Diario quotidiano del 5 giugno 2015: la dichiarazione IMU vale anche per la TASI

Pubblicato il 5 giugno 2015

PVC interrompe la prescrizione; niente detrazione Iva sugli immobili strumentali concessi in locazione se manca l’inerenza; nuovi delitti in materia ambientale; mercato immobiliare: transazioni ancora deboli, analisi dei dati nella Nota OMI; basta la dichiarazione IMU anche per la TASI; convenzione sull’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri della UE; tasso per la concessione delle agevolazioni a favore delle imprese; il prossimo 16 giugno scade il pagamento dell’acconto IMU e TASI; l’aliquota IVA agevolata spetta solo per le operazioni di edilizia popolare; disponibile il software di compilazione del modello di comunicazione Iva AA9/12

 

Indice:

 1) PVC interrompe la prescrizione

 2) Niente detrazione Iva sugli immobili strumentali concessi in locazione se manca l’inerenza

 3) Nuovi delitti in materia ambientale

 4) Mercato immobiliare nel primo trimestre 2015: transazioni ancora deboli, analisi dei   dati nella Nota Omi

 5) Basta la dichiarazione IMU anche per la TASI

 6) Approvata la ratifica della convenzione sull’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri della Ue

7) Tasso per la concessione delle agevolazioni a favore delle imprese

 8) Il prossimo 16 giugno scade il pagamento dell’acconto IMU e TASI

 9) L’aliquota IVA agevolata spetta solo per le operazioni di edilizia popolare

 10) Disponibile il software di compilazione del modello di comunicazione Iva AA9/12

 

 

1) PVC interrompe la prescrizione

Con il pvc, stop alla prescrizione a prescindere dal suo destinatario. Non occorrono comunicazioni ad hoc, l’interruzione dei termini per i controlli riguarda tutti i contribuenti coinvolti, anche se non protagonisti diretti del verbale della Gdf. Il processo verbale di constatazione a mezzo del quale venga rilevata una fattispecie configurante un reato tributario è idoneo a interrompere la prescrizione anche se redatto nei confronti di soggetto diverso dall’indagato effettivo destinatario del verbale. La causa interruttiva ha infatti carattere oggettivo, impersonale e non ricettizio: ciò che rileva, pertanto, è che gli uffici finanziari o la Guardia di finanza prendano cognizione dell’esistenza di un reato.

Lo sostiene la terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza 19358/2015.

Il rappresentante legale di una società veniva indagato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2, Dlgs 74/2000). Nel corso del procedimento penale, il gip disponeva il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente su taluni beni di proprietà dell’indagato.

Il Tribunale del riesame, annullando il predetto provvedimento cautelare, riteneva che il reato ipotizzato con riferimento al periodo d’imposta 2007 e consumato con l’invio della dichiarazione in data 28 settembre 2008, dovesse ritenersi prescritto (il 28 settembre 2014), non essendo intervenuto alcun atto interruttivo nel termine prescrizionale (di sei anni al tempo del delitto).

Nella vicenda in oggetto l’unico pvc notificato era stato redatto nei confronti del soggetto che aveva emesso le false fatture e non nei confronti dell’indagato utilizzatore delle stesse; pertanto, in accoglimento della tesi difensiva, il Tribunale del riesame aveva ritenuto non interrotta la prescrizione, trattandosi di pvc relativo a un reato commesso da un soggetto diverso dal destinatario.

Avverso l’annullamento del provvedimento cautelare proponeva ricorso per cassazione il pubblico ministero, denunciando l’erronea applicazione dell’articolo 17 del Dlgs 74/2000 e sostenendo come le cause interruttive della prescrizione abbiano natura oggettiva, impersonale e non ricettizia, e che dunque, ai fini dell’interruzione della prescrizione, è sufficiente che prima della scadenza del termine prescrizionale ordinario il fatto di reato addebitato a un determinato soggetto venga accertato.

E difatti, nel caso di specie, il verbale emesso a carico del soggetto emittente le fatture per operazioni inesistenti conteneva il contemporaneo accertamento anche del reato commesso da ciascuno degli utilizzatori della fatture (tra cui anche l’indagato), ex articolo 2 del Dlgs 74/2000, nei confronti dei quali, dunque, il reato non era da ritenersi prescritto.

I giudici di legittimità hanno sostenuto che l’efficacia interruttiva della prescrizione dipende dalla mera emanazione del processo verbale di constatazione o dell’atto di accertamento e non dalla comunicazione degli stessi all’interessato; non rileva, del resto, che gli atti siano portati a conoscenza dell’Autorità giudiziaria, dispiegando di per sé effetti interruttivi.

Rimborsi Iva: basta la dichiarazione

Basta riportare il credito Iva in dichiarazione per avere diritto al rimborso, potendo poi attivare la procedura di restituzione con la presentazione del quadro VR nel termine di prescrizione decennale. A confermare questo principio è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11389 del 3 giugno 2015.

Il tutto è scaturito dall’istanza di rimborso Iva presentata da una società, volta ad ottenere la restituzione del credito risultante nell'anno di cessazione della propria attività.

Accertamenti: la rettifica vuole nuovi elementi

La rettifica dell’accertamento, mediante sostituzione del primo atto con un secondo, è valida solo se emergono nuovi elementi. Il Fisco non può dunque limitarsi a valutare diversamente le stesse circostanze. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 11421 del 3 giugno 2015, ha censurato la sentenza della CTR di Ancona per difetto di motivazione. I giudici della sezione tributaria hanno chiarito che nel nostro ordinamento vige il principio dell’unitarietà dell’accertamento.

Niente detrazioni Iva sulle fatture stornate entro l’anno

No alla detrazione Iva sull’importo della fattura stornata entro l’anno se emerge, poi, che l’operazione è inesistente. E’ del tutto irrilevante, inoltre, il contratto esistente tra fornitore e cliente.

Lo rileva la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11396 del 3 giugno 2015, che, peraltro, ha respinto il ricorso degli amministratori di una società nei confronti della quale venivano emesse delle fatture, poi stornate, a fronte di una fantomatica vendita di automobili, in realtà mai consegnate e pagate.