Diario quotidiano del 15 luglio 2015: accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro per i CED

Pubblicato il 15 luglio 2015



la tassazione separata esige prima l’invio dell’avviso bonario, altrimenti la cartella diretta é nulla; bonus fiscale spetta al contribuente solo se riesce a dimostrarlo; il medico in convenzione con il SSN non è un lavoratore parasubordinato; antiriciclaggio: aumentano le segnalazioni dei Commercialisti; termine di prescrizione breve per l’accertamento della revoca del bonus prima casa; l’incentivo all’esodo vuole sempre l’aliquota Irpef ridotta; TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di giugno 2015; CED: accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro; dalla FNC focus sulle novità del contratto a termine e della somministrazione; decisione delle spese nel processo fiscale e conciliazione

 

 Indice:

 1) La tassazione separata esige prima l’invio dell’avviso bonario, altrimenti la cartella diretta é nulla

 2) Bonus fiscale spetta al contribuente solo se riesce a dimostrarlo

 3) Il medico in convenzione con il SSN non è un lavoratore parasubordinato

 4) Antiriciclaggio: aumentano le segnalazioni dei Commercialisti

 5) Termine di prescrizione breve per l’accertamento della revoca del bonus prima casa

 6) L’incentivo all’esodo vuole sempre l’aliquota Irpef ridotta

 7) TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di giugno 2015

 8) CED: accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro

 9) Dalla FNC focus sulle novità del contratto a termine e della somministrazione

 10) Decisione delle spese nel processo fiscale e conciliazione

 

 

1) La tassazione separata esige prima l’invio dell’avviso bonario, altrimenti la cartella diretta é nulla

La tassazione separata deve essere sempre preceduta dal preventivo invio dell’avviso bonario.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14544 del 13 luglio 2015.

Dunque, secondo la Suprema Corte, l’omissione dell’avviso bonario prima della cartella di pagamento, ai fini della tassazione separata, comporta la nullità del provvedimento di riscossione, a prescindere dall’esistenza di incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione.

L’art. 6, comma 5, dello Statuto del contribuente (legge 212/2000) dispone che, prima di procedere all’iscrizione a ruolo derivante dalla liquidazione automatizzata (art. 36-bis del DPR 600/1973), qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, l’Agenzia delle entrate deve inviare al contribuente la comunicazione d’irregolarità (cd. “avviso bonario”), con cui lo invita a fornire i chiarimenti necessari o a produrre i documenti mancanti entro un termine congruo e comunque non inferiore a trenta giorni dalla ricezione della richiesta.

La Cassazione è ormai consapevole che la norma non impone l’obbligo del contraddittorio preventivo in tutti i casi in cui si debba procedere ad iscrizione a ruolo derivanti dalla liquidazione di tributi risultanti da dichiarazioni, ma soltanto qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione.

Se il legislatore avesse voluto imporre il contraddittorio preventivo in ogni caso, non avrebbe posto la condizione circa la sussistenza delle predette incertezze. Nessuna comunicazione d’irregolarità è dunque dovuta nel caso di iscrizione a ruolo di imposte derivanti da liquidazione in esito a controllo di dichiarazioni secondo procedure automatizzate, qualora non emergano margini di tipo interpretativo o comunque di errori o di altre irregolarità formali, e ciò tanto più quando si tratti del tardivo versamento di imposte dichiarate (per ultimo si ricordano le decisioni della stessa Cassazuione nn. 12023 e 9740 del 2015).

Nel caso di liquidazione automatizzata relativa a redditi soggetti a tassazione separata, tuttavia, opera una specifica disposizione che impone sempre e comunque la notifica dell’avviso bonario: si tratta dell’art. 1, comma 412 della legge 311/2004, in base al quale l’Agenzia delle entrate comunica mediante raccomandata con avviso di ricevimento ai contribuenti l’esito dell’attività di liquidazione, effettuata ai sensi del suddetto art. 36-bis, relativamente ai redditi soggetti a tassazione separata.

Proprio nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno esaminato la fattispecie della tassazione separata ove non era stato emesso l’avviso bonario prima della cartella di pagamento, e la difesa erariale riteneva tutto questo corretto poiché non erano presenti incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione.

La Cassazione, però, discostandosi da tale impostazione, ha evidenziato che anche in questo caso ricorre l’obbligo del preventivo avviso bonario, a prescindere dalla presenza o meno delle suddette incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione.

 

2) Bonus fiscale spetta al contribuente solo se riesce a dimostrarlo

E’ il contribuente che deve dimostrare la strumentalità del bene per il cui acquisto si chiede l’agevolazione.

Se il contribuente vuole ottenere l’agevolazione per investimenti in aree disagiate, deve dimostrare al Fisco l’effettiva strumentalità dell’acquisto all’esercizio della propria impresa, e non viceversa. Dunque, in tali ipotesi l’Amministrazione finanziaria non deve provare nulla.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14221 del 8 luglio 2015.

Un contribuente era finito nel mirino del Fisco, che contestava il credito d’imposta da lui richiesto in merito all’acquisto di un particolare automezzo (fuoristrada): questi, esercente attività di lavori generali di costruzione edifici, si era visto recapitare un avviso di recupero del credito d’imposta, per mancato riconoscimento dell’agevolazione fruita ai sensi dell’art. 8, Legge n. 388/2000, quella che prevede aiuti agli investimenti produttivi in aree disagiate.

La Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze: infatti, per i Giudici, tale agevolazione spetta solo sugli acquisti di quei beni mobili ed immobili che sono strumentali e utilizzati durevolmente dall’impresa. Ora, tale beneficio è garantito se il contribuente dà prova della «esclusiva strumentalità del bene acquistato all’esercizio dell’impresa»: l’onere di tale dimostrazione è solo del contribuente, come sottolineato dalla Cassazione anche in altre precedenti sentenze (nn. 23559/2014, 28532/2013).

«La CTR – si legge nella sentenza – ha erroneamente posto il relativo onere della prova a carico dell’Agenzia, e non, invece, del contribuente, rilevando come fosse ravvisabile il requisito essenziale dell’uso esclusivo del fuoristrada a fini aziendali, desunto dalla sola immatricolazione quale autocarro, senza considerare lo spazio interno destinato al trasporto di cose e la necessità in concreto dell’utilizzo in via esclusiva dell’automezzo ai fini aziendali sulla base delle eventuali prove fornite dal contribuente».

 

3) Il medico in convenzione con il SSN non è un lavoratore parasubordinato

La convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) non esclude la natura autonoma del lavoro.

Secondo i giudici della Corte di Cassazione - parere contenuto nella sentenza n. 14201 del 8 luglio 2015 - essere medico di base ed essere convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale non esclude la possibilità che il lavoro sia definito di natura autonoma.

Nel caso di specie, il contribuente ha presentato ricorso contro il silenzio rifiuto sull’istanza di rimborso dell’IRAP. L’appello aveva accolto le tesi dell’Ufficio, suscitando il ricorso in Cassazione da parte del contribuente, secondo il quale l’Agenzia aveva erroneamente ritenuto che il rapporto tra il medico e l’ASL fosse da considerarsi lavoro autonomo. Per il ricorrente, questo tipo di rapporto era privatistico e parasubordinato, di collaborazione continuativa e coordinata: come tale, andava ritenuto esente dall’IRAP.

La Suprema Corte sostiene che il convenzionamento del contribuente con il Servizio Sanitario Nazionale non è sufficiente per escludere la natura autonoma dell’attività. Per escludere l’assoggettamento all’IRAP, infatti, va verificata l’inesistenza di un apparato esterno alla persona del professionista e distinto da lui. L’espressione “autonomamente organizzata”, usata dalla legge, è da interpretare in senso oggettivo.

La convenzione non trasforma il medico in dipendente del Servizio Sanitario Nazionale, hanno detto i Giudici, rigettando il ricorso, «e non gli toglie la possibilità di organizzare in piena autonomia il suo lavoro professionale. Se questi si avvale di beni strumentali e/o dell’opera altrui in misura eccedente il minimo indispensabile – e tale profilo non è stato oggetto di motivo di ricorso – il presupposto imponibile dell’IRAP si realizza».

 

4) Antiriciclaggio: aumentano le segnalazioni dei Commercialisti

Sono in aumento le registrazioni al sistema RADAR ai fini dell’antiriciclaggio, difatti nel 2014 sono risultate a 148 le segnalazioni di operazioni sospette ai fini dell’antiriciclaggio inviate dai Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili e dai Consulenti del lavoro, contro le 98 del 2013. Più bassi, invece, i dati relativi a società di revisione e revisori contabili: Solo 16 segnalazioni contro le 10 dell’anno precedente. L’unico dato che registra un incremento più significativo è l’adesione al RADAR (Raccolta e Analisi Dati AntiRiciclaggio) per l’inoltro delle segnalazioni, ove la categoria dei Commercialisti (Dottori Commercialisti, Ragionieri e Periti commerciali) rappresenta quella che più delle altre ha aumentato il numero di registrazioni (234 su 338 nuove adesioni totali da parte dei professionisti).

È quanto emerge dal Rapporto annuale 2014 pubblicato dall’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia. Come risulta dal Rapporto, a livello generale, nel corso di tutto il 2014 l’Unità ha ricevuto 71.758 segnalazioni, con un incremento, rispetto al 2013, dell’11,1%, pari a circa 7.000 SOS. Banche e Poste si confermano essere la categoria che inoltra la maggior parte delle segnalazioni (l’82,3% del totale). Le segnalazioni dei professionisti, invece, sono aumentate complessivamente di non oltre il 20% rispetto all’anno precedente.

 

5) Termine di prescrizione breve per l’accertamento della revoca del bonus prima casa

Se l’immobile, che ha fruito del bonus prima casa, è stato rivenduto prima del trascorso dei 5 anni dal giorno dell’acquisto, il termine di prescrizione triennale decorre dal momento in cui è stato ceduto tale immobile e non, quindi, dal decorso dei cinque anni.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14512 del 10 luglio 2015, secondo cui è irrilevante la circostanza che l’Agenzia non possa monitorare tutti gli atti ricevuti a tal fine.

Dunque, in materia di benefici “prima casa”, anche in caso di mancata utilizzazione del bene, inizialmente utilizzabile, il contribuente non ha l’obbligo di denunciare i fatti causativi della sopravvenuta sua decadenza dai benefici fiscali e la decadenza triennale dell’azione del Fisco non decorre dalla tempestiva presentazione di tale denuncia (o, addirittura, nell’ipotesi dell’omessa o della tardiva presentazione della denuncia, nel termine di cinque anni, dalla data in cui la stessa si sarebbe dovuta presentare), ma dal giorno in cui il proposito del contribuente sia rimasto ineseguito o sia divenuto ineseguibile.

Il tutto è scaturito dal contenzioso instaurato tra l’Agenzia delle entrate e un contribuente, il quale si era visto accogliere l’appello contro la sentenza della CTP che ne aveva respinto il ricorso.

Il giudice di appello aveva, quindi, annullato l’avviso di liquidazione e di irrogazione delle sanzioni relative all’imposta registro, ipotecaria e catastale su atto di compravendita, avviso basato sulla revoca dell’agevolazione ex art. 33, legge n. 388/2000 (per l’acquisto di immobili in aree soggette a piani particolareggiati) a causa dell’intervenuta rivendita dell’immobile prima del decorso del quinquennio e senza che l’acquirente ne avesse fatto utilizzo a fini edificatori.

La CTR ha motivato la decisione ritenendo che la tesi dell’Agenzia (relativa alla decorrenza del termine di decadenza del potere impositivo, in funzione dell’art. 19, D.P.R. n. 131/1986, e cioè a decorrere dal 20° giorno del verificarsi di eventi (quale l’intervenuta rivendita) che danno luogo a nuova liquidazione di imposta) non fosse condivisibile, atteso che la revoca del trattamento agevolato costituisce un’imposta complementare (perché basata sulla revisione del criterio di liquidazione) con la conseguente decorrenza del termine dalla data in cui si è verificata la situazione che determina la revoca dell’agevolazione.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate, in particolare lamentandosi del fatto che il giudice dell’appello non abbia ritenuto maturato il termine di decadenza dal potere impositivo di cinque anni, decorrenti dall’omessa denuncia della successiva rivendita del terreno, peraltro evento imprevedibile ed incontrollabile da parte dell'Ufficio (non essendo necessario che la rivendita avvenga nella circoscrizione del medesimo ufficio in cui è avvenuto l’acquisto agevolato), che non ha modo di monitorare tutti gli atti compiuti dal soggetto beneficiato. Tuttavia, la Cassazione ha respinto tale tesi e, quindi, il ricorso dell’Erario.

Secondo quanto affermato della Cassazione, in tema di decadenza dalle agevolazioni prima casa per fatti sopravvenuti, non trovano applicazione le norme che stabiliscono l’obbligo, per i contraenti o per i loro aventi causa, di denunciare all’Ufficio (entro venti giorni) il verificarsi di eventi che danno luogo ad ulteriore liquidazione d'imposta.

Ne consegue che anche in caso di mancata utilizzazione del bene, inizialmente utilizzabile, il contribuente non ha l’obbligo di denunciare i fatti causativi della sopravvenuta sua decadenza dai benefici fiscali e la decadenza triennale dell’azione della finanza non decorre dalla tempestiva presentazione di tale denuncia (o, addirittura, nell'ipotesi dell'omessa o della tardiva presentazione della denuncia, nel termine di cinque anni, dalla data in cui la stessa si sarebbe dovuta presentare), ma dal giorno in cui il proposito del contribuente sia rimasto ineseguito o sia divenuto ineseguibile.

Peraltro, in tema di fatti sopravvenuti comportanti decadenza dalle agevolazioni previste dalla legge, non trovano applicazione le norme che stabiliscono l’obbligo, per i contraenti o per i loro aventi causa, di denunciare all’Ufficio, entro venti giorni, il verificarsi di eventi che danno luogo ad ulteriore liquidazione d'imposta.

Dunque, la Suprema Corte non ritiene corretta la tesi per la quale vi sarebbe l’obbligo di denunciare i fatti di sopravvenuta decadenza dai benefici.

 

6) L’incentivo all’esodo vuole sempre l’aliquota Irpef ridotta

Incentivo all’esodo con aliquota Irpef sempre ridotta del 50%. Infatti, in tema di incentivo all’esodo, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14523 del 13 luglio 2015, ha stabilito che deve considerarsi legittima la richiesta del dipendente di vedersi restituito il 50% delle somme trattenuto a titolo di irpef.

Nel caso di specie la Suprema Corte ha chiarito che, ai sensi dell’art. 19, comma 4, del D.P.R. n. 917/86, alle somme riconosciute al lavoratore a titolo di incentivo all’esodo va applicata la riduzione del 50% dell’aliquota Irpef. A nulla serve il rilievo della commissione tributaria in merito alla necessaria sussistenza di un accordo sindacale e di un esubero di personale. La norma citata non fa alcun riferimento ai due requisiti indicati.

 

7) TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di giugno 2015

Le quote di TFR, accantonate al 31 dicembre 2014, vanno rivalutate dello 0,960280%.

TFR: il coefficiente di rivalutazione dal 2015

anno

mese

TFR   maturato fino al periodo compreso tra

coefficiente   di rivalutazione (%)

2015

giugno

15   giu - 14 lug

0,960280

2015

maggio

15   mag - 14 giu

0,765187

2015

aprile

15   apr - 14 mag

0,570093

2015

marzo

15   mar - 14 apr

0,375000

2015

febbraio

15   feb - 14 mar

0,25000

2015

gennaio

15   gen - 14 feb

0,1250  

 

8) CED: accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro

Centri Elaborazione Dati (CED): accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro. Lo scorso 9 luglio è stato sottoscritto, tra ASSOCED, LAIT e UGL TERZIARIO, l’accordo di rinnovo del Ccnl per i lavoratori dipendenti dei Centri Elaborazione Dati, per le società tra professionisti, costituite ai sensi dell’art. 10, legge n. 183/2011, per gli studi di professionisti non organizzati in ordini e collegi e per le agenzie di servizi per il disbrigo di pratiche amministrative, per le imprese esercenti servizi di informatica, elaborazione ed acquisizione dati per conto terzi.

L’intesa è entrata in vigore il 1° luglio 2015 e scadrà il 30 giugno 2018.

Una tantum

A copertura del periodo 1° aprile – 30 giugno 2015, a tutti i lavoratori in forza alla data di sottoscrizione dell’accordo spetta la corresponsione di un importo forfettario una tantum pari a 60,00 euro lordi da erogare con la retribuzione di settembre 2015. Tale importo sarà riproporzionato per i lavoratori part-time e commisurato all’anzianità di servizio maturata nel periodo 1° aprile 2013 – 30 giugno 2015 con riduzione proporzionale per i casi di servizio militare, aspettativa, congedo parentale, sospensioni per mancanza di lavoro concordate.

L’importo una tantum non è utile agli effetti del computo di alcun istituto contrattuale e legale né del trattamento di fine rapporto.

Tabella retributiva

LIVELLO(*)

PAGA   BASE CONTRATTUALE AL 1/7/2015

PAGA   BASE CONTRATTUALE AL 1/5/2016

PAGA   BASE CONTRATTUALE AL 1/3/2017

PAGA   BASE CONTRATTUALE AL 1/1/2018

Quadri   di direzione

   

2646,62

2678,51

Quadri

       

I

       

II

       

III   S

       

III

       

IV

       

V

       

VI

     

 

 

9) Dalla FNC focus sulle novità del contratto a termine e della somministrazione

La Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, con la circolare n. 14 del 14 luglio 2015, analizza le novità principali del contratto a termine e della somministrazione dopo l’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 81/2015, soffermandosi su alcune criticità: limite temporale, proroghe e rinnovi del contratto a termine e sui casi di illegittimità del contratto di somministrazione.

Contratto a termine

Il Capo III del decreto legislativo n. 81/2015 regolamenta il contratto a tempo determinato negli articoli da 19 a 29, apportando alcune modifiche alla disciplina sostanziale del rapporto, così come regolamentato dalla precedente normativa.

Apposizione del termine e durata massima (art. 19)

Rimane il limite temporale, già in vigore, per cui è consentita l’apposizione del termine non superiore a 36 mesi al contratto di lavoro subordinato. Nel computo di tale termine di 36 mesi si considera la durata dei rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, per effetto di una successione di contratti, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale (operai, impiegati e quadri), indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro.

Inoltre, nel computo del termine di 36 mesi vanno considerati anche periodi di missione aventi ad oggetto mansioni di pari livello e categoria legale, svolti tra i medesimi soggetti, nell’ambito di somministrazioni di lavoro a tempo determinato.

Il riferimento a “mansioni di pari livello e categoria legale”, mentre nella precedente disposizione il riferimento era a “qualunque mansione”, parrebbe avere un connotato meno restrittivo per il datore di lavoro, che potrebbe assumere il medesimo lavoratore con un nuovo contratto a tempo determinato, in categorie legali differenti, per superare così il limite massimo di durata. Tale indicazione parrebbe essere in conflitto proprio con le limitazioni di estensione indicate all’art. 19, comma 1. Dal 25 giugno 2015, quindi, il datore di lavoro dovrà aver cura di verificare l’inquadramento (livello e categoria) del lavoratore sia nei rapporti in somministrazione intercorsi, sia nei contratti a tempo determinato, per determinare l’eventuale loro cumulabilità ai fini del raggiungimento del limite massimo temporale.

Il legislatore, poi, fissa la conversione del rapporto a tempo indeterminato al superamento dei 36 mesi, per effetto di un unico contratto o di una successione di contratti, a nulla rilevando l’interruzione tra un contratto e l’altro, specificando che il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato dalla data di tale superamento. Si evince che, come in precedenza, ai fini della conversione del rapporto per il computo dei 36 mesi non rileva che il rapporto sia caratterizzato da un unico contratto o da una pluralità di contratti.

Il legislatore prevede, invece, che il contratto si consideri a tempo indeterminato dalla data della stipula, nel caso in cui:

a) trascorso il termine di 36 mesi, gli stessi soggetti stipulino un altro contratto a tempo determinato, senza osservare l'apposita procedura alla Direzione territoriale del lavoro competente per territorio, presso cui è possibile stipulare un ulteriore contratto della durata massima di 12 mesi;

b) in caso di superamento del termine stabilito nel medesimo contratto stipulato presso la Direzione territoriale del lavoro

competente per territorio precedentemente indicata.

Per quanto concerne la possibilità di derogare alla durata massima di 36 mesi si segnala quanto segue:

- la norma fa salva la possibilità che i contratti collettivi possano derogare alla durata massima di 36 mesi;

- il lavoro stagionale viene considerato un'eccezione rispetto alla medesima durata massima di 36 mesi, ricevendo una apposita regolamentazione nell’art. 21, comma 2.

Divieti (art. 20)

Viene riproposta la disciplina di cui al precedente art. 3 del D.Lgs. n. 368/01, con però l'abrogazione della possibilità, da parte di accordi sindacali, di derogare al divieto di assunzione a tempo determinato in unità produttive interessate da licenziamenti collettivi che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto a termine. Si tratta evidentemente di una previsione più restrittiva rispetto alla previgente disposizione normativa.

Proroghe e rinnovi (art. 21)

Il comma 1 dell’art. 21 fissa i seguenti principi:

- la proroga richiede il consenso (scritto) del lavoratore, essendo una clausola contrattuale;

- la proroga è ammessa solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a 36 mesi;

- la proroga potrà aversi per un massimo di cinque volte nell'arco di 36 mesi a prescindere dal numero dei contratti;

- qualora il numero delle proroghe sia superiore a cinque, il contratto si considera a tempo indeterminato dalla data della sesta proroga.

Numero complessivo di contratti a termine (art. 23)

Come già nella precedente normativa (vedi art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 368/01) viene riproposto il limite quantitativo di contratti a termine stipulabili. Viene infatti assegnata alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare limiti percentuali massimi sui lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione, con arrotondamento al decimale dell’unità superiore qualora esso sia uguale o superiore a 0,5. In assenza di limitazioni collettive occorrerà riferirsi al limite legale percentuale legale pari al 20% del numero dei lavoratori.

Somministrazione di lavoro

La riforma che ha interessato il rapporto di somministrazione muove lungo due direttrici: da un lato c’è un ampliamento delle maglie della normativa, che consente il ricorso in maniera diffusa a questa particolare tipologia di contratto di lavoro; dall’altro vengono posti dei limiti, di natura legale, oggettivamente non sempre comprensibili.

Quanto al primo aspetto, il decreto legislativo n. 81/2015, abrogando la casistica contenuta dal terzo comma dell’art. 20 del D.Lgs. n. 276/2003, esclude ogni nesso causale con il ricorso al contratto di somministrazione, che può adesso essere validamente concluso indipendentemente dal settore o dalla

tipologia dell’attività o prestazione lavorativa richiesta.

A fronte di questa “liberalizzazione”, l’art. 31 introduce però la novità dei limiti quantitativi per l’impiego di lavoratori somministrati: il numero dei lavoratori somministrati, con contratto di lavoro a tempo indeterminato non può eccedere il 20% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza presso l’utilizzatore al 1° gennaio dell’anno di stipula del contratto, con un arrotondamento del decimale all’unità superiore qualora il valore percentuale sia eguale o superiore a 0,5. In caso di inizio dell’attività nel corso dell’anno, il limite percentuale si computa sul numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al momento della stipula del contratto di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato.

Somministrazione illegittima

Ribadita la nullità del contratto di somministrazione in caso di mancanza di forma scritta, dalla cui omissione discende la costituzione del rapporto di lavoro in capo all’utilizzatore (art. 38, comma 1), il legislatore delegato conferma l’attualità di quella tendenza normativa che, apertamente riconosciuta dalla Corte di Cassazione, ha di fatto esteso l’indennità onnicomprensiva già prevista per la conversione del contratto a tempo determinato illegittimo al contratto di somministrazione.

Ciò sulla base della constatazione che quella scelta legislativa (l’indennità onnicomprensiva per il contratto a tempo determinato) può ritenersi principio e soluzione diffuso in via generale (Cass. civ. sez. lav., 1 agosto 2014, n. 17540).

Aspetti sanzionatori

Scompare l’aleatoria figura della somministrazione fraudolenta, con la complicata ed infelice previsione delle “specifiche” finalità elusive, che da' luogo ad un’ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto per ciascun giorno di somministrazione. L’apparato sanzionatorio predisposto dall’art. 40 opera un esplicito e più puntuale rinvio alle norme che impongono nell’ambito del contratto di somministrazione limiti, divieti, contenuti specifici del contratto, oneri di comunicazione e di garanzia di parità di trattamento tra lavoratori somministrati e dipendenti dell’utilizzatore, la cui violazione comporta l’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 250 euro fino ad un massimo di 1.250.

(Fondazione Nazionale dei Consulenti del lavoro, circolare n. 14 del 14 luglio 2015)

 

10) Decisione delle spese nel processo fiscale e conciliazione

Spese del processo fiscale decise dal giudice tributario: Secondo la Corte di Cassazione, a sezioni unite, (ordinanza n. 14554 del 13 luglio 2015) rientra nella giurisdizione tributaria la controversia riguardante la debenza di somme liquidate a titolo di spese processuali delle Commissioni tributarie nel corso di giudizi instaurati dinanzi alle stesse e concernenti materie devolute alla relativa giurisdizione. Viene, infatti, ritenuto che le espressioni utilizzate dal legislatore all’articolo 2, comma 1 del Decreto legislativo n. 546/1992, quali “ogni altro accessorio” o “altri accessori” ricomprendano, per la loro latitudine, anche le spese processuali.

Conciliazione nei giudizi tributari

Conciliazione nei giudizi tributari, estinzione solo se alla proposta segue il versamento.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14547 del 13 luglio 2015, ha precisato che nella conciliazione cosiddetta “postfissazione” in cui, nell’ambito del giudizio tributario, la proposta conciliativa è depositata dopo la fissazione dell’udienza e prima della trattazione in camera di consiglio, la Commissione tributaria è tenuta a rinviare l’udienza di trattazione della causa a una data successiva alla scadenza del termine concesso per il versamento, decorrente dalla comunicazione dell’ordinanza di rinvio dell’udienza di trattazione.

Ciò, in applicazione analogica della disciplina dettata per l’ipotesi di conciliazione cosiddetta “prefissazione” in cui la proposta è depositata prima della fissazione dell’udienza di trattazione.

Qualora poi alla proposta non consegua il citato rinvio e il versamento delle somme, l’eventuale sentenza dichiarativa dell’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere è appellabile dall’Ufficio, che non può essere costretto all’esecuzione di una conciliazione inesistente, né privato della sua legittima pretesa di far valere l’interesse a una pronuncia sul rapporto giuridico controverso.

Pertanto, gli atti dichiarativi della conciliazione non determinano di per sé la cessazione della materia del contendere poiché tale ultimo effetto si produce solo quando, con il versamento della somma concordata, gli stessi siano diventati efficaci e perfetti.

 

Vincenzo D’Andò