Diario fiscale del 5 marzo 2015: le novità in tema di definizione di area edificabile e tanti altri aggiornamenti sulla fiscalità immobiliare

Pubblicato il 5 marzo 2015

Cassazione: il Commercialista non deve l’IRAP; é fruibile il “bonus musica”; per determinare l’area edificabile rileva il piano regolatore; da Equitalia nuova chance per chi ha perso la possibilità di rateizzare: online i moduli per fare richiesta; scorporo terreno-fabbricati: chiarimenti dalla Fondazione Nazionale Commercialisti; a breve partono le “max” compensazioni Iva; falso in bilancio: ecco gli emendamenti del governo; nuovo termine per la presentazione all’INAIL delle denunce retributive annuali; trasferimento di immobili espropriati: l’imposta ipotecaria per l’annotazione si calcola sul prezzo di aggiudicazione; si all’Irap sui contributi pubblici

 

 Indice:

 1) Cassazione: il Commercialista non deve l’IRAP

 2) E’ fruibile il cd. “bonus musica”

 3) Per determinare l’area edificabile rileva il piano regolatore

 4) Da Equitalia nuova chance per chi ha perso la possibilità di rateizzare: online i moduli per fare richiesta

5) Scorporo terreno-fabbricati: chiarimenti dalla Fondazione Nazionale Commercialisti

 6) A breve partono le “max” compensazioni Iva

 7) Falso in bilancio: ecco gli emendamenti del governo

 8) Nuovo termine per la presentazione all’INAIL delle denunce retributive annuali

 9) Trasferimento di immobili espropriati: l’imposta ipotecaria per l’annotazione si calcola sul prezzo di   aggiudicazione

 10) Si all’Irap sui contributi pubblici

 

 

 1) Cassazione: il Commercialista non deve l’IRAP

Non versa l’Irap il Commercialista con ufficio contiguo ad altro professionista. Ai fini dell’applicazione dell’IRAP nei confronti del professionista, non costituiscono indici rilevanti e decisivi per la sussistenza del requisito di autonoma organizzazione, l’esistenza di un ufficio contiguo organizzato per l’esercizio di un’altra attività professionale, né l’esercizio promiscuo dell’attività di Commercialista e di amministratore unico di società di capitali, in un immobile concesso in comodato.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4060 del 2015, con la quale, ha annullato la decisione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia che, invece, aveva dato ragione al Fisco, avendo ritenuto legittimo il silenzio-rifiuto dell’Amministrazione finanziaria alle istanze di rimborso dell’IRAP versata dal professionista, sulla base di “elementi confessori” ritenuti idonei a configurare il requisito dell’autonoma organizzazione.

Peraltro, dalla documentazione allegata dal professionista è risultata la sua qualità di amministratore unico di una società di capitali, comodataria dell’immobile concessole in godimento dallo studio legale associato dei propri genitori, presso il quale ha stabilito sia la sede della società, sia la sede dell’attività professionale di commercialista.

Secondo, la tesi (poi rivelatasi) errata dei giudici di appello, la concomitanza dei suddetti elementi avrebbe realizzato, di fatto, una “complessa organizzazione” a disposizione del professionista, che concretizza il requisito di autonoma organizzazione rilevante ai fini IRAP.

La Corte di Cassazione ha, invece, ricordato che secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza l’esercizio delle attività di lavoro autonomo professionale, è escluso dall’applicazione dell’IRAP solo qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata ed il requisito della autonoma organizzazione - il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità solo se congruamente motivato - ricorre quando il contribuente impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.Avuto poi riguardo allo specifico all’impiego non occasionale di lavoro altrui, costituente una delle possibili condizioni che configurano l’esistenza di un’autonoma organizzazione, viene ritenuto soggetto ad Irap il professionista che, per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività, eroga elevati compensi a terzi, a nulla rilevando il mancato impiego da parte del contribuente di personale dipendente. In particolare, ciò che rileva, agli effetti impositivi Irap, “è la sussistenza di una organizzazione imprenditoriale, restando indifferente il mezzo giuridico col quale quest’ultima è attuata (dipendenti ovvero società di servizi ovvero associazione professionale) e che rende possibile lo svolgimento (complesso) della attività (complessa) dei professionisti”.

Nel caso di specie, secondo i giudici della Suprema Corte, gli elementi posti a base della ritenuta sussistenza dell’autonoma organizzazione, per come evidenziati, non soddisfano i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, anzi costituiscono indici non rilevanti e decisivi ai fini dell’applicazione dell’IRAP nei confronti del professionista.

Dunque, il professionista non può essere ritenuto soggetto ad Irap esclusivamente sulla base dei seguenti elementi: Esistenza di un contiguo ufficio organizzato per l’esercizio dell’attività professionale, forense, da parte dei genitori e l’esercizio promiscuo, da parte del contribuente, dell’attività di Commercialista e di amministratore unico di società di capitali, in un immobile concesso in comodato.

 

 

2) E’ fruibile il cd. “bonus musica”

Bonus musica: in Gazzetta Ufficiale il decreto attuativo. Sono state definite le modalità di fruizione del cosiddetto “bonus musica”, ovvero dell’agevolazione, introdotta dall’art. 7 del D.L. n. 91/2013, finalizzata a promuovere la musica e i nuovi talenti.

Tale agevolazione é riconosciuta sotto forma di credito d’imposta, nella misura del 30% dei costi sostenuti dall’1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2016, per attività di sviluppo, produzione, digitalizzazione e promozione di registrazioni fonografiche o videografiche musicali, che siano opere prime o seconde di nuovi talenti.

Il D.M. del 2 dicembre 2014, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 27 del 3 febbraio 2015, ha indicato quali sono le condizioni per la fruizione di tale bonus.

Le imprese interessate dall’agevolazione sono le seguenti:

- imprese produttrici di fonogrammi di cui all’art. 78 della Legge n. 633/41 e di videogrammi musicali;

- imprese organizzatrici e produttrici di spettacoli di musica dal vivo.

Tali imprese dovranno essere già costituite alla data del 1° gennaio 2012.

Sono ammessi al beneficio, ai fini della determinazione del credito d’imposta, i seguenti costi:

- i compensi relativi allo sviluppo dell’opera, quelli spettanti agli artisti-interpreti o esecutori, al produttore artistico, all’ingegnere del suono e ai tecnici utilizzati dall’impresa per la sua realizzazione, nonché le spese per la formazione e l’apprendistato effettuate nelle varie fasi di detto sviluppo;

- le spese relative all’utilizzo e al nolo degli studi di registrazione;

- le spese per il noleggio e il trasporto di materiali e strumenti;

- le spese di post-produzione, montaggio, missaggio, masterizzazione, digitalizzazione e codifica dell’opera;

- le spese di progettazione e realizzazione grafica;

- le spese di promozione e pubblicità dell’opera.

L’importo totale delle spese eleggibili è, in ogni caso, limitato alla somma di 100.000 euro per ciascuna opera, la quale, di conseguenza, potrà beneficiare di un credito d’imposta massimo pari a 30.000 euro.

Le spese sostenute devono risultare da apposita attestazione rilasciata dal presidente del collegio sindacale, ovvero da un revisore legale iscritto nel registro dei revisori legali, o da un professionista iscritto nell’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Il credito d’imposta é utilizzabile in compensazione mediante F24 e sarà riconosciuto alle imprese nei limiti dello stanziamento di risorse disponibili (4,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016), nel rispetto dei limiti de minimis (regolamento UE n. 1407/2013) e fino all’importo massimo di 200.000 euro nei tre anni d’imposta.

Le imprese interessate dovranno presentare istanza al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dal 1° gennaio al 28 febbraio dell’anno successivo a quello di commercializzazione dell’opera.

 

 

3) Per determinare l’area edificabile rileva il piano regolatore

L’edificabilità di un’area va desunta dalla qualificazione attribuita nel piano regolatore generale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4088 del 2015.

In particolare, riguardo l’ICI, l’edificabilità di un’area, ai fini dell’applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, deve essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale - PRG adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall'adozione di strumenti urbanistici attuativi.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un contribuente e l’Agenzia delle entrate. Con atto notarile registrato il 14 luglio 2004, il contribuente ha venduto un terreno per il valore dichiarato di 55 euro al mq. L’Agenzia territoriale delle entrate ha poi notificato avviso di rettifica e liquidazione per il recupero a tassazione delle maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale conseguenti alla rettifica del valore del terreno, elevato a 80 euro al mq in ragione del fatto che detto cespite era sito in “zona residenziale di espansione in ambito perequato C2AP/11 con indice di edificabilità territoriale di 0,7 Mc/Mq”.

Il solo venditore ha, quindi, impugnato detto avviso dinanzi alla CTP, deducendo che la delibera di Giunta comunale che aveva adottato la succitata classificazione come variante al PRG era decaduta per mancato inoltro nei termini alla Regione per la relativa approvazione. A questo punto la CTP aveva accolto il ricorso che viene prontamente appellato dall’Ufficio dinanzi alla CTR, che ne ha accolto il gravame, osservando come il terreno dovesse essere valutato per le qualità esistenti al momento della stipula dell’atto e, poiché in quel momento il bene era edificabile, come tale doveva essere valutato.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il contribuente, in particolare dolendosi, da un lato, dell’erroneità in diritto della pronuncia impugnata per avere ritenuto, ai fini della determinazione della base imponibile dell’imposta di registro (e di quelle ipotecaria e catastale) il terreno in oggetto edificabile in forza di una variante al PRG mai approvata dalla competente Autorità regionale, circostanza in fatto non contestata, dovendo in proposito ritenersi che l’intervento delle Regioni in materia di piani regolatori e programmi di fabbricazione non ha solo efficacia di controllo, ma s’inserisce, quale elemento costitutivo, in una fattispecie a formazione progressiva, come pure evidenziato dalla giurisprudenza costituzionale in materia. Dall’altro, si lamentava per aver il giudice tributario d’appello erroneamente ritenuto legittima la rettifica e liquidazione dell'imposta di registro in forza della determinazione della base imponibile basata sul criterio del valore venale in comune commercio, in luogo del criterio del valore catastale, dovendosi considerare il terreno compravenduto, per effetto della mancata approvazione della delibera di variante al PRG, come suolo agricolo.

La Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente.

In particolare, osservano gli Ermellini, la giurisprudenza della Cassazione, componendo l’originario contrasto tra il c.d. indirizzo sostanzialistico e quello formalistico, ha affermato (con riferimento alla determinazione della base imponibile dell’ICI) il principio secondo cui l'edificabilità di un'area, ai fini dell'applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, deve essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall'adozione di strumenti urbanistici attuativi.

Tale indirizzo fu sancito da una importante pronuncia delle Sezioni Unite della Corte indipendentemente dall’approvazione - sopraggiunta nelle more - di una norma d’interpretazione autentica (art. 36, comma 2, D.L. n. 223/2006) che stabilisce che un'area è da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo.

In applicazione, quindi, del predetto principio, gli Ermellini hanno dunque ritenuto legittima la rettifica del valore del terreno come sopra determinata, ai fini della determinazione della base imponibile dell’imposta di registro, oltre che di quelle ipotecaria e catastale dovute sull’atto di compravendita su menzionato, alla data di stipula del quale in forza della variante al PRG adottata dal comune l'area doveva ritenersi edificabile.

 

 

4) Da Equitalia nuova chance per chi ha perso la possibilità di rateizzare: online i moduli per fare richiesta

Nei primi due mesi del 2015 riscossi 1,2 miliardi di euro. Nuova opportunità riservata a chi per legge ha perso il beneficio della rateizzazione alla data del 31 dicembre 2014. Secondo quanto stabilito dal decreto Milleproroghe (decreto legge 192/2014, convertito con modificazioni dalla legge 11/2015) i contribuenti interessati potranno richiedere fino a un massimo di 72 rate (6 anni) presentando la domanda entro il prossimo 31 luglio (moduli disponibili nella sezione Modulistica - Rateazione del sito www.gruppoequitalia.it). Ci sono però alcuni limiti rispetto alle regole generali sulla rateizzazione: il nuovo piano concesso non è prorogabile e decade in caso di mancato pagamento di due rate anche non consecutive (anziché 8 rate).

«La riapertura delle rateizzazioni rappresenta un’importante occasione per le imprese e per i cittadini più colpiti dalla crisi economica – dice l’amministratore delegato di Equitalia, Benedetto Mineo – Grazie a questo provvedimento i contribuenti possono usufruire di nuove condizioni favorevoli per regolarizzare i pagamenti e allo stesso tempo viene agevolato il recupero degli importi dovuti allo Stato e ai vari enti pubblici creditori».

Oggi circa la metà delle riscossioni di Equitalia avviene tramite il pagamento dilazionato. Nei primi due mesi del 2015 sono pervenute in media circa 20 mila nuove richieste alla settimana, portando l’ammontare complessivo di rateazioni a 2 milioni 650 mila per un importo di circa 28,5 miliardi di euro (sul sito i dati per provincia). Per quanto riguarda i volumi riscossi, i 7,4 miliardi di euro recuperati nel 2014 rappresentano un’inversione di tendenza rispetto a quanto registrato negli ultimi anni, con un incremento del 4% rispetto al 2013. In particolare è aumentato il recupero delle risorse per lo Stato: Erario +4%, Inps +15% e Inail +17,5%. Nei primi due mesi del 2015 Equitalia ha riscosso circa 1,2 miliardi di euro, un importo in linea con il corrispondente periodo dell’anno precedente che peraltro aveva beneficiato di quasi 300 milioni di incasso derivanti dalla definizione agevolata dei ruoli. Le attività di Equitalia si concentrano sulle fasce di inadempienza più elevate: nel 2014 più del 63% è stato recuperato da debitori di importi superiori a 50 mila euro.

Vademecum sulle rate

I contribuenti hanno a disposizione condizioni particolarmente favorevoli per il pagamento a rate delle cartelle. È possibile ottenere un piano di rateizzazione straordinario fino a 120 rate (10 anni) oppure un piano ordinario a 72 rate (6 anni). L’importo minimo di ogni rata è, salvo eccezioni, pari a 100 euro. I piani sono alternativi per cui, in caso di mancata concessione di una dilazione straordinaria, si può chiedere una rateazione ordinaria. Finché i pagamenti sono regolari, il contribuente non è più considerato inadempiente e può ottenere il Durc e il certificato di regolarità fiscale per poter lavorare con le pubbliche amministrazioni. Inoltre il contribuente che paga a rate è al riparo da eventuali azioni cautelari o esecutive (fermi, ipoteche, pignoramenti).

Come ottenere fino a 120 rate. In caso di grave e comprovata situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica ed estranea alla propria responsabilità, i contribuenti possono chiedere di pagare secondo un piano straordinario che può arrivare fino a un massimo di 120 rate (10 anni). I criteri per ottenere un piano straordinario di rateizzazione sono contenuti in un apposito decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze che stabilisce il numero di rate concedibili in base alla disponibilità economica del richiedente. Presentando una domanda motivata, si possono ottenere più di 72 rate quando l’importo della singola rata è superiore al 20% del reddito mensile del nucleo familiare. Questo parametro è valido anche per le ditte individuali. Per le altre imprese, invece, la rata deve essere superiore al 10% del valore della produzione mensile e deve essere garantito un indice di liquidità adeguato (compreso tra 0,5 e 1).

Come ottenere fino a 72 rate. Per debiti fino a 50 mila euro è tutto più semplice e veloce: si può ottenere un piano ordinario di rateizzazione compilando un modulo disponibile sul sito internet www.gruppoequitalia.it e negli sportelli di Equitalia, e riconsegnarlo a mano oppure spedirlo con raccomandata con ricevuta di ritorno. Per importi oltre 50 mila euro è sufficiente allegare alcuni documenti che dimostrino lo stato di difficoltà economica. È possibile richiedere rate variabili e crescenti, anziché rate costanti, in modo da poter pagare meno all’inizio nella prospettiva di un miglioramento della condizioni economiche.

Proroga e decadenza. I piani di rateizzazione, ordinari e straordinari, possono essere prorogati una sola volta. In entrambi i casi si può chiedere una proroga ordinaria (in ulteriori 72 rate) oppure, in presenza dei requisiti previsti, una straordinaria (massimo 120 rate). Si decade dal beneficio della rateazione in caso di mancato pagamento di otto rate anche non consecutive.

Come presentare la domanda. La domanda, comprensiva della documentazione necessaria, inclusa copia del documento di riconoscimento, si può presentare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, a mano presso uno degli sportelli dell’agente della riscossione competente per territorio o specificati negli atti inviati da Equitalia oppure, per i debiti inferiori a 50 mila euro, direttamente online sul sito www.gruppoequitalia.it, dove è possibile scaricare tutti i moduli.

(Equitalia, comunicato del 3 marzo 2015)

 

 

5) Scorporo terreno-fabbricati: chiarimenti dalla Fondazione Nazionale Commercialisti

Scorporo terreno-fabbricati senza perizia. La Fondazione Nazionale Commercialisti sul principio contabile oic 16. Non è necessaria alcuna perizia per eseguire lo scorporo, sempre obbligatorio, del terreno dal fabbricato, anche in presenza di componenti separati. È obbligatoria, però, l'indicazione del metodo e dei coefficienti utilizzati in nota integrativa.

Così la Fondazione nazionale dei commercialisti che è intervenuta con un documento del 3 marzo 2015 sulle modifiche eseguite dall'Organismo italiano di contabilità al principio contabile Oic 16, concernente la separazione contabile degli elementi che compongono le immobilizzazioni materiali, con particolare riferimento allo scorporo dei terreni dai fabbricati. La nuova versione del principio contabile si rende applicabile dal 31/12/2014 e, all'interno, prevede una revisione, sebbene parziale, della parte dedicata alla separazione tra il valore del terreno e il valore del fabbricato, già indicata con la precedente versione (2005), tenendo conto anche dell'impatto di natura tributaria, di cui al dl 223/2006, non considerato nella precedente. La prima rilevazione concerne l'approccio per componenti, stante il fatto che, molto spesso, i contabili si trovano di fronte a beni che incorporano altri con una propria vita utile, molto spesso diversa rispetta al bene principale; è il caso, per esempio, del macchinario e del suo motore o dell'ascensore collocato all'interno dell'edificio. La nuova versione contempla la separazione anche nel caso in cui la vita utile dell'elemento risulti più ampia rispetto a quella del bene principale che lo incorpora, nella considerazione che i precetti statuti nel principio contabile in commento sono tutt'altro che facoltativi, evitando la separazione dei beni soltanto nei casi in cui l'operazione non sia perseguibile o non sia significativa dal punto di vista della veridicità del documento di bilancio. Con particolare riferimento allo scorporo dell'area rispetto all'edificio, il principio contabile prevede che lo stesso debba essere eseguito anche nel caso in cui il fabbricato incorpori il valore del terreno, giacché il terreno, nel tempo, non subisce alcun logoramento e il valore di carico («valore residuo») resta impregiudicato; eccezioni sono quelle inerenti alle cave, alle miniere, alle discariche, ma anche alle aree destinate alle autostrade o alle ferrovie. Non è richiesta una perizia per la determinazione del valore dei due beni, ancorché la stessa possa essere considerata una vera e propria garanzia sulla corretta imputazione dei valori a bilancio, giacché l'art. 2426 c.c. dispone soltanto l'obbligo di indicare il metodo e i coefficienti utilizzati per il calcolo nella nota integrativa. Le società che applicavano la precedente versione non sono obbligate a eseguire modifiche al bilancio, mentre le società che non scorporavano il valore dell'area, dal 2014, sono obbligate a modificare la propria impostazione contabile. Dal punto di vista tributario, infine, l'autore evidenzia che le disposizioni tributarie comportano riflessi nella redazione del bilancio, stante il fatto che, ai sensi dell'art. 36, dl 223/2006, come modificato dalla legge 248/2006 e come sostituito dal comma 18, art. 2, dl 262/2006, il costo da attribuire ai terreni, ove non acquistate autonomamente, è quantificato in misura pari al maggior valore tra quello indicato nel bilancio nell'anno di acquisizione e quello corrispondente al 30% (fabbricati industriali) o 20% (per gli altri tipi) del costo complessivamente sostenuto, con evidente disallineamento tra valori civili e fiscali e con obbligo di tenere conto, in taluni casi, della fiscalità differita (imposte anticipate).

Conferma per la riqualificazione diretta a fondo di ripristino ambientale

La FNC interviene sulle ricadute operative della distinta indicazione in contabilità dei terreni sottostanti ai fabbricati prevista dall’OIC 16.

Riqualificazione del fondo ammortamento riferibile al terreno a fondo di ripristino ambientale: lo conferma anche il documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti del 28 febbraio 2015 sull’approccio per componenti e separazione terreno-fabbricati nei bilanci alla luce dei nuovi principi contabili nazionali. La Fondazione Nazionale dei Commercialisti è intervenuta sul dibattito in merito alle ricadute operative della previsione dell’OIC 16 che impone la distinta indicazione in contabilità dei terreni sottostanti i fabbricati.

Il documento, con riferimento alle modalità indicate dall’OIC 29 in merito alle modifiche dei principi contabili, suggerisce due possibili soluzioni operative:

- lo storno del fondo ammortamento riferibile al terreno con contestuale iscrizione di un provento di natura straordinaria e l’iscrizione di un fondo ripristino ambientale con la contestuale iscrizione di un onere straordinario (di pari importo);

- la riqualificazione del fondo ammortamento riferibile al terreno direttamente a fondo ripristino ambientale (senza pertanto interessare il Conto economico).

In alternativa a tali soluzioni, viene anche citata la possibilità che il fabbricato sia stato iscritto unitamente al terreno ed assoggettato ad ammortamento erroneamente: in tale fattispecie sarebbe necessario, così come previsto dall’OIC 29, procedere alla correzione dell’errore e ad indicare la relativa informativa nella Nota integrativa.

Tra le diverse soluzioni proposte, viene ritenuta preferibile la seconda soluzione, quella della riqualificazione diretta del fondo, in quanto la modifica dell’OIC 16 riguarda unicamente un cambiamento nella rappresentazione in bilancio dei terreni e dei fabbricati. Va inoltre considerato che la eventuale rilevazione di componenti positivi e negativi di reddito di pari importo determinerebbe un effetto nullo sul risultato d’esercizio e sul patrimonio netto.

Sarà invece difficilmente percorribile l’ipotesi della qualificazione del comportamento contabile pregresso come la correzione di un errore, se non limitatamente ai casi in cui non si possa ritenere in alcun modo che l’impresa dovrà sostenere costi per il futuro ripristino.

Un tema spesso dibattuto riguarda il caso dei fabbricati “non cielo terra” (ad esempio, un appartamento in un condominio). Ci si domanda se l’obbligo di contabilizzazione distinta del terreno sottostante riguardi anche tali situazioni. A tal proposito, il citato documento della Fondazione si limita ad affermare che tale circostanza “è egualmente plausibile anche qualora un fabbricato sia posto in un edificio”.

Viene consigliato, dal punto di vista civilistico, non effettuare tale scorporo, in quanto di difficile determinazione. A tal proposito, inoltre, se da un lato l’OIC 16 non prevede espressamente che la riqualificazione non debba essere effettuata sui fabbricati non cielo terra, allo stesso tempo, lo stesso OIC, nella guida operativa per la transizione ai principi contabili internazionali IAS/IFRS (ottobre 2005), aveva indicato che “nessuno scorporo è necessario se il fabbricato di proprietà consiste in una quota parte del fabbricato (in genere, un appartamento), in quanto, in tal caso, l’impresa non possiede (anche) un terreno sottostante (questo, ovviamente, nell’ipotesi in cui la quota parte costituisce una frazione minore del fabbricato)”. Tale indicazione, anche se relativa ai soggetti IAS/IFRS, viene ritenuta applicabile anche ai bilanci redatti secondo le norme del codice civile.

 

 

6) A breve partono le “max” compensazioni Iva

Decorre dal 16 marzo 2015 la procedura per chi ha presentato la dichiarazione entro il 28 febbraio. Ok alle eccedenze detraibili superiori a 5 mila euro.

Al via le compensazioni orizzontali dei crediti Iva sopra soglia: dal 16 marzo i contribuenti possono spendere le eccedenze detraibili superiori a 5.000 euro maturate nel periodo d'imposta 2014, purché abbiano presentato la dichiarazione annuale entro il 28 febbraio scorso. Se la somma che si intende compensare supera 15.000 euro, è necessario che la dichiarazione rechi il visto di conformità. Chi ha debiti erariali scaduti di importo superiore a 1.500 euro, prima di accedere alla compensazione deve saldare le pendenze.

In linea generale, occorre ricordare che l'utilizzo dei crediti tributari per il pagamento di altri tributi (diversi da quelli cui si riferisce il credito), premi e contributi, ai sensi dell'art. 17 del dlgs n. 241/1997, ovverosia la compensazione cosiddetta «orizzontale» o «esterna», è consentito fino al limite di 700.000 euro per anno solare.

Inoltre, ai sensi dell'art. 31 del dl n. 78/2010, la compensazione orizzontale dei crediti erariali è preclusa fino a concorrenza dell'importo dei debiti, di ammontare superiore a 1.500 euro, iscritti a ruolo per imposte erariali e relativi accessori, per i quali è scaduto il termine di pagamento. In tale ipotesi, per poter sbloccare l'utilizzo dei crediti occorre prima effettuare il pagamento dei debiti scaduti, anche mediante compensazione secondo le modalità stabilite dal decreto 10 febbraio 2011.

Vincoli sulle compensazioni dei crediti Iva

In relazione ai crediti Iva, come è noto, ai sensi dell'art. 30, comma 4, della legge n. 724/1994, le società e gli enti «di comodo» non possono chiedere a rimborso, né utilizzare in compensazione orizzontale l'eccedenza detraibile risultante dalla dichiarazione annuale relativa al periodo d'imposta nel quale versano nella condizione di non operatività.

Con il dl 78/2009, poi, sono stati introdotti i seguenti vincoli per le compensazioni orizzontali:

- la compensazione dei crediti, sia annuali che infrannuali, per importi superiori a 5.000 euro annui, può essere effettuata solo dal giorno 16 del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione o dell'istanza da cui il credito emerge e utilizzando esclusivamente i servizi telematici messi a disposizione dall'Agenzia delle entrate (Entratel o Fisconline); a tale ultimo proposito, il provvedimento dell'Agenzia delle entrate del 21 dicembre 2009 stabilisce che la presentazione delle deleghe recanti compensazioni dei crediti Iva deve essere effettuata a partire dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione o istanza;

- i contribuenti che intendono utilizzare in compensazione crediti annuali per importi superiori a 15.000 euro annui, hanno l'obbligo di richiedere l'apposizione del visto di conformità sulla dichiarazione dalla quale emerge il credito (o, in alternativa, di far sottoscrivere la dichiarazione stessa anche dai componenti dell'organo di contabile).

In base alle disposizioni sopra richiamate, pertanto, il credito annuale Iva del 2014 può essere utilizzato in compensazione oltre il limite di 5.000 euro a partire dal prossimo appuntamento del 16 marzo 2015 con i versamenti fiscali, purché sia stata trasmessa la dichiarazione Iva 2015 entro sabato 28 febbraio 2015; per compensare somme superiori a 15.000 euro, inoltre, occorre che la dichiarazione stessa rechi il visto di conformità rilasciato da un professionista abilitato (o la sottoscrizione dell'organo di controllo contabile).

Questa condizione, se carente, potrà essere soddisfatta anche successivamente, mediante presentazione di una dichiarazione integrativa anche dopo il termine di 90 giorni dalla scadenza (circolare n. 32/2014), purché prima di utilizzare il credito oltre 15.000 euro.

A proposito del visto di conformità, va ricordato che il professionista abilitato può «autovistare» la propria dichiarazione (risoluzione n. 82/2014 e circolare n. 28/2014).

Se i crediti Iva realmente esistenti vengono utilizzati in compensazione orizzontale in violazione delle suddette disposizioni, si configura una violazione punibile con la sanzione del 30%.

 

 

7) Falso in bilancio: ecco gli emendamenti del governo

Falso in bilancio: Gli emendamenti del governo al ddl sulla corruzione. Previsti sconti ed esimenti. Piena discrezionalità ai giudici per valutare il reato. Out ogni soglia matematica, ma previsione di una punibilità ridotta per fatti di lieve entità e della non punibilità per fatti di particolare tenuità secondo le disposizioni del nuovo art. 131-bis del codice penale. Per tale valutazione, di estremo rilievo risulterà la fallibilità o meno della società.

Il falso in bilancio torna, quindi, come nelle disposizioni anteriori al dlgs 61/2002 a configurarsi quale reato di pericolo nel quale scompaiono le sanzioni contravvenzionali e per la valutazione del quale estremamente ampia appare la discrezionalità del giudice. Tutte le fattispecie concretano ipotesi autonome di reato procedibili ex officio.

È quanto prevede il nuovo testo sul falso in bilancio sulla base degli emendamenti governativi al disegno di legge S19.

Nuovo testo normativo

Viene previsto, nel novellato art. 2621 c.c. che «gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono informazioni non rispondenti al vero ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni».

Le principali novità riguarderebbero, quindi in primo luogo, la trasformazione (o se si preferisce il ritorno al passato) del reato di danno in un reato di pericolo. In altri termini, nella versione che si sta pensando di introdurre il legislatore andrebbe a sanzionare tutti quei comportamenti che, seppur non immediatamente causativi di danni pongono in essere una situazione in grado di determinarli.

In merito alla punibilità poi, scompaiono le sanzioni contravvenzionali (arresto fino a due anni). Tutte le ipotesi di cui all'articolo 2621 c.c. quanto quella di cui all'articolo 2622 (in questo caso avente ad oggetto le società quotate nelle quali la pena prevista è della reclusione da tre a otto anni) vengono punite a titolo di delitto, con parametrazione della pena detentiva proporzionata alla gravità della condotta.

Fatti di lieve entità e le «esimenti»

Uno sconto di pena viene previsto per quei fatti che l'art. 2621-bis del codice civile potrebbe andare a definire «di lieve entità».

In queste circostanze (la cui valutazione parrebbe demandata al giudice adito) è contemplata, per il reo, la pena detentiva della reclusione in misura ridotta (da sei mesi a tre anni) rispetto alla ordinaria dell'art. 2621 c.c..

A riguardo, viene previsto (sempreché non costituiscano più grave reato), che i fatti di lieve entità, dovranno essere valutati tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta.

Attraverso l'articolo 2621-ter, c.c. infine, si introduce una serie di ipotesi di non punibilità da valutare sulla base della particolare tenuità di cui all'articolo 131-bis del codice penale in via di introduzione (non punibilità del fatto sulla base della «leggerezza dell'offesa e non abitualità del comportamento»). Ai fini di tali situazioni, il giudice è tenuto a valutare anche se i fatti di cui agli articoli 2621 e 2621-bis c.c. riguardino società che non superano i limiti indicati dal secondo comma dell'articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. Ciò significa, si legge nella relazione di accompagnamento « che, nella valutazione in concreto della sussistenza delle condizioni di applicazione della causa di non punibilità, il giudice debba tener conto, in via prevalente, della dimensione della società che la sottrae alla fallibilità, oltre ai criteri delineati in generale dal codice penale».

Responsabilità amministrativa degli enti

Incrementate le sanzioni in capo alle società in relazione alla responsabilità amministrativa di cui al dlgs 231/2001. Difatti, per i nuovi reati societari contemplati dal codice civile, all'art. 25-ter del decreto 231 si prevedono le seguenti sanzioni pecuniarie:

- per il delitto di false comunicazioni sociali (art. 2621 c.c.) la sanzione pecuniaria è da 200 a 400 quote (rispetto alla previgente da 100 a 150 quote);

- per il delitto di false comunicazioni sociali previsto dal nuovo art. 2621–bis c.c. la sanzione pecuniaria è da 100 a 200 quote;

- per il delitto di false comunicazioni sociali di cui al nuovo art. 2622 c.c. (nelle società quotate), la sanzione pecuniaria è da 400 a 600 quote.

 

 

8) Nuovo termine per la presentazione all’INAIL delle denunce retributive annuali

Autoliquidazione: ufficiale il rinvio al 28 febbraio di ogni anno. È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 51 del 3 marzo 2015, il Decreto 9 febbraio 2015 con il quale il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali approva la determina del Presidente dell’INAIL n. 330 del 5 novembre 2014 che fissa al 28 febbraio (29 in caso di anno bisestile) il nuovo termine per la presentazione all'INAIL delle denunce retributive annuali.

L’INAIL chiarisce i termini degli adempimenti amministrativi

L’INAIL, con la nota n. 1550 del 2 marzo 2015, fornisce chiarimenti in merito i termini di degli adempimenti amministrativi. Al riguardo, l’Avvocatura Generale dell’Istituto ha espresso parere favorevole ad applicare, in via analogica, le diposizioni dettate dal legislatore in ambito processuale.

Pertanto, l’INAIL comunica che nel caso in cui la scadenza del termine di 30 giorni previsto per gli adempimenti di cui all’art. 12, commi 3 e 4 del DPR n. 1124/1965 (comunicazione della modifica di estensione e natura del rischio, variazioni riguardanti il titolare dell'azienda, la sede ecc.) cada di sabato, l’adempimento è considerato tempestivo se effettuato il primo giorno lavorativo successivo.

 

 

9) Trasferimento di immobili espropriati: l’imposta ipotecaria per l’annotazione si calcola sul prezzo di aggiudicazione

Per chi acquista un immobile espropriato l’imposta ipotecaria, da versare per l’annotazione nei registri immobiliari, si calcola basandosi sul prezzo di aggiudicazione dell’immobile e non sull’intero credito garantito dall’ipoteca. Lo stesso trattamento si applica anche se l’immobile liberato rappresenta l’oggetto complessivo dell’ipoteca.

Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 8/E del 4 marzo 2015, incentrata sul trattamento delle annotazioni ordinate dal giudice che decreta il trasferimento del bene espropriato all’aggiudicatario.

Dunque, le cancellazioni ordinate giudizialmente con il decreto di trasferimento (emesso ai sensi dell’art. 586 del codice di procedura civile) possono configurarsi come liberazione dei singoli immobili trasferiti. Sulla base di questo presupposto, le annotazioni nei registri immobiliari non rientrano nella categoria delle cancellazioni totali di ipoteca, bensì in quella delle cancellazioni parziali, definite tecnicamente “restrizione di beni”. Per conseguenza, l’imposta ipotecaria da corrispondere per queste cancellazioni non va commisurata all’intero credito garantito dall’ipoteca, come nell’ipotesi di cancellazione totale dell’iscrizione, ma, se inferiore, al valore degli immobili liberati. Questo valore è rappresentato dal prezzo di aggiudicazione degli immobili trasferiti, come previsto dalle disposizioni in tema di imposta di registro.

Gli acquirenti degli immobili espropriati possono, quindi, beneficiare di un trattamento tributario strettamente correlato al prezzo definito per l’acquisto del compendio immobiliare e ciò anche nell’ipotesi in cui esso costituisca l’oggetto complessivo dell’ipoteca.

 

 

10) Si all’Irap sui contributi pubblici

Concorrono ai fini IRAP i contributi pubblici erogati per ripianare disavanzi di esercizio. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4226 del 2 marzo 2015.

La Suprema Corte ha evidenziato il principio secondo cui i contributi erogati, prima dallo Stato, poi dalle Regioni (queste ultime mediante un apposito Fondo destinato ai trasporti), per ripianare i disavanzi di esercizio degli enti e delle aziende di trasporto pubblico locale, vanno considerati per la determinazione della base imponibile ai fini dell'IRAP.

E’ questo anche se, ai fini delle imposte sui redditi, non costituiscono componenti positivi del reddito, e quindi venendo sottratti ad imposizione diretta.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una società contribuente e l’Agenzia delle Entrate.

In breve, i fatti. La S.p.A. A.N.M., esercente attività di trasporto pubblico locale di persone, ha chiesto il rimborso di una somma versata a titolo di Irap in base alla dichiarazione presentata per l'anno 2006, sostenendo di avere erroneamente incluso nella relativa base imponibile i contributi ricevuti al fine di assicurare il rinnovo del contratto collettivo di lavoro relativo al trasporto pubblico; ciò in quanto tale contributo era correlato a componenti negativi di reddito non deducibili.

La società contribuente ha quindi impugnato il silenzio rifiuto opposto dall'amministrazione e la Commissione tributaria provinciale accolse il ricorso, là dove la Commissione tributaria regionale ha respinto l'appello dell'ufficio, accogliendo quello incidentale proposto dalla società in relazione agli interessi.

Avverso questa sentenza propone ricorso l'Agenzia delle entrate per ottenerne la cassazione, in particolare sostenendo che malamente sono stati esclusi i contributi in questione dalla base imponibile dell'Irap, non emergendone la destinazione certa ed inequivocabile alla copertura di specifici costi non deducibili.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’Erario, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza di legittimità ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede evidenziato.

In particolare, ricordano gli Ermellini, le leggi istitutive dei contributi non istituiscono l'indicata correlazione fra l'erogazione dei contributi e costi non deducibili, segnatamente costi del lavoro.

Va osservato che, con legge di interpretazione autentica, si stabilito che «la disposizione contenuta nel D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 11, comma 3, secondo la quale i contributi erogati a norma di legge concorrono alla determinazione della base imponibile dell'imposta regionale sulle attività produttive, fatta eccezione per quelli correlati a componenti negativi non ammessi in deduzione, deve interpretarsi nel senso che tale concorso si verifica anche in relazione a contributi per i quali sia prevista l'esclusione dalla base imponibile delle imposte sui redditi, sempre che l'esclusione dalla base imponibile dell'imposta regionale sulle attività produttive non sia prevista dalle leggi istitutive dei singoli contributi ovvero da altre disposizioni di carattere speciale».

Sul punto, la giurisprudenza della Cassazione ha già avuto occasione di rimarcare che, indubbiamente, i contributi erogati, dapprima dallo Stato, poi dalle Regioni (queste ultime mediante un apposito Fondo destinato ai trasporti, costituito con il D.Lgs. n. 422 del 1997), per ripianare i disavanzi di esercizio degli enti e delle aziende di trasporto pubblico locale, non costituiscono componenti positivi del reddito, e quindi sono sottratti ad imposizione diretta.

A diversa conclusione si deve pervenire, invece, per quanto concerne la computabilità di tali contributi, per la determinazione della base imponibile ai fini dell'IRAP. A tal fine, i contributi in questione sono inclusi nella base imponibile a fini dell'IRAP, sebbene non assoggettati alle imposte sui redditi.

 

Vincenzo D’Andò