I reati tributari - parte XXVII: rassegna mensile di giurisprudenza

Premessa

Continua la nostra illustrazione delle sentenze della Cassazione penale tributaria.

Numerose le sentenze, in questa puntata, relative alle fattispecie di false fatturazioni, sia dal punto di vista della oggettività, sia da quello della soggettività.

 

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Dichiarazione infedele per falsi costi agevolazione “Tremonti ter”.

Integra il reato di cui all’art. 4 del D.Lgs. n. 74 del 2000 l’indicazione fittizia nella dichiarazione annuale di investimenti in macchinari o apparecchiature idonee e godere delle agevolazioni previste dal D.L. n. 78 del 2009, conv. in legge n. 102 del 2009 (cosiddetta Tremonti-ter).

(Nella fattispecie, il contribuente aveva fatto risultare come falsamente acquistati, durante l’applicabilità dei benefici della cosiddetta Tremonti ter, macchinari ed attrezzature ndr).

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 42151/2013)

 

Per l’utilizzo fraudolento in dichiarazione è sufficiente una inesistenza oggettiva.

La configurabilità del reato previsto e punito dall’art. 2, D.Lgs. n. 74 del 2000 richiede la necessaria indicazione di elementi passivi fittizi nella dichiarazione fiscale, con lo scopo di evadere le imposte attraverso l’indicazione predetta. Al fine di integrare l’utilizzazione fraudolenta in dichiarazione di fatture per operazioni inesistenti, in particolare, è sufficiente che le stesse siano inesistenti dal punto di vista oggettivo, ossia che vi sia diversità, totale o parziale, tra costi indicati e costi sostenuti. La dichiarazione fraudolenta prevista e sanzionata dal successivo art. 3 del medesimo provvedimento legislativo, invece, rappresenta una frode contabile, alla quale deve associarsi un quid pluris artificioso non tipizzato, diverso dall’uso di fatture o altri documenti falsi – integrante l’ipotesi di cui al precedente art. 2 – ma comunque caratterizzato dalla idoneità ad indurre in errore e ad impedire il corretto accertamento della realtà contabile del soggetto che presenta la dichiarazione annuale d’imposta.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 36900/2013 – segue)

 

Buste paga con importi corrisposti superiori a quelli effettivamente versati

A fronte di un rapporto di lavoro esistente, la differenza tra l’importo indicato in busta paga e quello inferiore effettivamente corrisposto, determina una fittizia indicazione di voci passive ed una decurtazione della base imponibile, con conseguente evasione IVA. In tale contesto, le buste paga indicanti la corresponsione al dipendente di un compenso superiore a quello effettivamente versato, costituiscono, pertanto, documenti attestanti operazioni parzialmente inesistenti. Qualora, dunque, la prestazione di lavoro risulta effettuata, si pone un problema di qualificazione giuridica del fatto, eventualmente rientrante nella tipizzazione di cui all’art. 3, D.Lgs. n. 74 del 2000, in relazione alla omessa indicazione di una parte di quanto corrisposto.

(La fattispecie aveva ad oggetto una ipotesi di nullità della sentenza per violazione dell’art. 522 c.p.p. poiché a fronte dell’avvenuta contestazione, a carico della parte datoriale, della inclusione, tra i costi, di prestazioni di lavoro mai ricevute e mai pagate, i Giudici di appello pervenivano ad una pronuncia di condanna della stessa per aver portato in contabilità i costi di lavoro effettivamente rispondenti alla prestazione effettuata dal dipendente, ma pagati solo parzialmente – ndr).

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 36900/2013 – fine)

 

Se la fattura è soggettivamente inesistente ci può essere buona fede?

Spetta all’Amministrazione finanziaria che contesta il diritto del contribuente a portare in detrazione l’IVA pagata su fatture emesse da soggetto diverso dall’effettivo cedente del bene o servizio – c.d. operazioni soggettivamente inesistenti – provare, anche per il tramite di presunzioni, che il contribuente, al momento in cui acquistò il bene od il servizio, sapesse o potesse sapere, con l’uso dell’ordinaria diligenza, che il…

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