Diario quotidiano del 10 luglio 2015: le lettere di anomalie sugli studi di settore sono disponibili nel proprio cassetto fiscale

Pubblicato il 10 luglio 2015



monito dalla Cassazione: l’invio telematico esige la ricevuta; ok al ricorso contro la cartella anche solo per l’ipotesi degli omessi versamenti; fisco: sono validi documenti di prova prodotti per la prima volta in giudizio; lavoro accessorio: comunicazione preventiva all’INPS; studi di settore: lettere di anomalie disponibili nel proprio cassetto fiscale; salvi i vecchi contratti di associazione in partecipazione; modificato il software di compilazione modello 770 semplificato e ordinario 2015 e pure quello di controllo; la violazione dei requisiti formali non mette in discussione la detrazione Iva

 

 Indice:

 1) Monito dalla Cassazione: l’invio telematico esige la ricevuta

 2) Ok al ricorso contro la cartella anche solo per l’ipotesi degli omessi versamenti

 3) Fisco: sono validi documenti di prova prodotti per la prima volta in giudizio

 4) Lavoro accessorio: comunicazione preventiva all’INPS

 5) Studi di settore: lettere di anomalie disponibili nel proprio cassetto fiscale

 6) Salvi i vecchi contratti di associazione in partecipazione

 7) Modificato il software di compilazione modello 770 semplificato e ordinario 2015 e pure quello di controllo

 8) La violazione dei requisiti formali non mette in discussione la detrazione Iva

 

 

1) Monito dalla Cassazione: l’invio telematico esige la ricevuta

Se manca la ricevuta definitiva, l’invio telematico non è servito a nulla. E’ questo il monito che giunge dalla Suprema Corte che nei giorni fatidici in cui gli intermediari fiscali procedono ad inviare alle Entrate i vari modelli Unico devono tenerne assolutamente conto, poiché non sono ammesse eccezioni neppure per il caso della ricevuta di scarto preceduta comunque dal versamento delle imposte.

In particolare, senza la ricevuta delle Entrate di ricezione del file, la dichiarazione deve considerarsi omessa, anche in presenza di versamenti dovuti, regolarmente eseguiti. Non basta, perciò, il mero adempimento materiale dell'invio.

Sono, dunque, le indicazioni pervenute dalla Corte di Cassazione e rinvenibili nella sentenza n. 14197 del 8 luglio 2015 sull’impugnazione di una cartella esattoriale, emessa a seguito di un controllo della dichiarazione telematica, scartata dall'ufficio.

Il contribuente aveva ottenuto due pareri favorevoli da entrambe le commissioni di merito e, in particolare, la Commissione tributaria regionale della Lombardia, confermando la decisione di primo grado, aveva affermato che, nella fattispecie, non si poteva trattare di dichiarazione omessa, giacché il contribuente aveva dimostrato che, nella ricevuta telematica delle Entrate, non erano stati indicati gli errori bloccanti e che, comunque, aveva proceduto al versamento delle imposte dovute.

I giudici di secondo grado avevano solo rilevato che, a loro parere, si era verificata una mera incomprensione tra il contribuente e l'ufficio, in violazione del comma 5, dell'art. 6, legge 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), poiché l'ufficio avrebbe dovuto convocare il contribuente per ottenere i necessari chiarimenti.

I giudici di legittimità, richiamando le disposizioni contenute nel comma 2, dell'art. 3, dpr 322/1998, hanno affermato che in tema di dichiarazioni trasmesse telematicamente, la prova della presentazione si deve considerare al momento della comunicazione dell'Amministrazione finanziaria, anche in presenza di errori bloccanti, di avvenuta ricezione (ricevuta).

Pertanto, secondo la Cassazione, l'intermediario incaricato avrebbe potuto rendersi conto degli errori bloccanti tempestivamente, grazie alla comunicazione del sistema telematico (circ. 35/E/2002), e avrebbe dovuto ripetere la trasmissione grazie, appunto, alla comunicazione di scarto.

Pertanto, secondo i giudici di legittimità, l’invio telematico presuppone non solo la mera trasmissione del file, ma l’ottenimento della ricevuta che attesta la corretta ricezione del file, come generata dal sistema stesso.

 

2) Ok al ricorso contro la cartella anche solo per l’ipotesi degli omessi versamenti

Si può ricorrere contro la cartella per gli omessi versamenti. Per la Corte Suprema anche tale atto ha natura impositiva se è il primo con cui l’Agenzia ha esercitato la propria pretesa e vi sia una effettiva controversia.

La definizione delle liti pendenti è applicabile anche in relazione a quelle aventi ad oggetto una cartella di pagamento emessa per imposte dichiarate, ma non versate. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14196 del 8 luglio 2015.

Un contribuente aveva impugnato una cartella di pagamento che recava, oltre alle imposte dichiarate e non versate, anche una maggiore pretesa derivante dal disconoscimento della deducibilità dei contributi previdenziali integrativi dei professionisti. In pendenza del giudizio, quindi, il contribuente aveva presentato istanza di definizione della lite ex art. 39, comma 12 del DL 98/2011.

L’Agenzia delle Entrate, però, emetteva provvedimento di diniego alla definizione, poiché, nel caso di specie, si sarebbe trattato di una cartella di pagamento riguardante il solo recupero delle imposte indicate in dichiarazione, ma poi non versate dal contribuente.

In sostanza, per l’Agenzia, la lite non era definibile mediante tale istituto, atteso che quello in oggetto non era un atto impositivo con cui veniva portata a conoscenza del contribuente la pretesa erariale, ma un semplice atto liquidatorio delle imposte già dichiarate e non versate.

Viene, in proposito, rammentato che la disciplina di riferimento, salvo peculiari aspetti, rinvia all’art. 16 della L. 289/2002. Uno dei problemi che sono emersi, tanto nel 2002 quando nel 2011, concerne proprio l’aspetto della possibilità di sanatoria per i soli atti impositivi in senso proprio.

I giudici di legittimità hanno prima evidenziato che l’aspetto rilevante ai fini della qualificazione dell’atto come impositivo e della conseguente inclusione della relativa controversia nell’ambito applicativo dell’istituto in oggetto è la sua effettiva funzione, a prescindere dalla qualificazione formale dell’atto stesso.Pertanto, la natura impositiva dell’atto va riconosciuta quando esso sia destinato a esprimere, per la prima volta, nei confronti del contribuente, una pretesa fiscale, essendo sufficiente che la contestazione da parte di quest’ultimo sia idonea a integrare una controversia effettiva, e non apparente, sulla legittimità, sotto qualsiasi profilo (tranne che su aspetti relativi a meri errori di calcolo), della pretesa medesima.

Nel caso di specie, la Cassazione ha deciso che è irrilevante la circostanza che la cartella contenga la liquidazione di imposte dichiarate e non versate, una volta che, da un lato, si tratta del primo atto con cui l’Amministrazione ha esercitato la propria pretesa nei confronti del contribuente e, dall’altro, quest’ultimo ha instaurato una controversia effettiva, come deve ritenersi avvenuto nella fattispecie. Ovviamente, il parere dell’Amministrazione finanziaria si era dimostrato di segno opposto.

Per conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento di diniego dell’Agenzia delle Entrate e, dunque, l’estinzione del processo.

 

3) Fisco: sono validi documenti di prova prodotti per la prima volta in giudizio

Gli atti di difesa anche nel giudizio tributario. Anche nel corso di giudizio il contribuente accertato dal Fisco può produrre dati e documenti a giustificazione della propria posizione reddituale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14190 del 8 luglio 2015. L’Agenzia delle entrate aveva proposto ricorso sul semplice fatto che il contribuente aveva documentato il mancato possesso di alcune autovetture, producendo solo in primo grado la relativa documentazione. Per le Entrate non è possibile utilizzare, a favore del contribuente, dati, notizie e documenti non esibiti o non trasmessi “in risposta agli inviti dell’Ufficio”, in sede amministrativa e/o contenziosa. I giudici hanno poi evidenziato che il contribuente aveva, invece, correttamente risposto al questionario ricevuto.

Il fatto

Nel caso di specie, l’Agenzia delle entrate ha presentato ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che, rigettandone l’appello, ha confermato l’annullamento dell’avviso di accertamento con il quale era stato determinato con metodo sintetico, ai sensi dell’art. 38, commi quattro e seguenti, del D.P.R. 600/73, il reddito prodotto nell’anno 1995, considerando le disponibilità dell’interessato, e in particolare la proprietà di quattro automobili.

Il giudice d’appello ha infatti osservato che il contribuente, rispondendo al questionario inviatogli, aveva affermato di avere venduto tre delle quattro automobili che gli erano state attribuite, sicché spettava semmai al Fisco controllare la fondatezza della pretesa. Ciò privava di rilevanza la deduzione dell’Ufficio, peraltro infondata, secondo la quale il ricorrente non potrebbe dimostrare in sede contenziosa le proprie ragioni, come era avvenuto in primo grado con la produzione dei relativi certificati del PRA.

La decisione

L’Amministrazione finanziaria ha sostenuto (rilevando la violazione e falsa applicazione dell’art. 32, penultimo comma, del D.P.R. n. 600 del 1973) che, avendo il contribuente omesso di esibire documentazione a sé favorevole in risposta all’invito dell’Ufficio, producendola soltanto in giudizio, senza dichiarare quali erano le cause a lui non imputabili che ne avevano impedito la produzione sino ad allora, erroneamente la sentenza impugnata affermerebbe che gli accertamenti non possono basarsi su inadempimenti formali, e considererebbe utilizzabile a favore del contribuente la documentazione da questo prodotta per la prima volta nel giudizio, segnatamente se diretta ad attestare dichiarazioni rese all'ufficio nella fase amministrativa.

Ebbene secondo la Suprema Corte, tale motivo è risultato infondato. Tra i poteri dell’Ufficio nella fase istruttoria dell’accertamento delle imposte sui redditi, al numero 4) del primo comma dell’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, è prevista la facoltà di "inviare ai contribuenti questionari relativi a dati e notizie di carattere specifico rilevanti ai fini dell'accertamento nei loro confronti.... con invito a restituirli compilati e firmati"; e si dispone al successivo quarto comma che "le notizie e i dati non addotti" - oltre che "gli atti, i documenti, i libri e i registri non esibiti o non trasmessi" - "in risposta agli inviti dell'ufficio non possono essere presi in considerazione in favore del contribuente, ai fini dell'accertamento in sede amministrativa e contenziosa" (in proposito, Cass. n. 10489 del 2014, n. 22126 del 2013).

Nel caso in esame è stato accertato, ed è del resto incontroverso tra le parti, che il contribuente aveva risposto al questionario inviatogli affermando "di aver venduto tre delle quattro automobili che gli erano state attribuite", dando seguito all'invito, rivoltogli con questionario, a fornire quei "dati a notizie di carattere specifico" ritenuti dall'ufficio "rilevanti ai fini dell'accertamento" nei suoi confronti.

Le allegazioni costituite dalle notizie e dai dati addotti bene potevano quindi "essere presi in considerazione a favore del contribuente" anche nella sede contenziosa. Ed in primo grado, appunto, il M. "dimostrava, producendo i relativi certificati del PRA che i dati (dell’Ufficio) erano inesatti perché le automobili erano state da tarpo vendute e nel 1995 ne possedeva soltanto una". Il ricorso delle Entrate è stato pertanto rigettato.

 

4) Lavoro accessorio: comunicazione preventiva all’INPS

Lavoro accessorio: confermato che la comunicazione preventiva va inviata all’INPS.

L’INAIL, con la nota n. 4715 del 7 luglio 2015, ha evidenziato che la comunicazione preventiva per l’attivazione delle prestazioni di lavoro accessorio deve essere inoltrata all’INPS, nonostante la previsione contenuta nell’articolo 49, comma 3 del D.Lgs n. 81/2015.

L’Istituto, infatti, con la nota in oggetto diffonde ai suoi apparati ispettivi la nota prot. n. 3337 del 25 giugno 2015 del Ministero del Lavoro, nella quale quest’ultimo comunicava la procedura da seguire, in attesa dell’implementazione delle procedure telematiche necessarie ad ottemperare alla disposizione normativa.

 

5) Studi di settore: lettere di anomalie disponibili nel proprio cassetto fiscale

Lettere per le anomalie derivanti dagli studi di settore: stanno pervenendo ai contribuenti le comunicazioni per le anomalie 2011-2013.

L’Agenzia delle entrate sta inviando migliaia di comunicazioni che invitano a consultare il proprio cassetto fiscale, per visionare le anomalie dei dati dichiarati ai fini degli studi di settore nel triennio 2011-2013 e consentire ai contribuenti di valutare la propria posizione e scegliere di fornire chiarimenti all’Agenzia o rimediare mediante ravvedimento operoso.

I contribuenti interessati da comunicazioni di anomalie o da situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o, ancora, da cause di esclusione o inapplicabilità, possono fornire – anche tramite intermediario delegato – chiarimenti e precisazioni, utilizzando gli appositi software disponibili sul sito della Agenzia delle entrate, oppure procedere con la regolarizzazione spontanea delle violazioni tramite l’istituto del ravvedimento operoso.

Come è noto gli studi di settore sono stati elaborati dall’Amministrazione Finanziaria con lo scopo di stimare i ricavi o i compensi che possono essere attribuiti al contribuente, essi costituiscono, quindi, per l’Agenzia delle entrate un ausilio all’attività di controllo. In questo ambito l’Agenzia periodicamente, adesso con riferimento al triennio 2011-2013, comunica al contribuente di avere riscontrato degli “errori”, anomalie, alla compilazione dello studio.

Invio della comunicazione: Cassetto fiscale

Anche quest’anno le comunicazioni di anomalia sono inviate agli intermediari delegati o un invito ad accedere al proprio cassetto fiscale arriverà agli indirizzi di posta elettronica certificata (Pec) attivati dai contribuenti e via mail o sms, nel caso dei soggetti direttamente abilitati ai servizi telematici delle Entrate.

In particolare, l’Agenzia ripone nel “cassetto fiscale”:

- gli inviti a presentare gli studi di settore in caso di mancata trasmissione;

- i modelli di studi di settore trasmessi;

- l’elenco delle anomalie emerse in fase di trasmissione della dichiarazione sulla base dei controlli telematici tra il modello Unico e i dati degli studi di settore;

- le segnalazioni inviate dal contribuente o dal suo intermediario per comunicare eventuali giustificazioni su situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o per fornire dettagli in merito alle cause di esclusione o di inapplicabilità dagli studi;

- le risposte inviate dal contribuente, anche tramite il suo intermediario, relative a comunicazioni di anomalie nei dati dichiarati ai fini degli studi di settore;

- le statistiche relative ai dati dichiarati ai fini degli studi di settore;

- il prospetto su base pluriennale dell’andamento dei dati dichiarativi relativi agli studi applicati;

- il documento di sintesi dell’esito dell’applicazione degli studi sulla base dell’ultima versione di Gerico, comprensivo del posizionamento degli indicatori di coerenza e di normalità e dell’indicazione sull’accesso al regime premiale.

Possibilità di ricorrere al ravvedimento operoso

I contribuenti interessati da comunicazioni di anomalie o da situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o, ancora, da cause di esclusione o inapplicabilità, possono fornire, anche tramite intermediario delegato, chiarimenti e precisazioni, utilizzando gli appositi software disponibili sul sito delle Entrate.

Inoltre, anche alla luce degli elementi e delle informazioni rese note dall’Agenzia delle entrate, possono decidere di correggere eventuali errori e omissioni avvalendosi del rinnovato istituto del ravvedimento operoso, beneficiando della riduzione delle sanzioni, modulata in base alla tempestività della correzione (articolo 1, comma 637, Legge 190/2014).

Difatti, tra le finalità della maxi operazione eseguita dall’Agenzia vi è quello di spingere il contribuente a fruire del ravvedimento operoso (a seguito delle recenti novità), beneficiando così di una significativa riduzione delle sanzioni, anche nel caso in cui siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche.

 

6) Salvi i vecchi contratti di associazione in partecipazione

Sono salvi fino alla cessazione i contratti di associazione in partecipazione già in atto al 25 giugno 2015, nei quali l’apporto dell’associato persona fisica consiste, in tutto o in parte, in una prestazione di lavoro.

Il D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, entrato in vigore il 25 giugno 2015, dopo aver ribadito che il contratto subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro, modifica in profondità tutti i contratti di lavoro atipici. Peraltro, la violazione delle regole particolari previste per ogni singolo contratto, in molti casi, comporta la trasformazione in contratto subordinato a tempo indeterminato.

Collaborazioni, partite Iva e associazione in partecipazione

Dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali e continuative, le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. Resta salvo l’art. 409, c.p.c., che fa riferimento ad «altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione d’opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato».

Esclusioni

La norma di cui sopra non si applica alle:

- collaborazioni per cui gli accordi nazionali prevedono discipline specifiche per il trattamento economico e normativo;

- collaborazioni nell’esercizio di professioni intellettuali per cui vige l'iscrizione negli albi professionali;

- attività dei componenti di organi di amministrazione e controllo delle società e membri di collegi e commissioni;

- collaborazioni istituzionali alle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate a federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate e enti di promozione riconosciuti dal Coni.

Inoltre, le parti possono chiedere alle commissioni di certificazione di accertare l’assenza dei

requisiti ostativi. Per promuovere la stabilizzazione dell’occupazione a tempo indeterminato, dal 1° gennaio 2016, i datori che assumono a tempo indeterminato soggetti già parti di contratti di co.co.co. anche a progetto e titolari di partita Iva, beneficiano dell’estinzione degli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi all’erronea qualificazione del rapporto (salvi gli illeciti accertati a seguito di ispezioni prima della assunzione), a condizione che:

- i lavoratori sottoscrivano, con riferimento a tutte le possibili pretese riguardanti la qualificazione del pregresso rapporto di lavoro, atti di conciliazione in sede protetta;

- nei 12 mesi successivi i datori non licenzino, salvo che per motivi disciplinari.

Infine, le disposizioni degli artt. da 61 a 69-bis, D.Lgs. 276/2003 sono abrogate e continuano ad applicarsi solo per la regolazione dei contratti già in atto alla data di entrata in vigore del nuovo decreto legislativo (25.6.2015).

Associazione in partecipazione

L’art. 2549, c.c. ora prevede che l'associante attribuisce all'associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto. Se l’associato è una persona fisica, il suo apporto non può consistere, nemmeno in parte, in una prestazione di lavoro. I contratti di associazione in partecipazione già in atto al 25.6.2015, nei quali l’apporto dell’associato persona fisica consiste, in tutto o in parte, in una prestazione di lavoro, sono salvi fino alla loro cessazione.

 

7) Modificato il software di compilazione modello 770 semplificato e ordinario 2015 e pure quello di controllo

Il software 770 Semplificato 2015, versione 1.1.0 del 09/07/2015, consente la compilazione della dichiarazione dei sostituti d'imposta modello 770 semplificato 2015 e la creazione del relativo file da inviare telematicamente.

L'applicazione è ottimizzata per la gestione di fino a 5000 certificazione di lavoro dipendente e di lavoro autonomo.

Ecco gli aggiornamenti della versione 1.1.0 del 09/07/2015

Sono stati recepiti gli aggiornamenti apportati alle specifiche tecniche del modello 770 Semplificato, in particolare:

Nel quadro SX , è stato modificato il controllo relativo al campo SX004005

Nel quadro AU è stato modificato il controllo di rispondenza nel campo AU001A20

Nella Certificazione di Lavoro Dipendente è stato modificato il controllo di rispondenza del campo DA001010.

Nella Sezione “Dati previdenziali ed assistenziali INPS - Sezione 1 Lavoratori subordinati” è stato ridotto a confermabile il controllo di obbligatorietà delle Matricola azienda (DCXXX001) nel caso in cui sia barrata la casella Ente Pensionistico – Altro (DCXXX003)

Software di compilazione modello 770/2015 Ordinario

Il software 770 Ordinario 2015, versione 1.1.0 del 09/07/2015, consente la compilazione della dichiarazione dei sostituti d'imposta modello 770 ordinario 2015 e la creazione del relativo file da inviare telematicamente.

Il prodotto 770 Ordinario 2015 è utilizzabile dai sostituti d'imposta che predispongono la propria dichiarazione, dagli intermediari e dalle Amministrazioni dello stato che predispongono la propria dichiarazione o che predispongono la dichiarazione per conto di altre Amministrazioni.

Aggiornamenti della versione 1.1.0 del 09/07/2015

Sono stati recepiti gli aggiornamenti apportati alle specifiche tecniche del modello 770 Ordinario, in particolare:

Nel quadro SX , è stato modificato il controllo relativo al campo SX004005

Nel quadro SF, nei controlli relativi ai campi SF002017 e SF002019, è stato tolto il riferimento alla causale X.

Nel quadro SG stato modificato il controllo relativo al campo SG014003 con il riferimento all’aliquota indicata nelle istruzioni pari allo 0,45%.

 

8) La violazione dei requisiti formali non mette in discussione la detrazione Iva

La Corte Ue, nella sentenza del 8 luglio 2015, ribadisce che il diritto a detrazione costituisce un principio fondamentale del sistema comune dell’Iva, che, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni, e va esercitato immediatamente per tutte le imposte che hanno gravato sulle operazioni effettuate a monte. Ciò, al fine di garantire la perfetta neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività economiche, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di tali attività, purché esse siano esse stesse soggette all’Iva.Pertanto, il principio fondamentale di neutralità dell’Iva esige che la detrazione a monte di quest’ultima sia accordata se gli obblighi sostanziali sono soddisfatti, anche se taluni obblighi formali sono stati omessi dai soggetti passivi.I giudici europei ribadiscono come la registrazione ai fini dell’Iva, nonché l’obbligo per il soggetto passivo di dichiarare l’inizio, la variazione e la cessazione delle proprie attività, costituiscono soltanto requisiti formali a fini di controllo, che non possono rimettere in discussione, in particolare, il diritto a detrazione dell’Iva, nei limiti in cui le condizioni materiali che fanno sorgere tale diritto siano soddisfatte. Inoltre, il fatto di sanzionare l’inosservanza, da parte del soggetto passivo, degli obblighi contabili e di dichiarazione con un diniego del diritto a detrazione eccede chiaramente quanto necessario per conseguire l’obiettivo di garantire il corretto adempimento di tali obblighi e quanto è necessario per assicurare l’esatta riscossione dell’Iva ed evitare evasioni. Essendo sufficiente e possibile, se del caso, la previsione - da parte del legislatore nazionale - di un’ammenda o una sanzione pecuniaria, purché proporzionata alla gravità dell’infrazione commessa.

Nel caso di specie, le questioni pregiudiziali riguardavano: la compatibilità con i principi generali del diritto dell’Unione europea di: certezza del diritto e legittimo affidamento, della prassi rumena che, dopo aver inizialmente riscosso dalla persona fisica l’imposta sui redditi provenienti dal trasferimento di proprietà che rientrano nel patrimonio personale, riesaminava la sua posizione e qualifica le medesime operazioni come attività economiche soggette ad Iva; la compatibilità con il diritto dell’UE, relativo all’Iva, della normativa rumena che da un lato obbligava al pagamento in favore dell’Erario dell’Iva, calcolando retroattivamente gli accessori, che avrebbe dovuto riscuotere per la vendita degli appartamenti e, dall’altro, negava il diritto di detrazione dell’Iva assolta dai contribuenti rumeni per la costruzione degli appartamenti sulla base della circostanza che l’associazione non fosse previamente registrata come soggetto passivo ai fini Iva.

sul piano dei principi generali, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, la Corte di Giustizia ribadisce l’orientamento della giurisprudenza Ue consolidata, relativo all’Iva, secondo cui non si può impedire ad un soggetto passivo di esercitare il proprio diritto alla detrazione a motivo del fatto che non si sia, preventivamente, registrato ai fini dell’Iva. Conseguentemente, dichiara incompatibile con la normativa Ue, come interpretata dalla Corte di Giustizia, la normativa rumena che negava il diritto di detrazione dell’Iva assolta dall’associazione di contribuenti rumeni per la costruzione di appartamenti, sulla base della circostanza che l’associazione non fosse previamente registrata come soggetto passivo Iva e la dichiarazione dell’imposta dovuta non fosse stata presentata.

(Corte di giustizia Ue, data della sentenza 8 luglio 2015, causa C-183/14)

 

Vincenzo D’Andò