Diario quotidiano del 13 marzo 2015: coniuge indenne dal sequestro dei beni del presunto evasore

Pubblicato il 13 marzo 2015

il coniuge rimane indenne dal sequestro dei beni; Ivass: atteso il parere sulle conseguenze per chi appone il visto di conformità; anche per i falliti diritto all’oblio; revisione enti locali: pubblicato schema di relazione; ammesso l’appello proposto dal “vecchio” Ufficio dell’Amministrazione finanziaria; fattura elettronica: si avvicina il giorno della decorrenza obbligatoria di massa; atti di aggiornamento catastale: dal 1° giugno 2015 l’unica strada è il web; esattoria: no all’iscrizione dell’ipoteca sulla prima casa; non spetta la detrazione per gli interessi passivi sul mutuo contratto dalla coop; Decreto Investment Compact: ampliate le agevolazioni

 Indice:

 1) Il coniuge rimane indenne dal sequestro dei beni

 2) Ivass: atteso il parere sulle conseguenze per chi appone il visto di conformità

 3) Anche per i falliti diritto all’oblio

 4) Revisione enti locali: pubblicato schema di relazione

5) Ammesso l’appello proposto dal “vecchio” Ufficio dell’Amministrazione finanziaria

 6) Fattura elettronica: si avvicina il giorno della decorrenza obbligatoria di massa

 7) Atti di aggiornamento catastale: dal 1° giugno 2015 l’unica strada è il web

 8) Esattoria: no all’iscrizione dell’ipoteca sulla prima casa

 9) Non spetta la detrazione per gli interessi passivi sul mutuo contratto dalla coop

 10) Decreto Investment Compact: ampliate le agevolazioni

 

 

1) Il coniuge rimane indenne dal sequestro dei beni

No al sequestro beni del coniuge. Il sequestro sui beni del presunto evasore non può scattare sui beni del coniuge per il solo fatto che si presume siano nella sua disponibilità.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10194 del 11 marzo 2015, ha accolto le ragioni esposte da un contribuente che si era visto sequestrare l’immobile di proprietà della moglie a garanzia della presunta evasione fiscale.

Secondo la Corte Suprema, il matrimonio tra i due coniugi non è sufficiente per sostenere la misura. Infatti, hanno spiegato gli Ermellini con una interessante motivazione, per «disponibilità» deve intendersi la relazione effettuale del condannato con il bene, caratterizzata dall’esercizio dei poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà. La disponibilità coincide, pertanto, con la signoria di fatto sulla res indipendentemente dalle categorie delineate dal diritto privato, riguardo al quale il richiamo più appropriato sembra essere quello riferito al possesso come definito nell'art. 1140 cc. Non è necessario, quindi, che i beni siano nella titolarità del soggetto indagato o condannato, essendo necessario e sufficiente che egli abbia un potere di fatto sui beni medesimi e quindi la disponibilità degli stessi. Ovviamente tale potere di fatto può essere esercitato direttamente o a mezzo di altri soggetti, che a loro volta, possono detenere la cosa nel proprio interesse (detenzione qualificata) o nell'interesse altrui (detenzione non qualificata). Sicché la nozione di disponibilità non può essere limitata alla mera relazione naturalistica o di fatto con il bene, ma va estesa, al pari della nozione civilistica del possesso, a tutte quelle situazioni nelle quali il bene stesso ricada nella sfera degli interessi economici del prevenuto, ancorché il medesimo eserciti il proprio potere su di esso per il tramite di altri. Viene, cioè, in rilievo e legittima il sequestro finalizzato alla confisca per equivalente l’interposizione fittizia, quella situazione in cui il bene, pur formalmente intestato a terzi, sia nella disponibilità effettiva dell’indagato o condannato. Ma, afferma ancora la Corte, in questo caso non sono stati seguiti criteri giusti: infatti, il tribunale si è limitato ad asserire come la disponibilità del bene in capo all’indagato derivi dal rapporto di coniugio e dal fatto che l'immobile oggetto del provvedimento ablativo altro non è che la pertinenza della casa di abitazione dell’indagato. Tale motivazione non soddisfa i requisiti richiesti dalla norma e dalla giurisprudenza della Corte che esige, invece, una specifica e puntuale motivazione per superare la presunzione di appartenenza esclusiva del bene anche sotto il profilo della signoria di fatto, ad un soggetto terzo estraneo al reato.

Poi sempre la Cassazione, con la sentenza n. 10193 del 12 marzo 2015, ha stabilito che la signoria di fatto si evince dalla residenza che l’evasore mantiene nell’immobile, tanto più se una parte del fabbricato è adibita a suo ufficio. Pertanto, affinché il sequestro possa essere considerato valido deve essere sempre dimostrata dall’accusa e motivata dal tribunale l’esistenza di interposizione fittizia.

 

 

2) Ivass: atteso il parere sulle conseguenze per chi appone il visto di conformità

L’Istituto dovrà esprimersi sulla responsabilità. La responsabilità civile sui 730 precompilati finisce in mano dell’Istituto per la vigilanza delle assicurazioni.

Che in breve tempo sarà tenuto a fornire un parere sulla fattibilità giuridica del nuovo regime di responsabilità per chi appone il visto di conformità alla dichiarazione.

Con questa promessa si è chiuso, l’11 marzo 2015, il tavolo tecnico che ha visto riuniti insieme l’Agenzia delle entrate, l’Ivass, l’Ania (assicurazioni), la consulta dei Caf e i rappresentanti degli ordini dei commercialisti e quelli dei consulenti del lavoro.

L’ente regolatore ha infatti assicurato che nei prossimi giorni arriverà una posizione giuridica ufficiale che molto probabilmente andrà nella direzione di consentire (anche se nessuno lo ha detto ufficialmente) alla compagnie assicuratrici di estendere nelle attuali polizze anche le sanzioni dirette da parte del fisco, previsione fino ad ora vietata dal codice delle assicurazioni. Il problema nasce proprio dagli obblighi che derivano dal dlgs 175/14 sulle semplificazioni, quello che ha introdotto appunto il 730 precompilato. I centri di assistenza fiscale, i commercialisti, i consulenti del lavoro e gli altri intermediari che intendono esercitare la facoltà di apporre il visto di conformità sono, infatti, obbligati ad aggiornare le loro polizze assicurative non solo innalzando a 3 milioni di euro la soglia minima di massimale, perché in caso di errore devono garantire il risarcimento ai clienti e allo stato, ma anche di estendere, nel caso di visto infedele, la garanzia al pagamento di unasomma equivalente alle imposte che sarebbero state chieste al contribuente.

In sostanza l’Rc deve coprire anche le imposte eventualmente non versate dal contribuente. E qui arrivano i primi nodi, visto che le assicurazioni come denunciato dagli stessi professionisti, sono restie ad assicurare prevedendo questa clausola. Non tanto per cattiva volontà ma perché il loro codice ha vietato fino ad ora di assicurare questo tipo di sanzioni.

«Ora la speranza», ha spiegato Luigi Mandolesi delegato alla fiscalità per il consiglio nazionale dei commercialisti, «è che vengano risolte le relative problematiche giuridiche e interpretative in modo che successivamente possiamo poi provvedere a una convenzione per una nuova polizza che copra i nuovi rischi al miglior prezzo possibile. Certo, ancora una volta siamo in piena emergenza visto che il debutto del nuovo mode