Diario quotidiano del 31 marzo 2015: in arrivo il D.LGS. sulla territorialità IVA delle prestazioni di servizi

Pubblicato il 31 marzo 2015



Iva: il governo stabilisce il luogo delle prestazioni di servizi; semplificazioni nello scambio di informazioni tra paesi UE; é il Fisco che dimostra che vi sia stata elusione; nelle ristrutturazioni l’Iva é detraibile; é retroattiva l’abolizione della indeducibilità dei costi black list; assegno per il nucleo familiare e assegno di maternità concessi dai comuni: rivalutazione per l’anno 2015 della misura degli assegni e dei requisiti economici; INAIL: copertura assicurativa dei beneficiari di forme di sostegno del reddito coinvolti in attività di volontariato; le politiche di contrasto alla corruzione: otto linee d’azione; frode carosello: come dimostrarne l’estraneità; sovraindebitamento: i Commercialisti ricorrono al TAR contro il decreto
 Indice:  1) Iva: il governo stabilisce il luogo delle prestazioni di servizi  2) Semplificazioni nello scambio di informazioni tra paesi ue  3) E’ il Fisco che dimostra che vi sia stata elusione  4) Nelle ristrutturazioni l’Iva é detraibile  5) E’ retroattiva l’abolizione della indeducibilità dei costi black list  6) Assegno per il nucleo familiare e assegno di maternità concessi dai comuni: rivalutazione per l’anno 2015   della misura degli assegni e dei requisiti economici  7) INAIL: copertura assicurativa dei beneficiari di forme di sostegno del reddito coinvolti in attività di   volontariato  8) Le politiche di contrasto alla corruzione: otto linee d’azione  9) Frode carosello: come dimostrarne l’estraneità

 10) Sovraindebitamento: i Commercialisti ricorrono al TAR contro il decreto

1) Iva e commercio elettronico: il governo stabilisce il luogo delle prestazioni di servizi

Il Consiglio dei ministri ha finalmente attuato la direttiva in merito al luogo delle prestazioni di servizi, attraverso un Decreto Legislativo ora reso definitivo.

Lo scorso 27 marzo, infatti, il governo italiano, su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha approvato un decreto legislativo di attuazione della direttiva 2008/8/CE che modifica la direttiva 2006/112/CE per quanto riguarda il luogo delle prestazioni di servizi.

Le nuove norme, in vigore dal 1° gennaio 2015, modificano i criteri di determinazione del luogo della prestazione di servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici rese nei confronti di committenti non soggetti passivi d’imposta. Viene così stabilito che l’IVA è dovuta nel luogo ove il committente è stabilito ovvero ha il domicilio o la residenza.

In particolare, le prestazioni di servizi rese mediante mezzi elettronici, nei casi in cui il committente è domiciliato nel territorio dello Stato o ivi residente senza domicilio all’estero, si considerano effettuate nel territorio dello Stato, pertanto, mentre in precedenza le prestazioni di servizi rese con mezzi elettronici da soggetti comunitari ed extraCe a soggetti non passivi residenti non si consideravano effettuate nel territorio dello Stato, con le nuove norme tali operazioni diventano imponibili ai fini IVA in Italia.

Inoltre si prevede l’istituzione dei regimi speciali del “mini sportello unico” (in inglese “Mini One Stop Shop, abbreviato in MOSS) in base ai quali i soggetti passivi non stabiliti nell’Unione europea ed i soggetti passivi stabiliti nell’Ue, aderiscono rispettivamente al “regime non UE” e al “regime UE” per assolvere l’IVA dovuta, ai sensi dei nuovi criteri di territorialità, negli Stati membri di stabilimento dei committenti non soggetti passivi.

L’Adesione al MOSS rappresenta una forte misura di semplificazione, in quanto i soggetti passivi che optano per detto regime non sono tenuti ad identificarsi in ciascuno Stato membro di consumo per l’assolvimento degli obblighi di dichiarazione e versamento dell’IVA ivi dovuta, ma effettuano un’unica dichiarazione ed un unico versamento per l’IVA dovuta in tutti gli stati membri ove non stabiliti.

2) Semplificazioni nello scambio di informazioni tra paesi UE

Il governo ha anche attuato la decisione relativa alla semplificazione dello scambio di informazioni e intelligence tra le autorità degli Stati membri dell’Ue.

Il Consiglio dei Ministri, il 27 marzo 2015, ha, infatti, approvato un decreto legislativo che attua le disposizioni della decisione quadro 2006/960/GAI del Consiglio, relativa alla semplificazione dello scambio di informazioni e intelligence tra le autorità degli Stati membri dell’Unione europea incaricate dell’applicazione della legge.

Le norme mirano a standardizzare e velocizzare lo scambio informativo tra le autorità di “law enforcement”, con particolare riguardo alla prevenzione e contrasto di gravi manifestazioni criminali. La cooperazione di polizia transfrontaliera viene reimpostata sulla base del cosiddetto “principio di disponibilità”, in base al quale i dati rilevanti ai fini di “law enforcement” possono circolare “liberamente” nel territorio europeo, senza risentire dei limiti delle frontiere nazionali e delle diversità ordinamentali. Viene, a tal fine, prevista l’adozione di un modulo in cui l’autorità competente incaricata dell’allocazione della legge di uno Stato membro o associato Schengen può richiedere informazioni o intelligence direttamente agli organi competenti, che sono tenuti a fornirli in termini certi e particolarmente brevi salvo che non ricorrano i casi di divieto tassativamente individuati.

Il recepimento di queste misure mette quindi a disposizione delle forze di Polizia strumenti capaci di realizzare una più incisiva ed efficace acquisizione informativa soprattutto con riguardo a quei fenomeni criminali più pericolosi socialmente e che frequentemente assumono connotati transnazionali. È il caso, per esempio, del terrorismo, della delinquenza organizzata e dei reati strumentali al furto di dati personali.

3) E’ il Fisco che dimostra che vi sia stata elusione

La Cassazione ancora una volta si dimostra favorevole ai contribuenti ai quali è stata contestata l’elusione fiscale. È infatti nullo l’accertamento quando l’Amministrazione finanziaria non spiega in che modo è stata raggirata la norma per ottenere l’indebito risparmio d’imposta. La Suprema corte, con la sentenza n. 6226 del 27 marzo 2015, ha, quindi, accolto il ricorso di una società. In questo modo la sezione tributaria rafforza il concetto per cui incombe alle Entrate la prova del disegno elusivo. L’Amministrazione finanziaria ha dunque l’onere di provare il disegno elusivo, nonché le modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e utilizzati solo per pervenire a quel risultato fiscale. Non costituisce elusione la sola scelta del contribuente di non seguire l’opzione fiscalmente più onerosa.

Va evidenziato che, mentre al comma 1 dell’art. 37-bis del Dpr 670/73 in esame, si specifica, quali requisiti necessari per l'individuazione del comportamento elusivo, che l’operazione comporti un aggiramento «patologico» di norme tributarie, che attraverso essa si realizzi un risparmio d’imposta indebito e che l'operazione complessivamente considerata sia priva di valide ragioni economiche, nei commi 4 e 5 si tiene conto del diritto di difesa del contribuente, imponendosi il contraddittorio preventivo. A questo punto anche l’atto impositivo deve allinearsi al principio e va motivato non essendo sufficiente un mero rinvio al processo verbale di constatazione. Anche la Procura generale ha chiesto di accogliere il ricorso del contribuente e il rinvio alla Ctr.

4) Nelle ristrutturazioni l’Iva é detraibile

Il locatore può detrarre l’Iva per i lavori di ristrutturazione dell'immobile. Per ottenere il beneficio fiscale non è infatti necessario che il contribuente sia anche proprietario del bene. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 6200 del 27 marzo 2015, ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

La sezione tributaria ha quindi dato ragione al conduttore di un complesso alberghiero che aveva chiesto il rimborso Iva sulla maxi ristrutturazione fatta sul fabbricato. La Suprema corte, confermando il verdetto di Ctp e Ctr, ha infatti spiegato, allineandosi alla giurisprudenza europea, che stessa Corte di giustizia non ha mancato di ricordare che l’obbligo del fisco nazionale di rimborsare l’eccedenza dell'Iva si riconnette al diritto del contribuente all’immediato diritto a detrazione secondo un sistema diretto ad esonerare interamente l’imprenditore dall'Iva dovuta o pagata nell’ambito delle sue attività economiche. Tra l’altro la Corte di Lussemburgo ha ripetutamente ribadito che, ai fini di stabilire se sia detraibile, o meno un’attività di acquisto o di ristrutturazione di un bene da adibire all’esercizio dell'impresa, deve aversi riguardo all’intenzione del soggetto passivo di imposta, confermata da elementi obiettivi, di utilizzare un bene o un servizio per fini aziendali; il che consente di determinare se, nel momento in cui procede all’operazione a monte, detto soggetto passivo agisca come tale, e debba dunque poter beneficiare del diritto a detrazione dell’Iva. Ne consegue che il sistema comune garantisce, di regola, «la perfetta neutralità dell'imposizione fiscale per tutte le attività economiche, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di dette attività, purché queste siano di per sé soggette all'Iva».

5) E’ retroattiva l’abolizione della indeducibilità dei costi black list

Ires: Sono sempre deducibili i costi black list non separatamente indicati nel Modello Unico. Si consolida l’orientamento meno gravoso per il contribuente, con la sola sanzione del 10% anche per le violazioni ante 2007. La Corte di Cassazione (n. 6205 del 27 marzo 2015) conferma l’efficacia retroattiva dell’abolizione del regime di indeducibilità dei costi derivanti da operazioni intercorse con controparti localizzate in Paesi a fiscalità privilegiata e non separatamente indicati in dichiarazione; anche alle violazioni commesse anteriormente al 1° gennaio 2007 si applica quindi, in presenza delle esimenti di legge, la sola sanzione amministrativa del 10% delle spese e dei componenti negativi, con un minimo di 500 e un massimo di 50.000 euro (art. 8 comma 3-bis del DLgs. 471/97, introdotto dall’art. 1 comma 302 della L. 296/2006).

Nel caso di specie, l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza della C.T. Reg. Piemonte che, in forza della L. 296/2006, statuiva l’applicabilità della sola sanzione amministrativa del 10% a fronte dell’omessa separata indicazione nella dichiarazione dei redditi dei costi sostenuti per acquisti di merce da controparti estere black list.

Nel rigettare il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Suprema Corte stabilisce come vada, in primo luogo, disattesa la censura riguardante la mancata prova dei requisiti di cui all’art. 110 comma 11 del TUIR, quali lo svolgimento, da parte della controparte estera, di un’attività economica effettiva, ovvero l’effettivo interesse economico nell’operazione e la sua concreta esecuzione. Tale motivo di impugnazione, implicitamente respinto dalla Commissione regionale, era ormai precluso all’Ufficio in conseguenza della mancata contestazione nell’avviso di accertamento dell’effettiva esecuzione delle operazioni e dell’operatività dell’impresa estera.

Sembra quindi consolidarsi l’orientamento giurisprudenziale per cui le modifiche apportate dall’art. 1 commi 301 e ss. della L. 296/2006, sulla base di una lettura sistematica, devono essere intese nel senso che l’abolizione del previgente regime di indeducibilità dei costi c.d. black list derivante dalla mancata separata indicazione in dichiarazione e la relativa sostituzione ad esso del meno gravoso sistema di sanzioni amministrative di cui all’art. 8 comma 3-bis del D.Lgs. 471/97 ha carattere retroattivo.

Nel ricostruire l’evoluzione normativa della disciplina in parola, i giudici supremi sottolineano che, a seguito delle modifiche apportate dall’art. 1 commi 301-302 della L. 296/2006, la deducibilità dei costi black list risulta subordinata soltanto alla prova delle esimenti di legge, mentre la separata indicazione dei costi è degradata ad obbligo di carattere formale, passibile unicamente di sanzione amministrativa. L’art. 1 comma 303 della citata L. 296/2006 ha ulteriormente stabilito che, in via transitoria, la nuova disciplina sia applicabile anche per le violazioni commesse prima del 1° gennaio 2007, sempre a condizione che il contribuente fornisca la prova delle suddette esimenti.

La deducibilità viene subordinata alla prova delle esimenti di legge: Tali innovazioni, a parere della Corte, esprimono l’esigenza di trovare un punto di equilibrio meno gravoso per il contribuente, individuato nel mutare la separata indicazione in dichiarazione dei costi da presupposto di indeducibilità ad obbligo dichiarativo, sanzionato amministrativamente, coniugando, in tal modo, i costi che il contribuente dimostra come effettivi e inerenti, con il mantenimento dell’obbligo di indicazione separata ai fini di controllo.

6) Assegno per il nucleo familiare e assegno di maternità concessi dai comuni: rivalutazione per l’anno 2015 della misura degli assegni e dei requisiti economici

L’Inps, con circolare n. 60 del 30 marzo 2015, mette in rassegna i nuovi importi delle prestazioni sociali e dei limiti di reddito validi per l’anno 2015.

Il Dipartimento delle politiche per la famiglia con il Comunicato pubblicato sulla G.U. n. 70 del 25.3.2015, ha reso noto che l’incremento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, calcolato con le esclusioni di cui alla legge 5 febbraio 1992, n. 81, da applicarsi, per l’anno 2015, alle prestazioni di cui all’articolo 65, comma 4, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e all’articolo 74 del D. Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, è risultato pari all’0,2 per cento.

Con la presente circolare vengono, quindi, comunicati gli importi delle prestazioni in argomento.

Assegno per il nucleo familiare

L'assegno per il nucleo familiare da corrispondere agli aventi diritto per l'anno 2015 è pari, nella misura intera, a Euro 141,30.

Per le domande relative al medesimo anno, il valore dell'indicatore della situazione economica equivalente è pari a Euro 8.555,99.

Ovviamente, per l'assegno per il nucleo familiare da erogare per il 2014, per i procedimenti in corso, continuano ad applicarsi i valori previsti per il medesimo anno 2014.

Assegno di maternità

A seguito del suddetto incremento ISTAT, l’importo dell’assegno mensile di maternità, spettante nella misura intera, per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti dal 1.1.2015 al 31.12.2015 è pari a Euro 338,89 per cinque mensilità e quindi a complessivi Euro 1.694,45.

Il valore dell’indicatore della situazione economica equivalente da tenere presente per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti dal 1.1.2015 al 31.12.2015, è pari a Euro 16.954,95.

Inps: dipendenti pubblici - in via provvisoria le pensioni con decorrenza gennaio 2015

L’Inps, con il messaggio n. 2200 del 27 marzo 2015, informa che per gli iscritti alle Casse dell’ex-Inpdap, le prestazione di esodo relative ai dipendenti pubblici, aventi decorrenza da gennaio 2015, saranno determinate in via provvisoria senza considerare la quota contributiva di pensione, in quanto manca uno strumento procedurale che consenta di effettuare il doppio calcolo previsto normativa.

7) INAIL: copertura assicurativa dei beneficiari di forme di sostegno del reddito coinvolti in attività di volontariato

L’Inail ha emanato la circolare n. 45 del 27 marzo 2015, con la quale informa che i volontari che svolgono, in modo spontaneo e gratuito, la loro attività a fini di utilità sociale nell’ambito di progetti promossi da organizzazioni appartenenti al cosiddetto “terzo settore”, in favore di Comuni o enti locali, sono garantiti dalla copertura assicurativa Inail contro le malattie e gli infortuni sul lavoro se sono percettori di misure di integrazione e sostegno del reddito.

Per tale categoria il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha messo a disposizione un Fondo finalizzato a reintegrare l’Inail dell’onere conseguente alla copertura degli obblighi assicurativi.

E’ stato istituito il Servizio online per la polizza volontari nell’ambito delle applicazioni “Denuncia di Iscrizione” e “Denuncia di Variazione”, disponibili nel menu “Denunce”

8) Le politiche di contrasto alla corruzione: otto linee d’azione

Assonime ha inviato al Governo un documento di proposta nel quale individua otto linee di azione per combattere la corruzione in Italia.

Per l’Associazione occorre anzitutto dare piena applicazione al pacchetto anticorruzione introdotto dalla “legge Severino”, con gli opportuni accorgimenti per renderlo pienamente efficace. Vi sono poi altre sette proposte, che mirano a sradicare le occasioni della corruzione e a bonificarne il terreno di coltura:

- distinguere i ruoli della politica e dell’amministrazione;

- circoscrivere le aree di contatto pubblico-privato;

- semplificare la normativa e migliorare la qualità della regolazione;

- assicurare efficacia e trasparenza nell’esercizio dell’azione amministrativa;

- adottare un nuovo approccio nella disciplina dei contratti pubblici;

- rafforzare l’azione preventiva nelle imprese;

- promuovere la cultura della legalità nella società civile.

(Assonime, Note e Studi 3-2015 del 30 marzo 2015)

9) Frode carosello: come dimostrarne l’estraneità

Colpevole il cedente che “sorvola” sull’inconsistenza dell’esportatore. Non può essere accettata la tesi di estraneità alla frode carosello quando i rapporti d’affari sono tenuti con aziende che si configurano chiaramente come semplici cartiere.

Nel caso di operazioni effettuate senza applicazione di imposta sulla base di dichiarazioni di intento ideologicamente false, il cedente è tenuto al versamento dell'Iva su tali operazioni, salvo che sia dimostrato di aver posto in essere tutte le cautele possibili al fine di escludere un'eventuale partecipazione alla frode. Il cessionario del ramo d’azienda è responsabile per il mancato pagamento dell’imposta ai sensi dell’articolo 14 del Dlgs 472/1997

(Cassazione, sentenza 4593 del 6 marzo 2015).

L’ufficio notificava atti di accertamento ai fini Iva a carico di una Spa cedente e della controllata Srl (quest'ultima quale cessionaria del ramo d'azienda) relativamente a cessioni all’esportazione effettuate nei confronti di pretesi esportatori abituali.

Invero, dall’indagine condotta dalla Guardia di finanza era emerso che la società cedente operava in sospensione d'imposta sulla scorta di dichiarazioni d'intento non veritiere nei confronti di imprese che lavoravano nel settore del commercio degli autoveicoli in totale evasione fiscale. La frode fiscale, in sostanza, ruotava attorno agli stessi soggetti ai quali faceva capo la cedente (e la cessionaria) che vendeva autovetture in sospensione d'imposta agli apparenti esportatori abituali, che le rivendevano con addebito d'imposta agli autosaloni collegati, i quali successivamente le cedevano a clienti italiani.Gli accertamenti venivano confermati dalle commissioni di merito. Le società proponevano ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, tutti rigettati dalla cassazione.Due sono le questioni principali affrontate dalla Corte suprema: la prima riguarda aspetti legati al contenuto degli avvisi di accertamento e ai motivi posti a sostegno della decisione impugnata; la seconda riguarda invece i termini in cui sussiste una responsabilità solidale, limitata o illimitata, della cessionaria per i debiti tributari della cedente anche nel caso di conferimento di ramo d’azienda.

Sul primo profilo, la Cassazione, richiamando altre recenti pronunce di legittimità, ha ribadito che l’Amministrazione finanziaria può ben provare che il contribuente fosse partecipe di frode o avesse elementi “tali da porre sull'avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto” (Cassazione, 23560/2012 e 9108/2012), soprattutto nell'ipotesi di circolazione di beni tramite ditte sfornite di adeguata dotazione personale e strumentale (Cassazione, 6229/2013 e 23074/2012) e nell'ipotesi di circolazione abituale di beni con interposizione ripetuta delle medesime ditte del settore.Dunque, ove l'Amministrazione fornisca attendibili riscontri indiziari circa l'assenza di buona fede del cedente, quest’ultimo resta esposto al recupero dell'Iva, salvo che dimostri di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità oppure di non aver potuto abbandonare lo stato d'ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni (da ultimo, Cassazione, 15044/2014).Nel caso in esame, a giudizio della Corte, il coinvolgimento nelle frodi della cedente è stato correttamente valutato dal giudice d'appello, secondo quei criteri di normale diligenza che consentono “la sussunzione dei fatti accertati della portata precettiva delta norma settoriale di cui si assume la violazione o meglio la falsa applicazione mentre del tutto inconsistente la tesi delle ricorrenti circa la pretesa insussistenza dell'obbligo del cessionario”.

Il nodo centrale della sentenza d'appello è rappresentato dal riscontro che le imprese cessionarie commerciavano autoveicoli in totale evasione fiscale, senza avere i requisiti degli esportatori abituali, senza alcuna struttura e operando sostanzialmente come delle cartiere.

Nella specie era evidente l’inconsistenza aziendale delle ditte clienti, che si accreditavano come esportatrici abituali, a dover mettere sull'avviso la cedente Spa secondo quei criteri di elementare diligenza richiesti a qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto. Per la Corte, “il fatto che le imprese cessionarie, oltre a operare in ritenuta evasione fiscale totale e senza avere i requisiti degli esportatori abituali, commerciavano autoveicoli senza avere alcuna struttura, individua una situazione di obiettiva conoscibilità tale da far sì che la società fornitrice potesse agevolmente superare l'eventuale stato d'ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni intercorse”. Pertanto, alcuna censura va sollevata alla sentenza di secondo grado neppure in ordine al profilo motivazionale, atteso che secondo la Corte è oramai consolidato in giurisprudenza il principio che il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili e idonee alla formazione dello stesso (Cassazione, 3601/2006).Particolarmente interessante è la seconda questione affidata al sesto motivo di impugnazione.Le ricorrenti denunciavano congiuntamente violazione e falsa applicazione dell'articolo 14 del Dlgs 472/1997 (commi 1-2-4) e difetto di motivazione laddove la sentenza d'appello ha ritenuto la responsabilità anche della cedente, mera conferitaria del ramo d'azienda.

Rilevano, sotto il profilo giuridico, che il citato articolo riguarderebbe solo le cessioni di azienda e non i conferimenti, dato che, con il conferimento, il soggetto conferente non si priverebbe dell'azienda, ma continuerebbe a detenerla quale socio della conferitaria. Le ricorrenti eccepiscono in fatto che la cessionaria era stata costituita in attuazione di un piano di riorganizzazione aziendale sollecitato dalla casa madre e mirante a lasciare alla cedente il ruolo di holding, il che era avvenuto prima della verifica fiscale e senza alcuna distrazione in danno dei creditori

Tali eccezioni sono ritenute infondate dalla Cassazione. Si osserva che in tema di responsabilità del cessionario nell’ipotesi di cessione di azienda, secondo l’articolo 14 del Dlgs 472/1997, questi è responsabile in solido, fatto salvo però il beneficio della preventiva escussione del cedente, pertanto il cessionario non risponde dei debiti contratti dal cedente, laddove dagli atti non appare alcuna traccia dell’avvenuta escussione. La ratio della norma è di evitare che, attraverso le diverse forme negoziali di trasferimento dei beni costituenti il complesso aziendale, venga sottratta al fisco la originaria garanzia patrimoniale dei crediti tributari vantati nei confronti del cedente, corrispondentemente a quanto previsto, in caso di cessione di azienda, a tutela degli altri creditori dall’articolo 2560, comma 2, del codice civile. Si tratta di una responsabilità sussidiaria e solidale limitata a un arco temporale triennale per le violazioni commesse dal cedente nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti ovvero per le violazioni irrogate e contestate nello stesso periodo anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore. La medesima responsabilità opera, invece, senza che si applichino le limitazioni stabilite dai primi tre commi della norma, qualora si tratti di cessione in frode al fisco (comma 4); essa, infine, è presunta iuris tantum (comma 5) “quando il trasferimento sia effettuato entro sei mesi dalla constatazione dì una violazione penalmente rilevante” (da ultimo, Cassazione, 5979/2014). Ritornando alla sentenza in commento, la Cassazione, con piena condivisione delle motivazioni della decisione impugnata, ritiene che ricorrano tutti gli elementi previsti dalla norma. Invero, il giudice d’appello aveva accertato che, all'epoca, era stata già avviata la verifica fiscale nei confronti della ditta cliente e che aveva avuto conoscenza formale anche dell'indagine penale avviata dalla procura della Repubblica e, dunque, “l'assoluta e incontestabile coincidenza dei soggetti proprietari e dei legali rappresentanti delle due società di capitali pone all'evidenza la profonda conoscenza di ogni attività svolta dalla S.p.A. e delle indagini fiscali avviate su di essa”. In ultima analisi, la Corte aderisce alla tesi secondo cui l'applicazione del citato articolo 14 non è riferita solo alla cessioni d’azienda ma debba ritenersi estesa a tutte le altre operazioni che, dal punto di vista giuridico e sostanziale, siano assimilabili alla cessione, affermando che è assolutamente pacifica in giurisprudenza la generale assimilazione giuridica tra cessione e conferimento (Cassazione, 1963/1990, in materia di lavoro). Come evidenziato dalla Cassazione sulla questione, anche la dottrina è concorde nell'affermare che l'articolo 14 del decreto legislativo 472/1997 trova applicazione “per qualunque genere di trasferimento di azienda per atto tra vivi, e quindi pure per il conferimento, così come per la permuta, la datio in solutum e la donazione”. Detto principio è stato più volte espresso dalla giurisprudenza che, con riguardo all'articolo 2560 del codice civile, ha ripetutamente evidenziato come il conferimento equivale alla cessione (si veda Cassazione, 4351/1997).

(Agenzia delle entrate, notiziario fiscale del 30 marzo 2015)

10) Sovraindebitamento: i Commercialisti ricorrono al TAR contro il decreto

Il Consiglio nazionale dei commercialisti ricorre al TAR del Lazio per l’annullamento del decreto ministeriale che stabilisce i requisiti per l’iscrizione gli Organismi di composizione delle crisi da sovraindebitamento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 gennaio.

Il Consiglio nazionale dei commercialisti ricorre al TAR del Lazio per l’annullamento del decreto ministeriale che stabilisce i requisiti per l’iscrizione gli Organismi di composizione delle crisi da sovraindebitamento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 gennaio. Il ricorso si è reso necessario perché, come denunciato già nella scorse settimane dai vertici della categoria professionale, il DM, limitando l’accesso al registro ai soli laureati quinquennali, rende di fatto impossibile l’iscrizione ai quasi 35mila ragionieri che ne sono privi e che invece, in quanto iscritti alla sezione A dell’Albo dei commercialisti, alla funzione di gestore delle crisi sono pienamente abilitati.

“Il ricorso - spiegano in una nota i Consiglieri nazionali della categoria delegati alla materia, Felice Ruscetta e Maria Rachele Vigani – si è reso necessario perché tra i requisiti per l’iscrizione al registro degli organismi costituiti da parte di enti pubblici, deputati alla gestione della crisi da sovraindebitamento, indicati nel decreto ministeriale, c’è il possesso di laurea magistrale, o di titolo di studio equipollente, in materie economiche o giuridiche. Come denunciamo da settimane, questa norma rende impossibile ai 35 mila ragionieri privi di laurea magistrale iscritti agli albi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, di accedere al registro e di svolgere un’attività professionale per la quale sono sia abilitati che preparati. Contestualmente alla presentazione del ricorso – proseguono Ruscetta e Vigani – stiamo comunque interloquendo con il Ministero della Giustizia affinché si possa arrivare ad una modifica del DM. Un’interlocuzione sul cui esito positivo siamo fiduciosi”.

Con il ricorso presentato al Tar, il Consiglio nazionale dei commercialisti contesta dunque l’erronea formulazione del regolamento nella parte in cui prevede un generalizzato obbligo di possesso della laurea specialistica quale requisito di accesso all’elenco dei soggetti ammessi a ricoprire la qualifica di gestore della crisi da sovraindebitamento, senza dettare in modo espresso un regime derogatorio per i ragionieri commercialisti iscritti nella sezione A dell’Albo dei dottori commercialisti e degli Esperti contabili. L’estensione dell’obbligo della laurea anche nei confronti dei ragionieri che ne sono privi, “concretizza- è scritto nel ricorso – un’irragionevole e ingiustificata disparità di trattamento a loro danno”.

(CNDCEC, nota del 30 marzo 2015)

Vincenzo D’Andò