Dirigente della pubblica amministrazione e contratto di lavoro a tempo determinato

di Massimo Pipino

Pubblicato il 26 gennaio 2015



è possibile, nella Pubblica Amministrazione, prevedere contratti a tempo determinato per i dirigenti?

Facendo riferimento all'aspetto relativo alla durata temporale del rapporto di lavoro a tempo determinato concernente soggetti che si trovano a ricoprire ruoli di natura dirigenziale nella Pubblica Amministrazione, occorre ribadire in primo luogo che nel caso in cui il contratto dirigenziale a tempo determinato sia stato stipulato con un ente locale, trovano applicazione sia l’articolo 19, comma 6, del Decreto Legislativo n. 165/2001, secondo cui: “Gli incarichi di cui ai commi da 1 a 5 possono essere conferiti, da ciascuna amministrazione, entro il limite del 10 per cento della dotazione organica dei dirigenti appartenenti alla prima fascia dei ruoli di cui all'articolo 23 e dell'8 per cento della dotazione organica di quelli appartenenti alla seconda fascia, a tempo determinato ai soggetti indicati dal presente comma. La durata di tali incarichi, comunque, non può eccedere, per gli incarichi di funzione dirigenziale di cui ai commi 3 e 4, il termine di tre anni, e, per gli altri incarichi di funzione dirigenziale, il termine di cinque anni. Tali incarichi sono conferiti, fornendone esplicita motivazione, a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nei ruoli dell'Amministrazione, che abbiano svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati ovvero aziende pubbliche o private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali, o che abbiano conseguito una particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria, da pubblicazioni scientifiche e da concrete esperienze di lavoro maturate per almeno un quinquennio, anche presso amministrazioni statali, ivi comprese quelle che conferiscono gli incarichi, in posizioni funzionali previste per l'accesso alla dirigenza, o che provengano dai settori della ricerca, della docenza universitaria, delle magistrature e dei ruoli degli avvocati e procuratori dello Stato. Il trattamento economico può essere integrato da una indennità commisurata alla specifica qualificazione professionale, tenendo conto della temporaneità del rapporto e delle condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali. Per il periodo di durata dell'incarico, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono collocati in aspettativa senza assegni, con riconoscimento dell'anzianità di servizio” (e nello specifico dispone che la durata di tali incarichi, comunque, non può eccedere, per gli incarichi di funzione dirigenziale di cui ai commi 3 - gli incarichi di Segretario generale di ministeri, gli incarichi di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali e quelli di livello equivalente - e 4 - gli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale - il termine di tre anni, e, per gli altri incarichi di funzione dirigenziale, il termine di cinque anni), quanto l’articolo 110, comma 3, del TUEL il quale dispone che “I contratti di cui ai precedenti commi non possono avere durata superiore al mandato elettivo del sindaco o del presidente della provincia in carica. Il trattamento economico, equivalente a quello previsto dai vigenti contratti collettivi nazionali e decentrati per il personale degli enti locali, può essere integrato, con provvedimento motivato della Giunta, da una indennità ad personam, commisurata alla specifica qualificazione professionale e culturale, anche in considerazione della temporaneità del rapporto e delle condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali. Il trattamento economico e l'eventuale indennità ad personam sono definiti in stretta correlazione con il bilancio dell'ente e non vanno imputati al costo contrattuale e del personale”.

 

Ciò detto, nell'ipotesi in cui si prediliga l’orientamento favorevole alla prevalenza della norma contenuta nel Decreto Legislativo n. 165/2001, si deve in ogni caso pervenire alla conclusione secondo cui la durata dell’incarico dirigenziale nell'ambito degli enti locali non può comunque essere inferiore ad un periodo di tre anni, né, d'altra parte essere superiore al termine di cinque anni. Nel caso in cui, invece, si voglia ritenere prevalente la disciplina di cui all’ordinamento degli enti locali ci si ritrova obbligati a pervenire alla conclusione che il rapporto di lavoro del dirigente assunto con contratto di lavoro a tempo determinato debba cessare con la scadenza del mandato elettivo del Sindaco.

La Suprema Corte di Cassazione, nella sua funzione di interprete della legge, ha ritenuto di dovere aderire al primo orientamento, ovvero a quello secondo cui la durata dell’incarico dirigenziale nell'ambito degli enti locali non può comunque essere inferiore ad un periodo di tre anni, né, d'altra parte essere superiore al termine di cinque anni, e con la sentenza 13 gennaio 2014, n. 478 che poneva fine ad un contenzioso tra un dirigente amministrativo e il Comune di Oristano, ha formulato il seguente principio di diritto: “in tema di affidamento, negli enti locali, di incarichi dirigenziali a soggetti esterni all’amministrazione si applica l’articolo 19 del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, nel testo modificato dall’art. 14 sexies Decreto Legge n. 155 del 2005, convertito con modificazioni nella Legge n. 168 del 2005, secondo cui la durata di tali incarichi non può essere inferiore a tre anni né eccedere il termine di cinque, e non già l’articolo 110, comma 3, Decreto Legislativo n. 267 del 2000 (T.U. enti locali), il quale stabilisce che gli incarichi a contratto non possono avere durata superiore al mandato elettivo del Sindaco in carica. La disciplina statale integra quella degli enti locali: la prima, con la predeterminazione della durata minima dell’incarico, è volta ad evitare il conferimento di incarichi troppo brevi ed a consentire al dirigente di esercitare il mandato per un tempo sufficiente ad esprimere le sue capacità ed a conseguire i risultati per i quali l’incarico gli è stato affidato; la seconda ha la funzione di fornire al Sindaco uno strumento per affidare incarichi di rilievo sulla base dell’intuitus personae, anche al di fuori di un rapporto di dipendenza stabile e oltre le dotazioni organiche, e di garantire la collaborazione del funzionario incaricato per tutto il periodo del mandato del Sindaco, fermo restando il rispetto del suddetto termine minimo nell’ipotesi di cessazione di tale mandato”.

La Corte di Cassazione nella sua presa di posizione ha ritenuto, altresì, di dover rilevare che “il carattere fiduciario che connota il suddetto rapporto non si pone in contrasto con la previsione di un termine minimo di durata, in quanto proprio perché è rimessa alla discrezionalità del capo dell'Amministrazione la scelta del soggetto cui affidare le rilevanti funzioni dirigenziali, si vuole garantire la collaborazione del funzionario incaricato per tutto il periodo di mandato del sindaco, fermo restando il rispetto del suddetto termine minimo nell'ipotesi di cessazione di tale mandato” e che il soggetto incaricato può dunque contare sul diritto ad essere reintegrato, al fine del completamento del termine minimo di durata (tre anni) anche nel caso in cui vi sia stato un rinnovo dell'organo politico. I giudici della Corte di Cassazione hanno motivato la propria decisione anche in base alla considerazione che essa i mostra essere aderente ai principi enunciati dal giudice delle leggi con la sentenza n. 324/2010 laddove, la Corte Costituzionale, ha stabilito che l’articolo 19, del Decreto Legislativo n. 165/2001 risulta essere applicabile agli enti locali, in base all’articolo 40, comma 1, del Decreto Legislativo n. 150/2009 e di conseguenza è applicabile anche il comma 6-ter che definisce la durata degli incarichi.



26 gennaio 2015

Massimo Pipino