Diario quotidiano del 12 febbraio 2015: per fruire del regime contributivo agevolato i nuovi minimi devono inviare domanda di adesione entro il 28 febbraio 2015

Pubblicato il 12 febbraio 2015



nuovi minimi: agevolazioni contributive entro il 28 febbraio 2015; rimborsi da assistenza fiscale ed eccedenze di versamento: pronti i codici per compensazioni in F24 da parte dei sostituti; Iva e-commerce: via libera delle commissioni; imposta di registro sulla riorganizzazione di gruppo; liquidatore salvo dall’omesso versamento IVA; sequestro preventivo finalizzato alla confisca; Imu enti non commerciali con attività promiscua: al via i controlli; boom delle partite Iva a dicembre 2014; la Robin tax è incostituzionale; fatturazione elettronica, un obbligo anche per gli Ordini professionali; delega fiscale: chiesta una proroga di sei mesi; riforma della giustizia: si riparte dal rafforzamento del Tribunale delle imprese

 

Indice:

 1) Nuovi minimi: per l’Inps le agevolazioni contributive si chiedono entro il 28 febbraio 2015

 2) Rimborsi da assistenza fiscale ed eccedenze di versamento: pronti i codici per compensazioni in F24 da parte   dei sostituti

 3) Iva e-commerce: via libera delle commissioni

 4) Imposta di registro sulla riorganizzazione di gruppo: intervento della Cassazione

 5) Liquidatore salvo dall’omesso versamento IVA

 6) Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: ribaditi i principi dalla Suprema Corte

 7) Imu enti non commerciali con attività promiscua: al via i controlli

 8) Boom delle partite Iva a  dicembre

 9) La Robin tax è incostituzionale

 10) Fatturazione elettronica, un obbligo per gli Ordini professionali

 11) Delega fiscale: chiesta una proroga di sei mesi

 12) Riforma della giustizia: si riparte dal rafforzamento del Tribunale delle imprese

 

 

 

1) Nuovi minimi: per l’Inps le agevolazioni contributive si chiedono entro il 28 febbraio 2015

Per fruire del regime contributivo agevolato i nuovi minimi devono inviare domanda di adesione entro il 28 febbraio 2015.

Lo precisa l’Inps nella circolare n. 29 del 10 febbraio 2015.

È revocabile l'adesione al regime contributivo agevolato previsto per i nuovi «minimi». A tal fine va presentata istanza entro il 31 dicembre, per avere ripristinato il regime contributivo ordinario dal 1° gennaio dell'anno seguente.

Lo afferma l’Inps nella circolare n. 29/2015 con cui dà il via libera alla «de-minimalizzazione» dei contributi dovuti alla gestione artigiani e commercianti per chi, in possesso dei requisiti, aderisca al nuovo regime fiscale agevolato.

Chi sia titolare di attività d'impresa al 1° gennaio scorso deve inviare domanda di adesione entro il prossimo 28 febbraio (termine perentorio) per avere applicato il regime agevolato già dal corrente anno (il termine è perentorio).

La «de-minimalizzazione» contributiva

L'agevolazione consiste nella possibilità di disapplicare il minimale ai fini del pagamento dei contributi alla gestione artigiani e commercianti. Possibilità aperta a chi, avendone i requisiti, si avvale del nuovo regime fiscale anch’esso agevolato, c.d. dei «minimi». Si tratta di una facoltà per i lavoratori autonomi (solo per i titolari di reddito d'impresa): l’adesione al regime fiscale agevolato, in altre parole, non vincola necessariamente ad applicare il regime contributivo agevolato e se il lavoratore intende avvalersene deve farne apposita istanza.

Sebbene definito «regime agevolato», la disapplicazione del minimale contributivo non ha solo pregi ma pure difetti. Il pregio è che consente di pagare i contributi sull’effettivo reddito fiscale dichiarato, senza rispetto appunto del minimale per il 2015 pari a 15.548 euro. Il che vuol dire che chi guadagna meno di 15 mila euro, non è obbligato a pagare contributi su almeno 15.548 euro reddito («quota fissa»). Il difetto è questo: se i contributi sono versati in relazione a un reddito inferiore al minimale, non viene garantito l’accredito di un anno intero di contributi ai fini della pensione (è la stessa sorte degli iscritti alla gestione separata Inps).

Adesione

L’adesione avviene necessariamente a domanda del lavoratore interessato. Due le modalità. I soggetti già esercenti attività d'impresa al 1° gennaio 2015 devono inviare apposito modello telematico presente nel cassetto per artigiani e commercianti entro il 28 febbraio dell’anno per il quale intendono usufruire del regime agevolato. Attenzione; il termine è perentorio. Per cui, se non rispettato, l’adesione non sarà consentita per l’anno in corso e andrà presentata una nuova domanda entro il 28 febbraio dell’anno successivo e l’agevolazione sarà concessa con decorrenza 1° gennaio del relativo anno, sempreché il richiedente permanga in possesso dei requisiti. Il termine di decadenza del 28 febbraio vale anche per chi, esercitando attività di impresa prima del 1° gennaio 2015, non risulti ancora titolari di posizione attiva presso l’Inps (a questi mancano perciò poco più di due settimane per pensarci e fare adesione). Chi avvia una nuova attività d’impresa dal 1° gennaio 2015 e presume di essere in possesso dei requisiti può aderire al regime contributivo agevolato, presentando apposita domanda con «massima tempestività» rispetto alla data di ricezione della delibera di avvenuta iscrizione alla gestione previdenziale Inps.

Revoca

Tre ipotesi per l’uscita dal regime contributivo agevolato: venir meno dei requisiti che hanno consentito l'applicazione del beneficio; scelta del contribuente; comunicazione all'Inps, da parte delle Entrate, che il lavoratore non ha mai aderito al regime fiscale agevolato o non ha mai avuto i requisiti per aderire.

Altro documento di prassi

Inoltre, l’Inps, con la circolare n. 28 del 10 febbraio 2015, ha illustrato le modalità di versamento a mezzo F24 della contribuzione per invalidità, vecchiaia e superstiti dovuta per i soggetti iscritti al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo e al Fondo pensioni sportivi professionisti, a far data dal periodo di competenza gennaio 2015.

 

 

2) Rimborsi da assistenza fiscale ed eccedenze di versamento: pronti i codici per compensazioni in F24 da parte dei sostituti

Pronti i codici tributo che datori di lavoro ed enti pensionistici possono utilizzare per compensare in F24 le somme rimborsate a seguito di assistenza fiscale e le eccedenze di versamento di ritenute e di imposte sostitutive. Con l’istituzione dei nuovi codici, previsti dalla risoluzione n. 13/E del 10 febbraio 2015, l’Agenzia delle entrate dà attuazione alle novità contenute nel “Decreto semplificazioni” (Dlgs n. 175/2014, art. 15) per favorire la trasparenza e semplificare le operazioni da parte dei sostituti di imposta.

Rimborsi da assistenza fiscale, ecco i codici che entrano in F24 - Per consentire ai sostituti d’imposta di compensare, mediante il modello F24, le somme rimborsate sulla base dei prospetti di liquidazione delle dichiarazioni dei redditi e dei risultati contabili trasmessi da Caf e professionisti abilitati, sono istituiti i codici tributo:

- “1631” Somme a titolo di imposte erariali rimborsate dal sostituto d’imposta a seguito di assistenza fiscale

- “3796” Somme a titolo di addizionale regionale all’Irpef rimborsate dal sostituto d’imposta a seguito di assistenza fiscale

- “3797” Somme a titolo di addizionale comunale all’Irpef rimborsate dal sostituto d’imposta a seguito di assistenza fiscale.

Non sono più utilizzabili in compensazione i codici “4731”, “3803”e “3846”.

Eccedenze di versamento, 5 i codici a battesimo - Per permettere ai sostituti d’imposta di compensare in F24 le eccedenze di versamento di ritenute e di imposte sostitutive dai successivi versamenti, nonché le somme restituite in sede di conguaglio di fine anno o per cessazione del rapporto di lavoro, entrano in scena i codici tributo:

- “1627” Eccedenza di versamenti di ritenute da lavoro dipendente e assimilati

- “1628” Eccedenza di versamenti di ritenute da lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi

- “1629” Eccedenza di versamenti di ritenute su redditi di capitale e di imposte sostitutive su redditi di capitale e redditi diversi

- “1669” Eccedenza di versamenti di addizionale regionale all’Irpef trattenuta dal sostituto d’imposta

- “1671” Eccedenza di versamenti di addizionale comunale all’Irpef trattenuta dal sostituto d’imposta.

Non sono più utilizzabili in compensazione i codici: “1102”, “1103”, “1680”, “1706”, “1707”, “1710”, “1711”, “1713”, “3802”, “3848”, “8111” e “8112”.

Credito per famiglie numerose e per i canoni di locazione

Per consentire ai sostituti d’imposta di compensare, mediante il modello F24, il credito per famiglie numerose e per canoni di locazione riconosciuti dagli stessi sostituti, nonché il credito d’imposta per le ritenute Irpef sulle retribuzioni e sui compensi corrisposti dalle imprese marittime al proprio personale, le Entrate hanno istituito i seguenti codici tributo:

- “1632” Credito per famiglie numerose riconosciuto dal sostituto d’imposta

- “1633” Credito per canoni di locazione riconosciuto dal sostituto d’imposta

- “1634” Credito d’imposta per ritenute Irpef su retribuzioni e compensi al personale (previsto dall’art. 4, comma 1, Dl n. 457/1997)

Le nuove modalità di recupero e i relativi codici tributo valgono anche per i sostituti d’imposta che utilizzano il modello F24 Enti pubblici.

 

 

3) Iva e-commerce: via libera delle commissioni

Iva sui servizi elettronici, è tutto ok per le commissioni. Via libera del parlamento alla riforma dell'Iva sui servizi elettronici, di telecomunicazione e di teleradiodiffusione «business to consumer». Le commissioni finanze di camera e senato hanno espresso il 10 febbraio 2015 parere favorevole sullo schema di DLgs approvato dal governo la vigilia di Natale, che recepisce le modifiche apportate in materia dalla direttiva 2008/8Ce, con effetto dall'1/1/2015, e adotta le necessarie misure di coordinamento della normativa nazionale. Il provvedimento può quindi imboccare ora la strada della G.U..

Le nuove regole, che spostano il luogo di tassazione dei suddetti servizi dal paese del fornitore a quello del consumatore e prevedono un regime semplificato per l'osservanza degli adempimenti Iva, sono peraltro già operative anche in Italia, pur in difetto di recepimento, per ovvie ragioni di allineamento con gli altri paesi Ue. Anche il regime semplificato (c.d. Moss, o mini sportello unico), che vedrà ufficialmente la luce con l’entrata in vigore della nuova versione dell'art. 74-quinquies del dpr 633/72, come riformulato dal DLgs in arrivo, è attivabile su opzione dei contribuenti interessati sino dal 1° ottobre 2014, quando l’Agenzia, sulla base delle raccomandazioni della Commissione Ue, ha disciplinato e reso disponibile la relativa procedura informatica. Il passaggio all’imposizione Iva nel paese del consumatore, dal punto di vista sostanziale, è molto importante perché elimina la distorsione concorrenziale causata dal precedente criterio di imposizione nel paese del fornitore, che avvantaggiava le imprese stabilite nei paesi con le aliquote più basse. Quanto al conseguente obbligo per le imprese di applicare non più solo l’Iva del paese in cui sono stabilite, bensì l’Iva di ciascuno dei paesi in cui si trovano i loro clienti, le complicazioni procedurali possono essere evitate optando, appunto, per il regime semplificato Moss, che consente di accentrare gli adempimenti soltanto nel paese di identificazione. Da segnalare che le imprese che optano per il regime speciale sono dispensate dagli obblighi ex titolo II del dpr 633/72, compreso quindi l’obbligo di emissione della fattura per i servizi rientranti nel regime speciale.

 

 

4) Imposta di registro sulla riorganizzazione di gruppo: intervento della Cassazione

La Suprema Corte ha fornito chiarimenti nell’ambito dell’applicazione dell’imposizione di registro sulle operazioni di gruppo.

Secondo la Cassazione la riorganizzazione di gruppo non sfugge all’imposta di registro. All’Agenzia delle entrate non serve, infatti, «scomodare» l’abuso del diritto per riqualificare, ai fini dell’imposta di registro, una serie di operazioni di cessione di beni aziendali quale cessione di ramo d’azienda, essendo a ciò sufficienti le disposizioni contenute nel Testo unico dell’imposta di registro (dpr 131/1986 Tur).

Nell’ambito di una più ampia riorganizzazione di gruppo una società italiana impiegata nella produzione e distribuzione di contenitori di vetro ha realizzato diverse cessioni di beni aziendali (quali, tra l’altro, i beni in magazzino e gli stampi) a favore della consociata svizzera. Quest’ultima oltre a corrispondere il corrispettivo per i beni acquistati ha anche riconosciuto alla cedente un’indennità di spoliazione. Ad esito di tali operazioni la cedente è divenuta una mera società di produzione conto terzi. L’Amministrazione ha riqualificato l’insieme di tali operazioni quale cessione di ramo d’azienda e per l’effetto ha contestato alla cedente l’omessa registrazione dell’atto di cessione di ramo d’azienda in violazione dell’art. 10 e ss del Tur e alla cessionaria l’indebita detrazione Iva sia per i beni di magazzino sia per l’indennità di spoliazione ciò in ragione dell’ esclusione dall’Iva dell’asserita cessione d’azienda.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 1955 del 4 febbraio 2015)

 

 

5) Liquidatore salvo dall’omesso versamento IVA

In base a quanto deciso dai giudici di legittimità, il timore di «privilegiare» l’Erario salva il liquidatore dall’omesso versamento IVA.

Dunque, la Cassazione esclude la punibilità per la fattispecie penale tributaria configurando, in via putativa, l’esimente dell’adempimento del dovere.

Non è punibile per la fattispecie di omesso versamento IVA il liquidatore che, dopo avere presentato istanza di fallimento della società, pur avendo la disponibilità necessaria per far fronte al debito erariale, si rende inadempiente nella erronea convinzione che l’eventuale versamento avrebbe determinato la violazione della “par condicio creditorum” ed il rischio di contestazione della fattispecie di bancarotta fraudolenta preferenziale. È da configurare, infatti, la causa di giustificazione “putativa” dell’adempimento del dovere.

Un soggetto assumeva la carica di liquidatore di una Srl in data 9 novembre 2010 e, poco dopo, in data 23 dicembre 2010, presentava istanza di fallimento della società, avendone constatato l’irreversibile stato di insolvenza (peraltro, già in data 28 giugno 2010 era stata la stessa assemblea della srl a deliberare la richiesta di fallimento in proprio). Il fallimento della srl veniva dichiarato il 7 aprile 2011. Alla scadenza del termine previsto per evitare conseguenze penali in relazione agli omessi versamenti dell’IVA relativa al 2009, ovvero al 27 dicembre 2010, il liquidatore, nonostante la disponibilità nelle casse sociali della liquidità necessaria per assolvere al debito tributario, ometteva il versamento, temendo che lo stesso lo avrebbe sì salvato dalla fattispecie penale tributaria (ex art. 10-ter del DLgs. 74/2000), ma gli sarebbe valsa la contestazione del più grave delitto di bancarotta fraudolenta preferenziale (ex artt. 216 comma 3 e 223 comma 1 del RD 267/42), favorendo l’Erario rispetto agli altri creditori privilegiati.

La Suprema Corte ha reputato fondato il ricorso presentato dal liquidatore, sia pure per motivi diversi da quelli esposti dallo stesso liquidatore. Si osserva, infatti, come i dati oggettivi del caso in esame (presentazione dell’istanza di fallimento e disponibilità in cassa della liquidità sufficiente al pagamento del debito tributario) rivelino, in capo all’indagato, il legittimo convincimento che la regola della “par condicio creditorum” gli imponesse di non procedere al versamento dell’IVA, altrimenti trattando in maniera preferenziale lo Stato rispetto ai restanti creditori privilegiati. Deve, quindi, ritenersi integrata la causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p. (adempimento di un dovere) sia pure in termini putativi (ex art. 59 comma 4 c.p.).

In particolare, l’art. 51 c.p. è espressione del principio di non contraddizione dell’ordinamento giuridico, secondo cui un fatto costituente un obbligo non può, allo stesso tempo, essere qualificato come reato; posto che uno stesso ordinamento non può, senza venire in contraddizione con sé stesso, allo stesso tempo, vietare ed imporre la medesima condotta. Nel caso di specie è centrale la condotta di omesso versamento dell’IVA, che, da un lato, viola la ricordata disposizione penale tributaria, e, dall’altro, qualora accanto all’Erario dovessero porsi altri creditori anch’essi privilegiati, può “apparire” imposta dalle norme volte ad assicurare la “par condicio creditorum” (tanto è vero che pagamenti effettuati in violazione di tale regola possono rilevare ai fini della bancarotta fraudolenta preferenziale).

A fronte di ciò, è vero che al 27 dicembre 2010, data rilevante per l’integrazione della fattispecie di omesso versamento IVA, la regola della “par condicio creditorum” non vigeva ancora nella sua assolutezza, non essendo ancora intervenuta la dichiarazione di fallimento; a tale data, tuttavia, risultava già presentata l’istanza di fallimento e non erano ancora intervenute le pronunce giurisprudenziali che hanno sancito l’obbligo di versamento per intero del debito IVA nel concordato preventivo (cfr. Cass. n. 44283/2013).

Di conseguenza, dal momento che anche la disponibilità della liquidità per fronteggiare il debito erariale denota l’inesistenza di ragioni del mancato versamento diverse dalla convinzione di “dover” rispettare la “par condicio creditorum”, si ritiene che l’indagato, sia pure errando, abbia ragionevolmente ritenuto di non poter versare l’IVA, tanto più a fronte della possibilità di incorrere nella fattispecie di bancarotta fraudolenta preferenziale. È, quindi, da applicare l’esimente dell’adempimento di un dovere in via putativa; ai sensi dell’art. 59 comma 4 c.p., infatti, se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a suo favore.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 5921 del 10 febbraio 2015)

 

 

6) Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: ribaditi i principi dalla Suprema Corte

La simulazione contrattuale ha rilevanza penale. Contano anche comportamenti elusivi del contribuente per trarre vantaggi dall’uso in modo distorto di strumenti idonei a ottenere un risparmio fiscale. Un caso di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3 del DLgs. 74/2000) offre l’occasione alla Suprema Corte di ribadire alcuni principi in materia di sequestro preventivo finalizzato alla confisca e di toccare tangenzialmente la problematica della c.d. elusione fiscale.

I titolari di una Srl erano indagati per una complessa operazione fraudolenta che aveva portato all’indicazione nel Modello Unico di elementi attivi inferiori a quelli effettivi con un’evasione d’imposta superiore a cinque milioni di euro. Tale operazione era stata realizzata attraverso la costituzione di un trust – rivelatosi fittizio – e tramite la conclusione di un contratto (stock lending agreement) avente ad oggetto il prestito di 14.300 azioni di una società estera; elementi che, secondo la ricostruzione della pubblica accusa, integravano l’ipotesi di una simulazione contrattuale e, dunque, un idoneo mezzo fraudolento.

Tre sono le principali questioni portate all’attenzione della Cassazione.

Tra i presupposti applicativi del sequestro preventivo finalizzato alla confisca vi è il c.d. “fumus commissi delicti”. La Corte, richiamando un autorevole precedente sul punto (Cass. n. 40189/2006), ribadisce che il Tribunale del Riesame non può avere una “plena cognitio” del fondamento dell’accusa. Al Riesame deve piuttosto essere attribuita la mera competenza a verificare la legittimità dell’esercizio del sequestro e la correttezza degli obiettivi endoprocessuali. Tale limite mira ad evitare una pronuncia sul merito della causa prima del tempo.

Dunque, la sussistenza del “fumus” deve essere valutata semplicemente sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentanti dall’accusa, negli atti processuali, e dalla difesa, nelle contestazioni dalla stessa proposte. Ciò non significa che questo controllo possa limitarsi ad una verifica meramente burocratica, ma deve valutare l’antigiuridicità penale del fatto sulla base di quanto dedotto dalle parti.

Un altro tema, correlato alla problematica del sequestro preventivo, è rappresentato dal concetto di disponibilità dei beni che possono essere effettivamente oggetto di tale misura cautelare. Nel caso del sequestro “per equivalente” si ha riguardo ai beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente a quelli costituenti il prezzo o il profitto del reato, che sia stato realmente lucrato dall’indagato: nei reati tributari questo profitto generalmente coincide con il vantaggio economico ricavato in via immediata e diretta dal reato e, pertanto, si identifica con l’ammontare delle ritenute o dell’imposta sottratta al Fisco, che costituisce un vantaggio patrimoniale direttamente derivante dalla condotta illecita, anche se consistente in un risparmio di spesa.

Sulla nozione di “disponibilità” la presente sentenza sposa quell’orientamento per cui essa va intesa come la relazione effettuale dell’imputato con il bene, connotata dall’esercizio dei poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà (da ultimo, Cass. n. 15210/2012). Tale interpretazione si lega alla nozione civilistica del possesso e, quindi, non si limita al mero rapporto naturalistico con la res, ma si estende a tutte quelle situazioni in cui il bene stesso ricada nella sfera degli interessi economici del soggetto, ancorché costui eserciti tale potere per mezzo altrui (Cass. n. 6813/2008).

Sequestro per equivalente ammesso anche con interposizione fittizia: si potrà ritenere ammissibile un sequestro finalizzato alla confisca per equivalente anche nel caso di interposizione fittizia di persone, ovvero in quelle situazioni in cui il bene, seppur formalmente intestato a terzi, ricada nella sfera di operatività dell’indagato. Tale è il caso del trust portato all’attenzione della Cassazione, dal momento che i beni, formalmente confluiti in esso, continuavano ad essere amministrati e gestiti dagli indagati.

Infine, la Cassazione si sofferma sul valore della simulatorietà del contratto di mutuo concluso dalla società degli indagati e sul rapporto tra tale contratto e l’elemento costitutivo del reato di cui all’art. 3 del DLgs. 74/2000. Il nodo interpretativo è rappresentato dalla domanda se il carattere simulatorio integri una condotta meramente elusiva e, dunque, esclusa dalla sfera di operatività del penalmente rilevante.

Qui, il giudice supremo ribadisce che, sotto il profilo penale, vengono in rilievo anche comportamenti elusivi posti in essere dal contribuente per trarre vantaggi dall’utilizzo in modo distorto di strumenti idonei ad ottenere un risparmio fiscale in mancanza di ragioni economicamente apprezzabili che possano giustificare l’operazione.

(Corte di Cassazione, sentenza n. 5929 del 10 febbraio 2015)

 

 

7) Imu enti non commerciali con attività promiscua: al via i controlli

L’agenzia delle Entrate, con comunicato pubblicato sul portale “Punto fisco”, ha informato i comuni che possono accedere alle dichiarazioni Imu delle annualità 2012 e 2013 inviate telematicamente entro il 1° dicembre 2014 dagli enti non commerciali soggetti all'Imposta.

Peraltro, dall’annualità 2012 (D.L. 1/2012) l’obbligo per gli enti non commerciali di presentare la dichiarazione non ordinaria “Enc” scatta nei casi in cui l’immobile abbia un’utilizzazione promiscua.

L'applicazione dell’esenzione è in proporzione all’utilizzazione non commerciale. Con l’accesso alle dichiarazioni Enc possono, così, partire i controlli dei comuni sui pagamenti: Se nelle dichiarazioni è stato indicato un uso promiscuo il comune è legittimato al recupero dell’imposta, ove non pagata.

Sono disponibili anche le dichiarazioni presentate fino al 31 gennaio 2015, ma è ancora possibile il ravvedimento per l’ente non commerciale, che può presentare la dichiarazione entro il 1° marzo 2015, con la sanzione ridotta al 10% della sanzione minima prevista per l’omissione.

Infine, il comunicato avvisa che a regime ogni primo giorno lavorativo del mese saranno messe a disposizione le dichiarazioni pervenute nel mese precedente.

 

 

8) Boom delle partite Iva a dicembre

Incremento notevole del numero di apertura delle partite Iva a dicembre scorso, dovuto al regime forfetario per lavoratori autonomi e titolari di redditi d’impresa.

Il 52% è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 32,5% da soggetti di età compresa nella fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al 2013, per tutte le classi di età si osservano incrementi di aperture, soprattutto per quella al di sotto dei 35 anni (+15,5%).

Si registra un’accelerazione in tutto l’anno e, in particolare, negli ultimi due mesi. Categorie protagoniste: le persone fisiche, i professionisti, i commercianti e i giovani.

Il numero delle partite Iva aperte a dicembre è significativamente positivo, quasi raddoppiando le posizioni aperte a novembre e proseguendo l’andamento particolarmente dinamico che ha caratterizzato tutto il 2014: questi i dati del dipartimento Finanze pubblicati nelle sintesi on line.

Infatti, sono ben 76.336 le nuove posizioni Iva di dicembre, che seguono le 38.470 aperte a novembre. Confrontando i dati con lo stesso periodo del 2013, si registra un incremento del 203,43%, che segue l’aumento di quasi il 16% avuto a novembre, nell’ambito di un anno che non ha certo manifestato andamenti a due cifre nei mesi precedenti. Il 2014, nel suo complesso, ha messo a segno un +8,5%, trainato evidentemente dagli ultimi due mesi dell’anno.

Si può ragionevolmente ipotizzare che questa particolare accelerazione è riconducibile all’introduzione, da parte dell’ultima legge di stabilità, a partire dall’1 gennaio 2015, del regime forfetario per lavoratori autonomi e titolari di redditi d’impresa in sostituzione di quello dei “nuovi minimi” che, però, permanendo i necessari requisiti, potrà ancora essere fruito, fino alla scadenza naturale (compimento del quinquennio ovvero, se successivo, raggiungimento dei trentacinque anni di età), dai contribuenti che già l’adottavano nel 2014.Basti pensare che, in tutto l’anno, le adesioni al regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria e lavoratori in mobilità sono state 194.140, quasi il 34% del totale.Relativamente alla distribuzione per natura giuridica, si nota che nell’anno, nel 75% dei casi, si tratta di partite Iva intestate a persone fisiche, con particolare concentrazione in dicembre, quando sfiorano l’86% del totale, un risultato che impenna rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una differenza del +344%.

C’è anche da indicare che, rispetto al 2013, le partite Iva di società di persone subiscono un decremento del 10%, mentre aumentano le aperture da parte di persone fisiche (+10,1%) e delle società di capitali (+8,9%).

Questo boom di aperture di partite Iva ha riguardato tutte le regioni, tuttavia alcune si sono dimostrate particolarmente dinamiche nell’anno: la Calabria, la Sardegna, l’Umbria, la Provincia autonoma di Trento e la Lombardia. Il focus su dicembre conferma un consistente incremento a Trento (+271,8%) e indica anche la Valle d’Aosta e la Basilicata con numeri in crescita altrettanto significativi.Il settore produttivo più coinvolto nel 2014 si è confermato il commercio, che si è aggiudicato il 22,5% del totale delle aperture di partita Iva; a seguire vengono le attività professionali (17,4%) e le costruzioni (8,5%).Nel mese di dicembre, si segnala un maggior interesse da parte dei professionisti, che hanno fatto la parte del leone nelle aperture di partita Iva (35,2%), con un incremento del 1.264,1%; seguono le prestazioni sanitarie e di assistenza sociale (+864,5) e il settore dell’istruzione (+470,9%).

Infine, esaminando la suddivisione per persone fisiche, peraltro le più coinvolte in quest’impennata di fine anno, nel 2014 si manifestano incrementi in tutte le fasce e segmentazioni.

Appare significativo, in particolare, che la quota di partite Iva aperte da giovani fino a 35 anni (nell’anno il 52%, nel mese di dicembre il 66,2% sul totale) aumenta, a dicembre, del 541% sul periodo corrispondente, dando un motivo in più per ritenere determinante l’influenza esercitata dalle novità sui regimi agevolati, introdotte dalla Stabilità 2015.

 

 

9) La Robin tax è incostituzionale

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’addizionale all'imposta sui redditi delle società, istituita nel 2008 a carico delle imprese del settore energetico, la cosiddetta Robin Hood Tax. Scongiurata restituzione che avrebbe richiesto una nuova manovra.

La Consulta: la Robin tax è incostituzionale. Ma gli effetti della decisione non sono retroattivi.

La Robin tax è incostituzionale. Lo ha dichiarato la Consulta con la sentenza 10/2015 depositata l’11 febbraio 2015. La legge, introdotta dal Governo Berlusconi Tremonti nel 2008, prevede un'addizionale Ires per le compagnie energetiche.La Corte, si legge nel dispositivo, dichiara “l’illegittimità costituzionale dell’art. 81, commi 16, 17 e 18, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico), e successive modificazioni, a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione di questa sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica”.

I commi citati prevedono che “in dipendenza dell’andamento dell’economia e dell’impatto sociale dell’aumento dei prezzi e delle tariffe del settore energetico, l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società” sia applicata con una addizionale di 5,5 punti percentuali per i soggetti che abbiano conseguito nel periodo di imposta precedente un volume di ricavi superiore a 25 milioni di euro e che operano nei settori di seguito indicati: a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi; b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale; c) produzione o commercializzazione di energia elettrica. Alle compagnie energetiche interessate inoltre “è fatto divieto di traslare l’onere della maggiorazione d’imposta sui prezzi al consumo”. Gli effetti della sentenza non saranno retroattivi.

Con la bocciatura della Robin Tax da parte della Corte Costituzionale si apre una falla da circa un miliardo di euro nelle entrate fiscali anche se è stata scongiurata dalla stessa Corte l’eventualità di una restituzione di quanto versato.Una restituzione dei versamenti tributari già effettuati, sottolinea la Corte nelle motivazioni della sentenza, “determinerebbe, infatti, uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva, anche per non venire meno al rispetto dei parametri cui l`Italia si è obbligata in sede di Unione europea e internazionale”.

L’addizionale Ires è stata istituita nel 2008 dal governo Berlusconi, poco prima dell’esplosione della crisi, con l'intenzione di colpire gli extra-profitti del comparto garantiti dal forte incremento del prezzo del petrolio.

Dall'ultima relazione annuale dell'Autorità per l'Energia emerge che la misura ha garantito nel biennio 2011-2012, un gettito stimato di oltre 2,8 miliardi di euro, dei quali 2,4 da imprese del settore elettrico e del gas e circa 400 milioni da società petrolifere.

Da gennaio del 2014, però, l'aliquota, salita progressivamente dal 5,5% a oltre il 10%, è tornata al 6,5% ed il gettito dovrebbe scendere di poco al di sotto del miliardo di euro.

Secondo stime del Politecnico di Milano nel 2014 sono circa 700 le società del settore energetico cui è stata applicata la maggiorazione Ires, dopo che negli anni la platea è stata progressivamente allargata fino a coinvolgere tutte quelle con un fatturato superiore ai 10 milioni e includendo anche quelle del settore delle rinnovabili.

Il gettito, nel 2009 di poco superiore ai 500 milioni, è progressivamente salito parallelamente all'aliquota fino a circa 700 milioni nel 2010 a circa 1,5 miliardi nel 2011 per poi flettere intorno a 1,3 miliardi nel 2012 (ultimo dato ufficialmente disponibile). Il 2013 dovrebbe registrare un dato analogo, considerati platea, aliquota e prezzo del petrolio, mentre nel 2014 dovrebbe flettere di circa il 40% per la riduzione dell'aliquota.

La questione era stata sollevata nel 2011 dalla Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia, con riferimento alle disposizioni del D.L. n. 112/2008 che hanno introdotto, per il periodo d’imposta 2008, un prelievo aggiuntivo, qualificato come “addizionale” all’imposta sul reddito delle società (IRES), pari al 5,5%, da applicarsi ai soggetti operanti nei settori petrolifero ed energetico (tra questi, ad esempio, le imprese che commercializzano benzine, petroli, gas e oli lubrificanti), con ricavi superiori a 25 milioni di euro nel periodo d'imposta 2007.

Tali disposizioni hanno altresì posto a carico dei soggetti passivi il divieto di traslazione sui prezzi al consumo, affidando all’Autorità per l’energia elettrica e il gas il compito di vigilare e di presentare al Parlamento, entro il 31 dicembre di ogni anno, una relazione sugli effetti del tributo.

La Consulta ha riconosciuto che la maggiorazione dell’aliquota IRES gravante su determinati operatori dei settori energetico, petrolifero e del gas, introdotta dalla Robin tax, non è conforme agli articoli 3 e 53 Cost., come costantemente interpretati dalla giurisprudenza costituzionale.

 

 

10) Fatturazione elettronica, un obbligo per gli Ordini professionali

A partire dal prossimo 31 marzo anche gli Ordini professionali dovranno emettere, trasmettere, conservare ed archiviare le fatture esclusivamente in formato elettronico

Decorrerà dal 31 marzo 2015 l’obbligo di fatturazione elettronica per gli Ordini professionali. A chiarire che essi sono inclusi tra i destinatari dell’obbligo di fatturazione elettronica è stato il Ministero dell’Economia e delle Finanze, rispondendo con una nota ad una lettera della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri.

A partire dal prossimo 31 marzo, quindi, anche gli Ordini dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili dovranno emettere, trasmettere, conservare ed archiviare fatture, note, conti, parcelle e simili esclusivamente in formato elettronico.

A questo proposito, il Consiglio nazionale dei commercialisti ha emesso l’informativa n. 5 del 11 febbraio 2015 per comunicare agli iscritti le modalità di attivazione del servizio.

Il Consiglio, inoltre, sta valutando l’opportunità di garantire gratuitamente a tutti gli Ordini territoriali, attraverso una piattaforma nazionale, il servizio di ricezione e conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche collegato al Sistema di Interscambio Sogei.

 

 

11) Delega fiscale: chiesta una proroga di sei mesi

Delega fiscale, il governo chiede una proroga di sei mesi. La norma “salva-Berlusconi” slitta a maggio.

Il governo chiederà la proroga di sei mesi della scadenza della delega fiscale prevista per il 27 marzo prossimo. Mentre slitta a maggio il decreto attuativo che contiene la norma cosiddetta "salva-Berlusconi".

Lo ha detto in audizione alla commissione Finanze della Camera il vice ministro all'economia Luigi Casero.

"Avendo l'obiettivo prioritario di realizzare la delega e cercando di mantenere lo spirito di collaborazione che ne ha contraddistinto il percorso di approvazione”, ha detto Casero, “il governo ritiene indispensabile chiedere proroga di sei mesi per l'attuazione della delega fiscale". Si tratta "di 3 mesi più 3 con l'impegno entro tre mesi a presentare tutti i decreti". Adesso, ha aggiunto Casero, "dobbiamo trovare il provvedimento migliore" per presentare la proroga. Casero ha riferito che si sta ragionando come veicolo per la proroga sul decreto sull'Imu agricola.

Inoltre, il decreto attuativo della delega fiscale sulle sanzioni relative all'evasione fiscale, contenente la contestata norma sul 3% (per cui è stato ribattezzato "salva Berlusconi"), non sarà esaminato dal Consiglio dei ministri del 20 febbraio, ma slitterà a maggio. Il 20 febbraio, ha precisato Casero, "presenteremo il decreto sullo sviluppo e la concorrenzialità delle imprese", mentre i decreti su accertamento, sanzioni e contenziosi verranno presentati "in una fase successiva, probabilmente a maggio".

 

 

12) Riforma della giustizia: si riparte dal rafforzamento del Tribunale delle imprese

Riforma della giustizia al giro di boa. E si riparte dal rafforzamento del Tribunale delle imprese, dall’istituzione del tribunale della famiglia e dei diritti delle persone e dalla tipizzazione dei motivi di ricorso in Appello e in Cassazione. Ieri, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato il ddl delega per l’efficienza del processo civile, un testo che va a completare il quadro dei provvedimenti legislativi di riforma della giustizia presentati dal governo il 29 agosto scorso per un totale di sei ddl e un DL. Il testo approvato integra il DL sull’arretrato civile, già approvato dal parlamento, arricchisce le norme contenute nella disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati, al vaglio della camera per il voto finale e si inserisce nel quadro della riforma organica della magistratura onoraria (al senato).

Tribunale delle imprese

Valorizzazione dei risultati positivi raggiunti dalle sezioni specializzate in materia di impresa. Questo uno degli obiettivi che il governo punta a raggiungere con l’approvazione del ddl. «La delega, infatti», ha spiegato il guardasigilli Andrea Orlando, «mantiene inalterato il loro numero, ne cambia la denominazione in sezioni specializzate per l’impresa e il mercato e, soprattutto, amplia l’ambito di loro competenza alle controversie in materia di concorrenza sleale, anche se non interferenti con l’esercizio dei diritti di proprietà industriale e intellettuale, a quelle in materia di pubblicità ingannevole, alle azioni di classe a tutela dei consumatori prevista dal codice del consumo».

Saranno, inoltre, competenti anche relativamente alle controversie per accordi di collaborazione nella produzione e nello scambio di beni o servizi e relativi a società interamente possedute dai partecipanti all’accordo. Senza contare, poi, le controversie societarie relative a società di persone, a quelle in materia di contratti pubblici di lavori, servizi o forniture, rientranti nella giurisdizione del giudice ordinario.

Tribunale della famiglia e dei diritti delle persone

Iniziano a delinearsi i confini entro cui si muoverà la sezione specializzata per la famiglia. «La sezione», ha sottolineato il Guadasigilli, «avrà competenza su tutti gli affari relativi alla famiglia, anche non fondata sul matrimonio, e su tutti i procedimenti attualmente non rientranti nella competenza del Tribunale per i minorenni in materia civile». In tal modo, il vigente assetto di competenza del Tribunale per i minorenni viene integrato dalle competenze specializzate del tribunale ordinario in materia di famiglia e della persona.

Riforma processo civile

Riduzione dei tempi processuali in primo grado, in appello ed in Cassazione, in modo da fare della durata del processo e della sentenza esiti assolutamente naturali e prevedibili. «Per quanto riguarda i processi di primo grado, la riforma prevede una revisione della fase di trattazione e discussione, anticipando gli scambi di memorie per consentire di avere il quadro completo della lite alla prima udienza. Viene, poi», ha chiarito Orlando, «fissato un principio di delega per razionalizzare i termini processuali e semplificare i riti processuali mediante la omogeneizzazione dei termini degli atti introduttivi. In merito al processo d’appello, invece, sarà potenziato il carattere impugnatorio anche attraverso l’assestamento normativo e la stabilizzazione dei recenti orientamenti giurisprudenziali e tramite una maggiore chiusura per le nuove domande, le eccezioni e prove. Previsti, inoltre, interventi sul rito davanti alla Corte di cassazione, nel segno di un uso piú diffuso del rito camerale e nella prospettiva, possibile, di una riforma costituzionale che veda inseriti in un organo giudiziario supremo giudici oggi appartenenti ad altre magistrature, ovvero che veda attribuire ad una corte riformata controversie oggi regolate sulla base della doppia giurisdizione. In tale prospettiva, si potrebbe individuare un modello pressoché unico di processo civile supremo. Con la delega vengono, infine, introdotti il principio di sinteticità degli atti di parte e del giudice e il criterio di adeguamento delle norme processuali al processo civile telematico «con cui», ha concluso il numero uno di via Arenula, «abbiamo già risparmiato 44 milioni di euro grazie all’invio in formato elettronico di 12 milioni e 615 mila comunicazioni e grazie al quale si è verificato un miglioramento significativo dei tempi per i decreti ingiuntivi, una tendenza di meno 60% a Roma, di meno 43% a Milano e sostanzialmente analoga in tutta Italia".

 

Vincenzo D’Andò