Diario fiscale del 20 gennaio 2015: certificazione unica, una semplificazione che complica

Pubblicato il 20 gennaio 2015



in mancanza di invito l’accertamento fiscale è nullo; calo di liquidità per le aziende con lo Split Payment; transazioni commerciali: tasso interesse da applicare a favore dei creditori nei casi di ritardato pagamento; niente più obbligo di comunicazione per l’impronta dell’archivio informatico; IRAP: determinazione della base imponibile ed aliquota applicabile ai CONFIDI; trattamento fiscale delle plusvalenze derivanti da cessione di contratto preliminare; F24: istituite causali contributo per enti bilaterali; giochi: versamento della somma per ciascun punto di raccolta di scommesse oggetto di regolarizzazione fiscale; certificazione unica 2015, una semplificazione che complica; incentivo assunzioni personale altamente qualificato: chiarimenti dal Mise

 

Indice:

 1) In mancanza di invito l’accertamento fiscale è nullo

 2) Calo di liquidità per le aziende con lo Split Payment

 3) Transazioni commerciali: tasso interesse da applicare a favore dei creditori nei casi di ritardato pagamento  

 4) Niente più obbligo di comunicazione per l’impronta dell’archivio informatico

 5) IRAP: determinazione della base imponibile ed aliquota applicabile ai CONFIDI

 6) Trattamento fiscale delle plusvalenze derivanti da cessione di contratto preliminare

 7) F24: istituite causali contributo per enti bilaterali

 8) Giochi: versamento della somma per ciascun punto di raccolta di scommesse oggetto di regolarizzazione fiscale

 9) Certificazione Unica 2015, una semplificazione che complica

10) Incentivo assunzioni personale altamente qualificato: chiarimenti dal Mise

 

 

 1) In mancanza di invito l’accertamento fiscale è nullo

Se manca l’invito del fisco, l’accertamento fiscale è nullo. È, dunque, nullo l’accertamento senza l’invito scritto ai chiarimenti sulla contestata elusione fiscale anche se il contribuente ha reso dichiarazioni in sede di ispezione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 693 del 16 gennaio 2015, ha respinto gli ultimi due motivi del ricorso presentati dall’Agenzia delle entrate.  Per il Collegio di legittimità, nessuna dichiarazione resa agli agenti in sede di accesso o verifica può sostituire le formalità sancite dall’articolo 37-bis del dpr 600/1973. “La norma”, ricorda la Suprema Corte, “prevede espressamente che l’avviso di accertamento è emanato, a pena di nullità, previa richiesta al contribuente, anche mediante invio di lettera raccomandata, di chiarimenti da inviare per iscritto entro 60 giorni dalla data di ricezione della richiesta”. La disposizione prevede, quindi, a pena di nullità, che prima dell’emanazione dell’avviso di accertamento, vi sia la richiesta al contribuente di chiarimenti. È inoltre necessaria la specifica motivazione dell’atto, anch’essa a pena di nullità, in relazione alle giustificazioni fornite dal contribuente. A questo punto appare dunque evidente che, nel pieno rispetto del principio del contraddittorio, la richiesta di chiarimenti all’imprenditore concorra alla formazione della valutazione da parte delle Entrate, circa il fine elusivo delle operazioni e che, pertanto, non possano ritenersi alla stessa equipollenti l’attività svolta dai verbalizzanti in sede di verifica e le eventuali dichiarazioni rese in tale sede dal contribuente.

Motivazioni anche in fotocopia

Al contrario, non è nulla la sentenza le cui motivazioni ricalcano il contenuto di un atto di parte senza aggiungere niente di “originale”. Si tratta delle controdeduzioni depositate dall’Agenzia delle entrate nel giudizio di appello. Le Sezioni unite civili, con la sentenza n. 642 del 16 gennaio 2015, hanno fatto chiarezza negando che un verdetto fotocopia possa essere sintomo di un difetto di imparzialità del giudice. Purché in tal modo “risultino comunque attribuibili al giudicante ed esposte in maniera chiara, univoca ed esaustiva, le ragioni sulle quali la decisione è fondata”. Quello che conta, rilevano i giudici, non è che le decisioni e le motivazioni siano inedite ma che il giudizio e l’individuazione delle argomentazioni che lo sostengono siano attribuibili al giudice.

 

 

2) Calo di liquidità per le aziende con lo Split Payment

Il 1 gennaio 2015 si è dato il via al c.d. Split Payment, il meccanismo introdotto con la Legge di Stabilità 2015, che prevede, per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate da Fornitori privati nei confronti della Pubblica Amministrazione, il versamento dell’imposta da parte degli enti.

Esclusioni

Restano esclusi dallo split payment coloro che sono soggetti a ritenuta alla fonte sulle prestazioni e coloro che già applicano il reverse charge.

Chiarimenti sull’efficacia temporale

Il MEF, con il comunicato stampa n. 7 del 09.01.2015, è intervenuto rendendo noto che l’applicazione dello split payment è previsto esclusivamente per le operazioni fatturate a partire dal 1 gennaio 2015, per le quali l’esigibilità dell’imposta si verifichi successivamente alla stessa data; possiamo quindi dire che, lo split payment non si applica alle operazione fatturate entro il 31.12.2014, comprese quelle in regime di “esigibilità differita con incasso successivo al 1 gennaio 2015.

Modalità operative contabili

Il fornitore dovrà emettere fattura con la rivalsa dell’IVA, indicando che tale imposta non verrà mai incassata ai sensi dell’art. 17-ter del DPR 633/72 (split payment); l’imposta indicata in fattura verrà regolarmente registrata in contabilità dal cedente e andrà stornata, o contestualmente alla registrazione della fattura o con un’apposita scrittura, dal totale del credito acceso verso l’ente pubblico.

Modalità di versamento dell’IVA

La PA avrà diverse opzioni di versamento dell’IVA:

- Potrà utilizzare un distinto versamento dell’IVA dovuta per ciascuna fattura la cui imposta sia diventata esigibile;

- In ciascun giorno del mese, potrà effettuale un distinto versamento dell’IVA dovuta considerando tutte le fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile in tale giorno;

- Entro il 16 di ciascun mese, potrà fare un versamento cumulativo dell’IVA dovuta considerando tutte le fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile nel mese precedente.

Tenuto conto dei tempi tecnici dovuti sia dall’emanazione del decreto attuativo, sia al necessario adeguamento dei sistemi informatici di gestione amministrativo contabile delle PA, gli enti fino al 31 marzo accantoneranno le somme corrispondenti al successivo versamento dell’imposta che, in ogni caso, sarà dovuta entro il 16/04/2015.

(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, nota del 19 gennaio 2015)

 

 

3) Transazioni commerciali: tasso interesse da applicare a favore dei creditori nei casi di ritardato pagamento

Per il periodo 1° gennaio - 30 giugno 2015, ai sensi dell’art. 5, D.Lgs. n. 231/2002, il tasso di riferimento è pari allo 0,05%.

È stato, infatti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2015, il comunicato del MEF relativo al saggio degli interessi da applicare a favore del creditore nei casi di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali.

 

 

4) Niente più obbligo di comunicazione per l’impronta dell’archivio informatico

L’adempimento è completamente abrogato, anche in relazione ai documenti fiscali conservati prima dell’entrata in vigore del decreto ministeriale del 17 giugno 2014.

Lo ha ribadito l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 4/E del 19 gennaio 2015, emessa riguardo la corretta interpretazione dell’articolo 7, comma 3, del Dm posta da un contribuente con istanza di interpello.

Dunque, non si deve più procedere all’invio dell’impronta dell’archivio informatico per estendere la validità dei documenti informatici conservati prima dell’entrata in vigore del decreto ministeriale 17 giugno 2014 (“Modalità di assolvimento degli obblighi fiscali relativi ai documenti informatici ed alla loro riproduzione su diversi tipi di

supporto – articolo 21, comma 5, del decreto legislativo n. 82/2005”).

Fino all’entrata in vigore di quel provvedimento, coloro che provvedevano alla digitalizzazione documentale e alla conservazione sostitutiva dei documenti informatici rilevanti ai fini fiscali avevano l’obbligo di inviare l’impronta dell’archivio informatico con le modalità previste dall’articolo 5 del Dm 23 gennaio 2004. Lo scopo, datare con certezza l’esistenza dei documenti e delle firme apposte, eliminando il problema legato alla scadenza dei certificati di firma digitale.

Il Dm 17 giugno 2014 ha stabilito, con il comma 2, che, con la sua entrata in vigore, è abrogato il Dm 23 gennaio 2004, e, con il comma 3, che “Le disposizioni di cui al decreto 23 gennaio 2004 continuano ad applicarsi ai documenti già conservati al momento dell’entrata in vigore del presente decreto”.

Sembrava, pertanto, che, per i documenti conservati prima dell’entrata in vigore del Dm 17 giugno 2014, continuava a sussistere l’obbligo di trasmettere alle competenti Agenzie fiscali l’impronta dell’archivio informatico oggetto della conservazione, la relativa sottoscrizione elettronica e la marca temporale (articolo 5, comma 1, Dm 23 gennaio 2004).

Tale obbligo, però, aveva la finalità di “estendere la validità dei documenti informatici”, esigenza poi superata dai Dpcm 30 marzo 2009 e 22 febbraio 2013, in base ai quali “tutte le marche temporali emesse da un sistema di validazione sono conservate in un apposito archivio digitale non modificabile per un periodo non inferiore a venti anni ovvero, su richiesta dell’interessato, per un periodo maggiore”.

Ecco perché non occorre più inviare l’impronta dell’archivio informatico per estendere la validità dei documenti informatici conservati prima dell’entrata in vigore del Dm 17 giugno 2014.

 

 

5) IRAP: determinazione della base imponibile ed aliquota applicabile ai CONFIDI

Anche i Confidi determinano la base imponibile Irap come gli enti non commerciali, con il metodo retributivo e l’aliquota del 3,9%.

Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 5/E del 19 gennaio 2015, secondo cui la sola sussistenza del requisito soggettivo non basta a giustificare l’applicazione del regime proprio delle banche e degli altri soggetti finanziari, a cui è riservata l’aliquota maggiorata del 4,65%.

Dunque, l’Agenzia ha condiviso la tesi posta dal contribuente, poiché prevista dalla legge.

In particolare, i “consorzi di garanzia collettiva dei fidi”, nati per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, svolgono una funzione di “ponte” tra realtà produttiva e istituti di credito.

La disciplina che li riguarda è la stessa delle banche, il Testo unico bancario (Dlgs 385/1993).

La collocazione nelle “righe” del Tub porterebbe a pensare che tutte le disposizioni tributarie riservate ai soggetti finanziari siano, per riflesso, applicabili anche ai Confidi. Non è così. Il legislatore, infatti, con l’articolo 13, comma 47, del Dl 269/2003 (legge-quadro sul riordino delle norme in materia di Confidi), ha stabilito che tali soggetti, comunque costituiti, devono determinare, in ogni caso, il valore della produzione netta, ai fini Irap, secondo le modalità descritte dall’articolo 10, comma 1, del Dlgs 446/1997. Vale a dire, le stesse modalità previste per gli enti privati non commerciali che calcolano la base imponibile Irap con il metodo retributivo, a cui applicano l’aliquota ordinaria del 3,9%.

Pertanto, l’aliquota Irap maggiorata, prevista per le banche, non riguarda i consorzi in argomento.

 

 

6) Trattamento fiscale delle plusvalenze derivanti da cessione di contratto preliminare

Nel caso di cessione del preliminare, l’eventuale plusvalenza è tassabile. Lo ha evidenziato l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 6/E del 19 giugno 2015, secondo cui i corrispettivi percepiti dalla cessione del contratto preliminare di acquisto di un immobile possono essere inclusi tra i redditi diversi, alla stregua dei corrispettivi percepiti per l’assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere. Considerato, infatti, che per definizione il contratto preliminare comporta per le parti esclusivamente effetti obbligatori, nel caso di vendita del preliminare il soggetto assume l’obbligo di non essere presente al momento della stipula del contratto definitivo e, quindi, di non sottoscrivere lo stesso. Conseguentemente, il reddito è determinato dalla differenza tra l’ammontare percepito nel periodo d’imposta e le spese specificamente inerenti alla sua produzione.

L’Agenzia delle entrate ha, così, risposto a una persona fisica che, dopo aver stipulato il compromesso per l’acquisto di un’abitazione ancora in costruzione e aver pagato un acconto, ci ripensa e decide di rivendere l’atto, operazione, per lui, in attivo dal punto di vista dell’incasso.

Secondo l’istante, il surplus derivante dalla transazione non è riconducibile, secondo la normativa vigente, a nessuna categoria di reddito imponibile ed è, quindi, esentasse.

L’Amministrazione finanziaria non è d’accordo e spiega come, al contrario, l’importo trova una sua collocazione tra i corrispettivi tassabili.

La risoluzione mette in chiaro, innanzitutto, le peculiarità del contratto preliminare. Si tratta di un accordo tra le parti che non ha conseguenze reali, mancando l’effettivo trasferimento del bene. Gli effetti sono soltanto obbligatori. In sostanza, acquirente e venditore assumono determinati impegni, come quello, ad esempio, di concludere l’affare entro un tempo prestabilito.

L’Agenzia prosegue precisando che la plusvalenza scaturita dalla vendita del preliminare è fiscalmente rilevante e trova posto tra i redditi diversi dell’articolo 67, comma 1, del Tuir, ma non, come potrebbe apparire naturale a un primo esame, tra quelli individuati dalla lettera b) della norma, riferiti alle cessioni di immobili (nel caso in esame, infatti, non c’è alcun trasferimento di immobile).

Per arrivare alla corretta collocazione, bisogna scorrere fino alla lettera l) e, cioè, ai “redditi derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente o dalla assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere”, poiché l’istante si è assunto l’obbligo di non stipulare il contratto definitivo.

Per conseguenza, la plusvalenza va calcolata in base all’articolo 71, comma 2, del Tuir e, quindi, è data dalla differenza tra l’importo ricevuto e quanto versato in sede di preliminare

 

 

7) F24: istituite causali contributo per enti bilaterali

Servono per versare, mediante il Modello F24, le somme destinate a “settore privato” e “terziario italiano”, in base alle convenzioni che affidano all’Inps il servizio di riscossione,

Due risoluzioni, due causali: “Eb04” (ente bilaterale settore privato) ed “Ebti” (ente bilaterale terziario italiano). Vanno inquadrate, la prima nella convenzione del 9 dicembre 2014, la seconda in quella del 10 dicembre 2014, entrambe sottoscritte fra gli enti bilaterali e l’Inps.

Le nuove codifiche consentiranno l’arrivo diretto degli importi pagati a titolo di contributi nelle casse dei due organismi.

Sono state istituite dall’Agenzia delle entrate con le risoluzioni n. 7/E e n. 8/E del 19 gennaio 2015.

Nell’F24 vanno indicate, ciascuna, nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo” in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, vanno riportati, inoltre, il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda e il periodo di riferimento.

 

 

8) Giochi: versamento della somma per ciascun punto di raccolta di scommesse oggetto di regolarizzazione fiscale

L’Agenzia dei Monopoli, con il provvedimento del 15 gennaio 2015, ha fissato le modalità di versamento della somma di 10.000 euro per ciascun punto di raccolta di scommesse oggetto di regolarizzazione fiscale. Il provvedimento approva anche i modelli di disciplinare per la raccolta delle scommesse, dettando le disposizioni per la raccolta a seguito della dichiarazione di impegno alla regolarizzazione, e per l'annotazione e la contabilizzazione delle scommesse raccolte fino al momento del loro effettivo collegamento al totalizzatore nazionale.

In particolare, per quanto riguarda il versamento della somma di 10.000 euro per ciascun punto di raccolta di scommesse oggetto di regolarizzazione, prevista dalla legge di Stabilità 2015 (art. 1, comma 643, lettera a) è effettuato mediante il modello F24 Accise, utilizzando il codice tributo:

- 5381 - Versamento dovuto ai sensi dell’art. 1, comma 643, lett. a), della legge 23/12/2014, n. 190, istituito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 1E/2015.

La somma di 10.000 euro potrà essere compensata in sede di versamento anche solo della prima rata dell’imposta unica, dovuta per i periodi d’imposta anteriori a quello del 2015 e per i quali non sia ancora scaduto il termine di decadenza per l'accertamento, determinata con le modalità previste dal D.L. n. 98/2011, ridotta di 1/3 e senza applicazione di sanzioni ed interessi.

 

 

9) Certificazione Unica 2015, una semplificazione che complica

Una semplificazione che dovrebbe facilitare i rapporti tra fisco e contribuente, ma che invece si presenta come un boomerang ricco di complicazioni. Il modello per la Certificazione Unica, introdotto lo scorso 15 gennaio dall’Agenzia delle entrate, viene analizzato nell’approfondimento della Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, pubblicato il 19 gennaio 2015, per far luce sulle criticità e su come cambiano gli adempimenti con questa nuova dichiarazione.

Una semplificazione che complica. Senza dubbio è questo l’emblematico effetto del modello di certificazione unica (CU) 2015 pubblicato dall’Agenzia delle Entrate il 15 gennaio scorso.

Una "complicazione" giustificata, secondo le fonti ufficiali, dalla "semplificazione" che dovrebbe derivare dal 730 precompilato, ma che invece assume connotati assolutamente contraddittori.

Addirittura un ossimoro, se si pensa alle 115 pagine di istruzioni e ai 297 campi da compilare. Con l'aggravante che viene introdotto un pesante regime sanzionatorio mentre tutto sembra ancora in divenire e non certo per responsabilità dei contribuenti e, men che meno, dei professionisti. In una fase in cui la crisi continua a battere pesantemente sulla nostra economia, invece di adottare provvedimenti idonei ad alleggerire il carico fiscale (sono inascoltati gli appelli dei consulenti del lavoro mirati a sospendere gli studi di settore per tre anni), ne vengono previsti altri che sanzionano il ritardo di modelli statistici. Anche perché ad oggi non si hanno notizie degli aggiornamenti che le software house devono rilasciare per poter operare. Insomma, l'ennesimo esempio di come non si dovrebbe operare per rendere più semplici e accessibili i rapporti tra contribuenti e fisco.

L'ennesimo esempio di come quella compliance tanto declamata quanto trascurata è ancora lontana dall'essere raggiunta.

Il tutto a costo zero per l'Amministrazione Finanziaria considerato che "l'obolo" riconosciuto agli intermediari (poco più di un euro a dichiarazione), sia stato qualche anno fa addirittura soppresso.

Certificazione unica e semplificazione?

Venendo alla certificazione unica, dopo tanti anni di onorato servizio del CUD, si soppianta tale modello in nome della semplificazione con una certificazione molto più complessa.

Rispetto ai dati che lo stesso richiedeva, infatti, la nuova veste dell’adempimento prevede numerosi dati in più ed una platea più ampia di soggetti da dichiarare (es. lavoratori autonomi). Alla luce di tali considerazioni, anche volendo ritenere che lo scopo del 730 precompilato possa giustificare le modifiche (ma vedremo che non è così), ci si aspettava un termine più ampio rispetto a quello precedente. Infatti, i dati da presentare entro la scadenza sono numerosi e sostanzialmente i termini sono incompatibili con la possibilità per le aziende di recuperare tutte le informazioni utili ad una corretta compilazione dei dati.

Facciamo un esempio, un fattura con ritenuta d’acconto emessa a dicembre 2014 è possibile registrarla e dunque produrla ad un consulente del lavoro, entro 60 giorni: quindi entro la fine di febbraio. A questo punto, il professionista ha solo pochi giorni per effettuare le registrazioni e predisporre la certificazione. Allo stesso modo, i conguagli fiscali di fine anno è possibile predisporli entro il 28 febbraio. E quindi i consulenti del lavoro avranno solo 7 giorni per produrre un documento (appunto la certificazione unica) che necessità di essere coordinato e riscontrato nei dati numerici.

In questo modo si incide in modo significativo nel modello organizzativo delle aziende e degli studi professionali. Senza considerare che ogni giorno che passa senza avere le release – al momento ancora non disponibili - necessarie per aggiornare i gestionali si aggrava il carico di lavoro.

E per chiudere il cerchio, da perfetto manuale della burocrazia, viene prevista una sanzione da 100 euro per ogni percipiente in caso di violazioni.

Tradotto in numeri, un’impresa con 100 certificazioni (tra dipendenti, lavoratori autonomi e provvigioni, un numero facilissimo da raggiungere), in caso di errori, rischia 10 mila euro di sanzione !

Il tutto senza che vi sia un minimo accenno ad un periodo transitorio di moratoria in fase di prima applicazione di una norma.

 

 

10) Incentivo assunzioni personale altamente qualificato: chiarimenti dal Mise

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con la circolare n. 828 del 9 gennaio 2015, ha fornito chiarimenti e istruzioni sulle modalità e i termini di presentazione delle istanze e di fruizione del credito d’imposta riconosciuto alle imprese per l’assunzione a tempo indeterminato di personale altamente qualificato.

A decorrere dal 26 giugno 2012 a tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dalle dimensioni aziendali, dal settore economico in cui operano, nonché dal regime contabile adottato, è concesso, nel limite massimo di 200.000 euro e fino ad esaurimento delle risorse disponibili, un contributo sotto forma di credito d'imposta, nella misura del 35% del costo aziendale sostenuto per le assunzioni a tempo indeterminato di:

- personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario conseguito presso una università italiana o estera se riconosciuto equipollente in base alla legislazione vigente in materia;

- personale in possesso di laurea magistrale in discipline di ambito tecnico o scientifico, impiegato in attività di Ricerca e Sviluppo.

Il diritto a fruire del contributo decade:

- se il numero complessivo dei dipendenti è inferiore o pari a quello indicato nel bilancio presentato nel periodo di imposta precedente all'applicazione del beneficio fiscale;

- se i posti di lavoro creati non sono conservati per un periodo minimo di tre anni, ovvero di due anni nel caso delle piccole e medie imprese;

- se l'impresa beneficiaria delocalizza in un Paese non appartenente all'Unione europea riducendo le attività produttive in Italia nei tre anni successivi al periodo di imposta in cui ha fruito del contributo;

- nei casi in cui vengano definitivamente accertate violazioni non formali, sia alla normativa fiscale che a quella contributiva in materia di lavoro dipendente per le quali sono state irrogate sanzioni di importo non inferiore a euro 5.000, oppure violazioni alla normativa sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, nonché nei casi in cui siano emanati provvedimenti definitivi della magistratura contro il datore di lavoro per condotta antisindacale.

L’attivazione della procedura di concessione del beneficio è stata disposta con il decreto direttoriale del Ministero dello sviluppo economico del 28 luglio 2014, che ha stabilito: le istanze di accesso al credito d’imposta riferite ai costi sostenuti per le assunzioni nel periodo dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2012 possono essere presentate dal 15 settembre 2014 fino al 31 dicembre 2014. Dal 10 gennaio 2015 possono essere presentate le istanze riferite ai costi sostenuti per le assunzioni nell’anno 2013 e dal 10 gennaio 2016 quelle relative ai costi sostenuti per le assunzioni nell’anno 2014.

Con riferimento alle ipotesi di revoca ed alle corrette modalità di compilazione delle istanze per la fruizione del credito d’imposta sono stati evidenziati alcuni dubbi applicativi che il Ministero chiarisce, appunto, con la circolare n. 828/2015. In particolare:

- l’incentivo è revocato totalmente se l’impresa nei due o tre anni successivi all’assunzione agevolata, rispettivamente per le PMI e per le imprese di grandi dimensioni, non incrementa il numero totale dei dipendenti a tempo indeterminato, al netto dei pensionamenti. Ai fini della verifica di tale condizione, si assume come dato occupazionale complessivo iniziale, il numero dei dipendenti a tempo indeterminato dell’impresa rilevato dal bilancio approvato dal CdA, ed esposto nella nota integrativa, relativo all’esercizio precedente a quello in cui e intervenuta l’assunzione agevolata. Tuttavia, per le imprese che nella nota integrativa non hanno indicato il dato occupazionale e per quelle non tenute alla redazione del bilancio, il dato deve essere rilevato dal Libro Unico del Lavoro, indicando il numero totale dei dipendenti a tempo indeterminato in essere al 31 dicembre. Per la corretta compilazione dell’istanza per la fruizione del credito d’imposta, dunque, la base occupazionale iniziale deve essere rilevata dalla seguente documentazione aziendale: dalla nota integrativa e, in mancanza, dal L.U.L.;

- l’incentivo è revocato, inoltre, in caso di mancata conservazione, ovvero di mancato mantenimento del rapporto di lavoro agevolato per almeno due anni, per le PMI, e per almeno tre anni per le imprese di grande dimensione. Al riguardo il Ministero chiarisce che, fermo rimanendo il rispetto della predetta condizione generale di incremento della base occupazionale, nel caso in cui il credito d’imposta sia stato concesso per l’assunzione di più dipendenti, l’eventuale mancata conservazione parziale dei nuovi posti di lavoro per i quali si fruisce del credito d’imposta, determina la revoca parziale del credito concesso, con riferimento ai singoli dipendenti per i quali il rapporto di lavoro non e stato conservato. Tuttavia, qualora entro 60 giorni il dipendente cessato venga sostituito da figura professionale avente le stesse caratteristiche, il credito d’imposta spettante resta invariato. A tal fine è necessario comunicare tempestivamente al Ministero dello sviluppo economico la sostituzione, inviando mediante PEC all’indirizzo "cipaq@pec.sviluppoeconomico.gov.it", l’apposita istanza firmata digitalmente dal legale rappresentate dell’impresa e la dichiarazione del soggetto certificatore, redatta secondo gli schemi allegati alla circolare n. 828/2015. Qualora la sostituzione determini un minor costo aziendale, proporzionalmente sarà ridotto anche il credito d’imposta già concesso; se, invece, la sostituzione determina un maggior costo aziendale, il credito concesso resterà invariato.

 

Vincenzo D’Andò