualora i beni non fossero transitati materialmente nel deposito IVA e il cessionario avesse assolto l’IVA mediante Reverse charge (e non mediante versamento in dogana).

La Corte di Giustizia ha censurato tale comportamento in quanto l’utilizzo del Reverse charge, se fatto senza scopi fraudolenti, determina il regolare assolvimento dell’imposta.

L’Agenzia delle Dogane, dunque, non potrà chiedere nuovamente il versamento dell’IVA assolta con inversione contabile, se mancano elementi che provino un tentativo di frode, e potrà irrogare esclusivamente sanzioni per il ritardato versamento.

Con la Circolare 16/2014, tuttavia, l’Amministrazione Doganale ha di fatto circoscritto la validità del principio richiamato ai soli casi di utilizzo dei depositi IVA.

La sentenza sembra però voler stabilire un principio generale ben più ampio, applicabile non soltanto ai casi di importazione tramite i depositi fiscali.

Il Reverse charge, introdotto nel nostro ordinamento atto a prevenire violazioni fiscali in particolari settori, è oggi un meccanismo per assolvere l’IVA sempre più utilizzato.

In definitiva, la “Legge di Stabilità” ha ampliato il numero di attività da sottoporre ad inversione contabile ed è presumibile che nel corso degli anni le operazioni interessate aumenteranno ancora. È, pertanto, importante conoscere sia le modalità di applicazione, sia le attività interessate al fine di prevenire errori e sanzioni da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

(Fondazione Accademia Romana di ragioneria GIORGIO DI GIULIOMARIA, nota operativa 2/2015)

 

7) Commercialista impossibilitato ad esibire la contabilità: conseguenze per il cliente

Se il Commercialista perde la contabilità al cliente non spetta la detrazione IVA. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14537 del 13 luglio 2015, ha stabilito che non può beneficiare della detrazione IVA il contribuente che abbia omesso di presentare la dichiarazione annuale a causa dell’avvenuto smarrimento della contabilità da parte del proprio Commercialista.

La Suprema Corte, inoltre, nonostante il contribuente fosse incolpevole della perdita, non hanno ammesso neppure il ricorso a testimoni o presunzioni per recuperare la detrazione, giacché “[…] incombe sul contribuente non solo l’onere di dimostrare di essersi trovato nell’incolpevole impossibilità di produrre tali documenti, ma anche l’ulteriore onere di dimostrare di non essere neppure in grado di acquisire copia delle fatture mancanti presso i fornitori dei beni o dei servizi. Solo a seguito del positivo superamento di detti oneri trova applicazione la regola generale prevista dall'art. 2724, n. 3, cod. civ., secondo cui la perdita incolpevole del documento occorrente alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole […], autorizza tuttavia il ricorso alla prova per testimoni o per presunzioni, in deroga ai limiti per essa stabiliti”.

 

8) Principi di revisione: ecco il documento applicativo sullo SA Italia 250B

Principi di revisione: Arriva un documento applicativo sullo SA Italia 250B. Predisposto da Consiglio nazionale dei commercialisti e Assirevi, è la prima di una serie di guidelines sui Principi di revisione entrati in vigore a gennaio.

Un documento applicativo che fornisce ai professionisti impegnati nell’attività di revisione contributi pratici e strumenti operativi utili a declinare il contenuto del principio di revisione SA Italia 250B relativo alle verifiche della regolare tenuta della contabilità sociale. Sono le caratteristiche del lavoro redatto dal Consiglio nazionale dei commercialisti e da Assirevi per favorire l’implementazione dei principi di revisione entrati in vigore dal 1 gennaio 2015, la cui adozione è pertanto obbligatoria a partire dai bilanci di quest’anno.

Il principio di revisione in oggetto è di matrice prettamente italiana. Non vi è, infatti, nel set dei principi di revisione internazionali (ISA Italia) in vigore dal 1 gennaio 2015, un dispositivo analogo. L’adozione di tale principio nel nostro ordinamento scaturisce dalla circostanza che, al di là di tutte le attività cui è chiamato il revisore dai principi di revisione finalizzati all’espressione del giudizio sul bilancio, l’art. 14 del D.Lgs. 39/2010, nel riprendere il contenuto dell’abrogato 2409-ter c.c., obbliga il revisore a verificare nel corso dell’esercizio la regolare tenuta della contabilità sociale e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili.

Il documento applicativo che nasce dalla collaborazione tra Consiglio Nazionale ed Assirevi ha l’obiettivo di supportare il revisore nell’esecuzione e documentazione delle procedure in materia di verifiche della regolare tenuta della contabilità e riepiloga ulteriori procedure che il revisore, a seconda delle circostanze specifiche dell’incarico ed in relazione al proprio giudizio professionale, potrà, di volta in volta, pianificare e svolgere. Il documento non deve in ogni caso essere considerato sostitutivo del Principio di Revisione SA Italia 250B, cui si rinvia per una completa comprensione del principio medesimo. I suoi allegati sono predisposti avendo riguardo ad una casistica generale. Consiglio nazionale dei commercialisti e Assirevi sottolineano quindi che è rimessa al revisore la valutazione sul loro utilizzo, parziale o integrale, secondo il proprio giudizio professionale e le caratteristiche dello specifico incarico.

“Auspico che questo documento - afferma il presidente nazionale dei commercialisti, Gerardo Longobardi – sia il primo di una serie di guidelines e tools che declinano in metodologie e procedure i nuovi principi di revisione, che il Consiglio nazionale ha contribuito, in maniera determinante, ad elaborare. Uno strumento concreto al servizio dei professionisti impegnati in una materia così rilevante”.

“L’evoluzione continua della normativa professionale nel settore della revisione – dichiara il presidente di Assirevi, Mario Boella - richiede una tempestiva emissione di utili e pratici strumenti che favoriscano anche una omogeneità di comportamento da parte dei professionisti che operano sul mercato. Credo che il Documento congiunto tra Consiglio nazionale dei commercialisti e Assirevi raggiunga con successo questi obiettivi.”

(CNDCEC, nota del 15 luglio 2015)

 

 

9) In crescita le entrate tributarie

Rapporto sulle entrate – Maggio2015: Le entrate tributarie e contributive nel periodo gennaio-maggio 2015 mostrano nel complesso un aumento di 2.715 milioni di euro (+1,1 per cento) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. L’aumento registrato è la risultante tra la crescita delle entrate tributarie (+981 milioni di euro, +0,6 per cento) e quella evidenziata, in termini di cassa, nel comparto delle entrate contributive (+1.734 milioni di euro, +2 per cento).

La nota del MEF del 15 luglio 2015 propone l’analisi dell’andamento delle entrate tributarie e delle entrate contributive, oltre a fornire anche i dati delle entrate internazionali.

(MEF, comunicato del 15 luglio 2015)

 

10) Accertamento tributario: prelievi e incassi tramite Pos ottimi strumenti per il Fisco

Prelievi e incassi tramite Pos ricostruiscono il giro d’affari. La discordanza tra le somme riscosse dalla contribuente tramite carta di credito e p.o.s. ed i ricavi risultanti dalle scritture contabili dichiarati dalla società” integra, senz’altro, una presunzione legale di maggiori ricavi.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13494 del 1 luglio 2015.

L’Agenzia delle Entrate può contestare maggiori ricavi, rispetto a quelli dichiarati dal contribuente, sulla base dei dati forniti dall’utilizzo delle carte di credito e bancomat.

La Corte di cassazione ha confermato la consolidata giurisprudenza, secondo la quale, ai sensi dell’articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973, “l’esistenza di attività non dichiarate può desumersi anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti (Cass.20060/2014), e che l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione può, in particolare, derivare dalla incompletezza, inesattezza e non veridicità delle registrazioni contabili, desumibile anche da altri documenti relativi all’impresa”.

Nel caso di specie, “la discordanza tra le somme riscosse dalla contribuente tramite carta di credito e p.o.s. ed i ricavi risultanti dalle scritture contabili dichiarati dalla società” integra senz’altro una presunzione legale di maggiori ricavi, corrispondenti alle rimesse attive della carta di credito e del bancomat, conformemente a quanto già affermato in materia di accrediti su conto correnti bancari (Cassazione, sentenza 17953/2013), salvo l’onere, non assolto, a carico del contribuente, di provare specificamente una diversa destinazione di detti accrediti (Cassazione, sentenza 14045/2014, in tema di conto correnti bancari). Già nella sentenza 17953/2013 il Collegio aveva ritenuto legittimo l’accertamento induttivo operato dall’ufficio all’esito di indagini finanziarie svolte sui conti correnti, concernenti movimentazioni non giustificate dal contribuente.

(Fiscoggi.it, notiziario dell’Agenzia delle entrate, nota del 15 luglio 2015)

 

Vincenzo D’Andò