Diario fiscale del 23 aprile 2015: un riassunto dei 3 Decreti di semplificazione appena pubblicati dal Governo

Pubblicato il 23 aprile 2015



nuovo interpello per le imprese; i tre decreti attuativi della riforma fiscale; Corte Ue: niente Iva per francobolli e servizi postali; contrasto al lavoro nero: ispezioni, in arrivo 132.500 controlli; una precompilata: errori o “orrori”?; fino al prossimo 24 aprile possono essere consultati gli schemi dei futuri bilanci; beni aziendali non trovati nel magazzino: non va bene l’inventario “di rettifica” fatto dal curatore in ritardo; aziende pubbliche: modalità di elaborazione della ListaPosPA del flusso UniEmens; Inps artigiani e commercianti: nel “cassetto previdenziale” sono già disponibili i modelli F24 del 2015; niente contributo addizionale sull’indennità per mancato avviamento al lavoro

 

 Indice:

 1) Nuovo interpello per le imprese

 2) I tre decreti attuativi della riforma fiscale

 3) Corte Ue: niente Iva per francobolli e servizi postali

 4) Contrasto al lavoro nero: ispezioni, in arrivo 132.500 controlli

 5) Una precompilata: errori o “orrori” ?

 6) Fino al prossimo 24 aprile possono essere consultati gli schemi dei futuri bilanci

 7) Beni aziendali non trovati nel magazzino: non va bene l’inventario “di rettifica” fatto dal curatore in   ritardo

 8) Aziende pubbliche: modalità di elaborazione della ListaPosPA del flusso UniEmens

 9) Inps artigiani e commercianti: nel “cassetto previdenziale” sono già disponibili i modelli F24 del 2015/2016

 10) Niente contributo addizionale sull’indennità per mancato avviamento al lavoro

 

 

1) Nuovo interpello per le imprese

Tra le principali novità contenute nello schema di decreto legislativo in materia di crescita e internazionalizzazione delle imprese, approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta n. 60 del 21 aprile 2015, si introduce un nuovo tipo di interpello rivolto alle imprese che effettuano investimenti superiori a 30 milioni di euro, finalizzato a dare certezza al contribuente in merito ai profili fiscali dei piani di investimento che si intende realizzare. L’Agenzia delle entrate avrà 120 giorni per rispondere e vincolerà l’Amministrazione finanziaria per cinque anni.

Lo schema di decreto attuativo della delega fiscale in materia di crescita e internazionalizzazione introduce nel nostro ordinamento un interpello per le società che effettuano nuovi investimenti, con la finalità di dare certezza al contribuente sui profili fiscali del piano di investimento che intende attuare.

La norma è rivolta alle imprese che vorranno investire nel nostro Paese non meno di 30 milioni di euro e che, soprattutto, vorranno garantire stabili ricadute occupazione. La soglia minima per l’investimento dovrà essere documentata dal contribuente. A tal fine sarà fondamentale la presentazione di un business plan nel quale indicare l’ammontare, i tempi e le modalità dell’investimento.

In pratica, questi soggetti potranno chiedere preventivamente alle Entrate il trattamento fiscale da riservare al loro progetto economico comprese possibili operazioni straordinarie per la sua realizzazione (fusioni, scissioni societarie). Si tratta di un’attività di consulenza dell’Agenzia delle entrate ad ampio raggio, resa con riferimento a più imposte, con riferimento sia agli aspetti interpretativi sia applicativi ed elusivi delle diverse disposizioni di legge.

La risposta dell’Agenzia arriverà per iscritto entro 120 giorni (prorogabili di 90 giorni qualora sia necessario acquisire ulteriori informazioni) e vincolerà l’amministrazione finanziaria per cinque anni (quello della domanda e i quattro successivi). E’ previsto il silenzio-assenso qualora l’Agenzia delle Entrate non risponda entro i termini indicati.

L’Agenzia delle entrate pubblicherà annualmente la sintesi delle posizioni interpretative rese e aventi interesse generale.

La definizione delle modalità applicative dell’interpello è demandata alla competenza di un decreto del MEF, cui farà seguito un provvedimento direttoriale delle Entrate chiamato ai individuare gli uffici competenti al rilascio delle risposte.

Nuovi criteri per l’introduzione delle white-list

Lo schema di decreto legislativo in materia di internazionalizzazione approvato il 21 aprile 2015 dal Consiglio dei Ministri cancella l’articolo 168-bis del TUIR ridefinendo le condizioni per l’emanazione di nuovi elenchi degli Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni (c.d. “white-list”)

Lo schema di decreto legislativo in materia di crescita e internazionalizzazione approvato dal Consiglio dei ministri il 21 aprile dispone la cancellazione del vigente articolo 168-bis del TUIR. La norma, si ricorda, prevede il superamento delle black-list attraverso l’adozione di white-list chiamate a individuare i Paesi considerati collaborativi. Tale previsione, tuttavia, non si è mai concretizzata dal momento che la stessa si è rivelata di difficile attuazione soprattutto con riferimento all’emanazione della lista, prevista al comma 2 dell’articolo 168-bis, degli Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni e “nei quali il livello di tassazione non è sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia”.

Al fine di fornire anche nel nuovo quadro normativo i criteri per la formazione della lista in questione, lo schema di decreto reintroduce all’articolo 6 del D.lgs. n. 239 del 1996 il principio secondo cui la lista dovrà comprendere Stati e territori che “consentono un adeguato scambio di informazioni”, nonché all’articolo 11 le disposizioni che conferiscono al Ministero dell’economia il potere di emanare più decreti contenenti le white-list e le modifiche che man mano si renderanno necessarie.

Deducibilità di interessi passivi

Lo schema di decreto attuativo della delega fiscale in materia di crescita e internazionalizzazione delle imprese modifica in modo significativo la disciplina normativa per la deduzione fiscale degli interessi passivi, con un ampliamento delle componenti che concorrono al calcolo del ROL.

Lo schema di decreto attuativo della delega fiscale in materia di crescita e internazionalizzazione reca un intervento di razionalizzazione del sistema di deduzione degli interessi passivi di cui all’articolo 96 del TUIR.

In particolare, si prevede l’inclusione nel calcolo del ROL anche dei dividendi provenienti dalle società controllate estere, in modo da riconoscere la deduzione degli interessi passivi in funzione dei flussi finanziari di ritorno effettivamente correlati all’investimento partecipativo estero. Per contro, viene eliminata la previsione che attualmente consente di calcolare il limite di deduzione degli interessi passivi includendo virtualmente nel consolidato nazionale anche le società controllate estere, in modo da poter tener conto anche del ROL di tali società.

Viene poi eliminato il riferimento nell’articolo 96 all’applicazione prioritaria delle regole di indeducibilità previste con riferimento agli interessi su titoli obbligazionari.

Il provvedimento specifica, inoltre, che ai fini dell’applicazione della disciplina in questione si considerano società che svolgono in via effettiva e prevalente attività immobiliare, quelle il cui valore dell’attivo patrimoniale è costituito per la maggior parte del valore normale degli immobili destinati alla locazione e i cui ricavi sono rappresentati per almeno due terzi da canoni di locazione.

Nuove regole per la tassazione dei redditi prodotti dalle stabili organizzazioni

Lo schema di decreto legislativo in materia di internazionalizzazione delle imprese approvato il 21 aprile 2015 dal Consiglio dei Ministri introduce nell’ordinamento alcune regole volte a determinare il reddito derivante dalle attività esercitate nel territorio mediante stabili organizzazioni, recependo gli ultimi indirizzi dettati in sede OCSE.

Lo schema di decreto attuativo della delega fiscale in materia di crescita e internazionalizzazione modifica le regole di tassazione dei redditi prodotti dalle stabili organizzazioni, recependo le indicazioni e gli orientamenti espressi in ambito OCSE.

Per la determinazione del reddito di società ed enti commerciali non residenti, occorrerà fare riferimento al nuovo articolo 151 del TUIR che prevede la tassazione su base isolata, senza compensazioni e secondo le disposizioni del Titolo I del TUIR dei redditi che si considerano prodotti nel territorio dello Stato, con la sola eccezione dei redditi d’impresa da stabile organizzazione. Per questi ultimi, coerentemente alla scelta di aderire all’impostazione adottata dall’OCSE in tema di reddito attribuibile alla stabile organizzazione la nuova versione dell’articolo 152 del TUIR prevede che il reddito della stabile sia determinato sulla base degli utili e delle perdite riferibili al soggetto stesso secondo le disposizioni previste per i soggetti IRES.

Al fine di rilevare più compiutamente i fatti di gestione attribuibili alla stabile, anche in relazione alla struttura patrimoniale, si introduce l’obbligo di redazione da parte dei soggetti non residenti di un apposito rendiconto economico e patrimoniale secondo i principi contabili previsti per i soggetti aventi le medesime caratteristiche.

Inoltre, lo schema di decreto introduce la c.d. “branch exemption”, ossia la possibilità che in capo ad un’impresa residente non assumano rilevanza fiscale gli utili e le perdite realizzati dalle proprie stabili organizzazioni all’estero, da determinarsi con i criteri di cui all’articolo 152 del TUIR. Tuttavia, in caso di opzione per l’applicazione della branch exemption, nei confronti di tali stabili è applicabile la disciplina prevista per le CFC salvo non ricorrano le esimenti previste dall’articolo 167 del TUIR.

L’opzione è irrevocabile e va esercitata per tutte le stabili organizzazioni della medesima impresa, a condizione che non siano localizzate in Stati o territori black-list.

Credito d’imposta per tutti i redditi prodotti all’estero: Infine, lo schema di decreto legislativo estende a tutti i contribuenti le disposizioni contenute nei commi 5 e 6 dell’articolo 165 del TUIR, attualmente riservate ai redditi d’impresa prodotti all’estero tramite una stabile organizzazione, ossia: la detraibilità delle imposte estere pagate a titolo definitivo nel periodo in cui il reddito viene tassato in Italia; la possibilità di riporto delle eccedenze di imposta estera rispetto a quella italiana.

Regole semplificate per CFC e costi black-list

Lo schema di decreto legislativo in materia di crescita e internazionalizzazione limita l’applicazione del regime di imponibilità dei dividendi provenienti da partecipazioni in società localizzate in territori a fiscalità privilegiata. In particolare si rende facoltativa la presentazione dell’interpello per la disapplicazione della disciplina CFC. Viene inoltre eliminata l’esimente secondo cui la deducibilità dei costi black-list è subordinata all’esercizio da parte dell’impresa estera di una attività commerciale effettiva.

Lo schema di decreto legislativo di attuazione della delega fiscale recante misure per la crescita e l’internazionalizzazione contiene diverse novità in materia di fiscalità internazionale.

Anzitutto, l’applicazione del regime di piena imponibilità dei dividendi provenienti da Paesi “black list” (disciplina CFC), viene limitata alle sole situazioni di detenzione di partecipazioni dirette in una società localizzata in Stati o territori a fiscalità agevolata oppure, in caso di partecipazione indiretta, di titolarità di una partecipazione di controllo in una società intermedia white-list che consegua, a sua volta, utili da partecipate in territori a fiscalità privilegiata.

Al fine di rimuovere alcune distorsioni della disciplina, lo schema di decreto introduce un credito d’imposta a favore del socio di controlloresidente (ovvero alle controllate residenti) sugli utili percepiti e sulle plusvalenze realizzate. L’agevolazione è tesa a evitare che il controllante che disapplica la normativa CFC sulla base della prima esimente di cui all’articolo 167, comma 5, lett. a) del TUIR subisca – nel caso in cui decida di rimpatriare gli utili percepiti – una tassazione più onerosa di quella che avrebbe subito qualora avesse tassato per trasparenza il reddito della partecipata black-list. Analogo effetto si verifica in caso di realizzo della plusvalenza derivante dalla cessione della partecipazione, che non godendo del regime di esenzione della PEX, concorre alla formazione del reddito complessivo del socio italiano per l’intero importo, senza beneficiare di alcun credito a fronte delle imposte assolte dal soggetto partecipato black-list.

Interpello facoltativo per la disapplicazione della disciplina CFC: Modificando l’ultimo periodo dell’articolo 167 del TUIR, lo schema di decreto elimina l’obbligo di interpello ai fini della disapplicazione della disciplina CFC in caso di partecipazioni detenute in imprese estere controllate. Tale obbligo è sostituito dalla facoltà per il controllante di presentare interpello ai sensi dell’articolo 21 della L. 413/1991 al fine di ottenere il preventivo parere dell’Agenzia delle entrate in merito alla disapplicazione della normativa in oggetto. Viene così operato un sostanziale allineamento con quanto previsto dalla disciplina in materia di deducibilità dei costi black-list.

Allo stesso modo viene meno l’obbligatorietà dell’interpello relativo a partecipazioni in soggetti residenti o localizzati in Stati o territori non black-list alle quali risulta applicabile la disciplina CFC (ex. art. 167 comma 8-bis). In relazione a tali ipotesi è previsto che con provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle Entrate siano indicati criteri per determinare con modalità semplificate l’effettivo livello di tassazione applicato alla società estera.

Tra le altre modifiche si prevede che nella determinazione del reddito dei soggetti esteri controllati, si applicano tutte le regole di determinazione del reddito complessivo previste per le imprese residenti (anche non comprese nel TUIR). Viene così garantita una maggiore equivalenza della base imponibile del reddito estero, imputato per trasparenza in capo al socio italiano, rispetto a quella del reddito prodotto in Italia, ferma restando la modalità separata di tassazione del primo.

Semplificata la disciplina dei costi black-list: L’articolo 5 dello schema di decreto, modificando l’articolo 110 comma 10 del TUIR, riconosce la deducibilità dei costi black-list entro il limite del valore normale di beni e servizi acquistati in base ad operazioni che hanno avuto concreta esecuzione. Inoltre si prevede la possibilità di dedurre i suddetti costi a prescindere dalla circostanza che l’impresa estera svolga prevalentemente una attività commerciale effettiva.

Lo schema di decreto, infine, prevede che ai fini delle imposte sui redditi, IVA e IRAP, per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non possa essere presunto soltanto sulla base del valore dichiarato o accertato ai fini dell’imposta di registro ovvero delle imposte ipotecarie e catastali.

Accordi preventivi con il fisco per le imprese internazionali

Lo schema di decreto legislativo in materia di crescita e internazionalizzazione delle imprese introduce una nuova disciplina specifica per la sottoscrizione di accordi di natura preventiva con il fisco aventi ad oggetto diverse fattispecie di rilievo transnazionale, tra cui la determinazione del valore normale di trasferimento intercompany (transfer pricing), la definizione dei valori di ingresso e di uscita in caso di trasferimento della residenza e la tassazione degli utili e delle perdite attribuite alle stabili organizzazioni.

L’articolo 1 dello schema di decreto legislativo di attuazione della delega fiscale recante misure per la crescita e l’internazionalizzazione modifica nella sostanza la disciplina del ruling di standard internazionale, attualmente contenuta nell’articolo 8 del D.L. 269/2003.

Nel dettaglio, la disposizione prevede l’inserimento del nuovo articolo 31-ter nel DPR n. 600/1973, contenente la disciplina degli accordi fiscali, di natura preventiva, aventi ad oggetto diverse fattispecie di rilievo transnazionale.

La scelta, spiega la relazione illustrativa, è in linea con la volontà del legislatore di intendere il controllo di tipo tradizionale come un momento eventuale del rapporto con il contribuente, favorendo forme di interlocuzione avanzata, tese ad esplicitare la pretesa erariale attraverso moduli consensuali e partecipativi.

L’ambito di operatività degli accordi preventivi: Il nuovo articolo 31-ter enuclea quattro principali ambiti di operativi degli accordi preventivi. Si tratta, in particolare, dell’area della disciplina dei prezzi di trasferimento di cui all’articolo 110 comma 7 del TUIR e della definizione dei valori di ingresso e di uscita in caso di trasferimento della residenza, dell’attribuzione di utili e perdite alle stabili organizzazioni, della valutazione preventiva della sussistenza dei requisiti che configurano o meno una stabile organizzazione, nonché dell’individuazione delle modalità di tassazione di dividendi, interessi e royalties.

Accordi vincolanti per cinque anni: Gli accordi vincoleranno le parti per cinque periodi d’imposta (quello di sottoscrizione e i quattro successivi). Per il periodo intercorrente tra la data di presentazione dell’istanza e quello di conclusione dell’accordo il contribuente avrà la possibilità di ricorrere al ravvedimento operoso, oppure di presentare dichiarazione integrazione, senza applicazione di sanzioni.

Abuso del diritto: Le novità

Abuso del diritto all’esame del Consiglio dei ministri: Il 21 aprile 2015 si è svolto, infatti, il secondo esame preliminare del decreto attuativo della delega fiscale in materia di certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente. Il decreto, rispetto a quello che il Governo aveva proposto a dicembre per poi ritirarlo dopo qualche settimana, non contiene più le disposizioni in materia di sanzioni dopo le polemiche che tali norme avevano sollevato.

Durante la seduta n. 60 del 21 aprile 2015, dunque, il governo ha esaminato, per la seconda volta, lo schema di decreto sulle nuove norme sull’abuso del diritto, rubricato “Disposizioni sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente, in attuazione degli articoli 5, 6 e 8, comma 2, della legge n. 23/2014”.

Si tratta di una nuova stesura del decreto che era stato presentato a dicembre e poi repentinamente ritirato per le note polemiche sul nuovo sistema sanzionatorio che escludeva la sanzione penale in caso di imposte evase non superiore al 3% al reddito dichiarato (o IVA dichiarata).

Pertanto, ora l’Esecutivo ci riprova, ma presenta un testo che non contiene le suddette norme “incriminate”.

L’intento è quello di rafforzare la certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente in materia di abuso del diritto ed elusione fiscale, prevedendo, al contempo, alcune disposizioni sul raddoppio dei termini per l’accertamento e sulla tax compliance.

La principale novità delle nuove disposizioni consiste nella unificazione, in un unico concetto, sia dell’abuso del diritto che dell’elusione fiscale: la nuova norma (inserita nella legge n. 212/2000, il c.d. “Statuto del contribuente”) ha una valenza generale, con riguardo a tutti i tributi (imposte sui redditi e imposte indirette, fatta comunque salva la speciale disciplina vigente in materia doganale).

Presupposti dell’abuso: Rispetto alla prima versione del decreto, salvo sorprese contenute nel testo che sarà ufficializzato, restano confermati i tre presupposti che determinano l’esistenza dell’abuso.

In particolare, affinché si verifichi la fattispecie occorre:

- l’assenza di sostanza economica delle operazioni effettuate (ossia operazioni che non perseguono obiettivi quali, ad esempio, sviluppo dell’attività o creazione di posti di lavoro, ma solo vantaggi fiscali;

- la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito;

- la circostanza che il vantaggio fiscale costituisca l’effetto essenziale dell’operazione.

Andando un po’ più nel dettaglio, va specificato che:

- sono operazioni prive di sostanza economica i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali;

- per vantaggi fiscali indebiti si considerano i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario;

- l’elemento determinante per l’abuso è costituito dal fatto che tale vantaggio fiscale costituisca il perno su cui ruota l’intera operazione.

In pratica, i vantaggi fiscali indebiti che si realizzano per effetto dell’operazione priva di sostanza economica devono costituire un elemento fondamentale rispetto a tutti gli altri fini perseguiti.

Si dà, quindi, importanza all’intento “doloso” del contribuente che, nella condotta messa in atto, ha come scopo essenziale quello di perseguire un vantaggio indebito.

Non si considerano invece abusive le operazioni giustificate da “valide ragioni extrafiscali non marginali” anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa o dell’attività professionale del contribuente.

Salvo sorprese dell’ultima ora, si presume che verrà confermata anche la norma, presente nella prima bozza del testo, secondo cui resta ferma la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale, sempre che queste ultime non configurino un caso di abuso del diritto.

Ad esempio, non dovrebbe essere possibile configurare una condotta abusiva laddove il contribuente scelga, per dare luogo all’estinzione di una società, di procedere a una fusione (operazione fiscalmente neutra) anziché alla liquidazione. Infatti, sono due operazioni messe sullo stesso piano, ancorché disciplinate da regole fiscali diverse.

Ruolo dell’amministrazione finanziaria: Le nuove norme dispongono che, quando l’Agenzia delle Entrate accerta la condotta abusiva, le operazioni elusive effettuate dal contribuente diventano inefficaci ai fini tributari e, quindi, non sono ottenibili i relativi vantaggi fiscali.

Dal punto di vista prettamente procedurale, l’onere di dimostrare la sussistenza dell’abuso è a carico dell’Amministrazione finanziaria.

Al contrario, in presenza di “valide ragioni extrafiscali non marginali” alla base delle operazioni compiute, che, come detto, inibiscono l’applicazione delle nuove norme, sta al contribuente dimostrarne la sussistenza.

Novità in materia di accertamento: Un'altra grossa novità contenuta nel decreto riguarda il raddoppio dei termini di accertamento.

Come noto, secondo quanto stabilito dagli articoli 43 del D.P.R. n. 600/1973 e dall’articolo 57 del D.P.R. n. 633/1972, in presenza di un reato fiscale di natura penale, la decadenza di accertamento passa dal 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione all’ottavo anno, e dal quinto anno successivo, in caso di omessa presentazione, al decimo anno.

Le nuove disposizioni, per meglio tutelare il contribuente, prevedono che il raddoppio dei termini in presenza di un reato penale sia possibile a condizione che la denuncia all’autorità giudiziaria da parte dell’Amministrazione finanziaria sia inviata entro i termini ordinari dell’accertamento.

Pertanto, si introduce una condicio sine qua non secondo cui il raddoppio non opera se la denuncia sia presentata o trasmessa oltre la scadenza ordinaria dei termini.

Regime di adempimento collaborativo: Il decreto, infine, sempre per facilitare i rapporti tra fisco e contribuenti, introduce un nuovo schema di tax compliance (si tratta di una sorta di “dialogo” tra l’Agenzia delle Entrate e i contribuenti) denominato “Regime di adempimento collaborativo”, valevole in via di prima applicazione per le imprese di maggiori dimensioni (dovrebbero essere interessate le imprese con fatturato superiore a 10 miliardi di euro).

L’accesso al regime, che non è obbligatorio, è subordinato al possesso da parte del contribuente di un sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale, che consenta l’autovalutazione preventiva e il monitoraggio dei rischi.

L’intento è quello di imbastire uno scambio continuo di informazioni improntato alla trasparenza, che, imponendo una serie di doveri a carico dell’Agenzia delle entrate e del contribuente, realizza anticipatamente un sistema di controllo per prevenire potenziali controversie fiscali.

 

 

2) I tre decreti attuativi della riforma fiscale

Approvati il 21 aprile 2015 i tre decreti attuativi della riforma fiscale. Passa dalla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente, dalla crescita e l’internazionalizzazione delle imprese e dall’incrementazione della fatturazione elettronica l’attuazione della delega fiscale (legge 11 marzo 2014, n. 23).

Il Consiglio dei Ministri ha esaminato tre decreti legislativi su questi temi, un ulteriore tassello della riforma del sistema fiscale in corso, equivalente a un’operazione di “manutenzione straordinaria” delle regole fiscali con l’obiettivo di renderle più semplici e più trasparenti.

Decreti che portano avanti il cambiamento di ruolo del fisco, non più verificatore "a valle" della correttezza degli adempimenti, ma soggetto che aiuta "a monte" i contribuenti ad effettuare correttamente gli adempimenti fiscali.

Il decreto legislativo sull’abuso del diritto

I concetti di abuso del diritto ed elusione fiscale vengono unificati e applicabili a tutti i tributi, con l’obiettivo di delineare con certezza la condotta contestabile al contribuente. Ciò fornisce al contribuente margini chiari entro i quali operare senza incorrere nella violazione involontaria dello spirito delle norme fiscali. L’abuso si verifica quando si effettuano operazioni (fatti, atti, contratti) che presentano tutte le seguenti caratteristiche:

Non c’è sostanza economica;

Il vantaggio fiscale realizzato con l’operazione, pur formalmente corretta, è in contrasto con le finalità delle norme tributarie;

Il vantaggio fiscale è l’effetto essenziale dell’operazione.

L’operazione viene considerata legittima quando produce un effetto economico indiretto, per esempio in caso di riorganizzazione gestionale che migliora il funzionamento dell’impresa.

L’onere della prova dell'abuso è a carico dell’amministrazione finanziaria. Il contribuente deve invece dimostrare il vantaggio extrafiscale in vista del quale ha fatto l’operazione.

L’abuso è marginale rispetto alla disciplina di altri e più gravi comportamenti che violano direttamente le norme: per esempio la simulazione di operazioni, reati tributari, evasione, frode. Pertanto mentre questi comportamenti presentano rilevanza penale, ove si verifichino operazioni in contrasto con la finalità delle norme senza una violazione diretta delle norme stesse e quindi in caso di un abuso del diritto il regime sanzionatorio è di tipo amministrativo e non penale.

Termini di accertamento: attualmente l'amministrazione finanziaria può chiedere il raddoppio dei termini di accertamento anche in assenza di una denuncia o se la denuncia è presentata oltre i termini ordinari; con le nuove norme il raddoppio dei termini è consentito soltanto se la denuncia viene presentata entro la scadenza ordinaria dei termini. In questo modo si migliorano le condizioni di certezza in cui operano i contribuenti.

Adempimento collaborativo: alle imprese di maggiori dimensioni (in prima applicazione sono quelle con un volume d'affari non inferiore a 10 miliardi di euro) viene reso disponibile un regime di scambio di informazioni con l’amministrazione fiscale che consente di individuare potenziali controversie e attivare una procedura abbreviata di interpello preventivo. Con questo regime si crea uno spazio di collaborazione che ha lo scopo di aiutare il contribuente a fare scelte corrette grazie a un ruolo rinnovato dell’Agenzia delle entrate che diventa consulente del contribuente e non più solo controllore, e lavora fianco a fianco delle imprese per assisterle nella propria strategia fiscale e prevenire contenziosi.

Il decreto legislativo sulle operazioni transfrontaliere per l’internazionalizzazione delle imprese

L’obiettivo di questo pacchetto di norme è di rendere il nostro Paese maggiormente attrattivo e competitivo per le imprese, italiane o straniere, che intendono operare in Italia.

Il ruolo che il fisco deve svolgere, a sostegno dell’internazionalizzazione, è quello di ridurre i vincoli alle operazioni transfrontaliere e di creare un quadro normativo quanto più certo e trasparente per gli investitori. In questa direzione vanno gli interventi di riordino previsti, concernenti vari aspetti della fiscalità internazionale finalizzati a:

creare un contesto di maggiore certezza, anche eliminando alcune lacune dell’ordinamento domestico, per favorire gli investimenti diretti dall’estero;

ridurre gli adempimenti per le imprese e i relativi oneri amministrativi;

adeguare la normativa interna alle recenti pronunce giurisprudenziali della Corte di Giustizia;

eliminare alcune distorsioni del sistema vigente.

In particolare si segnala l’introduzione di un interpello per le società che desiderano effettuare investimenti nel nostro Paese, anche nel caso di investimenti su imprese in crisi con impatto positivo sull’occupazione; in questi casi l’Agenzia delle Entrate svolge un ruolo di consulenza che ha lo scopo di accompagnare le decisioni di investimento.

Gli interventi proposti sono redatti in coerenza e nel rispetto del diritto dell’Unione europea e degli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla Corte di Giustizia; tengono altresì conto dei più recenti lavori espressi in sede OCSE e degli sviluppi della discussione a livello europeo sull’adozione di una base imponibile comune consolidata (CCCTB).

Il decreto legislativo sulla fatturazione elettronica tra imprese (B2B)

La fatturazione elettronica per il settore privato è facoltativa ma prevede la riduzione dei termini di accertamento, un'agevolazione per le imprese a patto che sia consentita la tracciabilità delle transazioni. Il decreto introduce nel settore privato lo strumento della fatturazione elettronica, già attiva in tutto il comparto pubblico dal 30 marzo 2015. Non si tratta ancora di un obbligo, ma della creazione delle condizioni e delle infrastrutture che incentivano le imprese ad adottare la fatturazione elettronica perché con questa innovazione si riducono i costi diretti, in termini operativi, e i costi indiretti, in termini di adempimenti amministrativi e contabili. L’utilizzo della fatturazione elettronica è quindi facoltativo e decorrerà dal 1° gennaio 2017. Si è scelto di dare un tempo adeguato sia alle imprese sia all’amministrazione per adeguare i propri sistemi informatici. Tuttavia il servizio base per la trasmissione all’Agenzia delle Entrate di tutte le fatture sarà possibile già a decorrere dal 1° luglio 2016.

Le regole tecniche e i termini per la trasmissione delle fatture saranno definite con un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Tra le conseguenze importanti di questa innovazione c’è la possibilità che i controlli dell’Agenzia delle Entrate vengano effettuati da remoto, anziché presso le imprese, riducendo quindi l’invasività del fisco che cercherà pertanto di non ostacolare l’ordinaria attività delle imprese. Inoltre per i soggetti che scelgono di avvalersi della fatturazione elettronica vengono meno gli obblighi di comunicazione relativi al cosiddetto ‘spesometro’ e alle ‘black lists’. Inoltre, beneficiano di rimborsi Iva più veloci.

(MEF, nota del 21 aprile 2015)

 

 

3) Corte Ue: niente Iva per francobolli e servizi postali

Corte Ue: Sono senza Iva i servizi postali e i francobolli. La Corte di giustizia UE, con la sentenza 21 aprile 2015, causa C-114/14, ha fornito indicazioni in merito alla compatibilità della legislazione svedese con quella comunitaria che ha indotto la Commissione europea a intervenire.

Il fatto

Il 10 aprile 2006, la Commissione europea ha inviato una lettera di messa in mora alla Svezia sostenendo che era venuta meno agli obblighi derivanti dal rispetto dell’articolo 13, titolo A, paragrafo 1), lettera a) e titolo B), lettera e), della direttiva Iva. Il motivo è legato al fatto che la Svezia non esenta da Iva né le prestazioni di servizi né le cessioni di beni accessori a tali prestazioni, esclusi il trasporto di persone e le telecomunicazioni, effettuate dai servizi pubblici postali, né le cessioni, al valore facciale, di francobolli validi per l’affrancatura nel suo territorio.

Di contrario avviso si mostrava la Svezia che, dal suo punto di vista, non riteneva di accogliere le contestazioni ricevute. La Commissione, pertanto, proponeva ricorso avanti la Corte Ue e la Svezia resisteva in giudizio.

In primo luogo, secondo la Commissione, la Svezia deve esentare dall’Iva i servizi e le cessioni di beni accessori, esclusi il trasporto di persone e le telecomunicazioni, che una società di servizi postali privata, designata fornitore del servizio postale universale in Svezia, doveva fornire conformemente alla direttiva 97/67.

La Commissione, in particolare, osserva che i servizi del fornitore del servizio universale, conformemente agli obblighi ad esso incombenti in virtù degli articoli da 3 a 6 della direttiva 97/67, rientravano nella nozione di "operazioni (…) effettuate dai servizi pubblici postali" ai sensi dell’articolo 132, paragrafo 1, lettera a) della direttiva Iva.

Nè alcuna distorsione di concorrenza, continua la Commissione, può dispensare la Svezia dal suo obbligo di applicare l’esenzione Iva, che si distingue da altre disposizioni della medesima direttiva proprio per il suo carattere incondizionato.La Svezia, di contro, sostiene che esentare la società privata di servizi postali dall’Iva sarebbe stato contrario proprio alla direttiva Iva, alle disposizioni del trattato sul funzionamento dell'unione europea in materia di concorrenza nonché agli scopi della direttiva 97/67.

A tal proposito esso faceva valere che, in Svezia, una trentina di imprese operavano, in condizioni finanziarie identiche, su un mercato postale liberalizzato da lungo tempo, in cui non esisteva più un "servizio postale universale". In questo senso, esentare la società fornitrice del servizio universale dall’Iva equivale a conferirle, rispetto ai suoi concorrenti, un vantaggio tale da violare la libera concorrenza del mercato postale, a scapito del consumatore finale.

Riguardo la seconda censura, la Commissione sostiene che la Svezia doveva esentare dall’Iva le cessioni, al valore facciale, di francobolli validi per l’affrancatura nel suo territorio. Essa sosteneva che i francobolli costituissero una modalità di pagamento dei servizi postali e che la portata dell’esenzione prevista per quanto li riguardava avrebbe dovuto, ad ogni modo, corrispondere a quella riconosciuta all’esenzione prevista per i servizi pubblici postali.La Svezia, invece, si avvaleva del descritto argomento della Commissione ma traeva la conclusione contraria, conformemente al preteso assoggettamento all'Iva dei servizi pubblici postali.

La sentenza

Secondo la Corte, il ricorso della Commissione è integralmente fondato. La società considerata, secondo gli eurogiudici, dato che assicura in Svezia tutto o parte del "servizio postale universale", ai sensi della direttiva 97/67, deve essere qualificata come "servizio pubblico postale", secondo l’articolo 132, paragrafo 1, lettera a), della direttiva Iva, e, di conseguenza, le prestazioni di servizi e le cessioni di beni accessori a tali prestazioni, esclusi il trasporto di persone e le telecomunicazioni, che tale società effettua in quanto fornitore del servizio universale, devono essere esentate dall’Iva.

Né giova alla posizione della Svezia, continua la Corte, l'argomento secondo cui il principio di neutralità osterebbe all’interpretazione della direttiva Iva proposta dalla Commissione: infatti, le prestazioni della società fornitrice del servizio postale universale non sono diverse da quelle effettuate da altri operatori sul mercato svedese. In questo senso, la differenza tra i servizi pubblici postali e gli altri operatori non attiene alla natura delle prestazioni effettuate, ma al fatto che gli operatori che assicurano tutto o parte del servizio postale universale sono assoggettati ad un regime giuridico particolare comprendente obblighi specifici, ai quali è effettivamente soggetta la società svedese.Quanto alla seconda censura - argomenta la Corte - risulta dalla formulazione letterale dell’articolo 135, paragrafo 1, lettera h), della direttiva Iva che gli Stati membri devono esentare dall’Iva le cessioni, al valore facciale, di francobolli validi per l’affrancatura nel loro rispettivo territorio.Pertanto, concludono i togati comunitari, l'assoggettamento all'Iva - previsto dalla legislazione svedese - è contrario alle disposizioni dell’articolo 132, paragrafo 1, lettera a), della direttiva sull'imposta sul valore aggiunto.

Dunque, la Svezia è venuta meno agli obblighi ad esso incombenti in forza, rispettivamente, degli articoli 132, paragrafo 1, lettera a), e 135, paragrafo 1, lettera h), della direttiva Iva, non esentando dall’imposta sul valore aggiunto le prestazioni di servizi e le cessioni di beni accessori a tali prestazioni, esclusi il trasporto di persone e le telecomunicazioni, effettuate dai servizi pubblici postali, nonché le cessioni, al valore facciale, di francobolli validi per l’affrancatura nel suo territorio.

 

 

4) Contrasto al lavoro nero: ispezioni, in arrivo 132.500 controlli

Controlli più stringenti su circa 132.500 aziende, ripartite su basi regionali, secondo quanto contenuto nel documento di programmazione dell'attività ispettiva del Ministero del Lavoro.

L’obiettivo è quello di contrastare il lavoro nero, incrementato dalla crisi, prevenire l'inosservanza della normativa lavoristico-previdenziale e l’aumento dei ricorsi alle conciliazioni monocratiche e alle diffide accertative per deflazionare il contenzioso e soddisfare le pretese patrimoniali del lavoratore.

Tra le regioni in cui è previsto un incremento delle ispezioni la Puglia è al primo posto(13.880), seguita da Lombardia (13.800) e Lazio (12.600). Nel documento sono previste, inoltre, almeno quattro specifiche campagne “straordinarie” di vigilanza, che saranno organizzate nel corso dell’anno.

Documento di programmazione della vigilanza per l’anno 2015

La Direzione Generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro ha emanato il documento di programmazione dell’attività di vigilanza per l’anno 2015 al fine di orientare l’azione di controlli dei propri ispettori verso ambiti e fenomeni attentamente selezionati, con l’obiettivo di contrastare illeciti sostanziali, realizzando, così, una effettiva tutela delle condizioni dei lavoratori.

L’obiettivo finale da conseguire è pertanto l’accertamento ed il contrasto ai fenomeni di irregolarità che destano maggior allarme economico sociale, poste in essere sia da singoli datori di lavoro che da vere e proprie “organizzazioni” in grado di infiltrarsi nelle diverse economie locali, alterandone sensibilmente l’equilibrio complessivo.

Numero di accessi ispettivi programmati per l’anno 2015

DIREZIONI REGIONALI

NUMERO AZIENDE DA ISPEZIONARE

ABRUZZO

 

BASILICATA

 

CALABRIA

 

CAMPANIA

 

EMILIA   ROMAGNA

 

FRIULI   VENEZIA GIULIA

 

LAZIO

 

LIGURIA

 

LOMBARDIA

 

MARCHE

 

MOLISE

 

PIEMONTE

 

PUGLIA

 

SARDEGNA

 

TOSCANA

 

UMBRIA

 

VALLE   D’AOSTA

350

VENETO

 

TOTALE  

 

 

 

5) Una precompilata: errori o “orrori” ?

Una precompilata all’insegna di errori. Dopo solo una settimana dall’avvio della trasmissione da parte dell’Agenzia delle Entrate della dichiarazione precompilata a circa 20 milioni di contribuenti, aumentano le segnalazioni di errori e incongruenze, tanto da muovere anche i professionisti intermediari abilitati. In particolare per Rosario De Luca, presidente di Fondazione Studi: «in questi primi giorni di applicazione stiamo riscontrando conferma alle nostre previsioni. Il nostro Osservatorio», dichiara De Luca, «rileva l’assenza di problemi generalizzati dal punto di vista informatico nell’utilizzo della piattaforma. Come è confermata la necessità di intervenire sulla precompilata per modificare o inserire dati errati o mancanti. E la percentuale di dichiarazioni su cui intervenire» conferma il presidente, «è altissima con la conseguente assunzione della responsabilità tributaria piena da parte del consulente del lavoro che interviene. Non credo che tutto questo possa passare inosservato.

(Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, nota del 22 aprile 2015)

 

 

6) Fino al prossimo 24 aprile possono essere consultati gli schemi dei futuri bilanci

Bilancio 2016, ecco gli schemi di decreto della direttiva 2013/34/UE. Sono in pubblica consultazione fino al 24 aprile 2015 gli schemi di decreti attuativi che prevedono più attenzione al trattamento contabile degli strumenti finanziari ma anche semplificazioni e esenzioni per le microimprese.

La Legge 7 ottobre 2014, n. 154 (legge di delegazione europea) ha delegato il Governo ad emanare i decreti per l’attuazione della direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio di talune tipologie di imprese. La direttiva 2013/34/UE ha abrogato le precedenti direttive in materia di bilanci annuali e consolidati (direttive 78/660/CEE e 83/349/CEE del Consiglio), e costituisce ora, l’unico atto legislativo dell’Unione europea cui dovranno conformarsi gli Stati membri nel definire i propri ordinamenti contabili. Il termine per recepire la direttiva è il 20 luglio 2015.

Anche sulla base di una precedente consultazione del luglio 2014 e con la collaborazione dell’Organismo Italiano Contabilità, sono stati redatti tre schemi di decreto posti in consultazione dal 14 aprile 2015 e fino al 24 aprile 2015. Si tratta in particolare di:

- Uno schema di articolato recante modifiche ed innovazioni al Codice Civile e ad altri provvedimenti legislativi che regolano la disciplina relativa agli obblighi di bilancio e obblighi di trasparenza delle società operanti nei settori estrattivi e forestale;

- una tabella di comparazione, con testi a fronte, tra le disposizioni vigenti e la nuova norma dopo le modifiche;

- uno schema di articolato contenente disposizioni specifiche rivolte a talune tipologie di intermediari finanziari e destinato a sostituire il decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 87, emanato prima dell’introduzione degli IAS/IFRS. Tra le innovazioni da segnalare in materia di normativa di bilancio vi sono: Una generale graduazione degli obblighi informativi, sulla base delle dimensioni delle imprese definite da valori di bilancio e numero dei dipendenti. L’esigenza di informativa e trasparenza deve essere infatti bilanciata con gli oneri amministrativi che comporta e che possono non essere del tutto giustificati per le imprese di minori dimensioni.

Vi è poi l’introduzione di un regime per le c.d. “micro imprese” ancora più semplificato rispetto a quello previsto per le “piccole imprese”.

La modernizzazione degli istituti relativi al trattamento contabile dei derivati, degli strumenti finanziari, dei crediti e dei debiti, mediante avvicinamento a quanto previsto in materia dagli IAS/IFRS, per le imprese di grandi dimensioni. Questo al fine di responsabilizzare le imprese nella sottoscrizione di tali strumenti che, data la loro complessità e potenziale rischiosità, necessitano di vedere evidenziati immediatamente in bilancio i propri effetti; In questo'ottica il documento Rendiconto finanziario entrerebbe a far parte dei documenti ufficiali del Bilancio a fianco di Conto Economico Stato patrimoniale e Nota Integrativa.

L’estensione di tale trattamento contabile degli strumenti finanziari anche alle imprese di assicurazione, per le quali non si considera del tutto adatta l’applicazione del criterio del costo ammortizzato, della cd. attualizzazione e del fair value, anche per il necessario raccordo tra valutazione delle attività e delle passività, in attesa che nei prossimi anni si completi la transizione delle imprese assicurative ai principi contabili internazionali (IFRS).

 

 

7) Beni aziendali non trovati nel magazzino: non va bene l’inventario “di rettifica” fatto dal curatore in ritardo

Beni aziendali non trovati nel magazzino: non va bene l’inventario “con segno meno” redatto dal curatore due anni dopo la registrazione contabile. I beni non trovati in magazzino si considerano venduti.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6517 del 2015. La presunzione di vendita delle merci non rinvenute comporta l’onere di provare il contrario a carico del contribuente e i mezzi probatori sono espressamente previsti dalla legge. La Suprema Corte, con la sentenza 6517/2015, è, dunque, tornata ad occuparsi dei presupposti applicativi della presunzione di cessione dei beni non rinvenuti (articolo 53, Dpr 633/1972) e dei documenti utilizzabili ai fini della prova contraria, precisando che l’inventario fallimentare redatto dal curatore due anni dopo la registrazione contabile, sulla base di una nota di credito non esibita ai verificatori, non è idoneo a fornire una dimostrazione di segno contrario in ordine alla diversa destinazione dei beni non reperiti. Non rientra, infatti, tra le prove documentali utilizzabili.

Il fatto

La vicenda processuale trae origine da un avviso di accertamento per l’anno di imposta 2002, con il quale l’ufficio, sulla base delle risultanze del pvc della Guardia di finanza, recuperava a tassazione le maggiori imposte sui redditi dovute in conseguenza della presunta cessione a terzi delle merci non reperite in magazzino, sebbene registrate nel libro giornale della società alla data del 13 gennaio 2003.

L’atto impositivo, notificato al Fallimento della contribuente, veniva impugnato dinanzi alla Ctp di Roma, che accoglieva il ricorso. La Ctr respingeva l’appello dell'ufficio, evidenziando che le merci non rinvenute dalla Guardia di finanza erano incluse nell’inventario fallimentare redatto dal curatore due anni dopo, ossia il 30 aprile 2005, sulla base di una nota di credito non esibita ai verificatori. L’ufficio ricorreva in Cassazione lamentando (ex articolo 360, comma 1, numeri 3 e 5, cpc) che la Ctr aveva errato nel ritenere che le merci non rinvenute in magazzino, sebbene annotate nel libro giornale, coincidessero con quelle indicate nell’inventario fallimentare redatto successivamente dal curatore. Il giudice di appello avrebbe dovuto, invece, tener conto esclusivamente delle risultanze del processo verbale di constatazione, in quanto atto facente fede fino a querela di falso ai sensi dell’articolo 2700 cc, e non dedurre l’esistenza delle merci da un documento non rientrante tra le prove utilizzabili (ex articolo 53, Dpr 633/1972), a sua volta basato su una nota di credito non esibita in sede di verifica e, pertanto, non utilizzabile in sede contenziosa (ex articolo 32, comma 4, Dpr 600/1973).

La decisione

I giudici di legittimità hanno accolto la tesi del Fisco, affermando che la natura di presunzione legale relativa, ascrivibile alla presunzione di cessione dei beni non rinvenuti, comporta l’ammissibilità della prova contraria da parte del contribuente “ma tale prova deve essere fornita solo entro i limiti di oggetto e di mezzi probatori specificamente indicati dall’art. 53 cit., e da quest'ultimo previsti ad evidenti fini antielusivi (Cass. 15087/2000; 16483/2006; 15312/2008)”. L’articolo 53, comma 1, Dpr 633/1972 dispone che “si presumono ceduti i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti. Tra tali luoghi rientrano anche le sedi secondarie, filiali, succursali, dipendenze, stabilimenti, negozi, depositi ed i mezzi di trasporto nella disponibilità dell'impresa”.

In particolare, la presunzione di cessione scaturisce dal raffronto tra l’entità dei beni acquistati, importati o prodotti (al netto dei beni utilizzati per la produzione, perduti o distrutti, nonché dei beni consegnati a terzi in lavorazione, deposito o comodato, eccetera) e quella dei beni effettivamente giacenti nei luoghi ove il contribuente svolge le proprie operazioni, comprese le dipendenze, e cosi via. La differenza tra le due entità evidenzia la quantità dei beni che, in via presuntiva, sono da considerare ceduti, con la conseguenza che, ove le effettive consistenze finali risultino inferiori a quelle contabilizzate, i beni costituenti la differenza si considerano ceduti in evasione del tributo. Tale presunzione legale, trattandosi di presunzione iuris tantum, consente all’Ufficio di dare per avvenuta la cessione dei beni fino alla dimostrazione del contrario. L’elencazione dei mezzi di prova di cui può avvalersi il contribuente, per superare la presunzione di cessione, ha carattere tassativo. Pertanto, non sono ammessi elementi giustificativi diversi da quelli espressamente contemplati dalla norma (articolo 2, comma 1, del Dpr 441/1997). Benché la presunzione di cessione sia stata dettata in materia di Iva, non può non avere rilievo quale fondamento dell’esistenza di fatti rilevanti anche in ordine all’accertamento delle imposte sul reddito “in virtù del principio di unitarietà dell’ordinamento, ed in applicazione dell'art. 12 preleggi, comma 2” (Cassazione 16483/2006).

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha rilevato che l’inventario fallimentare del curatore non rientra tra i documenti specifici indicati dall’articolo 53 e, conseguentemente, non è idoneo a fornire gli elementi di prova di segno contrario “in ordine ad una diversa destinazione dei beni non reperiti dai verbalizzanti”. Ciò a maggior ragione a fronte di un processo verbale di constatazione, dal quale si desume l’assenza in magazzino dei beni annotati nel libro giornale, che non può essere messo in discussione da un inventario redatto a distanza di due anni dalla registrazione contabile. Tale atto, infatti, sotto il profilo probatorio, è dotato di fede privilegiata ai sensi dell’articolo 2700 cc quanto ai fatti in esso descritti, per contestare i quali è, pertanto, necessaria la proposizione della querela di falso (Cassazione 2949/2006). Peraltro, l’inventario del curatore si basa su una nota di credito non esibita in occasione della verifica. Per questo la stessa non può essere utilizzata in sede contenziosa (articolo 32, comma 4, Dpr 600/1973). Sulla base di dette considerazioni, i giudici di legittimità hanno cassato con rinvio la sentenza impugnata, nella parte in cui non ha applicato la presunzione di cessione prevista dall’articolo 53 del Dpr 633/1972.

 

 

8) Aziende pubbliche: modalità di elaborazione della ListaPosPA del flusso UniEmens

Aziende e Amministrazioni pubbliche iscritte alla gestione pubblica: modalità di elaborazione della ListaPosPA del flusso UniEmens ai fini della retribuzione figurativa da valorizzare nel conto individuale dell’iscritto e degli imponibili credito e Enpdep per riposi, permessi e congedi decreto legislativo 26 marzo 2001 n.151, legge 5 febbraio 1992 n.104, art.20, comma 2, decreto legge 25 giugno 2008 n.112.

Vengono illustrate le modalità di valorizzazione dei periodi con contribuzione figurativa ai fini pensionistici a carico dell’Istituto per gli eventi di cui al d.lgs. n. 151/2001; legge n. 104/1992 e art. 20, comma 2, d.l. n.112/2008 per le aziende e le amministrazioni pubbliche i cui dipendenti sono iscritti alla Gestione Pubblica. Sono fornite le indicazioni per la valorizzazione dell’imponibile della gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali e della gestione Enpdep.

(Inps, circolare n. 81 del 22 aprile 2015)

 

 

9) Inps artigiani e commercianti: nel “cassetto previdenziale” sono già disponibili i modelli F24 del 2015/2016

Gestione Artigiani e Commercianti: E’ tutto pronto per l’imposizione contributiva dell’anno di imposta 2015.

Lo comunica l’Inps, con il messaggio n. 2776 del 22 aprile 2015.

Come si ricorderà, la circolare n. 26 del 4 febbraio scorso aveva illustrato “La contribuzione dovuta per l’anno 2015 dagli Artigiani e dagli Esercenti attività commerciali”, adesso l’Inps comunica che è stata ultimata l’elaborazione dell’imposizione contributiva per tutti i soggetti iscritti alla gestione previdenziale per l’anno 2015.

A seguito di ciò sono stati predisposti i modelli “F24” necessari per il versamento della contribuzione dovuta nell’anno 2015/2016 (dal 16 maggio 2015 fino al 16 febbraio 2016). I modelli F24 sono disponibili in versione precompilata nel Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti alla sezione Posizione assicurativa – Dati del modello F24 dove è possibile consultare anche il prospetto di sintesi degli importi dovuti con le relative scadenze e causali di pagamento.

Inoltre, poiché la circolare n. 24/2013, ha previsto che “l’Istituto, a partire dall’anno 2013, non invierà più le comunicazioni contenenti i dati e gli importi utili per il pagamento della contribuzione dovuta…”, le suddette comunicazioni sono disponibili, sempre nel Cassetto, anche alla sezione Comunicazione bidirezionale – Modelli F24, con la riproduzione della stessa lettera che prima del 2013 veniva spedita a mezzo posta.

E’ previsto, inoltre, l’invio di email di alert ai titolari di posizione assicurativa, ovvero loro intermediari delegati, per i quali si è in possesso di recapito email.

Viene, infine precisato che attraverso i servizi disponibili online nel Cassetto citato, è possibile presentare la dichiarazione prevista per l’adesione al regime contributivo agevolato di cui alla ex art 1, commi 76-84 L. 190/2014.

L’accesso ai Servizi del Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti avviene, come di consueto, tramite PIN del soggetto titolare di posizione contributiva, ovvero di un suo intermediario in possesso di delega in corso di validità.

 

 

10) Niente contributo addizionale sull’indennità per mancato avviamento al lavoro

Indennità pari all’integrazione salariale straordinaria ai lavoratori portuali per le giornate di mancato avviamento al lavoro (art. 3, comma 2, L. 92/2012) senza contributo addizionale (art. 8, c.1, D.L. 21.3.1988, n. 86, conv. con mod. dalla L. 20.5.1988, n. 160): L’Inps, con il messaggio n. 2778 del 22 aprile 2015, fornisce gli opportuni chiarimenti.

Con circolari nn. 1, 13 e 83 del 2013, si è provveduto a regolare le modalità di accesso alle prestazioni di cui in oggetto nonché le relativa disciplina contributiva.

Ai fini del relativo finanziamento, l’art. 3, co. 3, della legge 28 giugno 2012, n. 92, dispone che “alle imprese e agenzie di cui all'articolo 17, commi 2 e 5, della legge 28 gennaio 1994, n. 84, e successive modificazioni, e alle società derivate dalla trasformazione delle compagnie portuali ai sensi dell'articolo 21, comma 1, lettera b), della medesima legge n. 84/1994, nonché ai relativi lavoratori, è esteso l'obbligo contributivo di cui all'articolo 9 della legge 29 dicembre 1990, n. 407”.

Come già precisato nelle circolari n.13 e 83 del 2013, la suddetta disposizione estende in capo alle imprese sopra indicate solo l’obbligo contributivo di cui all'articolo 9 della legge 29 dicembre 1990, n. 407 e non la disciplina in materia di integrazione salariale straordinaria.

Pertanto, relativamente alle indennità di cui all’art. 3, c. 2, L. 92/12 non è dovuto il contributo addizionale di cui di cui all’art. 8, comma 1, del D.L. 21 marzo 1988, n. 86, convertito, con modificazioni, dalla L. 20 maggio 1988, n. 160.

 

Vincenzo D’Andò