Diario quotidiano del 17 marzo 2015: i termini di prescrizione del rimborso IVA

Pubblicato il 17 marzo 2015



novità dell’OIC 9: circolare della Fondazione Commercialisti; la fiscalità nel “rent to buy”: circolare della FNC; le violazioni formali non negano la detrazione IVA; omessi versamenti previdenziali: prescrizione interrotta anche per sanzioni civili; niente presunzione per i prelevamenti dal conto del lavoratore autonomo; studi di settore: é nullo l’avviso di accertamento se non è stato allegato il “prospetto”; TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di febbraio 2015; false notizie: non è vero che il Fisco controlla a casa l’operaio; registri doganali “fuori uso”; Cassazione: il diritto al rimborso dell’IVA si prescrive in 2 anni, anzi no in 10 anni

 

 Indice:

 1) Novità dell’OIC 9:  circolare della Fondazione Commercialisti

 2) La fiscalità nel “rent to buy”: circolare della FNC

 3) Le violazioni formali non negano la detrazione IVA

 4) Omessi versamenti previdenziali: prescrizione interrotta anche per sanzioni civili

 5) Niente presunzione per i prelevamenti dal conto del lavoratore autonomo

 6) Studi di settore: é nullo l’avviso di accertamento se non è stato allegato il “prospetto”

 7) TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di febbraio 2015

 8) False notizie: non è vero che il Fisco controlla a casa l’operaio

 9) Registri doganali “fuori uso”

 10) Cassazione: il diritto al rimborso dell’IVA si prescrive in 2 anni, anzi no in 10 anni

 

 

 1) Novità dell’OIC 9:  circolare della Fondazione Commercialisti

Focus sulle nuove regole di applicazione dell’OIC 9 in relazione alla rilevazione contabile delle svalutazioni per perdite durevoli di valore delle immobilizzazioni tecniche. Sono interessate le piccole e medie imprese nazionali.

La Fondazione Nazionale Commercialisti, con la circolare del 15 marzo 2015, ha esaminato la sfera applicativa del nuovo OIC 9, “Svalutazioni per perdite durevoli di valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali”, che, peraltro, costituisce uno dei principi che  più ha subito modifiche tra quelli che di recente sono stati revisionati dall’Organismo italiano di contabilità.

L’OIC 9, in particolare, definisce un percorso logico-concettuale che porta alla misurazione delle eventuali riduzioni durevoli di valore delle immobilizzazioni non finanziarie.

Viene previsto che il valore contabile sia comparato con il valore recuperabile, inteso come il maggiore tra il fair value e il valore d’uso dell’immobilizzazione.

Il primo valore è dato dal valore di mercato, come definito dai principi contabili nazionali e internazionali. Il valore d’uso, invece, è rappresentato dal valore attuale dei flussi finanziari attesi dall’attività.

Le piccole e medie imprese possono quantificare il valore d’uso anche per mezzo della capacità di recupero dell’ammortamento. Tale metodo rappresenta una semplificazione facoltativa rispetto all’attualizzazione dei flussi finanziari.

La FNC si sofferma, inoltre, sulla capacità di ammortamento, considerata la rilevanza che tale tecnica può assumere per le realtà aziendali di piccole e medie dimensioni.

Vengono, infine, illustrati i riflessi contabili derivanti dal trattamento fiscale delle svalutazioni, con una particolare analisi sulla rilevazione della fiscalità differita ai fini delle imposte dirette e dell’IRAP.

La circolare conclude poi con la trattazione sulle modalità di compilazione della nota integrativa applicando la tecnica di attualizzazione dei flussi finanziari.

L’OIC 9 ha, quindi, lo scopo di disciplinare il trattamento contabile e l’informativa da fornire nella nota integrativa per le perdite durevoli di valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali. Il presente principio contabile è destinato alle società che redigono i bilanci d’esercizio in base alle disposizioni del Codice Civile.

In termini tecnico-contabili, il documento prevede – in linea con il paradigma dello IAS 36 – che il valore contabile sia comparato con il valore recuperabile, inteso come il maggiore tra il fair value e il valore d’uso dell’immobilizzazione.

Il primo valore è rappresentato dal valore di mercato, come definito dai principi contabili nazionali e internazionali. Il valore d’uso, invece, è rappresentato dal valore attuale dei flussi finanziari attesi dall’attività.

Le piccole e medie imprese possono quantificare il valore d’uso anche per mezzo della capacità di recupero dell’ammortamento. Tale metodo rappresenta una semplificazione facoltativa rispetto all’attualizzazione dei flussi finanziari.

Nel quadro appena descritto, la Circolare presta particolare attenzione alla capacità di ammortamento, considerata la rilevanza che tale tecnica può assumere per le realtà aziendali di piccole e medie dimensioni.

La Circolare, inoltre, approfondisce i riflessi contabili derivanti dal trattamento fiscale delle svalutazioni, con un’approfondita analisi relativa alla rilevazione della fiscalità differita ai fini delle imposte dirette e dell’IRAP.

Infine, la Circolare dedica un intero paragrafo alle modalità di compilazione della relativa informativa finanziaria.

730/2015: check-list dei Commercialisti

La Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha, inoltre, pubblicato una check-list per la raccolta e la verifica delle informazioni necessarie alla compilazione del modello 730/2015.

La FNC ha, dunque, reso disponibile sul proprio sito una check-list per la raccolta dei dati e il controllo delle informazioni necessarie alla compilazione del modello 730/2015 ordinario o precompilato, relativo al periodo d’imposta 2014.

Il documento, che si compone di 45 pagine in modalità editabile, contiene numerosi specchietti di approfondimento sulle novità del modello di quest’anno.

La check-list rappresenta uno strumento di ausilio nelle procedure di verifica della documentazione necessaria per la gestione dell’adempimento, ma anche una prova documentale sottoscritta da parte dei contribuenti, che certificano il possesso di determinati redditi, la detenzione a diverso titolo di beni, consistenze mobiliari e immobiliari, nonché l’effettuazione di trasferimenti finanziari (si pensi alla compilazione del quadro RW allegato al 730) e lo status familiare degli stessi.

 

 

2) La fiscalità nel “rent to buy”: circolare della FNC

La Fondazione Nazionale dei Commercialisti, con un documento del 15 aprile 2015, ha analizzato la fiscalità nel “rent to buy”.

Già l’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 4/E del 2015, ha analizzato gli aspetti tributari dell’accordo di “rent to buy”, cioè della locazione finalizzata all’acquisto dell’immobile. Nell’ambito dell’imposizione diretta, se il concedente è imprenditore, nella fase iniziale del contratto, rileva il provento riferibile alla quota di locazione, secondo i criteri propri di tale componente positivo del reddito di impresa. Al momento in cui il conduttore esercita l’opzione di acquisto, viene in essere la cessione del bene, che darà luogo a ricavo o a plus/minusvalenza. Se il concedente non esercita l’opzione di acquisto, si determina un componente positivo di reddito, cioè una sopravvenienza, per la parte dell’acconto prezzo trattenuta dal concedente. Il soggetto che non esercita attività imprenditoriale, invece, si trova con una opzione reddituale e non sempre subisce la tassazione.

La pattuizione che si è sviluppata recentemente nell’ambito dell’edilizia, allo scopo precipuo di incentivare le vendite in un periodo di grave crisi, e che è stata qualificata dalla prassi come rent to buy, cioè come locazione finalizzata all’acquisto dell’immobile, ha ricevuto una formalizzazione che ha portato questo contratto “atipico” tra quelli “tipici” o “nominati” della nostra legislazione civile.

Rent to buy: l’analisi della FNC

Con il Documento “Il contratto di rent to buy: inquadramento civilistico e tributario”, la Fondazione Nazionale dei Commercialisti illustra la nuova disciplina del rent to buy, con particolare attenzione agli effetti della trascrizione e ai profili patologici del rapporto contrattuale quali la risoluzione per inadempimento e l’ipotesi di fallimento delle parti contrattuali. Il documento approfondisce poi le implicazioni fiscali del contratto di rento to buy, con riguardo alle imposte dirette ed indirette, distinguendo la fase di “godimento” da quella di “trasferimento” dell’immobile e le ipotesi in cui le parti contraenti agiscono come privati oppure in regime di impresa.

In considerazione della forte crisi nel settore immobiliare e delle crescenti difficoltà ad ottenere finanziamenti bancari si è diffusa in Italia la prassi contrattuale del rent to buy, ora codificata dal decreto Sblocca Italia (D.L. n. 133/2014). Il decreto ha introdotto nel nostro ordinamento la disciplina del contratto di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili, prevedendo specifiche regole riguardo la trascrizione, la risoluzione per inadempimento, le ipotesi di fallimento delle parti contrattuali e le norme applicabili.

Con lo Studio “Il contratto di rent to buy: inquadramento civilistico e tributario”, la Fondazione Nazionale dei Commercialisti illustra la nuova disciplina,con particolare attenzione agli effetti della trascrizione e ai profili patologici del rapporto contrattuale quali la risoluzione per inadempimento e l’ipotesi di fallimento delle parti contrattuali.

Il documento del 15 marzo 2015 approfondisce poi le implicazioni fiscali del contratto di rento to buy, con riguardo alle imposte dirette ed indirette, distinguendo la fase di “godimento” da quella di “trasferimento” dell’immobile e le ipotesi in cui le parti contraenti agiscono come privati oppure in regime di impresa.

Sul tema è recentemente intervenuta anche l’Agenzia delle Entrate che, con la circolare n. 4/E del 19 febbraio 2015 ha fornito i primi chiarimenti ufficiali sul regime fiscale applicabile, ai fini delle imposte dirette e indirette, ai contratti di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili - c.d. contratti di rent to buy, introdotti dal decreto Sblocca Italia.

Il rent to buy, benché tipizzato, e dunque a pieno titolo inserito nell’ordinamento civile, a fatica si inserisce nell’ordinamento tributario. Difatti la natura dell’istituto, ne rende complessa una sistematizzazione organica nell’ordinamento fiscale.

In particolare questa difficoltà emerge quando si inserisce l’istituto nell’ambito di applicazione dell’imposta di registro in alternatività parziale con l’IVA.

Al contrario, per quanto concerne le imposte dirette (IRES e reddito d’impresa), o almeno per quanto concerne la sola IVA, questa forma contrattuale, apparentemente, non crea grandi problemi interpretativi. Questi ultimi ambiti, di fatto, sono sistemi più permeabili alle novità, che non piuttosto quello dell’imposta di registro, sistema decisamente più rigido e strettamente ancorato alle definizioni tipiche del Codice civile.

Dunque, appurato che il rent to buy è:

- un contratto unitario ma complesso,

- a causa tipica e unitaria ma mista,

- a forma libera ma sostanzialmente notoria nella pratica (dal momento che ne è prevista la trascrizione),

- per cui non sono previste limitazioni né per l’oggetto (salvo il fatto che è espressamente previsto dalla norma che oggetto possano esserne solo cose immobili) né per le parti;

il Documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti illustra la disciplina tributaria ipotizzabile, con riguardo prima alle imposte indirette (distinguendo il momento locativo da quello della compravendita, in relazione a soggetti in regime d’impresa e soggetti non in regime d’impresa); poi, esponendo alcune riflessioni di carattere generale-sistematico, per indicare, infine, la tassazione indiretta presumibile per via interpretativa in caso di risoluzione del contratto.

Sul fronte delle imposte dirette, il documento dedica spazio alle interrelazioni tra l’art. 23 del decreto Sblocca Italia sul rent to buy e:

- l’art. 21, che concerne “misure per l’incentivazione degli investimenti in abitazioni in locazioni”, norma che prevede una deduzione dal reddito complessivo per chi acquista o ristruttura un’unità immobiliare in funzione di una futura locazione;

- gli articoli 6, 7 e 8, D.L. n. 47/2014, attinenti ai contratti di locazione di alloggi sociali, che possono prevedere una clausola di riscatto dell’unità immobiliare in questione. È previsto, per quest’ultima fattispecie, che il locatario possa beneficiare di un abbattimento della base imponibile ai fini del reddito d’impresa, derivante dalla locazione, e che il conduttore possa beneficiare di una detrazione sul reddito complessivo.

Poiché il regime tributario del rent to buy non trova una specifica formazione, esso deve essere ipotizzato e ricostruito per via interpretativa.

Gli aspetti più delicati concernono, in particolare, per quanto attiene alle imposte indirette:

- la duplicazione dell’imposta nell’imputazione dei canoni/acconto al prezzo finale della compravendita;

- l’aliquota applicabile in caso di assoggettamento a IVA;

- l’influenza dell’istituto del prezzo-valore.

Problemi interpretativi insoluti ancora sussistono in ordine alla registrazione materiale del contratto e alle sanzioni in caso di omissione.

 

 

3) Le violazioni formali non negano la detrazione IVA

La Suprema Corte, recependo il giudizio della Corte di Giustizia, ha confermato la detrazione IVA anche in caso di fatture non integrate e registrate.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5072 del 13 marzo 2015, si è dunque soffermata sul delicato tema. La controversia riguarda la nota questione della spettanza del diritto alla detrazione dell’IVA relativa agli acquisti intracomunitari di beni nel caso in cui il soggetto passivo non abbia provveduto ad integrare e registrare la fattura ricevuta dal fornitore comunitario, come previsto dagli artt. 46 e 47 del D.L. 331/93.

In particolare, la società italiana aveva effettuato degli acquisti intracomunitari di beni in relazione ai quali, in alcuni casi, non aveva né integrato, né annotato nei registri IVA le fatture ricevute e, in altri casi, non aveva integrato dette fatture, ma le aveva annotate nel solo registro degli acquisti come operazioni “fuori campo IVA”.

L’Agenzia delle Entrate, verificato il mancato rispetto delle previsioni di cui agli artt. 46 e 47 del D.L. 331/93, aveva notificato alla società un avviso di accertamento con il quale rettificava la dichiarazione IVA annuale, disconosceva il diritto alla detrazione IVA e pretendeva il versamento dell’imposta a debito, oltre a sanzioni nella misura del 100% dell’imposta.

I supremi giudici, chiamati ad esprimersi sulla controversia, hanno disposto il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia, con ordinanza interlocutoria n. 25035 del 7 novembre 2013.

I giudici comunitari, con sentenza dell’11 dicembre 2014, causa C-590/13, si sono espressi in favore del contribuente, ribadendo che il diritto alla detrazione IVA relativa ad acquisti intracomunitari di beni non può essere negato per il sol fatto che il soggetto passivo non ha assolto obblighi formali quali l’integrazione e la registrazione delle fatture ricevute dal fornitore comunitario.

In realtà, il principio fondamentale della neutralità dell’IVA esige che il diritto alla detrazione dell’imposta sia accordato se gli obblighi sostanziali sono soddisfatti e anche se taluni obblighi formali sono stati omessi. Da ciò discende che l’Amministrazione finanziaria, se dispone delle informazioni necessarie a comprovare che i requisiti sostanziali sono soddisfatti, non può imporre al soggetto passivo condizioni supplementari per l’esercizio del diritto fondamentale alla detrazione.

La Suprema Corte ritiene convalidato quanto emerso nella giurisprudenza di legittimità a favore del contribuente, respingendo la tesi opposta, favorevole al Fisco.

Richiamando la posizione assunta dall’Agenzia delle entrate, la Cassazione conclude che, se i requisiti sostanziali sono stati soddisfatti, le inadempienze formali non generano danno erariale.

Diversa, secondo la Corte di Giustizia prima e la Cassazione poi, può essere la conclusione solo se la violazione dei requisiti formali ha l’effetto concreto di impedire la prova certa del rispetto dei requisiti sostanziali. Ciò, tuttavia, non è avvenuto nel caso di specie, cosicché l’esame della Suprema Corte si conclude in favore del contribuente.

 

 

4) Omessi versamenti previdenziali: prescrizione interrotta anche per sanzioni civili

La prescrizione viene interrotta anche per le sanzioni civili per omessi contributi.

Secondo le Sezioni Unite, contano automaticità e vincolo funzionale di tali somme aggiuntive con omesso o ritardato versamento

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la rilevante sentenza n. 5076 del 13 marzo 2015, hanno stabilito che le sanzioni civili, previste dalla legge in caso di omesso o ritardato versamento dei contributi previdenziali, rimangono funzionalmente connesse a tale inadempimento e, pertanto, sono anch’esse interessate dagli atti interruttivi della prescrizione effettuati con riferimento al credito derivante dall’omissione contributiva.

E’ stato, quindi, accolto il ricorso dell’INPS avverso una decisione di merito con la quale si sosteneva l’applicabilità dell’atto interruttivo della prescrizione decennale (regolata dall’art. 3 commi 9 e 10 della L. 335/95), esercitato dall’Istituto mediante verbale ispettivo, solo con riferimento ai crediti derivanti da contributi non versati da un’azienda e non anche al credito per somme aggiuntive, ossia sanzioni civili. Nell’occasione, infatti, i giudici della Corte d’appello avevano giustificato la loro decisione sostenendo l’autonomia causale delle due obbligazioni, nonché il legame “solo genetico di accessorietà degli interessi rispetto al capitale”.

Nel successivo ricorso per Cassazione presentato dall’INPS, le Sezioni Unite ricordano innanzitutto il contrasto giurisprudenziale generatosi in materia nel corso degli anni.

Infatti, da una parte, la giurisprudenza di legittimità ha attribuito la medesima natura giuridica sia all’obbligazione derivante dall’omissione contributiva, considerata quelle principale, sia a quella relativa alle sanzioni civili collegate, in qualità di obbligazione accessoria ex lege, determinando in questo modo l’assoggettamento per entrambe allo stesso regime prescrizionale.

Viceversa, gli stessi giudici di legittimità hanno affermato in passato che le somme aggiuntive irrogate al contribuente per l’omesso o ritardato pagamento dei contributi sono sanzioni civili pecuniarie costituenti obbligazioni di natura diversa da quella dell’obbligazione contributiva, pur riconoscendone la funzione accessoria e di “rafforzamento” di quest’ultima.

Ciò premesso, le Sezioni Unite fanno rilevare come tra la sanzione civile e l’omissione contributiva vi sia un vincolo di dipendenza funzionale, caratterizzato dall’automatica applicazione della sanzione all’omesso o ritardato pagamento del contributo o del premio assicurativo.

Sulla base di questa prima osservazione, i giudici di legittimità evidenziano poi che tale vincolo non incide solo in modo genetico sul rapporto dell’una rispetto all’altra, ma conserva il legame di automaticità funzionale anche dopo l’irrogazione della sanzione. In questo modo, le vicende che riguardano l’omesso o ritardato pagamento dei contributi non possono non riguardare, alla luce di tale legame di automaticità funzionale, anche le somme aggiuntive le quali, sorgendo in automatico alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo, rimangono ad esso collegate continuativamente in via giuridica.

In conclusione, la Suprema Corte, accogliendo il ricorso dell’INPS e rinviando il tutto alla competente Corte d’appello, riepiloga la questione affermando il principio secondo cui “in materia previdenziale le somme aggiuntive irrogate al contribuente per l’omesso o ritardato pagamento dei contributi o premi previdenziali sono sanzioni civili che, in ragione della loro legislativamente prevista automaticità, rimangono funzionalmente connesse al detto omesso o ritardato pagamento dei contributi o premi previdenziali, sì che gli effetti degli atti interruttivi, posti in essere con riferimento a tale ultimo credito, si estendono, automaticamente, anche al credito per sanzioni civili”.

 

 

5) Niente presunzione per i prelevamenti dal conto del lavoratore autonomo

I prelevamenti effettuati sul proprio conto corrente dal lavoratore autonomo non possono presumersi corrispondenti a un costo produttivo di ricavi. In compenso, la cointestazione del conto con il coniuge, non costituisce alcun limite alle indagini e alle presunzioni relative ai versamenti.

Sono i due principi espressi dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 4585 del 6 marzo, in tema di indagini bancarie a carico di una fisioterapista, cointestataria del conto insieme al marito.

Come specificato dalla Cassazione, a seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale, n. 228/2014, è stata dichiarata l’illegittimità dell’art. 32, D.P.R. 600/73, come modificato dall’art. 1, comma 402, lett. a), n. 1) della Legge n. 311/2004 (Finanziaria 2005), nella parte in cui estende anche ai lavoratori autonomi la menzionata presunzione inerente i prelevamenti, dettata per gli imprenditori. Secondo gli Ermellini, conformi alla pronuncia della Consulta, la specificità della categoria degli autonomi, rispetto agli imprenditori, rende “arbitraria l’omogeneità di trattamento” prevista dalla disposizione censurata. Le indagini bancarie (e le relative presunzioni) non sono ostacolate dalla cointestazione del conto del lavoratore autonomo con altro soggetto, come il coniuge. La Corte, in materia, ha affermato che anche i versamenti effettuati dal coniuge cointestatario non esulano dalla presunzione di riferibilità ad operazioni imponibili, gravando anche in tal caso sul contribuente (lavoratore autonomo) l’onere di provare l’estraneità alla propria attività professionale.

 

 

6) Studi di settore: é nullo l’avviso di accertamento se non è stato allegato il “prospetto”

Studi di settore: é nullo l’avviso di accertamento notificato al contribuente se non viene allegato il “prospetto”.

Deve ritenersi illegittimo l’avviso di accertamento motivato per “relationem” a documento non allegato all’atto notificato al contribuente, né altrimenti da questi conosciuto. Tale il principio di diritto è stato espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza del n. 27055 del 19 dicembre 2014.

La Suprema Corte ha, dunque, accolto il ricorso presentato dal contribuente poiché impossibilitato materialmente a difendersi a causa della mancanza del prospetto descrittivo del percorso accertativo utilizzato dall’Agenzia delle entrate, che, invece, veniva indicato come facente parte dell’avviso di accertamento contestato come allegato. Invero, tale prospetto non era stato mai portato a conoscenza del contribuente, neppure nella precedente fase del contraddittorio.

Considerato la rilevanza della pronuncia, si invita di seguito alla lettura, di uno stralcio (abbondante) della sentenza della Cassazione:

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Commissione tributaria della regione Liguria con sentenza 4.10.2007 n. 57 accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Ufficio di Sarzana della Agenzia delle Entrate avverso la decisione di prime cure che aveva annullato l’avviso di rettifica emesso – ai sensi del Decreto Legge 30 agosto 1993, n. 331, articolo 62, conv. in Legge 29 ottobre 1993, n. 427 – nei confronti di (OMISSIS) ai fini IRPEF, IRAP ed IVA per l’anno 1999, rideterminando l’imponibile nell’importo di lire 30.216.749 (euro 15.600,00) in misura inferiore del 25% rispetto a quello accertato dall’Ufficio in applicazione dello studio di settore SG34U approvato con DM 30.3.1999.

I Giudici territoriali ritenevano legittimo il metodo di accertamento applicato dall’Ufficio, ma rideterminavano in misura inferiore il reddito imponibile in relazione alla sfavorevole collocazione geografica dell’esercizio commerciale ubicato in una strada a percorrenza limitata dell’entroterra ligure.

Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione la contribuente deducendo sei motivi di impugnazione ai quali resiste la Agenzia fiscale con controricorso.

La contribuente ha depositato memoria illustrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE

…………..Con il secondo motivo la parte contribuente censura la sentenza di appello per violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 42, e Legge n. 212 del 2000, articolo 7, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che il Giudice di appello, rilevata la omessa allegazione all’avviso di rettifica del “prospetto”, richiamato per relationem, nel quale venivano evidenziati i risultati dell’accertamento fiscale condotto alla stregua dello studio di settore, ed in difetto della prova fornita dalla PA dell’avvenuta conoscenza di tale atto, avrebbe dovuto trarre le conseguenze previste dalle predette norme tributarie e dichiarare la nullita’ dell’atto impositivo.

Preliminarmente va dichiarata infondata la eccezione di inammissibilita’ del motivo di ricorso (erroneamente indicato come primo anziche’ come secondo motivo: cfr. controricorso pag. 2) formulata dalla Agenzia delle Entrate per “novita'” della questione, in quanto “non dedotta con il ricorso introduttivo”.

Dal contenuto del “ricorso introduttivo in primo grado” riassunto nei singoli motivi di opposizione dedotti dalla contribuente per l’annullamento dell’atto impositivo (cfr. pag. 4 e 5 ricorso per cassazione) risulta, al contrario, che la (OMISSIS) aveva specificamente denunciato anche la carenza di adeguata motivazione dell’avviso di rettifica per mancata allegazione del “prospetto” rilevando che tale documento “non era stato allegato all’avviso di accertamento, ne’ all’invito al contraddittorio precedentemente notificato, sicche’ la motivazione dell’atto di accertamento era carente attesa la mancata ostensione dei presupposti di fatto (dati contabili ed extracontabili e risultato del calcolo)”.

Tanto premesso il motivo e’ fondato.

La ricorrente ha diligentemente trascritto la motivazione dell’avviso di accertamento notificatole, dalla quale risulta che “sulla base degli elementi indicati nel modello UNICO 2000…e nel modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini della applicazione degli studi di settore ad esso allegato……l’ammontare dei ricavi dichiarati per il periodo d’imposta 1999 e’ inferiore a quello derivante dalla applicazione degli studi di settore…..in base allo studio di settore SG34U applicabile in relazione all’attivita’ da lei svolta, approvato con decreto del ministero delle finanze del 30 marzo 1999″.

Tale “premessa” del’atto impositivo non consente evidentemente di verificare le concrete modalita’ di applicazione dei criteri fondati sul predetto studio di settore, tanto e’ che la motivazione dell’avviso prosegue specificando che “Nel prospetto allegato, che costituisce parte integrante del presente atto, sono riportati i dati contabili ed extracontabili utilizzati per la determinazione dei ricavi presunti per l’esito del calcolo, effettuato con il prodotto GERICO, con la determinazione dei gruppi omogenei ai quali risulta attribuita l’attivita’ da lei esercitata…” (cfr. avviso di accertamento, riportato a pag. 3 ricorso).

Incontestata, pertanto, la omessa allegazione del documento all’avviso notificato alla contribuente, ne segue la invalidita’ dell’atto impositivo, in quanto dotato di motivazione non autosufficiente, rivestendo il “prospetto” carattere integrativo essenziale della indicazione dei presupposti di fatto e diritto a fondamento della pretesa tributaria.

E’ bensi’ vero che la omessa allegazione del documento richiamato per relationem, non determina la invalidita’ dell’atto impositivo, nel caso in cui il contribuente abbia avuto altrimenti contezza dello stesso, o perche’ anteriormente notificatogli ovvero consegnatogli, o ancora in quanto trattasi di atto soggetto a forme di pubblicita’ legale e dunque comunque agevolmente conoscibile dall’interessato, ma nella specie tale conoscenza di fatto del “prospetto” da parte della contribuente e’ rimasta esclusa.

I Giudici di appello, infatti, si sono limitati ad affermare che i ricavi sono stati determinati in base allo studio di settore e che “i dati contabili ed extracontabili sono stati desunti dalla stessa dichiarazione resa dalla contribuente ai fini dello studio di settore”: quanto alla applicazione dello studio di settore SG34U , la CTR ha aggiunto che la (OMISSIS) ne ha potuto avere contezza nel corso del contraddittorio preventivo.

Appare del tutto evidente che gli argomenti svolti dal Giudice territoriale, meramente riproduttivi della “premessa” – sopra riportata – della motivazione dell’avviso di accertamento, non colgono la differenza determinante tra conoscenza delle fonti dei parametri astratti di accertamento standardizzato (previsti dallo studio di settore SG34U approvato con DM Finanze in data 30 marzo 1999, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 75 del 31 marzo 1999, che reca la nota tecnica e metodologica, le tabelle dei coefficienti e la “lista delle variabile), e conoscenza invece dei risultati ottenuti dalla concreta applicazione di quei parametri ai dati esposti nella dichiarazione fiscale e nel modello allegato, risultati finali (a titolo meramente esemplificativo: la individuazione del gruppo omogeneo di appartenenza – cluster – in cui e’ stato inserito il contribuente verificato) che sono stati evidenziati soltanto nel quadro sinottico (ovvero nel “prospetto”: riportato alle pag. 11 e 12 del ricorso per cassazione) depositato dall’Ufficio per la prima volta in allegato alla memoria difensiva di costituzione nel primo grado di giudizio (circostanza riferita a pag. 11 del ricorso per cassazione e non contestata nel controricorso).

Dai verbali del contradditorio preventivo, che ha fatto seguito alla comunicazione dell’invito alla definizione per adesione dell’accertamento ex Legge n. 218 del 1997, risulta soltanto che la contribuente era stata informata che il maggior accertamento scaturiva dall’applicazione dei parametri di cui al D.P.C.M. 27 marzo 1997, ai fini dell’IRPEF, IRAP ed IVA ed ancora che, in parziale accoglimento delle deduzioni di parte, volte ad illustrare una serie di circostanze giustificative del reddito dichiarato, l’Ufficio aveva formulato una proposta di riduzione dell’originario imponibile accertato (cfr. verbali di contraddittorio in data 27.7.2004 e 9.8.2004, trascritti alla pag. 2 del ricorso per cassazione): alcun riferimento e’ contenuto in tali verbali alla comunicazione alla contribuente del “prospetto” o dei risultati della elaborazione dei dati riportati nel “quadro sinottico” successivamente prodotto nel giudizio.

Pertanto e’ incorsa nell’errore denunciato la CTR laddove ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento motivato per relationem a documento non allegato all’atto notificato alla contribuente, ne’ altrimenti da questa conosciuto.

In conclusione il ricorso deve essere accolto, quanto al secondo motivo, inammissibile il primo, assorbiti gli altri motivi; la sentenza impugnata deve essere cassata e non occorrendo procedere ad ulteriori accertamenti in fatto, la causa puo’ essere decisa nel merito ex articolo 384 c.p.c., comma 2, con l’accoglimento del ricorso introduttivo e la condanna della Agenzia fiscale alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’, liquidate in dispositivo, dichiarate interamente compensate le spese relative ai gradi di merito.

La Corte:

– accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito accoglie il ricorso introduttivo della contribuente, e condanna l’Agenzia fiscale alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’ liquidate in euro 5.283,00 per compensi, euro 200,00 per esborsi oltre gli accessori di legge, dichiarate compensate le spese relative ai gradi di merito.

 

 

7) TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di febbraio 2015

Le quote di TFR, accantonate al 31 dicembre 2014, vanno rivalutate dello 0,25000%.

TFR: il coefficiente di rivalutazione dal 2014

Anno

Mese

TFR maturato fino al periodo compreso tra

Coefficiente

di rivalutazione (%)

2015

febbraio

15 feb - 14 mar

0,25000

2015

gennaio

15 gen - 14 feb

0,1250

2014

dicembre

15 dic - 14 gen 2015

1,5000

2014

novembre

15 nov - 14 dic

1,3750

2014

ottobre

15 ott - 14 nov

1,320028

2014

settembre

15 sett - 14 ott

1,125000

2014

agosto

15 ago - 14 sett

1,280112

2014

luglio

15 lug - 14 ago

1,015056

2014

giugno

15 giu - 14 lug

0,960084

2014

maggio

15 mag - 14 giu

0,765056

2014

aprile

15 apr - 14 mag

0,710084

2014

marzo

15 mar - 14 apr

 

2014

febbraio

15 feb - 14 mar

 

2014

gennaio

15 gen - 14 feb

 

 

 

8) False notizie: non è vero che il Fisco controlla a casa l’operaio

Nessun controllo a casa dell’operaio di San Miniato per due crociere: L’Agenzia delle entrate smentisce le false notizie di stampa.

In riferimento alla notizia dei presunti controlli del Fisco a casa di un operaio, per chiedere ragione di due crociere, l’Agenzia delle entrate precisa che non è stato effettuato alcun accesso presso il domicilio di contribuenti per richiedere informazioni su spese per viaggi e crociere.

Nessuna attività di ispezione e verifica, infatti, può essere realizzata dalle Entrate presso le abitazioni private dei contribuenti, se non in presenza di un’espressa autorizzazione da parte della Procura della Repubblica, rilasciata solo in casi estremamente gravi di evasione fiscale, che lascino supporre un reato penale.

La notizia, pertanto, è priva di qualsiasi fondamento e le informazioni diffuse non corrispondono al vero.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 42 del 16 marzo 2015)

 

 

9) Registri doganali “fuori uso”

L’Agenzia delle Dogane ha pubblicato l’elenco dei registri dichiarati “fuori uso”, giacché non più in linea con l’attuale normativa doganale e in materia di accise.

(Agenzia delle Dogane, determinazione n. 6024/RI del 13 marzo 2015).

Dunque, l’Agenzia delle Dogane ha dichiarato “fuori uso” i registri non più in linea con l’attuale normativa in materia di dogane e accise, ossia quelli sostituiti con registri presenti nel sistema informativo AIDA, nonché i registri sostituiti dalle regole sulla corporate identity e dalle note ufficiali registrate con il protocollo elettronico ASP.

Con determinazione dell’11 marzo 2105, infatti, l’Amministrazione doganale ha recepito gli esiti dell’attività svolta dal gruppo di lavoro permanente istituito con il compito specifico di provvedere a determinare quali registri e stampati possano essere considerati in abbandono o fuori uso, e alla revisione dinamica di quelli ancora in uso. L’elenco dei registri soppressi viene riportato in allegato al provvedimento.

Progetto O.T.E.L.L.O., visto doganale “digitale” per Expo 2015

È operativo dal 10 marzo 2015 all’aeroporto di Malpensa, e sarà esteso successivamente all’aeroporto di Fiumicino e a tutti gli altri aeroporti, il progetto O.T.E.L.L.O. (Online Tax Refund at Exit: Light Lane Optimization), realizzato dall’amministrazione doganale nell’ambito delle iniziative di supporto a Expo 2015: il progetto digitalizza il processo per ottenere il “visto doganale” da apporre sulla fattura per avere diritto allo sgravio diretto o al rimborso successivo dell’IVA gravante sui beni acquistati sul territorio nazionale da soggetti domiciliati o residenti fuori dall’UE. Le istruzioni operative della prima fase del progetto sono state fornite dall’Agenzia delle Dogane con la nota n. 30144/RU/2015 pubblicata il 13 marzo 2015.

Il progetto prevede, in particolare, che il viaggiatore che ha ottenuto il visto doganale (presentando la relativa richiesta presso gli uffici doganali o presso i desk delle società di rimborso, che effettueranno le relative operazioni tramite O.T.E.L.L.O.) recapita la fattura entro il quarto mese successivo all’emissione:

- al punto vendita, che procede al rimborso secondo le modalità pattuite al momento dell’acquisto o alla regolarizzazione dello sgravio;

- alla società di intermediazione, per ottenere il rimborso al momento dell’uscita dal territorio nazionale, nel caso in cui, su proposta del punto vendita, si avvalga del servizio di “società di rimborso”.

Il punto vendita è comunque tenuto, che sia associato o meno ad una società di rimborso, a verificare che il viaggiatore sia in possesso dei requisiti necessari per l’emissione di una fattura ai sensi dell’art. 38-quater del D.P.R. n. 633/1972, ossia:

- che il valore dei beni acquistati, per ogni fattura, sia superiore a 154,94 euro e che i beni siano destinati ad uso personale o familiare;

- che sulla fattura siano riportati gli estremi del passaporto o altro documento equipollente per comprovare che il viaggiatore è residente o domiciliato fuori dall’UE;

- che l’uscita dei beni dal territorio UE sia avvenuto entro il terzo mese successivo alla data di emissione della fattura e sia comprovata dal “visto doganale”.

Nella suddetta nota le Dogane precisano che O.T.E.L.L.O. razionalizza e semplifica la procedura connessa all’apposizione del visto da parte dell’autorità doganale, ma non modifica la normativa vigente in materia, che prevede la facoltà per l’Agenzia di effettuare controlli anche dopo l’apposizione del visto stesso.

 

 

10) Cassazione: il diritto al rimborso dell’IVA si prescrive in 2 anni, anzi no in 10 anni

Diritto al rimborso: prescrizione in 10 anni. In tema di rimborso dell’IVA, una volta manifestata in dichiarazione la volontà di recuperare il credito d'imposta, il diritto al rimborso, pure in difetto dell’apposita, ulteriore domanda, non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale.

Il diritto al rimborso del credito IVA esso non è soggetto al termine biennale di decadenza ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 5024 del 2015.

La Suprema Corte, pur riconoscendo l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale, ha sostenuto che la richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale e non a quello biennale, applicabile in via sussidiaria e residuale, in mancanza di disposizione specifiche; proprio perché l’attività non prosegue, non sarebbe infatti possibile portare l’eccedenza in detrazione l'anno successivo.

Rimborso IVA: il termine biennale decorre dal pagamento

I rimborsi d’imposta si riconoscono solo se richiesti entro due anni dal pagamento indebito, a prescindere da tutto ciò che accada successivamente: anche l’intervento di una sentenza della Corte di Giustizia, che dichiari il contrasto con il diritto comunitario della norma interna sulla cui base si era versata indebitamente l’imposta, non sposta in avanti il termine di decadenza entro cui presentare l’istanza di rimborso.

È quanto viene stabilito nella sentenza n. 5014 della Corte di Cassazione del 12 marzo 2015, con cui, invece, viene negato il diritto al rimborso del contribuente che presentava l’istanza pochi giorni dopo il deposito della favorevole sentenza comunitaria.

 

Vincenzo D’Andò