Diario quotidiano del 21 maggio 2015: l’omesso versamento di ritenute è sempre reato, anche se gli importi sono minimi?

Pubblicato il 21 maggio 2015



ecoreati: fino a 15 anni a chi contamina il territorio; lotta all’evasione internazionale: prove generali per accordo Fatca; sanzioni penali per il mancato versamento di ritenute sia pure minime; raddoppio dei termini fiscali di decadenza: intervento della Cassazione; retribuzioni medie giornaliere per i lavoratori agricoli - anno 2015; categorie di azioni e diritto di nomina di amministratori e sindaci; minimo legale del capitale sociale delle s.r.l.; azioni a voto “diverso” e quorum assembleari; disponibile il software Unico ENC 2015 e quello di controllo

 

 Indice:

 1) Ecoreati: fino a 15 anni a chi contamina il territorio

 2) Lotta all’evasione internazionale: prove generali per accordo Fatca

 3) Sanzioni penali per il mancato versamento di ritenute sia pure minime

 4) Raddoppio dei termini fiscali di decadenza: intervento della Cassazione

 5) Retribuzioni medie giornaliere per i lavoratori agricoli - anno 2015

 6)Categorie di azioni e diritto di nomina di amministratori e sindaci

 7) Minimo legale del capitale sociale delle s.r.l.

 8) Azioni a voto “diverso” e quorum assembleari

 9) Disponibile il software Unico ENC 2015 e quello di controllo

 

 

1) Ecoreati: fino a 15 anni a chi contamina il territorio

Reclusione fino a un massimo di 15 anni per chi contamina il territorio e danneggia la salute della collettività. E per i nuovi cinque reati introdotti che vanno ad aggiornare il codice penale (disastro e inquinamento ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo, impedimento del controllo ed omessa bonifica) si prevede anche il “raddoppio dei termini per la prescrizione”. Nella giornata del 19 maggio 2015 il Senato ha, infatti, approvato definitivamente il DDL sui delitti ambientali (1345-B), respingendo ogni emendamento.

Il provvedimento dà il via a norme particolarmente rigide per punire chi causa danni all’ecosistema. Gli ecoreati delineati dalla disciplina, infatti, se da un lato comprendono reclusione e multe severe, dall’altro sei delitti vengono commessi per colpa, anziché per dolo, le pene previste vengono ridotte da un terzo a due terzi, mentre il traffico e il rilascio nei terreni di materiale ad alta radioattività cagionerà da 2 a 6 anni di carcere, e impedire, poi, i controlli di luoghi inquinati costerà da 6 mesi a 3 anni. Decise, inoltre, aggravanti qualora nei casi di contaminazione dell’ambiente siano presenti organizzazioni mafiose, delle cui indagini dovrà esser avvisato il procuratore nazionale Antimafia, nonché l’Agenzia delle entrate.

 

2) Lotta all’evasione internazionale: prove generali per accordo Fatca

Apre la consultazione sulle modalità per comunicare dati alle Entrate. Al via la consultazione pubblica sulle istruzioni da seguire per trasmettere al Fisco le informazioni previste dall’accordo Fatca per dare ulteriore spinta al contrasto

dell’evasione internazionale. C’è una settimana di tempo a partire dal 19 maggio 2015 per inviare le osservazioni da parte degli operatori finanziari interessati dalla nuova normativa per lo scambio automatico di dati tra Italia e Usa. Il termine per segnalazioni e suggerimenti, infatti, è fissato al 26 maggio prossimo. In attesa che si chiuda l’iter parlamentare, l’Agenzia sceglie di pubblicare in anticipo, in un’ottica di trasparenza, i requisiti tecnici, i tracciati record e le prescrizioni di sicurezza richiesti per consentire agli operatori di predisporre le procedure informatiche per elaborare e inviare le informazioni appena entreranno in vigore la legge di ratifica e il decreto di attuazione, già presente in bozza sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

La consultazione riguarda nel dettaglio i documenti tecnici con le modalità operative per comunicare alle Entrate le informazioni che l’Agenzia trasmetterà poi entro il 30 settembre 2015 all’IRS (Internal Revenue Service), autorità competente Usa, nel rispetto degli impegni internazionali. In particolare, la sezione delle istruzioni dedicata al canale telematico spiega che i dati viaggeranno sulla piattaforma SID (sistema interscambio dati), in base alle istruzioni fornite con il provvedimento dell’Agenzia del 25 marzo 2013, relativo alle Modalità per la comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti

Cerchio rosso sulla data del 26 maggio prossimo per inviare all’Agenzia suggerimenti sulle istruzioni predisposte per gli operatori, in vista della pubblicazione del provvedimento definitivo del direttore delle Entrate, come previsto dalla bozza del decreto ministeriale. Gli operatori interessati potranno inviare osservazioni all’indirizzo email dc.acc.consultazionefatca@agenziaentrate.it , indicando nell’oggetto la dicitura

“Consultazione Fatca”.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 93 del 19 maggio 2015)

 

3) Sanzioni penali per il mancato versamento di ritenute sia pure minime

Rischia una condanna penale l’imprenditore che omette il versamento delle ritenute per qualche mese e per un periodo modesto. Infatti, l’esiguità dell’illecito non è sufficiente, da solo, per l’assoluzione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 20571 del 19 maggio 2015, ha accolto il ricorso della Procura annullando l’assoluzione di un imprenditore che non aveva versato da gennaio ad agosto per un totale di 1.033 euro.

L’omesso versamento di ritenute previdenziali resta un illecito penale. Per la Suprema Corte, anche nel limite di 10.000 euro annui, non scatta la depenalizzazione fino all’emanazione dei decreti attuativi della L. 67/2014.

Il 28 aprile 2014 è stata emanata una legge delega per la depenalizzazione di alcuni reati minori (L. 67/2014), che si inserisce in quella prospettiva di un diritto penale che torni a essere inteso e utilizzato come extrema ratio. A tal fine, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20547 del 19 maggio 2015, si è pronunciata sul reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti (art. 2 della L. 638/1983).

Nemmeno il richiamo alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 139/2014 assume, secondo i giudici di legittimità, carattere risolutivo. La Consulta, dichiarando l’infondatezza di una questione di legittimità riguardante la tutela previdenziale del lavoro e dei lavoratori, ha precisato che spetterebbe al giudice di merito la valutazione sull’effettiva offensività, ovvero l’idoneità lesiva dei beni giuridici tutelati, della condotta contestata. La Cassazione, tuttavia, ribadisce che un’eventuale soluzione in senso assolutorio (secondo la formula per cui il fatto non è previsto dalla legge come reato) pare “del tutto irragionevole”, nel momento attuale in cui manca una precisa norma depenalizzatoria in relazione all’art. 2 della L. 683/1983.

Se, infatti, si dovesse pronunciare un proscioglimento (o annullare senza rinvio) per tutti coloro che ad oggi non hanno versato i contributi previdenziali previsti dalle legge per una quota inferiore ai 10.000 euro annui, si avrebbe come conseguenza una generalizzata impunità, lontana dall’intenzione del legislatore. Questi, infatti, nel prevedere la citata depenalizzazione, ha comunque previsto l’assoggettabilità di tali condotte alla sanzione amministrativa (inapplicabile fino all’emanazione dei decreti delegati).

 

4) Raddoppio dei termini fiscali di decadenza: intervento della Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9974 del 15 maggio 2015, si è pronunciata sulla questione del raddoppio dei termini fiscali di decadenza.

Secondo la Suprema Corte, l’avvenuta archiviazione in sede penale, non comporta automaticamente la decadenza del raddoppio dei termini, tuttavia, il giudice tributario è tenuto ad impedire che il raddoppio venga utilizzato in maniera distorta dal Fisco, magari comunicando al PM notizie di reato manifestamente infondate al solo fine di beneficiare del più ampio termine. In tale contesto il giudice di merito deve negare l’applicazione del termine allungato in ipotesi di denuncia palesemente pretestuose, se non addirittura calunniose, rivelatrici di un uso distorto dell’istituto.

Dunque, l’avvenuta archiviazione della denuncia presentata dalla Guardia di finanza non è di per se stessa d’impedimento all’applicazione del termine raddoppiato per l’accertamento, proprio perché non rileva né l'esercizio dell’azione penale da parte del PM ai sensi dell'articolo 405 c.p.p., né la successiva emanazione di una sentenza di condanna o di assoluzione da parte del giudice penale, questo anche per il regime di doppio binario tra giudizio penale e tributario.

Il giudice di legittimità ritiene quale presupposto, del concretizzarsi dell’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria, l’esistenza di una notizia di reato che, pur non necessitando la certezza o anche il dubbio circa l’esistenza dello stesso, deve essere riconducibile a una fattispecie illecita, mentre i giudizi di valore complementari al fatto tipico vale a dire antigiuridicità e dolo, competono invece in via esclusiva all’autorità giudiziaria. Richiamando poi la disciplina del codice doganale comunitario, i giudici di legittimità affermano che il prolungamento (sospensione) del termine per l’accertamento opera quando l’obbligazione nasca a seguito di un atto “perseguibile a norme di legge” ovvero “perseguibile penalmente”, “cioè sussumibile, anche solo astrattamente, in una fattispecie incriminatrice”. Dunque, conclude la Corte, solo per impedire che il raddoppio sia adoperato in maniera distorta, ossia comunicando al pubblico ministero notizie di reato manifestamente infondate al solo fine di beneficiare del più ampio termine di decadenza, la Corte costituzionale devolve al giudice di merito il compito di vigilare sull’osservanza degli elementi minimi richiesti dall’art. 331 c.p.p. per l’insorgere dell'obbligo di denuncia e di negare l’applicazione del termine allungato in casi d’iniziative di denuncia palesemente pretestuose, se non addirittura calunniose, rivelatrici di un uso distorto dello strumento legale. Cosa che non accade, quando, come appunto nel caso all’attenzione della Suprema corte, la censura di illegittimità del raddoppio sia basata esclusivamente sul fatto storico dell’archiviazione della denuncia, disposta dal gip perché “gli elementi acquisiti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio”.

 

5) Retribuzioni medie giornaliere per i lavoratori agricoli - anno 2015

La Direzione generale per le politiche previdenziali e assicurative del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato, sul proprio sito internet, il Decreto 8 maggio 2015.

Con la determinazione delle retribuzioni medie giornaliere, per l’anno 2015, ai fini dei contributi e delle prestazioni previdenziali per la categoria dei piccoli coloni e compartecipanti familiari.

La tabella evidenzia le retribuzioni, divise per Provincia e per la categoria dei lavoratori agricoli a tempo determinato e indeterminato.

Il reddito medio convenzionale giornaliero, da valere per l’anno 2015, per ciascuna fascia di reddito agrario è stato determinato nella misura di € 55,05.

 

6)Categorie di azioni e diritto di nomina di amministratori e sindaci

Categorie di azioni e diritto di nomina di amministratori e sindaci (artt. 2348 comma 2, 2351 commi 2, 4 e 5 c.c.). E’ questa la Massima n. 142 del Consiglio Notarile di Milano pubblicata il 19 maggio 2015.

É legittima la clausola statutaria che attribuisce a una o più categorie di azioni, quale "diritto diverso" ai sensi dell'art. 2348 c.c., il diritto di nominare uno o più componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, o del consiglio di sorveglianza nel sistema dualistico.

Il numero degli amministratori, dei sindaci o membri del consiglio di sorveglianza nominabili da ciascuna categoria non deve necessariamente essere proporzionale al numero delle azioni della categoria medesima, né al numero dei voti ad esse spettanti, bensì può coincidere anche con la maggioranza o la totalità dei componenti dell'organo. Resta fermo il limite stabilito dall'art. 2351, comma 2, ult. frase, c.c., in forza del quale le azioni a voto "non pieno" (e pertanto anche quelle cui non spetta il diritto di nominare o di partecipare alla deliberazione di nomina di amministratori e sindaci) non possono comunque eccedere la metà del capitale sociale.

Il diritto di nomina rappresenta, di regola, un diritto da esercitare nell'ambito del procedimento decisionale dell'assemblea ordinaria, senza necessità di una autonoma e preventiva deliberazione dell'assemblea speciale di ciascuna categoria di azioni. E' fatta salva una diversa disposizione statutaria, con riferimento sia alle modalità e alle procedure mediante le quali viene esercitato il diritto di nomina, sia all'efficacia della nomina stessa.

Anche in mancanza di un'espressa previsione in tal senso, deve in ogni caso ritenersi assicurata all'assemblea ordinaria in seconda convocazione, con l'intervento anche di una sola azione dotata di diritto di voto, la possibilità di nominare e revocare tutti i componenti degli organi sociali, ai sensi dell'art. 2369, comma 4, c.c.

Agli amministratori, ai sindaci e ai membri del consiglio di sorveglianza nominati nell'esercizio dei diritti spettanti a una o più categorie di azioni si applicano le medesime norme previste per gli altri componenti dell'organo cui partecipano.

La massima risolve in senso affermativo la questione dell'ammissibilità di una deroga statutaria del principio secondo il quale le cariche sociali sono nominate in modo collegiale da tutte le azioni riunite in assemblea ordinaria, senza distinzione tra "gruppi" di azioni o di azionisti. Pur restando ferma l'attribuzione della decisione alla competenza dei soci, si ritiene cioè che lo statuto possa diversamente allocare il potere di assumere la decisione nell'ambito della compagine sociale, mediante la configurazione di "diritti diversi" attribuiti a una o più categorie di azioni ai sensi dell'art. 2348 c.c.

La derogabilità della regola contenuta nell'art. 2383 c.c. (per la nomina degli amministratori) - già sostenuta da parte della dottrina e da altri orientamenti interpretativi del notariato - si giustifica sulla base del quadro complessivo delle norme in tema di formazione degli organi sociali, per come si è evoluto soprattutto dopo la riforma del 2003. In tale quadro, due elementi in particolare sorreggono l'interpretazione qui accolta:

(i) in primo luogo, il riconoscimento di un'ampia autonomia negoziale e statutaria nella creazione delle categorie di azioni e nella determinazione dei diritti ad esse attribuiti, ad opera proprio dell'art. 2348 c.c., che così dispone: "la società, nei limiti imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie categorie" (enfasi aggiunta);

(ii) in secondo luogo, l'espressa previsione della possibilità per lo statuto di attribuire il diritto di nomina di componenti degli organi di amministrazione e controllo ad altri strumenti finanziari che partecipano al contratto sociale (artt. 2346, comma 6, e 2351, comma 5, c.c.). Con il che, il sistema sembra essere andato ben oltre all'ipotesi eccezionale dei diritti "particolari" di nomina di amministratori e sindaci ad opera dello Stato o di enti pubblici, previsto dall'art. 2449 c.c.. Gli strumenti finanziari partecipativi rappresentano infatti un istituto di carattere generale, a disposizione dell'autonomia negoziale e statutaria al fine di realizzare qualsiasi interesse meritevole di tutela, senza limitazioni né oggettive, né soggettive.

La massima reputa inoltre non più sussistente, ammesso che lo fosse in passato, un rigido principio di proporzionalità tra il "peso" quantitativo delle azioni cui spetta, quale diritto di categoria, un diritto di nomina degli organi sociali e il numero dei componenti oggetto di tale diritto di nomina, nell'ambito di ciascun organo sociale. All'ampia concessione fatta dal legislatore del 2003 all'autonomia negoziale e statutaria nell'ambito delle categorie di azioni e degli (altri) strumenti finanziari partecipativi, si è recentemente aggiunta, con effetti probabilmente decisivi, l'abrogazione del divieto di emissione di azioni a voto plurimo (art. 2351, comma 4, c.c.).

Anche dopo tale modifica, si può continuare ad affermare che il principio di proporzionalità tra rischio e potere rappresenta la regola che connota il regime legale delle s.p.a. (pur nella manifestazione tipica dei sistemi "maggioritari", nei quali chi ha la maggioranza "vince tutto") e che trova applicazione in mancanza di diversa volontà dei soci. Si può altresì affermare che si tratta tutt'ora di un principio "tendenziale", nel senso che gli spazi di deroga concessi all'autonomia statutaria, allorquando venga modificato il coefficiente di attribuzione del diritto di voto (1:1, un'azione, un voto), non sono illimitati, in quanto: (a) se il voto viene "quantitativamente" ridotto, vige il limite della metà del numero complessivo di azioni a voto non pieno, ai sensi dell'art. 2351, comma 2, c.c.; (b) se il voto viene "quantitativamente" aumentato, vige il limite del coefficiente massimo dei voti attribuibili a ciascuna azione, pari a 1:3 (un'azione, tre voti), ai sensi dell'art. 2351, comma 4, c.c. Ma non si può (più) affermare che sia incompatibile col sistema della s.p.a. una modifica del regime legale che attribuisca - in forza di una regola statutaria, valevole anche per tutta la durata la società e nei confronti di qualsiasi socio presente e futuro - ad una parte del tutto minoritaria delle azioni il diritto di controllare la società mediante la nomina di tutti gli amministratori: la mera combinazione di azioni a voto plurimo e azioni senza voto, può infatti consentire a chi detiene più del 12,5% del capitale sociale di nominare tutti i componenti del consiglio di amministrazione.

Se è poi vero che tali strumenti tipici (azioni a voto non pieno e azioni a voto plurimo) hanno un limite inderogabile posto dalla legge, non si può non tener conto del fatto che essi possono comunque combinarsi con ulteriori strumenti tipici con cui può essere derogato il regime legale - si pensi al già citato diritto di nomina attribuibile agli strumenti finanziari partecipativi ex art. 2346, comma 6, c.c. - o con ulteriori istituti consentiti dalla legge che ottengono effetti analoghi - si pensi ai sistemi di voto di lista o alle altre "norme particolari" che lo statuto può prevedere per la nomina delle cariche sociali ai sensi dell'art. 2368, comma 1, c.c. - con un complessivo potenziale accrescimento dell'effetto "derogatorio" rispetto alla tendenziale proporzionalità tra rischio e potere.

Ciascuno di questi istituti, in altre parole, è soggetto a regole e limiti, più o meno esplicitamente risultanti dalla legge, che riguardano il singolo istituto, ma che non possono essere surrettiziamente estesi agli altri, sulla base di una dogmatica e indimostrata esigenza di preservare a tutti i costi quella proporzionalità tra rischio e potere. Se le azioni a voto limitato non possono essere in numero superiore alla metà delle azioni totali, non si può da ciò desumere l'inammissibilità di azioni a voto plurimo in numero inferiore alla metà delle azioni totali (asserendo che raddoppiare i voti delle azioni B equivale a dimezzare il voto delle azioni A): sono regole diverse, ciascuna dettata per una determinata tipologia di deroga rispetto al paradigma "un'azione, un voto", ma sono comunque regole specifiche che non devono travalicare l'ambito a cui sono destinate. Allo stesso modo, ad esempio, dal limite quantitativo delle azioni senza voto non si può desumere un implicito limite degli strumenti finanziari partecipativi aventi diritti patrimoniali di partecipazione agli utili e agli altri risultati economici dell'impresa (asserendo che sarebbero equivalenti alle azioni senza voto).

Proseguendo su questa linea, non si può nemmeno traslare "matematicamente" il limite dettato per le azioni senza voto (massimo il 50% del capitale) e per le azioni a voto plurimo (massimo coefficiente 1:3) all'ipotesi dell'attribuzione dei diritti di nomina di amministratori e sindaci a speciali categorie di azioni ai sensi dell'art. 2348 c.c., come nel caso oggetto della massima in epigrafe. La possibilità di combinare i diversi istituti sopra menzionati - azioni senza voto, azioni a voto plurimo, strumenti finanziari partecipativi con diritto di voto per la nomina delle cariche sociali, voto di lista, altre "norme particolari" per la nomina delle cariche sociali - non consente infatti di individuare un limite oggettivo e invalicabile oltre il quale l'autonomia statutaria non possa derogare il regime legale e modificare il sistema maggioritario "puro" da esso derivante.

Anche sotto questo profilo - oltre che sotto quello dei diritti patrimoniali - la s.p.a. (e soprattutto la s.p.a. chiusa) è divenuta uno strumento suscettibile di una "contrattualizzazione" molto incisiva, tale da discostarsi in modo sensibile rispetto alla sua connotazione tipica, ma pur sempre senza travalicare i confini del "tipo", divenuti assai più ampi ed elastici rispetto al sistema precedente alla riforma del 2003 e alle successive modificazioni normative.

La massima reputa altresì ammissibile che l'autonomia statutaria, oltre ad attribuire a categorie di azioni il diritto di nomina dei componenti degli organi sociali, disciplini le modalità con cui ciò può avvenire. In mancanza di un'esplicita disciplina, si può ritenere che ciò avvenga nel modo più vicino al regime legale. La nomina viene cioè deliberata dall'assemblea ordinaria, nell'ambito della quale vengono pertanto esercitati i diritti di nomina attribuiti alle diverse categorie di azioni, direttamente in sede di votazione o con le modalità previste dallo statuto o disposte dal presidente, a seconda dei casi. In questo modo, l'efficacia della nomina deriva direttamente dalla deliberazione dell'assemblea ordinaria, la cui "volontà" si forma con il concorso dei diversi diritti di voto, di designazione e di nomina previsti dallo statuto.

Nulla impedisce, peraltro, che l'autonomia statutaria ritenga preferibile disciplinare un procedimento decisionale a formazione progressiva, anche con il concorso delle deliberazioni delle assemblee speciali delle diverse categorie o delle manifestazioni di volontà da parte della totalità dei titolari delle azioni di una o più categorie. Se un simile procedimento è a disposizione dell'autonomia statutaria allorché si decide di attribuire il diritto di nomina agli strumenti finanziari partecipativi (per i quali è pacifico che non si dà luogo ad un'unica votazione e deliberazione insieme agli azionisti in assemblea ordinaria, quand'anche la riunione fosse prevista nello stesso luogo e nello stesso momento), non si vede quale ragione possa giustificare una regola più restrittiva e inderogabile allorché la medesima vicenda venga prevista in ordine a una o più categorie di azioni.

La massima ricorda peraltro l'inderogabilità dell'art. 2369, comma 4, c.c., ai sensi del quale "Lo statuto può richiedere maggioranze più elevate, tranne che per l'approvazione del bilancio e per la nomina e la revoca delle cariche sociali". Ciò fa sì che lo statuto non possa impedire che in seconda convocazione l'assemblea ordinaria sia in grado di nominare tutti i componenti degli organi sociali anche con l'intervento di una sola azione di qualsiasi categoria, in caso di mancato intervento di tutte le altre azioni. Resta fermo che, se le azioni delle categorie cui sono attribuiti i diritti di nomina intervengono effettivamente, lo statuto può comunque riconoscere loro, in modo vincolante anche in seconda convocazione, il diritto di nominare i componenti degli organi sociali nella misura e nelle modalità previste dallo statuto stesso.

Si conclude affermando l'applicabilità analogica della disposizione dettata pergli amministratori, i sindaci e i consiglieri di sorveglianza nominati dagli strumenti finanziari partecipativi (art. 2351, comma 5, c.c.) anche agli amministratori nominati dalle categorie di azioni. Ad essi si applicano, cioè, le medesime norme previste per gli altri componenti dell'organo cui partecipano - e così per quanto riguarda le modalità e le cause di cessazione - fermo restando che lo statuto può prevedere diverse tipologie di clausole e meccanismi per assicurare una determinata "composizione" dell'organo in caso di cessazione di uno o più membri.

(Consiglio Notarile di Milano, Massima n. 142 del 19 maggio 2015)

 

7) Minimo legale del capitale sociale delle s.r.l.

Il minimo legale del capitale sociale delle s.r.l. (artt. 2463, 2482 e 2482-ter c.c.). E’ questa la Massima n. 143 del Consiglio Notarile di Milano pubblicata il 19 maggio 2015.

In seguito alle modificazioni dell'art. 2463 c.c., ad opera del d.l. 76/2013, tutte le s.r.l., a prescindere dall'ammontare del capitale sociale:

a) possono deliberare una riduzione del capitale sociale a copertura di perdite a un ammontare inferiore a euro diecimila, sia qualora la società versi nelle situazioni di cui agli artt. 2482-bis e 2482-ter c.c., sia qualora essa abbia perdite inferiori a un terzo del capitale sociale;

b) possono deliberare un aumento del capitale sociale, a titolo gratuito o a pagamento, ad un ammontare inferiore a euro diecimila, anche in seguito a riduzione o azzeramento del capitale sociale a copertura di perdite.

Il Consiglio ritiene invece che non possa essere deliberata una riduzione del capitale sociale mediante rimborso ai soci delle quote pagate o mediante liberazione dall'obbligo dei versamenti ancora dovuti o mediante passaggio di capitale a riserve disponibili, qualora, all'esito dell'operazione, la somma del capitale sociale e della riserva legale risulti di ammontare inferiore a euro diecimila.

La massima affronta alcune questioni interpretative relative al minimo del capitale sociale della s.r.l., con riferimento alle operazioni di riduzione e di aumento di capitale, in seguito alle modifiche apportate dal d.l. 76/2013.

Per un verso, l'art. 2463 c.c., pur mantenendo l'originaria disciplina secondo la quale "L'atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico e deve indicare (.) l'ammontare del capitale, non inferiore a diecimila euro" (comma 2, n. 4), dispone ora che "L'ammontare del capitale può essere determinato in misura inferiore a euro diecimila, pari almeno a un euro. In tal caso i conferimenti devono farsi in denaro e devono essere versati per intero alle persone cui è affidata l'amministrazione" (comma 4).

Per altro verso, le norme in tema di riduzione "effettiva" e di riduzione per perdite sotto il minimo legale continuano a fare riferimento al limite minimo di cui all'art. 2463 n. 4) c.c., ossia diecimila euro. Così avviene nell'art. 2482 c.c. che dispone che "La riduzione del capitale sociale può avere luogo, nei limiti previsti dal numero 4) dell'articolo 2463" e nell'art. 2482-ter c.c., ai sensi del quale "Se, per la perdita di oltre un terzo del capitale, questo si riduce al disotto del minimo stabilito dal numero 4) dell'articolo 2463, gli amministratori devono senza indugio convocare l'assemblea per deliberare la riduzione del capitale ed il contemporaneo aumento del medesimo ad una cifra non inferiore al detto minimo".

Sorgono pertanto diversi interrogativi, i principali dei quali riguardano: (i) la possibilità di deliberare una riduzione del capitale sociale a copertura di perdite a un ammontare inferiore a euro diecimila, a prescindere dalla circostanza che esse siano o meno superiori a un terzo del capitale oppure che lo riducano o meno al di sotto del limite di euro diecimila o di euro uno; (ii) la possibilità di deliberare un aumento di capitale, gratuito o a pagamento, a un importo inferiore a euro diecimila, anche in seguito a riduzione o azzeramento del capitale sociale a copertura di perdite; (iii) la possibilità di deliberare una riduzione "effettiva" del capitale sociale a un importo inferiore a euro diecimila.

Nell'affrontare tali questioni si è anzitutto ritenuto che il rinvio al limite dell'art. 2463 n. 4) c.c. (diecimila euro), contenuto nelle due norme sopra citate (artt. 2482 e 2482-ter c.c.) sia frutto di un difetto di coordinamento e sia da interpretare come se fosse riferito al nuovo limite contenuto nel successivo comma 4 dello stesso art. 2463 c.c. (un euro). Si è altresì ritenuto che il nuovo limite di un euro non rappresenti unicamente una sorta di "agevolazione" in sede di costituzione della società, bensì rappresenti in generale il nuovo limite minimo del capitale sociale nella s.r.l., pur residuando alcune regole che mantengono una sorta di "vincolo patrimoniale" al medesimo importo di diecimila euro cui era collegato il vecchio limite minimo.

Questi due assunti poggiano essenzialmente sulla constatazione che l'attuale quadro normativo ha esteso a qualsiasi s.r.l. la possibilità di costituirsi e di proseguire per l'intera durata stabilita dallo statuto - o se del caso a tempo indefinito - con un euro di capitale sociale e con un patrimonio netto non inferiore a un euro. Se tale regola di "nascita" e di "sopravvivenza" della s.r.l. non è legata a determinate tipologie di società, a determinate attività, a un determinato periodo di tempo o ad altri determinati requisiti o condizioni, significa che il sistema delle società di capitali rende ormai applicabile alle s.r.l. la disciplina del capitale sociale pur in presenza di una dotazione patrimoniale meramente simbolica. Ciò che rileva, in altre parole, non è tanto la dotazione patrimoniale, quanto il sistema delle regole del capitale sociale, nel cui ambito assume primaria importanza la regola che impone l'alternativa tra "ricapitalizza, trasforma o liquida" quando il valore del patrimonio, al netto dei debiti, scende al di sotto della "asticella" minima, ora fissata a un euro. Si può quindi dire che sia tale sistema di regole - e non tanto l'altezza della "asticella" del limite minimo del capitale - a caratterizzare da questo punto di vista le società di capitali e le società cooperative, rispetto alle società di persone.

In particolare, non si ravvisano motivi di carattere né sistematico né funzionale per imporre a una s.r.l., che sia nata con un capitale pari o superiore a diecimila euro e che abbia perso l'intero capitale sociale, di ricostituire il proprio capitale sociale a un importo "non inferiore a diecimila euro", cosa che occorrerebbe fare se si volesse interpretare il rinvio contenuto nell'art. 2482-ter c.c. come se avesse ancora ad oggetto il vecchio limite minimo dettato dall'art. 2463, comma 2, n. 4), c.c. e non invece il nuovo limite minimo dettato dall'art. 2463, comma 4, c.c. Tra le diverse considerazioni che si possono fare, si pensi in particolare alla seguente. Da un lato, una società che sia nata con un capitale sociale di un euro e che, dopo aver accantonato riserve tali da avere un patrimonio netto superiore a diecimila euro, subisca perdite tali da ridurre il proprio patrimonio netto a un ammontare non inferiore a un euro può continuare la propria attività, senza alcun obbligo di ricapitalizzazione. Dall'altro, una società che sia nata con un capitale pari o superiore a diecimila euro e che subisca le stesse perdite sarebbe tenuta, non solo a ridurre il capitale sociale a copertura delle perdite, ma anche ad aumentarlo sino ad almeno diecimila euro, ove non decidesse di sciogliersi o trasformarsi in società di persone.

Ragioni di coerenza logica, di parità di trattamento e di aderenza alle finalità della disciplina così riformata inducono pertanto ad aderire all'interpretazione - peraltro già diffusa in dottrina - che svaluta il dato letterale della norma ora citata e che colloca a un euro la soglia di ricapitalizzazione delle società che abbiano perso l'intero capitale sociale.

Una volta venuto meno il significato letterale del rinvio al vecchio limite minimo dettato dall'art. 2463, comma 2, n. 4), c.c., ai fini della ricapitalizzazione in caso di perdita del capitale sociale di s.r.l. che siano state costituite con un capitale sociale non inferiore a diecimila euro, viene meno la tenuta sistematica di tutti e tre i rinvii al vecchio limite minimo, contenuti negli artt. 2482 e 2482-ter c.c. E si giustificano così i corollari affermati nella massima in epigrafe, secondo la quale il nuovo limite minimo di un euro trova applicazione non solo in caso di ricapitalizzazione dopo la perdita del capitale, bensì anche in ogni caso di: (i) riduzione del capitale sociale, sia a copertura di perdite che mediante rimborso ai soci (o nelle altre forme dell'art. 2482 c.c.); (ii) aumento del capitale sociale, sia a pagamento sia mediante imputazione di riserve.

L'unico ulteriore vincolo che deriva dall'attuale sistema di regole, concerne invero le ipotesi di riduzione del capitale con modalità diverse dalla copertura di perdite (ossia mediante rimborso ai soci, mediante liberazione dei soci dall'obbligo dei conferimenti o mediante passaggio di parte del capitale sociale a riserva), qualora la somma del capitale sociale e della riserva legale risulti inferiore a euro diecimila. Questa operazione sarebbe infatti incompatibile con l'obbligo di accantonamento "accelerato" della riserva legale, disposto dall'art. 2463, comma 5, c.c., che dà luogo a una sorta di "seconda asticella" posta dal legislatore a un livello superiore al nuovo limite minimo del capitale sociale, in corrispondenza del vecchio limite minimo dei diecimila euro. Siffatto patrimonio netto vincolato sembra quindi impedire che qualsiasi s.r.l. deliberi volontariamente un'operazione sul capitale che abbia ad effetto la riduzione di tale patrimonio netto vincolato - costituito dalla somma del capitale sociale e dalla riserva legale - al di sotto dei diecimila euro. Va infine segnalato il problema che si verifica quando il capitale sociale eroso da perdite al di sotto dei diecimila euro non sia interamente versato, stante la possibilità che la previsione dell'art. 2463, comma 4, c.c., sia da interpretare nel senso che anche in questo caso il capitale sociale, una volta ridotto a un ammontare inferiore a diecimila euro, debba essere interamente versato.

(Consiglio Notarile di Milano, Massima n. 143 del 19 maggio 2015)

 

8) Azioni a voto “diverso” e quorum assembleari

Azioni a voto “diverso” e quorum assembleari (artt. 2351, 2357-ter, comma 2, 2368, 2369 c.c., 120, 127-quinquies, 127-sexies t.u.f.). E’ questa la Massima n. 144 del Consiglio Notarile di Milano pubblicata il 19 maggio 2015.

In presenza di azioni a voto plurimo, a voto limitato o senza diritto di voto, ai fini del calcolo dei quorum richiesti dalla legge e dallo statuto per la costituzione dell'assemblea ordinaria e straordinaria e per l'assunzione delle relative deliberazioni, si computa il numero dei voti spettanti alle azioni e non il numero delle azioni o la parte di capitale da esse rappresentata, salva una diversa disposizione statutaria.

In caso di azioni il cui diritto di voto è suscettibile di variazione in dipendenza di situazioni soggettive dell'azionista, il Consiglio ritiene che:

(i) ai fini del calcolo dei quorum il cui denominatore sia costituito dal capitale sociale "totale", si debba computare il numero dei voti spettanti a tutte le azioni emesse, al momento dell'assemblea, tenendo conto delle situazioni soggettive risultanti alla società in forza dei criteri applicabili a seconda delle tecniche di legittimazione e circolazione delle azioni di volta in volta applicabili;

(ii) ai fini del calcolo dei quorum il cui denominatore sia costituito dal capitale sociale "rappresentato in assemblea", si debba computare il numero dei voti effettivamente spettanti alle azioni intervenute in assemblea;

il tutto fatto salvo il disposto degli artt. 2368, comma 3, e 2357-ter, comma 2, c.c.

La determinazione dei quorum costitutivi e deliberativi delle assemblee di s.p.a. richiede due distinte "operazioni", che potremmo definire come il computo delle azioni e il calcolo dei quorum. Il "computo delle azioni" consiste nel conteggio del numero delle azioni sulle quali si deve poi calcolare il quorum richiesto ai fini della valida costituzione dell'assemblea (quorum costitutivo) o ai fini della valida assunzione di una deliberazione (quorum deliberativo). Il "calcolo dei quorum" consiste invece nella determinazione in concreto, di volta in volta, del numero di azioni o di voti favorevoli necessario per la costituzione dell'assemblea o per l'assunzione della deliberazione.

La "base di calcolo" che si ottiene dal computo delle azioni (e sulla quale si deve calcolare il quorum) è anche definita quale "denominatore" della frazione, mentre il numero di azioni necessario per la costituzione o la deliberazione è individuato come "numeratore" della frazione medesima. Così, ad esempio, là dove si stabilisce che l'assemblea straordinaria di seconda convocazione "delibera con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea", al denominatore si pone il numero delle azioni presenti, mentre al numeratore si pone il numero dei voti necessari per assumere la deliberazione.

Nel regime legale delle deliberazioni assembleari di società per azioni, la "base di calcolo" per la determinazione dei quorum assembleari è talvolta costituita dal capitale sociale tout court ("capitale totale") e altre volte dal capitale sociale rappresentato in assemblea ("capitale rappresentato"). Mentre il "capitale totale" è suscettibile di essere utilizzato come base di calcolo ai fini sia dei quorum costitutivi sia di quelli deliberativi, il "capitale rappresentato" per sua natura può essere utilizzato come base di calcolo solo per i quorum deliberativi. E del resto, nel regime legale delle società per azioni, l'ordinamento si avvale del "capitale totale" quale base di calcolo talvolta per i quorum costitutivi e talaltra per i quorum deliberativi, mentre utilizza il "capitale rappresentato" solo ai fini del calcolo dei quorum deliberativi.

Quando la base di calcolo sia data dal "capitale totale", la legge si riferisce al capitale sociale sottoscritto al momento in cui si svolge l'assemblea. Ancor meglio dovremmo dire che si deve prendere a riferimento, più che la cifra del capitale sociale, il numero totale delle azioni emesse al momento della riunione assembleare. Quando invece la base di calcolo è costituita dal "capitale rappresentato", la legge si riferisce alla parte di capitale "presente in assemblea" ossia al numero di azioni intervenute, in ordine alle quali è stato in concreto esercitato il diritto di intervento da parte del soggetto a ciò legittimato, in proprio o mediante un suo delegato.

I concetti e i principi sin qui esposti trovano applicazione senza particolari problemi allorché si dia luogo alla fattispecie paradigmatica secondo la quale tutte le azioni attribuiscono il diritto di voto e ciascuna azione attribuisce diritto a un voto. Essi richiedono invece una sorta di "adattamento" qualora ci si discosti dalla regola "un'azione, un voto", nelle ipotesi e nei limiti in cui ciò sia consentito dalla legge. Ed è proprio su tale "adattamento" che si esprime la massima in epigrafe (che non prende tuttavia in considerazione le ulteriori possibili situazioni "perturbanti", quali la sospensione del diritto di voto, la presenza di azioni proprie o di azioni in conflitto di interessi, essenzialmente disciplinate dagli artt. 2368, comma 3, e 2357-ter, comma 2, c.c.).

La regola "un'azione, un voto", in seguito alla modifica dell'art. 2351 c.c., ad opera del d.l. 91/2014, è derogabile sia verso il basso che verso l'alto. Verso il basso, può essere ridotto o anche eliminato il numero di voti spettanti a ciascuna azione, fermo restando il limite complessivo delle azioni a voto non pieno (art. 2351, comma 2, c.c.). Verso l'alto, può essere aumentato il numero di voti spettanti a ciascuna azione, sino al limite massimo di tre voti per azione (art. 2351, comma 4, c.c.). Tanto la riduzione quanto l'incremento del numero dei voti possono essere configurati dallo statuto in modalità diverse: possono essere fissi o variabili nel tempo, possono riguardare tutte le deliberazioni o alcune di esse, così come possono dipendere da condizioni non meramente potestative (come espressamente previsto dall'art. 2351, comma 3 c.c., per la riduzione del voto, da ritenersi applicabile anche all'ipotesi di incremento del voto). Tali condizioni possono a loro volta riguardare in modo "oggettivo" tutte le azioni a cui si applica la diminuzione o l'incremento del voto (ad esempio il raggiungimento o il mancato raggiungimento di determinati risultati economici da parte della società, il verificarsi di determinati eventi riguardanti la società o altre vicende previste dallo statuto), così come possono dipendere da situazioni "soggettive" legate al titolare delle azioni (ad esempio la sussistenza o meno di determinati requisiti soggettivi dell'azionista, quali la forma giuridica o l'età, oppure il numero di azioni possedute dall'azionista, etc.).

In tutti questi casi di azioni a voto "quantitativamente" diverso occorre pertanto adeguare i criteri coi quali si procede sia al computo delle azioni che al calcolo dei quorum.

La massima afferma la necessità - in tutti i casi di computo delle azioni, sia quando la base di calcolo è data dal "capitale totale", sia quando essa è costituita dal "capitale rappresentato" - di "sostituire" il numero delle azioni con il numero dei voti ad esse spettanti. Il che significa che in presenza di "azioni a voto quantitativamente diverso": (i) quando la base di calcolo è data dal "capitale totale" si deve prendere a riferimento il numero totale dei voti spettanti alle azioni emesse al momento della riunione assembleare; (ii) quando invece la base di calcolo è costituita dal "capitale rappresentato", si deve prendere a riferimento il numero totale dei voti spettanti alle azioni intervenute.

Tale criterio rappresenta il logico corollario della regola dettata espressamente dalla legge per una delle ipotesi di "azioni a voto quantitativamente diverso", ossia le azioni senza voto. Ai sensi dell'art. 2368, comma 1, c.c. - dettato per l'assemblea ordinaria di prima convocazione, ma ritenuto pacificamente applicabile anche alle altre assemblee - sono infatti "escluse dal computo le azioni prive del diritto di voto nell'assemblea". Ciò significa che quando la base di calcolo è data dal "capitale totale", la legge mostra di non dare rilevanza al capitale sociale in sé, al suo valore nominale e nemmeno al numero totale delle azioni emesse, bensì alle sole azioni con diritto di voto. Posto che tale regola è stata dettata con riferimento all'ipotesi tipica (e originariamente unica) di privazione tout court del voto per determinate competenze assembleari, appare del tutto coerente estenderla alle altre configurazioni attualmente possibili della deroga al principio "un'azione, un voto". Essa è del resto confermata dalla scelta espressamente operata dal legislatore in un particolare caso di azioni a voto quantitativamente diverso, e precisamente dall'art. 127-quinquies, comma 8, TUF, con riferimento alle azioni a voto maggiorato nelle società quotate.

Si deve altresì ritenere, a maggior ragione, che valga la medesima interpretazione, nel senso poc'anzi illustrato, anche tutte le volte in cui la base di calcolo sia data dal "capitale rappresentato", giacchè diversamente si introdurrebbe (surrettiziamente) o una limitazione dell'incremento del voto spettante alle azioni a voto plurimo o una maggiorazione della rilevanza delle azioni a voto "quantitativamente" limitato. Il che sarebbe certamente ammissibile qualora ciò fosse voluto dall'autonomia negoziale, ma occorrerebbe a questo fine un'apposita clausola statutaria che preveda espressamente il mancato computo della diminuzione del voto o del suo incremento ai fini del calcolo di tutti o parte dei quorum costitutivi e/o deliberativi. Va peraltro precisato che il risultato finale di una simile clausola non potrebbe comunque condurre a una riduzione dei quorum minimi stabiliti dalla legge (ipotesi che potrebbe verificarsi, ad esempio, qualora essa fosse riferita alle ipotesi di voto contingentato o scaglionato).

Il criterio di computo dei voti - anziché delle azioni - nel capitale totale o nel capitale rappresentato ai fini del calcolo di tutti i quorum assembleari, affermato nel primo comma della massima, richiede poi un'ulteriore precisazione nei casi in cui la deroga al coefficiente 1:1 di attribuzione del diritto di voto sia subordinata a condizioni soggettive, dipendenti da situazioni del singolo azionista e non valevoli per tutte le azioni. In questi casi (si è fatto l'esempio della sussistenza o meno di determinati requisiti soggettivi dell'azionista, quali la forma giuridica o l'età, oppure del numero di azioni possedute dall'azionista, etc.), la differenza sta nel fatto che il numero complessivo dei voti spettanti alle azioni emesse è mutevole nel tempo e dipende da fattori diversi per ciascun azionista, non sempre e necessariamente noti alla società.

Ciò non crea alcun problema per il computo dei voti allorché la base di calcolo sia data dal "capitale rappresentato", giacchè la società è in grado di verificare, al momento dell'assemblea, le condizioni soggettive relative a tutte le azioni intervenute, mentre d'altro canto non rilevano (con riferimento al capitale rappresentato) le condizioni soggettive relative alle azioni non intervenute. Quando invece la base di calcolo sulla quale si deve verificare il quorum (costitutivo o deliberativo che sia) è data dal "capitale totale", occorre stabilire con quale criterio procedere a tale operazione. Nella massima si afferma che si deve tener conto delle situazioni soggettive risultanti alla società al momento di inizio dell'assemblea, in forza delle tecniche di legittimazione e circolazione delle azioni di volta in volta applicabili.

Il che significa che: (i) se le azioni sono incorporate in certificati azionari, l'accertamento del numero di voti spettanti al momento dell'assemblea viene effettuato in base ai certificati azionari esibiti ai fini dell'intervento, per le azioni intervenute, e alle risultanze del libro dei soci, per le azioni non intervenute; (ii) se le azioni non sono incorporate in certificati azionari, avendo la società deciso di non emetterli ai sensi e per gli effetti dell'art. 2346, comma 1, c.c., l'accertamento del numero di voti viene effettuato, per tutte le azioni, in base alle risultanze del libro dei soci; (iii) se le azioni non sono incorporate in certificati azionari, avendo la società optato per il regime di dematerializzazione ai sensi degli artt. 83-bis e seguenti TUF, l'accertamento del numero di voti viene effettuato in base alle certificazioni inviate dagli intermediari ai fini dell'intervento, per le azioni intervenute, e alle risultanze del libro dei soci, per le azioni non intervenute. E' peraltro possibile, e in tal caso assume rilevanza ai fini anche dell'accertamento del numero dei voti per il computo della base di calcolo, che lo statuto faccia dipendere la modifica, verso l'alto o verso il basso, del numero dei voti spettanti alle singole azioni, da una procedura di accertamento preventivo, che consente pertanto alla società di sapere, in ogni momento, quale sia il numero totale dei voti spettanti a tutte le azioni in circolazione.

Quanto sopra esposto deve altresì tener conto, per le società con azioni negoziate in mercati regolamentati e in sistemi multilaterali di negoziazione, della disciplina speciale contenuta nell'art. 83-sexies TUF, con particolare ma non esclusivo riferimento alla regola della c.d. record date, nonché, per le società con azioni negoziate in mercati regolamentati, della disciplina del voto maggiorato, ai sensi dell'art. 127-quinquies TUF.

(Consiglio Notarile di Milano, Massima n. 144 del 19 maggio 2015)

 

9) Disponibile il software Unico ENC 2015 e quello di controllo

L’Agenzia delle entrate, il 20 maggio 2015, ha reso disponibile il software Unico ENC 2015, versione 1.0.0, utile per compilare e trasmettere in via telematica la dichiarazione dei redditi degli enti non commerciali per il periodo d’imposta 2014. La stessa Agenzia ha, altresì, reso disponibile il relativo software di controllo.

 

Vincenzo D’Andò