Dall’1 marzo 2015 il TFR può entrare in busta paga: considerazioni…

di Massimo Pipino

Pubblicato il 22 gennaio 2015



una delle più discusse novità della Legge di stabilità 2015 è quella che permette ai lavoratori dipendenti di ricevere il TFR in busta paga: alcune valutazioni di convenienza sono obbligatorie

Dopo che la Legge di Stabilità per il 2015 (Legge 23 dicembre 2014 n. 190) è stata definitivamente approvata si concretizza per i lavoratori dipendenti (del solo settore privato però) la possibilità di ottenere l’erogazione del Tfr maturando ad integrazione della busta paga. Il comma 26, primo periodo, dell’articolo 1 della Legge 190/2014 (“In via sperimentale, in relazione ai periodi di paga decorrenti dal 1º marzo 2015 al 30 giugno 2018, i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi i lavoratori domestici e i lavoratori del settore agricolo, che abbiano un rapporto di lavoro in essere da almeno sei mesi presso il medesimo datore di lavoro, possono richiedere al datore di lavoro medesimo, entro i termini definiti con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che stabilisce le modalità di attuazione della presente disposizione, di percepire la quota maturanda di cui all'articolo 2120 del codice civile, al netto del contributo di cui all'articolo 3, ultimo comma, della legge 29 maggio 1982, n. 297, compresa quella eventualmente destinata ad una forma pensionistica complementare di cui al decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, tramite liquidazione diretta mensile della medesima quota maturanda come parte integrativa della retribuzione”) rende, infatti, operativa tale possibilità, possibilità che, invero, era già stata introdotta dalla Legge 296/2006 (articolo 1, commi 755 e 756), in via sperimentale per il periodo che va dal 1° Marzo 2015 al 30 Giugno 2018. Entro il 31 gennaio 2015 è poi previsto che venga emanato un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri per la definizione delle modalità operative del provvedimento. Con le disposizioni del comma 26, primo periodo, dell’articolo 1 della Legge 190/2014 il legislatore si è posto l'obiettivo di modificare in modo sostanziale la natura e di conseguenza le modalità con cui viene gestito il trattamento di fine rapporto che, secondo quanto viene previsto dell’articolo 2120 del Codice Civile, viene a maturare ad ogni mensilità.

 

Quale era la normativa in vigore prima della Legge di Stabilità per il 2015

In realtà, l'asserzione secondo cui il TFR maturato dal lavoratore, ed accantonato presso il datore di lavoro oppure, in tutto o in parte, presso un fondo di categoria, non fosse anticipabile al lavoratore stesso non è del tutto corretta in quanto la disciplina già vigente, salvo condizioni di miglior favore previste dai contratti collettivi o da patti individuali, prevedeva comunque la possibilità che il datore di lavoro anticipasse l’importo accantonato, anche se solo nel caso in cui ricorressero alcune particolari condizioni, ovvero:

  • che il lavoratore fosse in possesso di almeno 8 anni di anzianità di servizio presso lo stesso datore di lavoro;

  • che limite massimo dell'anticipazione richiesta non fosse superiore al 70% del trattamento maturato;

  • che la concessione fosse destinata ad un massimo del 10 % dei lavoratori aventi diritto e, comunque, ad un numero di dipendenti non superiore al 4% del totale;

  • che ciò avvenisse una sola volta nel corso del rapporto di lavoro;

  • che la richiesta fosse giustificata dalla necessità di sostenere spese straordinarie correlate a terapie mediche ed interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche. Il lavoratore però non avrebbe dovuto aver già sostenuto in anticipo questa tipologia di spese.

  • che la richiesta fosse giustificata dalla necessità di sostenere spese correlate all'acquisto o alla ristrutturazione della prima casa di abitazione per il lavoratore o per i suoi figli;

  • che la richiesta fosse correlata all'estinzione anticipata di un mutuo (sempre finalizzato all'acquisto della prima casa per il lavoratore o per i suoi figli);

  • che fosse connessa alla fruizione dei congedi parentali e per formazione del lavoratore.

 

Dal 2007, in accordo con la riforma della previdenza complementare, il lavoratore ha il diritto di destinare il TFR a un fondo pensione integrativo, di natura complementare rispetto alla posizione pensionistica obbligatoria istituita per legge presso l’INPS: le eventuali richieste di anticipazione di quote di quanto accantonato presso tali forme previdenziali integrative erano sottoposte alle medesime restrizioni che abbiamo appena esposto per il caso in cui il TFR maturando fosse accantonato presso il datore di lavoro. Va inoltre ricordato, per completezza ed anche perché funzionale al discorso che si svolgerà nel prosieguo del lavoro, che le regole di tassazione cui vengono sottoposte le somme facenti parte del TFR maturato ed anticipate ricorrendo i casi di cui sopra sono le stesse regole utilizzate per la tassazione del TFR a saldo, ovvero quella separata. Il prelievo fiscale quindi varia a seconda del numero di anni e frazioni di anni di anzianità di servizio. Il risultato è una tassazione che - nella maggior parte dei casi – è sensibilmente più bassa dell'aliquota IRPEF ordinaria. L'imposta calcolata inoltre non è applicata a titolo definitivo poiché viene successivamente riliquidata da parte dell'Agenzia delle Entrate, in base all'aliquota media di tassazione dei 5 anni precedenti a quello in cui è maturato il diritto alla percezione del TFR. Nel caso in cui l'importo dovuto sia superiore, è direttamente il Fisco a chiedere al contribuente di versare la maggiore imposta. D'altra parte è però corretta l'asserzione secondo cui, ad oggi, la possibilità di ottenere ordinariamente il TFR in busta paga non è ammessa in nessun caso.

 

La disciplina che entrerà sperimentalmente in vigore a partire da marzo 2015

L’opzione che è stata resa operativa dal comma 26, primo periodo, dell’articolo 1 della Legge 190/2014 prevede che tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, che siano in possesso di un’anzianità di servizio non inferiore a sei mesi, hanno la facoltà di scegliere se ricevere o meno la quota di trattamento di fine rapporto che matura mensilmente insieme alla retribuzione percepita in busta paga. Anche se limitato al settore privato, il provvedimento però non coinvolge l'universalità dei lavoratori che operano in tale settore poiché restano comunque esclusi da questa possibilità:

  • i lavoratori agricoli e i lavoratori domestici

  • i lavoratori delle aziende sottoposte a procedure concorsuali

  • i lavoratori delle aziende in crisi ex articolo 4, comma 3, Legge 297/1982 (“... aziende dichiarate in crisi ai sensi della legge 12 agosto 1977, n. 675, e successive modificazioni”).

 

Una volta che il lavoratore abbia manifestato la volontà di ricevere il TFR maturato mensilmente in busta paga, l’opzione non può essere modificata fino al 30 giugno 2018. La quota mensile di trattamento di fine rapporto che il lavoratore deciderà di ricevere in busta paga, avrà, sotto il profilo fiscale, ed è qui il nodo principale contenuto nelle disposizioni in commento, gli effetti riepilogati nella tabella che segue:

 

Rilevanza fiscale del TFR mensilizzato

Cumulo con il reddito del periodo

Tassazione ordinaria

Base di riproporzionamento detrazioni

Base di calcolo anf

Nuovo ISEE

Base di calcolo bonus 80 euro

no

Contributi previdenziali

no

 

L’opzione per la mensilizzazione del TFR maturando sarà esercitabile anche dai lavoratori che hanno deciso di versare il proprio TFR in un fondo di previdenza complementare: in questo caso, nel periodo che è compreso tra il 1° Marzo 2015 ed il 30 Giugno 2018, l’accantonamento al Fondo sarà costituito solo dal contributo del dipendente e del datore di lavoro. La manifestazione della volontà in favore della liquidazione monetaria, una volta effettuata, non può essere revocata fino al 30 giugno 2018.

 

Aspetti problematici della scelta di mensilizzare la percezione del TFR per il percipiente

La scelta di mensilizzare l’erogazione del trattamento di fine rapporto, con la conseguenza pratica di trasformarlo di fatto in un incremento della retribuzione ordinaria, a fronte di un immediato incremento della liquidità che il lavoratore si trova ad avere a disposizione, penalizza la situazione del soggetto percipiente sotto un duplice aspetto:

 

primo: le quote di TFR che vengono versate ogni mese unitamente alla retribuzione ordinaria vengono evidentemente sottratte all’accantonamento. In tal modo viene dunque sospesa la funzione stessa che l’istituto è da sempre chiamato a svolgere al momento della cessazione del rapporto di lavoro ovvero di liquidazione e, se versato nel corso del rapporto di lavoro ad un istituto previdenziale di categoria, di contributo reddituale da addizionare al trattamento di quiescenza erogato dall'INPS. La scelta di mensilizzare il proprio TFR da parte del lavoratore creerebbe un danno alla sua futura situazione pensionistica direttamente proporzionale al numero degli anni in cui viene percepito l’anticipo.

secondo: la tassazione ordinaria, alla quale il TFR che si è scelto di farsi erogare mensilmente sarà sottoposto, determina l’applicazione dell'aliquota marginale IRPEF, aliquota che è più elevata di quella che deriva dal calcolo della media delle aliquote applicate in sede di tassazione separata. Tale effetto incrementale è tanto maggiore quanto più alto è il reddito del percipiente.

 

Criticità del provvedimento per le imprese eroganti: riduzione della liquidità disponibile

La decisione da parte dei lavoratori di optare per l'erogazione del TFR in busta paga potrebbe esporre i datori di lavoro a situazioni di difficoltà per reperire la liquidità necessaria. Al riguardo, i datori di lavoro con meno di 50 addetti hanno la possibilità di finanziare l’erogazione delle quote di TFR anticipate ai lavoratori attraverso specifici prestiti bancari da stipularsi con Istituti bancari convenzionati, finanziamenti ai quali verranno applicati tassi di interesse onnicomprensivi non superiori a quelli stabiliti per la rivalutazione del TFR, vale a dire l’1,5% maggiorato annualmente del 75% dell'incremento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati. Tali finanziamenti saranno assistiti dalla garanzia di un Fondo speciale costituito presso l'INPS con una dotazione iniziale di 100 milioni di euro ed alimentato da un contributo del 0,2% sulle retribuzioni a carico dei datori di lavoro che accedono a tale sistema di credito. Le imprese che invece corrisponderanno gli anticipi TFR richiesti dai propri dipendenti con risorse proprie beneficeranno della deducibilità dal reddito d'impresa del 4% o del 6%, a seconda che abbiano in forza 49 o più lavoratori dipendenti, delle quote di TFR erogate in busta paga. È stato inoltre previsto l'esonero dal versamento del contributo al Fondo di garanzia per il TFR.

 

Fatte queste brevi considerazioni l'impressione che se ne ricava, almeno secondo il parere di chi scrive, è che, in primo luogo sia necessario sottolineare che la mensilizzazione del TFR non porterà ad un aumento reale delle retribuzioni. Si tratta, infatti, solo di un sistema di autofinanziamento con cui i lavoratori si anticipano delle indennità future, sostenendo, tra l'altro un surplus di tassazione, mettendo però a rischio i propri equilibri pensionistici.

In secondo luogo l'impressione che si ricava dal provvedimento è che si darebbe certamente liquidità da un lato, togliendone però dall’altro.

 

22 gennaio 2015

Massimo Pipino