Diario quotidiano del 22 giugno 2015: il ravvedimento facile per gli studi di settore

Pubblicato il 22 giugno 2015



ravvedimento per gli studi di settore facile con il cassetto fiscale; riclassamento catastale degli immobili; precisazioni sul Modello F24 a saldo zero; cumulabilità della tariffa incentivante del DM 19 febbraio 2007 con la “detassazione ambientale”; regime fiscale dei prodotti assoggettati ad accisa; rivalutazione terreni: scadenza versamento imposta sostitutiva; regime premiale: online le statistiche degli studi di settore 2014; controlli a distanza: nessuna liberalizzazione; CNDCEC: Ddl concorrenza “lontano da vera semplificazione”

 

 Indice:

 1) Ravvedimento per gli studi di settore facile con il cassetto fiscale

 2) Riclassamento catastale degli immobili

 3) Precisazioni sul Modello F24 a saldo zero

 4) Cumulabilità della tariffa incentivante del DM 19 febbraio 2007 con la “detassazione ambientale”

 5) Regime fiscale dei prodotti assoggettati ad accisa

 6) Rivalutazione terreni: scadenza versamento imposta sostitutiva

 7) Regime premiale: online le statistiche degli studi di settore 2014

 8) Controlli a distanza: nessuna liberalizzazione

 9) CNDCEC: Ddl concorrenza “lontano da vera semplificazione”

 

 

1) Ravvedimento per gli studi di settore facile con il cassetto fiscale

Studi di settore, obiettivo zero controlli per 190mila contribuenti. Grazie a dialogo e ravvedimento. Più informazioni condivise e obiettivo zero controlli per i contribuenti soggetti agli studi di settore. Sono 190mila le comunicazioni di anomalie nei dati dichiarati ai fini degli studi pronte a partire per consentire ai contribuenti di valutare la propria posizione e scegliere di fornire chiarimenti all’Agenzia o rimediare. Con il nuovo ravvedimento, infatti, chi si accorge dell’errore e provvede a correggerlo beneficia di una significativa riduzione delle sanzioni in base al tempo trascorso. Una chance che resta salva anche se la violazione è già stata constatata o sono iniziati accessi, ispezioni, verifiche. Con il provvedimento del 18 giugno 2015 firmato dal Direttore dell’Agenzia delle entrate è stato, infatti, definito il pacchetto di dati a disposizione dei contribuenti soggetti agli studi e fissate le modalità di dialogo preventivo con il Fisco. Obiettivo dell’operazione, che segue a distanza di poche settimane quella lanciata per la corretta indicazione delle quote costanti delle plusvalenze e/o sopravvenienze attive, è mettere i cittadini nelle condizioni di avere un quadro completo della loro posizione fiscale per aiutarli ad adempiere correttamente o a mettersi in regola ed evitare, così, i controlli.

L’avviso del Fisco arriva via web o sul cellulare

L’Agenzia sta invitando i 190mila contribuenti coinvolti a consultare il Cassetto fiscale aggiornato con le comunicazioni di anomalia relative al triennio 2011-2013. Le tipologie di anomalie sono riportate nell’allegato 1 del provvedimento. L’invito del Fisco arriva direttamente agli interessati senza passare dalla buca delle lettere, in modo da permettere ai cittadini di verificare tempestivamente la propria situazione e scegliere se giustificarsi o ravvedersi. Anche quest’anno le comunicazioni di anomalia sono inviate agli intermediari delegati al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi; un invito ad accedere al proprio cassetto fiscale arriverà agli indirizzi di posta elettronica certificata (Pec) attivati dai contribuenti e via mail o sms, nel caso dei soggetti direttamente abilitati ai servizi telematici delle Entrate.

I contribuenti, anche tramite intermediari incaricati della trasmissione delle dichiarazioni, potranno fornire chiarimenti e precisazioni tramite i software gratuiti che saranno messi a disposizione dalle Entrate sul sito www.agenziaentrate.it nella sezione dedicata agli Studi di settore (raggiungibile dal percorso: Home - Cosa devi fare - Dichiarare - Studi di settore e parametri - Studi di settore - Software).

Dialogo pro ravvedimento

Il provvedimento del 18 giugno 2015 individua l’intero pacchetto di elementi e informazioni relativi agli studi di settore da condividere, oltre a quelli sulle anomalie. Grazie a questa nuova e più avanzata forma di comunicazione con il Fisco, i contribuenti che hanno ricevuto le informazioni dall’Agenzia possono regolarizzare gli errori e le omissioni eventualmente commesse, secondo le modalità previste dall’istituto del ravvedimento operoso (articolo 13 del Dlgs n. 472/1997), beneficiando così della riduzione delle sanzioni, graduata in ragione della tempestività delle correzioni. Un “rimedio” agevolato che resta salvo a prescindere dalla circostanza che la violazione sia già stata constatata o che siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di controllo, delle quali il contribuente abbia avuto formale conoscenza, salvo la formale notifica di un atto di liquidazione, di irrogazione delle sanzioni o, in generale, di accertamento e il ricevimento delle comunicazioni di irregolarità (articoli 36-bis Dpr 600/1973 e 54-bis Dpr 633/1972) e degli esiti de controllo formale (art. 36-ter Dpr 600/1973).

Studi, più dati condivisi

Oltre alle comunicazioni di anomalie, le Entrate mettono a disposizione del contribuente:

- gli inviti a presentare i modelli studi di settore, se non ha provveduto;

- i modelli di studi di settore trasmessi;

- l’elenco delle anomalie emerse in fase di trasmissione della dichiarazione sulla base dei controlli telematici tra il modello Unico e i dati degli studi di settore;

- le segnalazioni inviate dal contribuente o dal suo intermediario per comunicare eventuali giustificazioni su situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o per fornire dettagli in merito alle cause di esclusione o di inapplicabilità dagli studi;

- le risposte inviate dal contribuente, anche tramite il suo intermediario, relative a comunicazioni di anomalie nei dati dichiarati ai fini degli studi di settore;

- le statistiche relative ai dati dichiarati ai fini degli studi di settore.

Allo stesso scopo, il Fisco fornirà anche il prospetto su base pluriennale dell’andamento dei dati dichiarativi relativi agli studi di settore applicati e il documento di sintesi dell’esito dell’applicazione degli studi di settore sulla base dell’ultima versione del software Gerico.

 

2) Riclassamento catastale degli immobili

I risultati di 10 anni di collaborazione per un Catasto più equo. È stato presentato questa mattina nel corso della Conferenza Stato-città ed autonomie

locali, che si è svolta a Roma presso la sede del Ministero dell’Interno, il documento conclusivo del Comitato di monitoraggio, che ha sede presso la predetta Conferenza, sui cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni al processo di revisione del classa mento catastale degli immobili. Il bilancio positivo mette in luce come il lavoro di squadra tra istituzioni centrali e territoriali sia un modello vincente per il nostro Paese.

La revisione del classamento, cos’è e come funziona

La Legge Finanziaria del 2005 (Legge n. 311/2004, art. 1, commi 335 e 336), ha previsto la possibilità per i Comuni di collaborare con l’Agenzia del Territorio, ora incorporata nell’Agenzia delle Entrate, per rivedere il classamento degli immobili. In particolare, con il comma 335 i Comuni possono chiedere all’Agenzia di rivedere il classamento e la rendita catastale degli immobili ubicati in zone che presentano un significativo scostamento fra valore medio di mercato e quello medio catastale; con il comma 336, invece, i Comuni che riscontrano incoerenze tra lo stato di fatto degli immobili e quanto censito in Catasto possono chiedere ai proprietari la presentazione di atti di aggiornamento catastale oppure procedere d’ufficio.

Comma 335, le esperienze di Roma e Milano

Avviato su input dell’Assemblea capitolina e svolto dall’Agenzia delle Entrate, il riclassamento degli immobili di Roma Capitale ha portato alla revisione delle rendite catastali di 175mila immobili ubicati in 17 zone situate prevalentemente nel centro: Aventino, Trastevere, Centro Storico, Borgo, Prati, Flaminio 1, XX Settembre, Monti, San Saba, Testaccio, Gianicolo, Delle Vittorie-Trionfale, Flaminio 2, Parioli, Salario Trieste, Esquilino e Ville dell’Appia.

Grazie a questa operazione sono sostanzialmente scomparse le abitazioni classificate come ultrapopolari (A/5) e si sono fortemente ridotte le abitazioni di tipo popolare (A/4) ed economico (A/3), ancora presenti in diverse zone del Centro, portando ad un incremento complessivo della rendita catastale di oltre 123 milioni di euro.

Anche il comune di Milano ha chiesto all’Agenzia di avviare l’operazione di riclassamento: in questo caso le 4 zone interessate sono state Manzoni - Montenapoleone – Venezia, Duomo - Brera – Torino - S. Ambrogio, Venezia - Monforte – Majno e Sempione - V. Monti - M. Pagano. A circa 30mila immobili è stata attribuita una nuova rendita catastale, con un incremento complessivo di circa 44 milioni di euro, riequilibrando di fatto le sperequazioni esistenti tra alcune parti della zona centrale della città e altre collocate nelle zone periferiche e semiperiferiche.

La procedura di revisione parziale del classamento, relativa al comma 335, è stata attivata complessivamente da 17 Comuni ed ha portato ad un incremento di rendita catastale pari a circa 183 milioni di euro.

Comma 336, i casi di Genova, Roma e Torino

Nel triennio 2005-2007 il Comune di Genova ha inviato circa 80.000 avvisi bonari ai proprietari di immobili che sono stati considerati da regolarizzare. Ciò ha comportato un incremento delle unità censite nella categoria A/3 (abitazioni di tipo economico), coinvolgendo circa 7.000 abitazioni, con un conseguente calo delle abitazioni di tipo popolare (A/4) e ultrapopolare (A/5). Nello stesso periodo il Comune di Roma si è attivato incrementando le abitazioni civili (circa

La procedura di revisione puntuale del classamento, relativa al comma 336, è stata attivata complessivamente da 1.300 Comuni ed ha portato ad un incremento di rendita catastale pari a circa 181 milioni di euro.

(Agenzia delle entrate, comunicato del 18 giugno 2015)

 

3) Precisazioni sul Modello F24 a saldo zero

Il Modello F24 a saldo a zero si presenta solo via fisconline/entratel. E’ questa la precisazione ministeriale fornita in relazione ad un question time.

F24 con saldo a zero solo sul canale Entratel/Fiscoonline

Dunque, secondo il parere ministeriale, il contribuente che utilizza l’home banking “ha un livello di abilità e conoscenza degli strumenti informatici che gli consente di potersi avvalere direttamente degli strumenti telematici gratuiti offerti dall’Amministrazione finanziaria” e quindi non c’è bisogno di consentire il transito dei modelli F24 a saldo zero attraverso i canali degli intermediari finanziari. Nell’interrogazione parlamentare si chiedeva infatti se fosse possibile di assumere iniziative finalizzate a reintrodurre la possibilità per i contribuenti di avvalersi dell’home banking per le compensazioni a saldo zero.

Il ministero, nella sua risposta, ricorda che il modello F24 a saldo zero non comporta trasferimento diretto di somme dal contribuente all’Amministrazione finanziaria ma rappresenta delle regolazioni contabili tra gli enti nei confronti dei quali sono avvenuti i pagamenti e le compensazioni indicati dal contribuente nello stesso modello.

È insomma un mero scambio di informazioni tra contribuente e Agenzia delle entrate. Inoltre per l’Amministrazione finanziaria ci sono ragioni anche di presidio più efficace nei confronti di fenomeni fraudolenti come quelli di rimborsi indebiti.

Il tutto comunque va verso la spending review che vede la riduzione di servizi telematici esterni come l’home banking. In questo modo, ha precisato il parere ministeriale, “non è prevista l’intermediazione di banche e poste e di conseguenza l’Agenzia non deve corrispondere a tali soggetti il compenso per la ricezione e la rendicontazione dei modelli F24”.

 

4) Cumulabilità della tariffa incentivante del DM 19 febbraio 2007 con la “detassazione ambientale”

Detassazione conto energia 2: Limite del 20% applicabile all’intero costo. Il Ministero dello Sviluppo economico, con la nota informativa del 18 giugno 2015, è tornato sulla questione della cumulabilità della tariffa fotovoltaica incentivante del DM 19 febbraio 2007 (c.d. secondo Conto energia) con la detassazione ambientale ex art. 6, commi 13-19 della L. n. 388/2000.

Confermando la possibilità di usufruire, nei limiti ed alle condizioni stabilite dall’Agenzia delle Entrate, della detassazione per gli investimenti ambientali, si precisa che la percentuale del 20% entro cui è possibile cumulare la tariffa fotovoltaica incentivante con il beneficio fiscale citato si riferisce “all’intero costo imputabile all’investimento per l’impianto fotovoltaico, iscritto nel bilancio di riferimento”. Nel breve testo che accompagna la nota informativa, viene ulteriormente precisato che tale percentuale non va invece applicata “al solo sovraccosto ambientale”.

A seguito delle richieste di chiarimento provenienti da vari operatori e di contatti con l’Agenzia delle Entrate, si forniscono chiarimenti sull’ambito di applicazione dell’art. 9, comma 1, del DM 19 febbraio 2007 (Criteri e modalità per incentivare la produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica della fonte solare, in attuazione dell’art. 7 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 ‐ cd. “secondo conto energia”), in rapporto a quanto previsto dall’art. 6, commi da 13 a 19, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, che disciplina la cd. detassazione ambientale. Si ricorda che l’art. 9 del DM 19 febbraio 2007 stabilisce che le tariffe incentivanti “..non sono applicabili all’elettricità prodotta da impianti per la cui realizzazione siano o siano stati concessi incentivi pubblici in conto capitale eccedenti il 20% del costo dell’investimento…”.

Con disposizione interpretativa, inserita nell’art. 19 del DM 5 luglio 2012 (Attuazione dell’art. 25 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, recante incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici, cd “quinto conto energia”), il Governo ha stabilito che il limite del 20% di cui al predetto art. 9 “ si applica anche alla detassazione per investimenti ambientali di cui all’art. 6, commi da 13 a 19, della legge 23 dicembre 2000, n. 388” (cosiddetta Tremonti Ambiente).

Pur essendo stato abrogato il citato art. 6, commi da 13 a 19 (ai sensi dell’art. 23, comma 7, e Allegato 1, n. 37, del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134), residua la possibilità di usufruire della detassazione per gli investimenti fatti prima dell’abrogazione delle relative disposizioni.

Ciò detto, ferme restando le condizioni per poter beneficiare della detassazione in esame, si precisa che il “costo dell’investimento” richiamato nella disposizione in questione (secondo cui le tariffe incentivanti “..non sono applicabili all’elettricità prodotta da impianti per la cui realizzazione siano o siano stati concessi incentivi pubblici in conto capitale eccedenti il 20% del costo dell’investimento…”) si riferisce all’intero costo imputabile all’investimento per l’impianto fotovoltaico, iscritto nel bilancio di riferimento.

(MISE, nota informativa del 18 giugno 2015)

 

5) Regime fiscale dei prodotti assoggettati ad accisa

Regime fiscale dei prodotti assoggettati ad accisa. Differenze quantitative riscontrate a destinazione. Tenuta dei registri di carico e scarico presso gli impianti di distribuzione stradale di carburante e depositi commerciali di gasolio.

Sul tema è incentrata la circolare n. 6/D del 18 giugno 2015 dell’Agenzia delle Dogane.

Nel proprio documento di prassi, l’Agenzia delle Dogane risponde ad alcune richieste di chiarimenti pervenute dalle associazioni degli operatori del mercato dei carburanti, concernenti gli adempimenti conseguenti al verificarsi di variazioni di volume dei prodotti durante il trasporto nonché sulla tenuta delle contabilità da parte degli esercenti impianti di distribuzione stradale.

Viene ripetutamente segnalato che in occasione di verifiche eseguite presso gli impianti stradali di carburanti non si terrebbe conto, al fine del riscontro della regolare tenuta del registro di carico e scarico, delle annotazioni delle deficienze rilevate dall’esercente se indicanti quantità di prodotto superiori alle misure entro cui sono riconosciuti i cali naturali.

Ciò determinerebbe un’alterazione del parametro relativo alle risultanze contabili e conseguentemente, una volta riscontrato con il dato afferente le giacenze reali, il superamento dei limite fissato dall’art.50, comma 2, secondo periodo, del D.Lgs. n. 504/1995 e la comminazione delle relative sanzioni amministrative.

Al riguardo, la circolare rileva che l’obbligo in questione si esaurisce nel garantire, attraverso la completezza dei dati registrati e la regolarità delle rilevazioni di prodotto effettuate, l’attendibilità delle scritture contabili dell’esercente e la corrispondenza alla situazione reale delle giacenze dell’impianto.

Nel caso di specie, infatti, la tenuta del registro di carico e scarico ha ad oggetto prodotti che hanno assolto interamente il debito d’imposta e, pertanto, essendosi estinta l’obbligazione tributaria, un’eventuale deficienza riscontrata dai verificatori non può valere a configurare ipotesi di recupero d’accisa.

Alla luce di tutto questo, prosegue la circolare, non trova alcun fondamento giuridico una presunta irrilevanza, in ragione della loro entità, delle registrazioni delle deficienze attribuite dall’esercente a cali naturali le quali, di contro, sono da considerare nella loro totalità; tali registrazioni, oltretutto, riportate nella parte dello scarico del registro senza necessità di ulteriore specificazione, vanno effettuate ogni qualvolta le deficienze vengano rilevate autonomamente dall’esercente e riferite all’intero quantitativo mancante.

Pertanto, in sede di verifica presso i menzionati impianti, la constatazione della regolare contabilizzazione dei prodotti deve necessariamente tener conto, quanto al computo delle risultanze contabili, della totalità degli scarichi riportati dall’esercente nel prescritto registro, incluse tutte le deficienze registrate, anche se di misura superiore alle tolleranze ammesse.

In definitiva, conclude l’Agenzia delle Dogane, si deve tenere conto anche delle eventuali deficienze dovute a dispersioni accidentali debitamente annotate dall’esercente nella parte dello scarico del citato registro, nel momento in cui le stesse si sono verificate, indipendentemente dalla loro entità.

Un altro importante chiarimento concerne la segnalazione agli Uffici dell’Agenzia delle Entrate delle deficienze di misura superiore alle tolleranze ammesse e delle eccedenze di prodotti energetici riscontrate in sede di verifica dei depositi commerciali.

Al riguardo, la circolare rileva che – a seguito di approfondimenti condotti con le Entrate stesse – l’operatività della presunzione di acquisto ai fini IVA è esclusa per le eccedenze di prodotti energetici rientranti negli stessi limiti quantitativi per i quali non si fa luogo al recupero dell’accisa, come stabiliti dal D.Lgs. n. 504/1995. Ne consegue il mancato obbligo di segnalazione all’Amministrazione finanziaria delle suddette differenze riscontrate in sede di verifica.

 

6) Rivalutazione terreni: scadenza versamento imposta sostitutiva

E’ in scadenza il versamento dell’imposta sostitutiva, in particolare il 30 giugno la data da cerchiare in rosso sul calendario: tra le tante scadenze che cadono in questo giorno, c’è anche il versamento dell’imposta sostitutiva sulla rideterminazione del costo o del valore fiscale dei terreni.

In particolare, i contribuenti sono chiamati a saldare:

- la prima rata dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2015;

- la seconda rata dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2014;

- la terza rata dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2013.

Come noto, da quest’anno l’aliquota dell’imposta sostitutiva è passata dal 4% all’8%. Così ha disposto la Legge di Stabilità 2015 (L. n. 190/2014), ultimo provvedimento in ordine di tempo che ha modificato il regime agevolativo in questione. La maggiorazione interessa il versamento dell’imposta sulla rivalutazione dei terreni posseduti alla data del 1 gennaio 2015, viceversa, per le rate ancora da pagare, riferite alle rivalutazioni su terreni posseduti negli anni precedenti, si continuerà a pagare il 4% del valore del terreno così come risultante dalla perizia di stima (oltre naturalmente agli interessi nella misura del 3% annuo).

La rivalutazione dei terreni avviene, infatti, mediante la redazione e il giuramento di una perizia di stima da parte di un professionista abilitato. A tal fine occorre ricordare che l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 53/E del 27 maggio 2015, ha fornito due indicazioni fondamentali:

- è possibile utilizzare una perizia di stima anche se asseverata dopo l’atto di compravendita del terreno;

- è possibile indicare nell’atto un valore inferiore a quello periziato. In particolare, lo scostamento è sempre ammesso dalle Entrate in caso di menzione nell’atto dell’intervenuta rivalutazione del terreno (anche se il valore è sensibilmente inferiore), viceversa, in caso di mancata menzione sono tollerabili solo gli scostamenti “poco significativi”. In tali casi, è acconsentito fare riferimento, ai fini dei calcoli della plusvalenza da assoggettare a tassazione, al valore rivalutato.

 

7) Regime premiale: online le statistiche degli studi di settore 2014

Sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate le statistiche relative agli studi di settore interessati dal regime premiale. Si tratta del primo step previsto dal provvedimento pubblicato il 18 giugno 2015, con cui l’Agenzia delle Entrate informa i contribuenti sulle anomalie riscontrate nei dati dichiarati ai fini degli studi di settore.

Le statistiche sono riferite al periodo d’imposta 2013 e sono state presentate alle Organizzazioni di categoria nella riunione del 29 maggio scorso. 116 gli studi coinvolti dal regime.

Per consultare le statistiche basta collegarsi al sito www.agenziaentrate.it e seguire questo percorso: Cosa devi fare > Dichiarare > Studi di settore e parametri > Studi di settore > Statistiche studi di settore.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 116 del 19 giugno 2015)

 

8) Controlli a distanza: nessuna liberalizzazione

Controlli a distanza, ministero precisa: nessuna liberalizzazione. Comunicato stampa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Controlli a distanza: Ministero del Lavoro, nessuna liberalizzazione; norma in linea con le indicazioni del Garante della Privacy.

La norma sugli impianti audiovisivi e gli altri strumenti di controllo contenuta nello schema di decreto legislativo in tema di semplificazioni, adegua la normativa contenuta nell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, risalente al 1970, alle innovazioni tecnologiche nel frattempo intervenute.

La norma non liberalizza, dunque, i controlli ma si limita a fare chiarezza circa il concetto di strumenti di controllo a distanza ed i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti attraverso questi strumenti, in linea con le indicazioni che il Garante della Privacy ha fornito negli ultimi anni e, in particolare, con le linee guida del 2007 sull’utilizzo della posta elettronica e di internet.

Come già la norma originaria dello Statuto, anche questa nuova disposizione prevede che gli strumenti di controllo a distanza, dai quali derivi anche la possibilità di controllo dei lavoratori, possono essere installati:

- esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale;

- ed esclusivamente previo accordo sindacale o, in assenza, previa autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro o del Ministero.

La modifica all’articolo 4 dello Statuto chiarisce, poi, che non possono essere considerati “strumenti di controllo a distanza” gli strumenti che vengono assegnati al lavoratore “per rendere la prestazione lavorativa” (una volta si sarebbero chiamati gli “attrezzi di lavoro”), come pc, tablet e cellulari.

In tal modo, viene fugato ogni dubbio, per quanto teorico, circa la necessità del previo accordo sindacale anche per la consegna di tali strumenti.

L’espressione “per rendere la prestazione lavorativa” comporta che l’accordo o l’autorizzazione non servono se, e nella misura in cui, lo strumento viene considerato quale mezzo che “serve” al lavoratore per adempiere la prestazione: ciò significa che, nel momento in cui tale strumento viene modificato (ad esempio, con l’aggiunta di appositi software di localizzazione o filtraggio) per controllare il lavoratore, si fuoriesce dall’ambito della disposizione: in tal caso, infatti, da strumento che “serve” al lavoratore per rendere la prestazione il pc, il tablet o il cellulare divengono strumenti che servono al datore per controllarne la prestazione. Con la conseguenza che queste “modifiche” possono avvenire solo alle condizioni ricordate sopra: la ricorrenza di particolari esigenze, l’accordo sindacale o l’autorizzazione.

Perciò, non viene autorizzato nessun controllo a distanza; piuttosto, si chiariscono solo le modalità per l’utilizzo degli strumenti tecnologici impiegati per la prestazione lavorativa ed i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti con questi strumenti.

Il nuovo articolo 4, peraltro, rafforza e tutela ancor meglio rispetto al passato la posizione del lavoratore, imponendo:

- che al lavoratore venga data adeguata informazione circa l’esistenza e le modalità d’uso delle apparecchiature di controllo (anche quelle, dunque, installate con l’accordo sindacale o l’autorizzazione della DTL o del Ministero);

- e, per quanto più specificamente riguarda gli strumenti di lavoro, che venga data al lavoratore adeguata informazione circa le modalità di effettuazione dei controlli, che, comunque, non potranno mai avvenire in contrasto con quanto previsto dal Codice privacy. Qualora il lavoratore non sia adeguatamente informato dell’esistenza e delle modalità d’uso delle apparecchiature di controllo e delle modalità di effettuazione dei controlli dal nuovo articolo 4 discende che i dati raccolti non sono utilizzabili a nessun fine, nemmeno a fini disciplinari.

(Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, comunicato del 18 giugno 2015)

 

9) CNDCEC: Ddl concorrenza “lontano da vera semplificazione”

Ddl concorrenza, Longobardi: “lontano da vera semplificazione”. Il giudizio dei commercialisti italiani sul disegno di legge, espresso nel corso di un’audizione parlamentare presso le Commissioni riunite Finanze e Attività produttive della Camera, è sostanzialmente critico.

“Forti perplessità, fondate su questioni di capitale importanza”. Il giudizio dei commercialisti italiani sul disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, espresso nel corso di un’audizione parlamentare presso le Commissioni riunite Finanze e Attività produttive della Camera, è sostanzialmente critico. L’attenzione della Professione si concentra, principalmente, su due aspetti della normativa: le semplificazioni previste per le cessioni di immobili di valore catastale non superiore ai 100.000 euro e le semplificazioni relative al trasferimento di quote di s.r.l.

“La prima perplessità che ravvisiamo – ha affermato il presidente nazionale della categoria, Gerardo Longobardi – è relativa alle disposizioni che trasferiscono competenze proprie di alcune professioni regolamentate a soggetti che non sono abilitati all’esercizio della professione, che non vantano competenze specifiche nelle materie oggetto dell’intervento normativo e che, soprattutto, non forniscono all’utenza concrete garanzie circa l’affidabilità della prestazione resa”. Ulteriore motivo di perplessità, secondo Longobardi, è rappresentato dalla circostanza che “la tutela dell’interesse pubblico si persegue con il mantenimento delle specificità di ciascuna professione e non ponendo in contrapposizioni le professioni ordinistiche attraverso una redistribuzione di competenze che non è collegata alla formazione di base e specialistica delle medesime”.

Con particolare riferimento ai trasferimenti immobiliari previsti dall’art. 28 del DDL, Longobardi ha affermato che “se l’intenzione del legislatore è quella di estendere le competenze di talune operazioni immobiliari ad altri soggetti ordinistici, non può sottacersi che l’estensione ai soli iscritti all’Albo degli avvocati desta non poche perplessità, considerando che gli stessi non vantano in materia, competenze specifiche ed ulteriori rispetto a quelle dei commercialisti. Oltretutto, recenti provvedimenti normativi vedono equiparati gli iscritti agli ordini degli avvocati, dei notai e dei commercialisti nell’esercizio di rilevanti funzioni.

Si tratta di attività riservate ai tre ordini professionali e non ad uno o due soltanto di essi. Mi riferisco all’attività dei delegati alle vendite immobiliari nell’ambito del processo esecutivo, dove il commercialista svolge compiti identici a quelli che il DDL intende estendere ora ai soli avvocati. L’esclusione dei commercialisti appare per tutti questi motivi irragionevole e idonea a creare disparità di trattamento tra professioni regolamentate”.

Con particolare riferimento poi al trasferimento di quote di srl, ha proseguito Longobardi, “se da un lato si ritiene ridondante e non garantista la nuova procedura che si affianca alle due già esistenti (vale a dire quella prevista nel codice civile “gestita” esclusivamente dal notaio e quella prevista dall’art 36 del dl 112/2008 “gestita” esclusivamente dal commercialista), dall’altro si apprezza la previsione normativa secondo la quale i commercialisti potranno intervenire nella costituzione di diritti parziali (usufrutto, pegno e sequestro conservativo) su partecipazioni di srl”.

“La questione delle riserve professionali – ha concluso il presidente dei commercialisti - va dunque affrontata con equilibrio, senza ricorso a facili populismi e a partire dal dato oggettivo delle competenze. Prestazioni inadeguate potrebbero comportare l’insorgere di dannose controversie, scaricando l’onere economico sul cliente/consumatore che, paradossalmente, vedrebbe annullato qualsiasi beneficio derivante dalla semplificazione”.

(CNDCEC, nota del 19 giugno 2015)

 

Vincenzo D’Andò